Destra col pizzo o destra del pizzo?

Fascisti immaginari Non so se sia un affare di passioni, rivoluzionari vs. reazionari, indianisti vs. cowboysti e tradizionalisti vs. modernisti (ma non credo); e non so se sia un problema estivo, il sole picchia e le temperature sfiorano i 42 gradi (all’ombra), ma sta di fatto che quello che è avvenuto alle falde dell’Etna (ove contemporaneamente si sono celebrate le feste destrine di Alleanza siciliana e di Azione giovani), è assai indicativo. La destra è frazionata in parti che un giorno si riuniscono, e magari pensano di federarsi, ed il giorno dopo tornano a smembrarsi in sottoanime e animacce (loro), alimentando un caos che da più parti, invece, si vorrebbe estinto. Che la destra dovesse, in fin dei conti, far la stessa esperienza della sinistra socialista e comunista, in un secolo frazionatasi in mille partiti, è cosa che in pochi avrebbero previsto e men che meno gradito. Ma tant’è. Sono proprio morti i tempi in cui “C’erano [solo] due anime tra i giovani missini degli anni Cinquanta”, per citare il titolo di un mio articolo scritto per il Secolo l’11 novembre scorso. Allora si parlava di spiritualisti e pragmatici, e poi di evoliani e gentiliani, oggi di musumecisti, di mussoliniani (di Alessandra Mussolini però, perchè il duce, bene o male, è stato dimenticato), fiammini, rautiani, forzanovisti, eccetera. Cosa in realtà differenzi tali gruppi è difficile dirlo (forse alcuni vanno a prendere panino e patatine al McDonald’s altri no). Difficile dirlo se, ovviamente, s’intende la questione in termini ideologici (o sarebbe più giusto dire d’idee). Problemi di poltrone senz’altro, inutile nasconderlo, e sgarbi e rivalità personali. Ma c’è, purtroppo, di più. Si tratta spesso di una convinzione, una vera fissa, per la purezza (purezza?) ideale. Una fissa, spesso diffusa a colpi di inutili slogan, che non ha radice alcuna nel sottosuolo di una ragionata ricognizione della destra italiana. Dal fascismo al Msi, tanto per essere chiari. Soprattutto il primo, poi, per dirla anche con Montanelli, non ebbe né un’idea né una cultura al singolare.

La destra del dopoguerra nacque come un partito degli sconfitti è vero, ma tendenzialmente aperto a tutti gli italiani, così lo intendeva Almirante, ad esclusione dei particolarmente indegni (e non c’è bisogno di dire cosa s’intendesse per particolarmente indegno nella seconda metà degli anni Quaranta). I giovani e i meno giovani dei tempi d’oro seppero gestire le loro rivalità, spiace dirlo, con maggior spirito di gruppo. Non c’era quel pucciniano “andare e venire” che si registra adesso. Fuori Rauti? Fuori la Mussolini? Fuori Musumeci? Poi fuori Storace, ma (prevedibilmente) dentro la Mussolini (commossa da una lettera di Fini scritta al tempo della morte del padre…). Fratture che sono costate più di un dispiacere alla destra, ma che ci si augura si sanino (tutte) e facciano cessare, dunque, almeno formalmente, rivalità ai limiti del duello spada o pistola fra i giovani (fanatici) di un gruppo o dell’altro.

Luca Telese, Cuori neri Forse, e non appaia troppo semplice codesta ricetta, sarebbe bene ritornare al sano spirito dell’interesse nazionale. Pensare cioè a quel che tutti insieme si potrebbe fare per l’Italia (e non appaia, ancora, una frase alla J. F. Kennedy, il padre di tutti i buonisti che, in sostanza, ha scoperto l’acqua calda). Come si vuol costruire una Grande destra, è questo in soldoni quel che si vuol fare, se ci sono, ancora, tante piccole – minuscole e litigiosissime – destre?

Ricompattarsi, lasciando da parte le più stupide rivalità di principio, dunque. Ma riaggregarsi senza però lasciar cadere una, anzi la, questione di fondo. La destra italiana nacque anche per una reazione emotiva. È scritto nella storia. Per reazione al degrado materiale e spirituale che aveva colpito l’Italia del dopo fascismo. Non bisogna dimenticarlo mai. Moralità e ancora moralità, se è tuttora possibile. Limpidezza nelle scelte, quello sì. Basta con le mille ambiguità. Basta con gli egocentrismi, più da società mafiosa (clan contro clan), che da vero e proprio partito di destra. La vera intransigenza, per usare un termine che riprese anche Evola, avrà da essere soltanto questa.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

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