Debito pubblico: come gli Stati sono diventati prigionieri delle banche

«È a causa dei deficit che gli uomini perdono la loro libertà»

Jacques Rueff

adbNell’autunno del 2008 si scatenava una crisi finanziaria mondiale, il cui epicentro si trovava negli Stati Uniti. Un anno dopo, alcuni intelligentoni dichiaravano che il peggio era passato e che la crisi era virtualmente finita. Non era così. Essa, infatti, prosegue ancora ed è ben lungi dall’essere terminata. Il difficile non è dietro di noi, ma davanti a noi; ci saranno conseguenze peggiori che nel 1929. La prima fase era nata da un eccesso di sovraindebitamento delle famiglie americane. L’economia reale fu fatta fallire per effetto dell’esplosione del debito privato, essendo le imprese colpite in pieno dal crollo della domanda, e questo provocò una vasta recessione planetaria. Attualmente, sono gli Stati a essere sovraindebitati. Al problema del debito privato è subentrato quello del debito pubblico, che colpisce oggi i Paesi occidentali. Come si è arrivati a questo punto?

Misuriamo anzitutto l’ampiezza del problema. Globalmente, il debito pubblico nella zona euro è aumentato del 26,7%, dal 2007. Oggi rappresenta l’80% del prodotto interno lordo (PIL) globale della zona, avendo i deficit pubblici superato la soglia del 7% di detto PIL. Questa però è solo una media. All’inizio del 2011, otto Paesi evidenziavano un coefficiente di debito superiore all’80% del loro PIL: l’Ungheria e l’Inghilterra (80,1%), la Germania (83%), la Francia (85%), il Portogallo (92%), il Belgio (97%), l’Italia (120%) e la Grecia (160%). Questi livelli di indebitamento sono per lo più superiori a quelli che la maggioranza dei Paesi sviluppati ha conosciuto alla fine della prima guerra mondiale o all’epoca della recessione degli anni Trenta. I prestiti sono contratti presso delle banche, e soprattutto dei mercati finanziari, grazie a emissioni di obbligazioni.

In Francia, Paese in cui il deficit dello Stato previsto per il 2011 doveva attestarsi sui 98,5 miliardi di euro (3.200 euro al secondo!), il debito pubblico è aumentato del 30% circa, dal 2007. Mentre nel 1979 era di soli 239 miliardi di euro, ossia il 21% del PIL, nel 2008 è passato a 1,327 miliardi di euro, nel 2009 a 1.489 miliardi, nel 2010 a 1.591 miliardi, fino a raggiungere, nel primo semestre del 2011, la vertiginosa cifra di 1.681,2 miliardi di euro, cioè l’84,5% del PIL, con un deficit annuale del 7%. Queste cifre non tengono conto degli impegni che lo Stato ha assunto e che dovrà onorare, ma che non ha approvvigionato, come ad esempio le pensioni dei funzionari (impegni valutati, nel 2005, per almeno 430 miliardi di euro). Nel 2011, il rimborso dei soli interessi del debito (46,9 miliardi di euro) avrà rappresentato la seconda posta del bilancio dello Stato, dopo l’insegnamento scolastico, di gran lunga davanti alla difesa e alla sicurezza; da soli, gli interessi avranno assorbito la totalità dell’imposta sulle società. Nel 2012, gli interessi da pagare ammonteranno a 48,8 miliardi di euro. L’emissione di debiti a lungo termine rappresenta anche un costo diretto imposto alle generazioni future: nel 2011 sono stati contratti debiti per circa 45 miliardi di euro, che saranno da rimborsare tra il 2040 e il 2060. Detta emissione equivale, in definitiva, a una privazione di sovranità: nel dicembre del 2010, il 67,7% del debito negoziabile dello Stato era detenuto da non residenti.

Al debito nazionale si aggiunge poi il debito locale. Da alcuni anni, le banche si sono infatti avventate sulle collettività locali per indebitarle con tutta una serie di “prestiti tossici”. Il 13 luglio 2011, un rapporto della Corte dei Conti confessava che, semplicemente, non esistono statistiche pubbliche concernenti la struttura del debito locale in Francia. Questo rapporto, di oltre 200 pagine, indica, nondimeno, che l’indebitamento delle collettività locali (eccetto le case di cura) è passato da 116,1 miliardi di euro a 163,3 miliardi, nel 2010, con un aumento medio, cioè, del 41% (il 30% per i Comuni, il 63% per i Dipartimenti, l’80% per le Regioni).

Il debito pubblico, tuttavia, rappresenta solo un aspetto del debito totale, dato che quest’ultimo comprende anche il debito delle imprese e quello delle famiglie. Se consideriamo l’insieme di questi elementi, si arriva, per quanto riguarda il 2010, a un indebitamento globale del 199,5% per la Francia, del 202,7% per la Germania, del 221,1% per l’Italia, del 255% per il regno Unito, del 269% per la Spagna e del 240% per gli Stati Uniti!

L’idea comunemente diffusa è che la crisi del debito pubblico derivi da un eccesso di spese legato all’imprudenza degli Stati. Che gli Stati non abbiano sempre agito correttamente è evidente, ma le cause profonde sono da ricercarsi altrove.

sullorlodelbaratroLa causa immediata dell’aggravamento dei debiti pubblici è individuabile nei piani di salvataggio delle banche private, decisi dagli Stati nel 2008 e nel 2009. La banche hanno costretto i poteri pubblici a soccorrerle, facendo valere la posizione nevralgica che occupano nella struttura generale del sistema capitalistico. Per salvare le banche e le compagnie di assicurazione minacciate, gli Stati, presi in ostaggio, hanno dovuto a loro volta chiedere in prestito sui mercati, cosa che ha fatto salire il loro debito a livelli insopportabili. Sono state spese somme astronomiche (800 miliardi di dollari negli Stati Uniti, 117 milioni di sterline in Gran Bretagna) per impedire alle banche di sprofondare, il che ha gravato in proporzione le finanze pubbliche. In totale, tra il 2008 e il 2010, le quattro principali banche centrali mondiali (Riserva Federale, Banca Centrale Europea, Banca del Giappone e Banca d’Inghilterra) hanno iniettato 5.000 miliardi di dollari nell’economia mondiale. È stato il più grande trasferimento di ricchezza della storia, dal settore pubblico al settore privato! Le banche, quando hanno rimborsato, non lo hanno fatto alle quotazioni della Borsa. Gli Stati, indebitandosi massicciamente per salvare le banche, hanno permesso alle banche di rilanciarsi immediatamente nelle stesse attività, che in precedenza avevano finito col metterle in pericolo e si sono esposti da soli alla minaccia dei mercati e delle agenzie di rating.

Un’altra causa è evidentemente la recessione economica indotta dalla crisi, che ha diminuito le entrate degli Stati e li ha obbligati a moltiplicare ulteriormente il ricorso al prestito. La causa più lontana, però, risiede nelle politiche di deregolamentazione e nelle riforme fiscali (riduzione delle imposte sugli utili pagati dalle società private, in particolare dalle imprese più grosse; regali fiscali fatti ai più ricchi) adottate molto prima del 2008, dall’epoca di Reagan e della Thatcher.

L’aumento dell’influenza delle lobbies finanziarie sul personale politico ha causato la progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari, la quale, a sua volta, ha provocato l’esplosione dei profitti speculativi, drenando il capitale fuori dalla sfera produttiva. Il liberoscambismo ha, dal canto suo, favorito la concorrenza sleale dei Paesi che associano salari minimi e produttività elevata. La deregolamentazione, obbedendo alla logica del mercato mondializzato, come pure alle esigenze dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), è sfociata, sin dal 1999, nella soppressione di ogni significativa barriera doganale e nell’abolizione di fatto della preferenza comunitaria in Europa. La velocità con cui il capitale finanziario e i capitali speculativi possono ormai entrare o uscire dalle economie particolari ha ulteriormente aumentato la volatilità dei prezzi degli attivi e la gravità delle conseguenze della crisi.

Le conseguenze sono note: moltiplicazione delle delocalizzazioni, disindustrializzazione, riduzione dei salari, precarietà del lavoro e aumento della disoccupazione, cui si aggiunge la fuga dei capitali: in Francia, tra il 2000 e il 2008, hanno preso la strada dell’estero 388 miliardi di euro, con una media di 48,5 miliardi di euro all’anno (il che corrispondeva, nel 2008, al 2,5% del PIL). L’unico effetto dell’ondata di deregolamentazione, instauratasi a partire dall’inizio degli anni Ottanta, è stato, in realtà, quello di arricchire maggiormente i più ricchi, mentre le classi medie e popolari vedevano ogni anno i loro redditi ristagnare o abbassarsi. Le disuguaglianze dei redditi crescono ovunque, la disoccupazione aumenta, i guadagni della produttività e i salari medi divergono. La disoccupazione raggiunge oggi il 12% in Portogallo, il 14% in Irlanda, il 16% in Grecia, il 21% in Spagna. Globalmente, la parte dei profitti finanziari, tra cui l’accumulazione del valore aggiunto, è passata dal 10% degli anni Cinquanta al 40% e oltre di oggi.

pensiero-ribelleIl dominio della nuova oligarchia finanziaria sull’economia mondiale ha dunque continuato a rafforzarsi malgrado la crisi, come testimoniano i profitti di quelle stesse banche, che nel 2008 avevano assillato gli Stati chiedendo di essere aiutate a evitare il fallimento. Nel 2009, ossia dopo il collasso finanziario dell’anno precedente, la totalità degli attivi delle sei principali banche americane (Bank of America, JP Morgan, Citygroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley) ha rappresentato il 60% e passa del PNL nazionale, mentre nel 1995 ne rappresentava solo il 20% (1). Sempre negli Stati Uniti, un recente rapporto della Northeastern University dimostra che nel 2010 l’88% della crescita del reddito nazionale reale è servita a fare aumentare i profitti delle imprese, mentre i salari ne hanno beneficiato – se così si può dire – solo nella misura di poco più dell’1%. Nella storia americana, i lavoratori non avevano mai ricevuto una parte tanto minuscola dell’aumento del valore aggiunto. Si potrebbe qui parlare di “riproletarizzazione” del capitale produttivo a opera del capitale finanziario.

Gli effetti della concentrazione del capitale nelle mani di un piccolo numero di finanzieri sono stati studiati da Paul Jorion, il quale illustra bene come la moltiplicazione dei prodotti speculativi abbia facilitato l’insediamento di un’economia da casinò, che ha sistematicamente favorito i redditi degli speculatori a discapito dei consumatori e talvolta persino dei produttori (2). Parallelamente, la collusione tra i mercati finanziari e l’industria del crimine si accentua tutti i giorni. «Il mondo della finanza è eroso da potenti e discrete forze criminali, ma lo nega fortemente e anzi spende fortune per impedire che ciò emerga», scrive il criminologo Xavier Raufer, che aggiunge: «A causa della deregolamentazione mondiale, e poi della crisi, l’economia illecita (grigia o nera), che verso il 1980 costituiva circa il 7% del prodotto lordo mondiale, nel 2009 ne rappresentava forse il 15% (ossia l’equivalente del PNL dell’Australia)» (3).

Un’altra conseguenza particolarmente inquietante: la disindustrializzazione provocata dalla sconnessione dell’economia reale e dell’economia finanziaria, con l’esplosione dei profitti speculativi che ne deriva. Nell’insieme dei Paesi membri dell’OCSE, nello spazio di soli due anni sono stati distrutti circa 17 milioni di posti di lavoro industriali, di cui 10 milioni nei settori manifatturieri. Se vi aggiungiamo i 13-14 milioni di posti di lavoro soppressi nelle imprese di servizio cui il settore industriale faceva ricorso, si misura la gravità del fenomeno. La recessione industriale, talvolta ribattezzata pudicamente “terziarizzazione”, colpisce anche gli Stati Uniti, che oggi contano solo 11,6 milioni di posti di lavoro industriali contro i 19,5 milioni del 1979: ossia un calo del 40%, sebbene la popolazione abbia continuato ad aumentare. Resistono soltanto alcuni Paesi industrializzati – la Germania in prima fila – e certi settori, come quello delle industrie per la difesa.

Gli Stati Uniti, prima potenza economica mondiale, sono colpiti in pieno. Durante l’intero decennio scorso, avevano potuto fungere da motore del consumo mondiale solo spendendo molto più di quanto il loro reddito nazionale li autorizzasse a fare, e questa fu una delle cause dei deficit che registrarono nella loro bilancia dei pagamenti correnti. In altri termini, avevano consumato molto più di quanto producessero (la quota di consumo nel loro PIL, molto più elevata della maggior parte dei paesi europei, si situa intorno al 70%). Risultati: dei deficit storici e un colossale indebitamento. Attualmente, ogni spesa pubblica fatta negli Stati Uniti è finanziata dal prestito nella misura del 42%! Il 16 maggio, il debito americano ha sfondato il tetto dei 14.294 miliardi di dollari, il che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo dell’insolvenza. L’accordo politico, intervenuto in extremis l’1 agosto 2011 tra i repubblicani e i democratici, ha permesso di ricostruire questo tetto, ma la scadenza è soltanto differita. D’altronde, l’accordo verte solo sul debito dello Stato federale e sulla capacità del Tesoro di rimborsare coloro che prendono a prestito stampando carta moneta, mentre anche le finanze locali sono minacciate. Il presidente Obama ha dovuto impegnarsi in un piano di drastica riduzione della spesa pubblica, che dovrebbe tradursi in tagli operati non nel bilancio militare – più gigantesco che mai, con dei soldati impegnati su tre fronti (Iraq, Afghanistan e Libia) – ma nei servizi pubblici e nei programmi sociali. Queste decisioni non hanno impedito alle agenzie di rating di abbassare, per la prima volta nella storia, il “voto” degli Stati Uniti, il che ha provocato un nuovo minicrac borsistico.

ultimo-annoGli Stati Uniti, cui Vladimir Putin ha pubblicamente rimproverato, il 4 agosto 2011, non soltanto di vivere al di sopra dei loro mezzi, ma di vivere come «parassiti dell’economia mondiale», si ritrovano, in effetti, in una situazione catastrofica, a livello tanto dello Stato federale quanto degli Stati federati, 46 dei quali (tra cui l’opulenta California) sono ufficialmente in pieno fallimento o si trovano in grandi difficoltà. Da tre anni, il loro deficit di bilancio si situa tra il 9 e l’11% del PIL. Il deficit della loro bilancia dei pagamenti correnti ha raggiunto il livello record di 400 miliardi di dollari all’anno e la disoccupazione è intorno al 10%, cifra raramente vista oltre Atlantico. Essi inoltre, con gli oltre 300 miliardi di debiti verso il resto del mondo (a cominciare dalla Cina), sono diventati i principali debitori del globo. E poiché i loro creditori sono sempre più contrari all’idea di detenere del debito a lungo termine, debbono prendere a prestito a scadenza più breve, per finanziare i loro deficit, il che li rende più vulnerabili alla crisi. Di conseguenza, la fiducia nei confronti del dollaro si sta sciogliendo come neve al sole. Dalla fine del 2010 la Cina si sbarazza discretamente dei suoi titoli americani, i Buoni del Tesoro americani trovano sempre meno acquirenti ed è la stessa Riserva Federale ad acquistare la quasi totalità delle obbligazioni emesse oltre Atlantico. In altri termini, il valore del dollaro si mantiene solo grazie agli acquisti effettuali dai suoi stessi emittenti! In caso di improvvisa caduta del dollaro, però, la Cina e gli altri loro creditori certamente non accetterebbero di vedere crollare i loro attivi in dollari. Il problema è sapere che cosa esigeranno in cambio, economicamente e politicamente. Perché non l’abbandono della difesa di Taiwan da parte degli Stati Uniti?

Da due anni, la guerra finanziaria condotta dagli speculatori e dagli investitori istituzionali contro gli Stati è al culmine. Gli attacchi sui mercati finanziari assumono la forma di un aumento diretto o indiretto dei tassi di interesse, che i Paesi debbono pagare per prendere a prestito. Le indicazioni fornite dalle agenzie di rating determinano i bersagli e la strategia da adottare.

Le tre principali agenzie di rating – che rappresentano, da sole, il 95% del settore – sono Standard & Poors, Fitch Ratings e Moody’s. È interessante notare che solo recentemente sono state abilitate a valutare non soltanto la salute finanziaria delle banche e delle società private, ma anche quella degli Stati. E si sono subito date da fare, per svalutare la solvibilità dei prestiti statali. Il brutale calo delle principali piazze finanziarie, che nell’agosto del 2011 ha fatto seguito alla loro decisione di abbassare il voto degli Stati Uniti, è sufficiente a dimostrare l’influenza che esse esercitano. Il problema che si pone è quello della loro indipendenza, dato che sono finanziate dagli stessi istituti di cui valutano la solvibilità: sono le banche a pagarle per valutare i loro prodotti.

La maggior parte dei debiti pubblici si trova oggi nei conti delle banche che hanno continuato ad acquistarne dal 2008, senza preoccuparsi oltremisura della fragilità delle finanze pubbliche, aggravata dalla recessione e dalla crisi. Questi acquisti di debito pubblico sono stati finanziati dal denaro, che le banche potevano procurarsi presso la Banca Centrale Europea (BCE) pressoché a costo zero. In altri termini, le banche hanno prestato agli Stati, a un tasso di interesse variabile, delle somme che hanno preso in prestito per quasi niente. Ma perché gli Stati non possono essi stessi procurarsi le somme in questione presso la Banca centrale? Semplicemente perché è loro proibito!

Nel gennaio del 1973, il governo francese, su proposta di Valéry Giscard d’Estaing, al tempo Ministro delle Finanze, fece adottare una legge di riforma degli statuti della Banca di Francia, in base alla quale «l’Erario non può presentare propri effetti allo sconto della Banca di Francia» (art. 25), il che significa che è ormai vietato alla Banca di Francia accordare prestiti – per definizione non gravati di interesse – allo Stato e che, di conseguenza, quest’ultimo è obbligato a prendere a prestito sui mercati finanziari al loro tasso di interesse. Le banche private, invece, possono continuare a prendere in prestito dalla Banca Centrale Europea (BCE) a un tasso irrisorio (meno dell’1%) per prestare agli Stati a un tasso variante tra il 3,5% e il 7%. Con il trattato di Maastricht (art. 104) e il trattato di Lisbona (art. 123), questa misura è stata generalizzata in tutta l’Europa. Gli Stati europei, dunque, non possono più prendere a prestito presso le loro banche centrali. È una svolta capitale, di cui misuriamo oggi le conseguenze. Come ha scritto Léon Camus, la decisione presa nel 1973 equivaleva a dire che «lo Stato abbandona il diritto di “battere moneta” e trasferisce questa facoltà sovrana al settore privato, di cui diventa volontariamente debitore».

Meglio ancora: nell’autunno del 2010, l’Unione europea ha anche accettato il fatto che le obbligazioni sottoscritte dal nuovo Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF) non fossero più considerate dei crediti privilegiati, il che significava che gli Stati europei rinunciavano a esigere di essere rimborsati prima dei creditori privati. Ormai, il salvataggio delle banche prevale legalmente sul denaro dei contribuenti!

I Paesi più indebitati (Grecia, Irlanda, Portogallo ecc.) possono prendere a prestito solo sui mercati finanziari a breve termine (tre mesi o sei mesi). Se volessero prendere a prestito sui mercati finanziari o dalle banche a cinque o dieci anni, dovrebbero accettare un tasso di interesse del 14-17%, per essi insostenibile. Gli unici organismi disponibili a fare loro prestiti a lungo termine sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea (BCE), che accettano di prestare al 3,5-4%, ma esigendo come contropartita drastiche misure di austerità, le cui principali vittime sono le classi popolari. Orbene, queste misure diminuiscono l’attività economica, e questo riduce ulteriormente la capacità di rimborso degli Stati.

I mercati finanziari assicurano comunque che l’austerità riporterà la fiducia e che la fiducia genererà la crescita. In realtà, è vero il contrario, perché l’austerità ha come conseguenza immediata una diminuzione dei redditi, la quale esercita meccanicamente una pressione deflazionistica sul potere d’acquisto, e dunque sulla domanda, il che non può che frenare la crescita e fare diminuire ulteriormente la solvibilità degli Stati. I piani di austerità rientrano, in realtà, nell’ambito di quella “strategia dello shock” che è stata descritta da Naomi Klein. In Francia, per esempio, non riuscendo a “ritrovare la crescita”, il governo francese non avrà altra scelta che aumentare le imposte e/o l’IVA, senza che questi prelevamenti si traducano in un miglioramento dei servizi pubblici, dato che saranno destinati al debito. I servizi pubblici subiranno, al contrario, dei contraccolpi negativi, perché, dopo il prolungamento dell’età pensionistica, si parla ora di effettuare dei tagli nei servizi sociali e sanitari.

In tutti i Paesi si ritrova lo stesso schema. In definitiva, si tratta sempre di salvare gli Stati solo per evitare un nuovo crollo della finanza mondiale; per questo motivo, le esigenze dei creditori hanno sistematicamente il sopravvento su quelle dei cittadini. Ne consegue che ci sono solo due possibilità: o le misure di austerità diventano talmente pesanti da provocare una rivolta generalizzata, o il debito aumenta in proporzioni tali da diventare definitivamente inesigibile e le situazioni di cessazione di pagamento si moltiplicano. L’esigenza di misure di austerità si è già rivelata inoperante in America Latina e in Asia. Le cose non andranno meglio in Europa.

L’opinione pubblica ne è consapevole. Sin d’ora, «gli indici di fiducia delle famiglie sono inferiori alla media storica in tutti i grandi Paesi occidentali, senza eccezioni» (4). Un sondaggio IFOP, reso pubblico nel giugno del 2011 dagli economisti riuniti sotto la bandiera del «Manifesto per un dibattito sul libero scambio», ha rivelato che un’ampia maggioranza di francesi è ormai favorevole al protezionismo e perfettamente cosciente dei «danni della mondializzazione»: oltre il 70% di essi ritiene che l’apertura delle frontiere abbia avuto solo conseguenze negative sull’occupazione (84%), sul livello dei salari (78%) e sui deficit pubblici (73%); il 65% si dichiara apertamente favorevole a un aumento delle tasse doganali, e questo a prescindere dal colore politico (69% a sinistra, 72% a destra, 69% al Front National, 75% all’UMP!).

L’affaire greco è un esempio evidente di ciò che attende gli Europei.

Inizialmente, l’euro sembrava offrire ai Greci la cuccagna di una moneta stabile e di un credito quasi illimitato, il che risparmiava loro il compito di dovere correggere i gravi difetti della propria economia. Essi furono ipnotizzati da una crescita ingannevole, stimolata unicamente dal ricorso al prestito; l’euro, però, si è rivelato molto presto una trappola: fabbricando pochi prodotti dal forte valore aggiunto, i Greci non sono stati in grado di esportare e, non avendo essi più una moneta nazionale da svalutare, il prestito e l’occupazione sono naturalmente diventati le principali variabili di aggiustamento.

Oggi, l’ammontare del debito pubblico greco è di almeno 350 miliardi di euro, corrispondenti a oltre il 160% del suo PIL, con un deficit della bilancia delle transazioni correnti vicino al 10%, cui si devono aggiungere, evidentemente, il debito delle imprese, finanziarie o no, e quello delle famiglie. Senza dimenticare la fuga dei capitali, che la perdita di fiducia nei confronti delle banche greche ha largamente favorito: Dimitri Kousselas, Segretario di Stato al Ministero greco delle Finanze, valuta in 280 miliardi di euro, ossia il 120% del PIL, il solo ammontare dei fondi ellenici trasferiti in Svizzera!

Non potendo più, a causa della loro situazione, finanziarsi a lungo termine sui mercati finanziari, i Greci si sono rivolti al FMI e al’Unione Europea. Una prima richiesta di soccorso è sfociata, nell’aprile del 2010, nello sblocco di un aiuto di 110 miliardi di euro in tre anni: 80 miliardi stanziati direttamente dagli Stati della zona euro o attraverso meccanismi europei, essendo il contributo di ogni Paese calcolato sulla base della sua partecipazione al capitale della BCE – ossia, per la Francia, 16,8 miliardi di euro (il 21%), l’equivalente di un terzo dell’imposta sul reddito – e 30 miliardi stanziati dal FMI. Molto presto, però, è apparso chiaro che questa somma non sarebbe bastata. Nel luglio del 2011, al vertice di Bruxelles, un nuovo piano di salvataggio ha previsto la concessione alla Grecia di 109 miliardi di euro supplementari, di cui 79 miliardi provenienti dal FMI e dal Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), creato alcuni mesi prima, e 30 miliardi da un piano di privatizzazioni.

In questo affaire, le banche tedesche e francesi sono le più esposte. Alla fine del 2010, gli istituti francesi possedevano già nei loro bilanci 15 miliardi di debito pubblico greco (4,5 miliardi per BNP-Paribas, 2,5 miliardi per la Société générale, 2 miliardi per Groupama ecc.). L’esplosione del Crédit Agricole passa attraverso la sua filiale greca Emporiki, sesta banca del Paese, che possiede da sola 21,1 miliardi di euro di investimenti. Salvare il debito greco equivale allora a salvare le banche francesi (il che spiega il fatto che l’agenzia Moody’s abbia già posto tre di esse sotto “sorveglianza negativa” a causa della loro esposizione al rischio greco). La Francia prende dunque in prestito dalle banche del denaro, che sarà poi dato alla Grecia per rimborsare le banche! È una situazione quasi surreale, ma che ci consente di valutare, nello stesso tempo, quali sarebbero, per gli istituti finanziari francesi, le conseguenze di un fallimento definitivo della Grecia. Se il mancato pagamento si propagasse ad altri Paesi, l’insieme del sistema bancario europeo potrebbe ritrovarsi insolvente.

Al vertice di Bruxelles, mentre la Germania aveva proposto una “condivisione del dolore” (haircut) tra creditori pubblici e privati della Grecia, affinché i contribuenti europei non fossero gli unici ad assumere il fardello del debito greco, il salvataggio dell’economia greca è stato concepito in modo da risparmiare il più possibile le grandi banche. Subito esonerate dalla tassa bancaria che avrebbe potuto colpirle, queste ultime si sono viste accordare tre opzioni: vendere le loro obbligazioni al prezzo di mercato al FESF, scambiarle contro obbligazioni a 30 anni a condizioni non precisate, o semplicemente procrastinare il loro debito quando arriverà a scadenza (in questi ultimi due casi, il debito non sarà ridotto, ma soltanto scaglionato nel tempo). Ci si è anche ben guardati dal toccare le prerogative della Banca Centrale Europea, che avrebbero potuto essere estese al riscatto parziale del debito (5). In definitiva, saranno i contribuenti a pagare per i Greci. Le banche, sostenute dalle banche centrali, dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating, si ritrovano più che mai in posizione di forza, e dunque in una situazione privilegiata per alzare la posta in gioco. Ciò ha loro permesso di esigere a Bruxelles, mentre cercavano di smantellare le regole prudenziali adottate nel quadro di Basilea III, di ottenere il massimo di garanzie e di interessi come prezzo delle loro partecipazioni future. Nel 2008, gli Stati si erano indebitati per salvare le banche. Nel 2011, inventando nuove istituzioni ritenute in grado di aiutare gli Stati, le hanno salvate una seconda volta.

Come contropartita dell’aiuto portato alla Grecia, le istituzioni europee e il FMI hanno preteso da questo Paese drastici piani di austerità e di economie: ondate di privatizzazioni senza precedenti dei servizi pubblici negli aeroporti e nei porti (quello del Pireo è già sotto controllo cinese) passando per le industrie della difesa, deregolamentazione generalizzata, riduzione del numero dei funzionari, diminuzioni dei salari, riforme fiscali di cui faranno le spese le classi medie e popolari e tagli severi nei programmi sociali, nelle pensioni e nei bilanci della sanità ecc.; tutte misure che dovrebbero tradursi in un calo del potere d’acquisto di quasi il 40%, un costo sociale che nessun popolo ha mai dovuto subire in tempo di pace. In queste condizioni sarà facile, per dei gruppi stranieri, ricomprare il Paese a basso prezzo e reinvestire altrove i propri utili. Si sa già che i “piani di salvataggio” applicati alla Grecia dovrebbero fare passare la quota del debito ellenico nelle mani dei contribuenti stranieri al 64% nel 2014, contro il 26% del 2010. Nell’immediato, ci si orienta verso la vendita all’incanto dei beni del Paese. Proprio come hanno dichiarato, con cinismo, i deputati tedeschi Josef Schlarmann (CDU) e Frank Schäffler (FDP): «Per rimborsarci, i Greci debbono solo vendere le loro isole e i loro monumenti!».

In realtà, non si fa altro che rinviare le scadenze, dato che nessuna delle misure prese è in grado di eliminare le cause prime del fallimento greco. Poiché ogni nuovo prestito alla Grecia sfocia in un’ulteriore contrazione dell’attività economica, il problema si aggrava, invece di risolversi. L’aiuto finanziario accordato alla Grecia somiglia all’aiuto militare accordato all’Afghanistan, nel senso che permette solo di guadagnare tempo. Aggiunti ai differenziali d’inflazione del passato, la sopravvalutazione cronica dell’euro, l’aggravamento dei deficit e l’appesantimento dei debiti esteri che ne derivano non possono che finire per riproporre a breve il problema, dato che le stesse cause generano meccanicamente gli stessi effetti. Ci sono tutte le possibilità perché la Grecia debba, tra non molto, scegliere tra l’uscita dall’euro o l’impoverimento generalizzato della sua popolazione.

Le conseguenze della crisi greca sono tanto più degne di nota in quanto la Grecia rappresenta solo il 2,5% del PIL della zona euro. La sua economia è sei volte meno importante di quella di un Paese come l’Italia. Che cosa accadrà, quando si tratterà di salvare dei Paesi di dimensioni molto più grandi? La situazione può evolvere molto rapidamente. Non dimentichiamo che Paesi come l’Irlanda e la Spagna, oggi in prima linea, erano ancora poco tempo fa considerati debitori particolarmente sicuri in ragione dei loro eccedenti di bilancio: nel 2007, il bilancio irlandese era in equilibrio, il deficit del Portogallo non superava il 2,6% e la Spagna registrava un eccedente di bilancio del 2%. Da qui la paura di un contagio della crisi. A essere oggi in gioco, non è più la situazione della Grecia o del Portogallo, ma il prossimo ingresso della Spagna e dell’Italia, se non addirittura della Francia e della Gran Bretagna, nella zona delle tempeste. Philippe Dessertine, direttore dell’Istituto dell’alta finanza e professore a Paris-X, ritiene che la Francia sia «il prossimo Paese sulla lista»: «Il problema non è tanto sapere se saremo toccati», dice, «ma quando».

Secondo l’OCSE, affinché il debito pubblico della Francia ritorni al livello del 60% del PIL, le amministrazioni pubbliche dovrebbero realizzare un eccedente di bilancio per almeno dieci anni. Ora, l’ultimo bilancio eccedentario risale al 1974! Per migliorare la situazione, esistono, in linea di massima, solo due possibilità: aumentare le risorse dello Stato o diminuire le spese pubbliche. L’aumento dei prelevamenti obbligatori è difficilmente ipotizzabile, in un Paese che è già il più tassato al mondo tra i Paesi sviluppati. Quanto alle spese pubbliche, che rappresentano in Francia il 56,2% del PIL e quindi sono di gran lunga maggiori rispetto a quelle della Germania (46,6%) o anche della Spagna (45%), nessuno sa molto bene come ridurle per farle tornare alle giuste proporzioni.

Quando il debito pubblico diventa insostenibile – ossia quando il tasso di indebitamento supera il 35% del PNL – gli Stati possono scegliere solo tra il ricorso all’inflazione (ed è ciò che è accaduto in Germania sotto la Repubblica di Weimar) o l’insolvenza. L’instaurazione dell’euro ha reso impossibile il ricorso alla stampa di moneta cartacea. In effetti, la storia moderna dimostra che, al di là di una certa soglia, un debito troppo elevato conduce quasi ineluttabilmente al fallimento. Tenuto conto dei danni provocati dal solo affaire greco, non si vede come le istituzioni europee potrebbero fronteggiare una serie di insolvenze sovrane, successive o simultanee, di ampiezza molto più grande. «Nella presente realtà europea», scrive Frédéric Lordon, «al moltiplicarsi del numero di coloro che vengono soccorsi corrisponde una diminuzione dei soccorritori, anche perché questi ultimi vanno a raggiungere i precedenti nella loro categoria», il che equivale a dire che «gli splendidi meccanismi dei mercati di capitali concorrono con rara eleganza all’organizzazione del peggio, rendendo insolubile la crisi dei debiti da essi stessi partorita» (6).

Una cosa è sicura: in Europa ci dirigiamo verso la messa in opera di una generale politica di austerità, le cui principali vittime saranno le classi popolari e medie, con tutti i rischi inerenti a una simile situazione. Quando nuovi Paesi si ritroveranno in stato di insolvenza, i cittadini dell’intera Unione Europea saranno ancora invitati a pagare il conto. Orbene, diciamolo chiaramente: nessun Paese ha oggi i mezzi per bloccare l’aumento del suo debito nella percentuale del suo PIL, nessuno ha i mezzi per rimborsare il capitale del suo debito. Malgrado tutte le manovre ritardanti, sembra ineluttabile un’esplosione generalizzata nel giro di due anni. Come molti altri, Jean-Luc Gréau ritiene impossibile un ripristino spontaneo del sistema (7). L’economista Philippe Dessertine arriva fino a prevedere una «profonda crisi geopolitica, che potrebbe sfociare in una guerra mondiale» (8): parole che possono sembrare allarmistiche, ma il sistema capitalistico non ha mai indietreggiato davanti all’eventualità di una guerra, quando questa era l’unica maniera che gli restava per proteggere i suoi interessi. Che cosa accadrebbe, se la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, si ritrovasse insolvente? In Europa, lo status quo attuale porta diritto, con i suoi effetti cumulati, a una depressione di ampiezza mai vista finora. Il 2012 sarà terribile!

I politici hanno ceduto il dominio della finanza ai mercati. I mercati, dal canto loro, sostenevano che gli affari finanziari erano troppo seri per essere lasciati in balia degli umori mutevoli dei politici. Si è visto il risultato: fallimenti a catena, crisi finanziaria mondiale, inflazione di debiti privati e pubblici. La finanza privata appare fin d’ora come responsabile della più enorme crisi della storia del capitale. Come se ne può uscire?

Le soluzioni, purtroppo, sono teoriche. Sul piano tecnico, sarebbe perfettamente possibile costringere le banche a fare passare per perdite e profitti una serie di elementi dei loro bilanci che corrispondono ad altrettanti crediti dubbi o illegittimi. Si potrebbe anche imporre una nuova disciplina bancaria, che vietasse alle banche d’affari di fondersi con le banche di deposito. All’epoca del New Deal, Roosevelt aveva già fatto adottare il Glass-Steagall Act, che imponeva al settore bancario di scindersi in banche d’affari e di investimento, da un lato, e banche di risparmio e di deposito dall’altro (questa disposizione è stata soppressa dall’amministrazione Clinton). Si potrebbe immaginare una politica fiscale, che permettesse di controllare meglio i movimenti di capitali a breve termine e di obbligare la BCE a finanziare il riacquisto a opera degli Stati di una parte del loro debito, o addirittura di sdoppiare il sistema dei tassi di interesse, in modo da distinguere bene il tasso di interesse “produttivo” e quello “speculativo”. La legge del 1973, che vietava alla Banca di Francia di acquistare buoni del Tesoro dovrebbe, evidentemente, essere abolita. Una misura più radicale sarebbe la nazionalizzazione pura e semplice, senza indennizzo, del settore bancario e di altri settori chiave dell’economia. Frédéric Lordon, che ha preso posizione per la nazionalizzazione del sistema bancario e la “comunalizzazione” del credito, fa di questi provvedimenti altrettanti preliminari all’ulteriore mutazione del credito in un sistema davvero socializzato. Il giorno in cui vedremo queste cose è però ancora lontano, dato che nessun Stato ha la minima intenzione di entrare in guerra aperta contro la finanza, anche (e soprattutto) quando quest’ultima l’ha dissanguato.

Sottomettere “dall’alto” i mercati internazionali a una nuova regolamentazione globale di tipo keynesiano è ormai quasi impossibile: nelle condizioni attuali, essa implicherebbe la creazione di tribunali in grado di esporre i mercati a vere sanzioni penali – ad esempio, in caso di speculazione su un bene collettivo come una moneta nazionale o di strumentalizzazione di un debito pubblico per organizzare il saccheggio di un paese – ma con ciò si resta nell’ambito del pio desiderio. La soluzione consiste piuttosto nel ricentrare l’Europa su se stessa, con una rafforzata cooperazione intorno a un “nocciolo duro”» di alcuni suoi membri.

Come scrive ancora Frédéric Lordon, «il ritorno a una regolazione “seria” è ipotizzabile solo su scala regionale», ossia su spazi geograficamente limitati, ma anche politicamente chiusi da un principio di sovranità, qualunque sia la scala di quest’ultimo. Delle misure restrittive possono essere esecutive soltanto in tali limiti. In questo quadro, la soluzione non passa soltanto attraverso misure tendenti all’imposizione politica degli eccessi del capitale, ma anche attraverso la rilocalizzazione delle imprese, con il sostegno di incentivi fiscali, il ricentraggio della produzione e del consumo economico, il localismo, la regolamentazione regionale ecc.: tutte misure equivalenti a una certa forma di “deglobalizzazione” (9).

Tornare sulle liberalizzazioni generalizzate, a cominciare da quelle dei capitali e dei mercati di beni e servizi, permetterebbe di andare oltre; ma ciò esigerebbe, insieme a una volontà politica che oggi manca (10), l’abbandono definitivo del paradigma ideologico attualmente dominante. «Nel cuore stesso dell’ideologia capitalistica», ricorda opportunamente Raoul Weiss, «si trova il rifiuto viscerale dell’unificazione politica degli spazi unificati de facto dall’economia» (11). Dall’epoca di Adam Smith, di David Hume e di Bernard de Mandeville, e poi di Ricardo, la teoria dei “mercati liberi” si fonda sull’abbandono, da parte degli Stati, della loro sovranità nazionale; farla finita con questa situazione equivarrebbe a rompere con tutti i presupposti liberali sulla “mano invisibile”, sulla “libertà dei mercati”, sulle “anticipazioni razionali”, sul ruolo “fondatore” della concorrenza “spontanea”, sui benefici della “flessibilità” e del libero scambio, sulla teoria “dell’equilibrio automatico” del commercio internazionale eccetera. Equivarrebbe a mostrare che tutte queste teorie si fondano non su “leggi naturali”, ma su ipotesi irrealistiche (informazione perfetta e immediata degli attori economici, aggiustamento spontaneo dell’offerta e della domanda ecc.), che ne distruggono la presunta scientificità.

Nell’immediato, la contestazione dell’“alta finanza” o dei mercati finanziari internazionali non ha alcun interesse, se viene fatta, come si vede spesso a destra, per favorire al contempo i piccoli capitalismi nazionali, industriali e “non finanziari”, che smetterebbero di costituire dei sistemi di sfruttamento del lavoro vivo, una volta che le loro attività fossero inserite nel quadro nazionale. E non ha alcun interesse anche se viene fatta, come si vede spesso a sinistra, per opporre ai maneggi del capitalismo liberale una semplice retorica “cittadina”, il più delle volte separata dal popolo, fondata sull’“indignazione” moralistica, sul riformismo compassionevole e sulla solidarietà con gli “esclusi” (termine preso a prestito dal lessico “umanitario”, per non dovere più parlare dei lavoratori o del proletariato).

Non sarà certamente limitandosi a “indignarsi”, come è considerato di buon gusto fare oggi, che si cambieranno le cose. L’indignazione che non sfocia nell’azione concreta è soltanto un modo comodo di sentirsi a posto con la coscienza. Solo l’intervento risoluto delle classi popolari e delle classi medie nella battaglia può dare all’“indignazione” suscitata dalle pratiche della Forma-Capitale, o semplicemente al malcontento antibancario, la base sociale che fa loro ancora difetto; questo, comunque l’azione da condurre si situi, al di qua o al di là dei limiti della legalità borghese.

Note

1) Cfr. PBS+Global Research, 16 aprile 2010. Nel primo trimestre del 2010, l’80% dei 10 miliardi di euro di redditi, transazioni e investimento, guadagnati dalla celebre banca Goldman Sachs, sono il risultato di operazioni effettuate a suo nome e non a nome dei clienti; questo, d’altronde, non le ha impedito di subire un tasso di imposizione irrisorio, che ha portato il settimanale Newsweeck a parlare di «fallimento morale di Goldman Sachs». Cfr. anche “La fallite morale de Goldman Sachs”, in Courrier international, 6 maggio 2010. All’inizio del giugno 2011, la Goldman Sachs è stata oggetto di una richiesta di informazioni da parte del procuratore di Manhattan, al fine di valutare il suo coinvolgimento nella crisi immobiliare del 2007. La banca aveva allora scommesso sul crollo del mercato immobiliare, continuando al contempo a vendere dei subprimes adulterati. Henry Paulson, nel 2006 nominato Segretario al Tesoro da George W. Bush, è un ex presidente della Goldman Sachs. L’ex Commissario europeo Mario Monti ne è uno dei consiglieri dal 2005, ruolo rivestito anche dall’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi. La banca è molto generosa, con coloro che la servono: i suoi cinque principali dirigenti nel 2010 hanno ricevuto circa 70 milioni di dollari di salari e bonus; il suo direttore esecutivo, Loyd Blankfein, ha ricevuto 14,6 milioni di dollari.

2) Paul Jorion, Le capitalisme à l’agonie (Fayard, Parigi 2011). L’autore descrive in particolare la pratica del day-trading, cioè l’azione cumulata di coloro che intervengono sui mercati finanziari per spiare i movimenti dei grossi speculatori e mettersi sulla loro scia, trasformando così certe transazioni in un’immensa onda anomala, che falsa completamente la valorizzazione dei titoli.

3) Sécurité globale, estate 2011, p. 59.

4) Jean-Luc Gréau, « Le rétablissement ou la rechute? », in Le Débat, settembre-ottobre 2010, p. 41.

5) L’indipendenza della BCE, che si era opposta in anticipo a ogni riassetto del debito greco suscettibile di somigliare a qualcosa di simile a un credito, costituisce d’altronde un problema. Si sa che il suo nuovo direttore, Mario Draghi, subentrato nel giugno del 2011 a Jean-Claude Trichet, aveva occupato fino a quel momento il posto di governatore della Banca d’Italia. Ora, il personaggio è molto controverso. A capo del Tesoro italiano, ha svolto un ruolo importante nelle grandi privatizzazioni decise in Italia al momento del passaggio all’euro; ma soprattutto, dal 2002 al 2005, è stato vicepresidente internazionale preposto all’Europa della banca americana Goldman Sachs, istituto direttamente coinvolto nella crisi greca, avendo, nel 2001, aiutato la Grecia a dissimulare l’ampiezza del suo debito (in cambio di una commissione di 300 milioni di dollari!). Si fatica a credere che domani saprà opporsi a ciò di cui ieri è stato il promotore.

6) « La pompe à phynance », blog di Le Monde diplomatique, 2 dicembre 2010.

7) Art. cit.

8) Le Point, 13 luglio 2011.

9) Cosa che purtroppo non vogliono comprendere certi sostenitori di “un’altra globalizzazione”, per i quali la “de globalizzazione” è soltanto un sinonimo di “ripiego nazionale”. Si legga l’eccellente risposta data loro recentemente da Frédéric Lordon, il quale sottolinea che l’espressione “globalizzazione liberale” non è altro che un pleonasmo e che coloro che vogliono la prima senza la seconda si espongono a serie delusioni (“Qui a peur de le démondialisation?”, blog di Le Monde diplomatique, 13 giugno 2011).

10) Cfr. Henry A. Giroux, Zombie. Politics and Culture in the Age of casino Capitalism, Peter Lang, New York 2010.

11) “Le gauchisme, garant de la transitio imperiorum oligarchique”, sito “La Pensée libre”, giugno 2011.

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Il presente articolo, estratto dal capitolo VI del libro Sull’Orlo del Baratro. Il fallimento annunciato del sistema denaro, Prefazione di Massimo Fini, Arianna Editrice, 2012, è stato tratto dal sito della Arianna Editrice.

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Da oltre trent'anni, Alain de Benoist conduce metodicamente un lavoro di analisi e riflessione nel campo delle idee. Scrittore, giornalista, saggista, conferenziere, filosofo, ha pubblicato oltre 50 libri e più di 3000 articoli, oggi tradotti in una quindicina di lingue diverse. I suoi argomenti d'elezione sono la filosofia politica e la storia delle idee, ma è anche autore di numerose opere in materia di archeologia, tradizioni popolari, storia delle religioni e scienze umane.

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