Dittico per la morte di David
I
Arno Mandelbaum
(Città del Messico, 1985 – Tzfat di Galilea, 2063)
Cancellate il mio nome dall’elenco dei viventi, toglietelo dalla liste della Terra!
Togliete il mio nome dalle liste della Terra!
Qui, per voi, il giorno in cui gridai questa preghiera.
La città esalava onde di disordine nella sua aria densa, carica di veleni.
Ero uscito dall’Ospedale Mateos e correvo per le vie, come chi si stia dissanguando.
Quanti erano morti quel giorno, e David con loro, erano già saliti oltre la linea dei tetti.
Li vedevo: trasparenti, il viso immobile, gli occhi aperti su un altrove.
Ombre, linee di spirito sottile che salivano ancora più in alto, nel cielo, più su, più su, a raggiungere quel fuoco che dall’alto tutto sostiene, tutto divora e getta ancora nel tempo in nuove forme.
Il farsi di un Dio impensabile o la Sua inerzia, il Suo degradare dopo la creazione dei mondi, un fallimento sconosciuto.
Quale è la verità? Quale?
David, mio figlio. Sette anni.
Alla fine non raccoglievano più immagini le sue iridi, quegli occhi d’oro in cui tante volte mi ero cercato.
“Non vedo più niente, papà” erano state le sue ultime parole.
La malattia aveva teso, incurvato i tendini e le ossa, il suo viso da bambino.
Pensai che fosse stato, in quella lotta del corpo che era durata due anni, puro e intrepido come un eroe.
Sapevo che il male che lo aveva ucciso veniva, infitto nel destino biologico di moltitudini, dalla mia famiglia e questo peso mi disperava.
Durante la malattia di David alcune mattine, al risveglio, le mie spalle erano rosse e rovinate come vi fosse stato appoggiato un ferro rovente.
La madre di David: la ricordo nella stanza d’ospedale con il palmo della mano sospeso, aperto sul corpo del bambino, come provasse con quel gesto a guarirlo.
Poi tutto finì, io e Lily ci separammo.
Alcune anime vengono sulla terra per unirsi un solo istante e non poter poi condividere nulla di quanto di grande e segreto è avvenuto tra loro.
Lily Nahon Gutierrez andò dopo qualche anno a vivere negli Stati Uniti.
Sapevo che ogni anno, nel giorno della morte di David arrivava e visitava il cimitero di Dolores, ma non la rividi mai più.
Lasciai il mio lavoro di ingegnere, mi chiusi in una piccola casa con giardino nel quartiere di Tepito, iniziai a vivere di una modesta rendita, gli affitti di diversi appartamenti che avevo ereditato dai miei.
Bevevo.
Qualche donna trascorreva dei giorni con me.
Non senza amarla ne prendevo, con violenza e come avessi voluto ucciderla, il corpo.
Quando godevo, bestemmiavo.
Un mio zio, che era tra i soci della C.J. Aguilar Electronicas, una ditta che si occupava del riciclo di computer e componenti, insistette perché accettassi un lavoro.
Scelsi, rifiutando qualunque lavoro di primo piano e di responsabilità, la posizione di operatore presso le grandi discariche di Morelos, poco a sud della città.
Qui giungevano ogni giorno tonnellate di rifiuti dai tre quartieri più poveri della città, i rifiuti di dieci milioni di persone.
I grandi camion della municipalità lasciavano il loro carico – i rifiuti più vari e indifferenziati raccolti nei grandi container che stavano all’angolo delle strade nei quartieri, altri che venivano gettati alla rinfusa nei vicoli, nei prati aperti ai limiti dell’abitato – in un enorme spazio piano dove l’erba, ferita da quella invasione di oggetti e sostanze, aveva da tempo lasciato posto a una superficie di terra compatta e perennemente umida, di colore marrone scuro.
Quando arrivavo con gli altri, all’alba, già si erano formati dieci, venti dischi di rifiuti, larghi forse cinquanta metri, in forma di un basso cono.
Alcuni rilasciavano un fumo sottile, in altri si udivano suoni bizzarri come vi stesse avvenendo qualche processo chimico o fisico, qualche trasmutazione, in altri ancora pareva qualcosa vibrasse o muovesse, qualcosa di vivo.
La convenzione della Aguilar prevedeva che, prima dell’intervento delle squadre comunali e l’invio ai due inceneritori fossero lasciate quattro ore per raccogliere il materiale elettronico che si fosse trovato: computer, tastiere, schermi, cavi, transistor, valvole, radio, televisori, sveglie, orologi.
La società aveva nell’area quattro lunghi container dove il materiale raccolto veniva depositato, poi filtrato, smontato, diviso in parti omogenee da due uomini che lavoravano nella zona centrale e che lo passavano all’ultimo settore del container dove il materiale veniva inscatolato ed era pronto ad essere trasferito.
Tutto, dicevano, raggiungeva poi via mare l’Asia dove veniva riutilizzato nell’assemblaggio di nuove macchine o smaltito in chissà quali modi e per quali fini.
Dotati di maschere con filtro, di occhiali sigillati, di una tuta e di spessi guanti iniziavamo ogni mattina a scalare i dischi di rifiuti alla ricerca di materiale.
Ognuno sceglieva un cono, che diventava così per qualche ora la sua luna, il suo pianeta da conquistare.
La quantità di materiale elettronico che si rinveniva era incredibile.
Nel mentre ti perdevi in quella vertigine di rifiuti, come in un sogno bizzarro: negli anni avresti visto tutto, ti sarebbe apparso, tra rifiuti alimentari, mobili e imballi di plastica, ogni oggetto dell’uomo, rotto, oramai senza compagno e senza destino.
Sembrava che una voce mi accompagnasse ogni mattino dichiarando in un elenco e nel momento in cui le scorgevo, i nomi delle cose.
Un elenco quasi infinito che risuonò in me attraverso le albe di tredici anni.
Non lo pronuncerò, immaginatelo, immaginate voi ogni cosa, aiutatemi a raggiungervi.
Camminando su quel tappeto di simboli franti, di cose che i miei spessi stivali neri oltraggiavano ancora, mentre sentivo come un sibilo faticoso il mio respiro all’interno della maschera, il disco di rifiuti mi appariva come un vero specchio del mondo e il mondo intero come puro disordine, come l’inerzia, i frammenti laterali di un Dio distrutto la cui mano fosse stata distolta da qui e rivolta verso altre stelle.
Qualcosa di David sopravviveva forse ancora per poco in quegli arabeschi di spirito che erano saliti quel giorno nel cielo sopra Città del Messico?
Non restava che il lampo tremendo ed eterno dell’assenza.
A quale legge aveva obbedito, quale disegno aveva compiuto il suo soffrire, quale pegno aveva lasciato per il futuro?
Le regole del nostro lavoro prevedevano che chi rinvenisse qualche oggetto di valore o, come recitava il regolamento, “notevole” – Juan Hernàndez aveva calpestato mesi addietro una testa mozza e insanguinata d’uomo – dovesse avvertire il caposquadra.
Era inevitabilmente tollerato, perché di nessuna importanza, che ci portassimo a casa oggetti anche di un qualche valore, soprammobili, cianfrusaglie incredibilmente ancora integre, soldatini di piombo, monete fuori corso, cornici per fotografie, bastoni, maniglie, infiniti oggetti ancora.
Fu così con la sfera.
La vidi in una giornata di sole accecante e da principio, poiché riluceva così tanto, la scambiai per una lampada rotonda che fosse ancora stranamente illuminata.
Il suo diametro non superava i trenta centimetri, stava alla superficie del tappeto di rifiuti, tra una coperta lacera e un piccolo mobiletto ad ante vetrate completamente divelto.
La presi tra le mani: era di un cristallo gelido al tatto e perfetto, senza imperfezioni interne, senza un segno.
Pensai che avesse dovuto essere una di quelle sfere che usano i chiromanti; spesso trovavamo tra i rifiuti gli scarti di rituali magici.
Qualcuno l’aveva gettata, forse dopo che la sfera aveva lasciato emergere qualche immagine, qualche verità intollerabile?
Qualcuno l’aveva trovata e giudicata inutile?
La portai a casa.
Trovai una piccola sella di legno e la lasciai appoggiata sul basso tavolino del salone.
La guardavo sempre.
La sera, quando il sangue del tramonto incendiava le alte tende della finestra e invadeva la stanza, quando iniziavo a bere, e bere, perché qualcosa in me si rilasciasse e potessi ad un tempo ricordare lui, David, e dimenticarlo, la guardavo.
Rifletteva i bagliori, bianchi e rossi dei fari delle vetture che correvano veloci lungo la via.
Rifletteva, nell’oscurità, anche ogni altra cosa, per riconoscerla e farla propria: le bianche pareti, il quadro di quella marina alla parete, i mobili, la mia distrutta figura d’uomo abbandonata sul divano.
Una notte, per il caldo, per la sete del corpo arso dall’alcool mi alzai.
Bevvi due bicchieri d’acqua.
Andai alla finestra; nessuno, là fuori.
Mi lasciai cadere seduto e, le mani giunte al mento, fissai la sfera.
Dopo alcuni minuti mi parve di vedere che qualcosa al suo interno si muovesse.
Accesi una luce, avvicinai di un poco il viso e continuai a guardare.
Là, in quello spazio magico e curvo, vidi il viso di David venirmi incontro.
Avrà avuto quattro o cinque anni e correva in un prato che ricordavo.
Un gioco, un tubo di plastica aveva lanciato delle grosse bolle di sapone nell’aria e lui le rincorreva, venendo verso di me e sua madre.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, avrei voluto cadere all’interno del cristallo, prendere la sua piccola mano come un tempo, guardare con lui il verde e il cielo, fermare il tempo.
L’immagine non aveva colori, nulla di questa luce del mondo e del suo spettro, meraviglioso ma illusorio la contaminava, era pura.
Lentamente tutto svanì, come il diradarsi di una nuvola, lo sciogliersi di una goccia d’inchiostro in una coppa d’acqua chiara.
Dopo poco tornai a letto e non sognai nulla.
Nei giorni successivi imparai che le ore più favorevoli per le visioni erano le più alte della notte, tra l’una e le tre.
Ogni notte, nella sfera, mi univo a lui, ritrovavo mio figlio in quel tempo che avevo vissuto anch’io e che così, più lontano e più vero, non poteva morire.
In quella distanza tutto trasfigurava, trovava la sua pace.
Così riuscii a guardare sino alla fine, il piccolo corpo di lui su un letto nel grande atrio della nostra casa, quel corpo che dominava tutto e tutti come nessuna altra cosa mai, prima di essere portato via e calato nella terra.
Quando tornai alla sfera la notte successiva, dopo quell’ultimo atto, non vi vidi che un cielo grigio scuro in cui parevano formarsi trame di stelle.
Era come l’iniziare di una notte, come se le stelle si stessero accordando. Tentavano di unirsi, a volte l’immagine riusciva, resisteva, appariva una linea segreta, qualcosa di simile a una runa, al filamento di un’essenza organica: costellazioni.
Era quella la visione che precedeva un’alba, la nuova nascita dell’Anima che abitò il corpo di David Mandelbaum.
Presto, forse, avrei visto un luogo, un uomo e una donna, un bambino, l’inizio di un destino nell’Opera.
Poi, forse, tutto sarebbe cessato lasciando in me un sapere, una gioia.
La sfera, avendomi donato le sue visioni, sarebbe ritornata cieca e vergine. Non vi avrei più visto che la mia vita.
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Commento di salvatore giuliano f
Ora: 19 marzo 2010, 11:10
L'anima dentro le parole, le parole, l'immagine, la musica, io.
Un diapason a cinque rebbi. Impossibile, ma una giusta frequenza
può scardinare il mondo, o ricrearlo. Oggi ho contratto un debito.