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Daniel S. Berman, cardiochirurgo

24 novembre 2009 (18:29) | Autore:

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Daniel S. Berman
Lione, 1932 – Boston 2005
cardiochirurgo

Da tanti anni Solveig Hansen è la mia Assistente.
Tra noi non c’è nulla, o, credo adesso, molto di più di quanto possa mai esserci tra un uomo e una donna.
Conosco i suoi figli, la sua casa dal grande giardino, fuori città, la vecchia madre che la tratta a volte ancora come una bambina senza che questo le dispiaccia.
assistenteQuando nella sala operatoria tutto è preparato, il petto di un uomo è offerto là sopra, come su un altare e tutti in piedi e in silenzio attendono il mio ordine io guardo lei, Solveig.
Guardo nei suoi occhi, impersonali e tanto più vasti di lei, tra le strisce della maschera di garza.
Non inizierei mai senza le sue parole, le stesse parole mute che attendo ogni volta perché risuonino in me: “Daniel, so cosa provi ora, cosa proverai tra poco. Conosco i lampi di luce e quelli del male, che tracciano i cieli della tua coscienza e dei tuoi sensi. Che anche oggi tu possa vivere queste ore pienamente, vedendo ed abbracciando tutto. Io sarò qui, vicina.
Hai il mio assenso, il mio aiuto, il mio amore”.
Quieto, alzo allora la mano sinistra e tutto ha inizio.
Ognuno è pronto, le macchine ricevono i nostri comandi.
Il bisturi vibra illuminato dalle potenti scialitiche, da ogni lato, senza ombre, sino a trasformarsi in un corto raggio d’argento.
Incisa, la carne pare dapprima opporsi, soffrendo.
Il sangue viene immediatamente aspirato, la lama attraversa uno strato più grasso, sotto l’epidermide, poi penetra senza più alcuna resistenza.
Allora, con un gesto che ogni volta mi pare ad un tempo tremendo e bellissimo, il gesto esattamente necessario, apro quel petto.
Provo un brivido, che contiene tanto e un piacere segreto che dilaga toccando e scurendo ogni altro sentire.
I lembi del taglio vengono divaricati, appaiono le fibre, i nervi e le vene, il fragile scudo del costato.
E là, tra le nubi dei due polmoni, pulsante, segreto, come una stella che splenda senza poter essere mai vista, il cuore.
Vorrei dire a tutti quelli che sono nella stanza: inchinatevi!
Inchinatevi.
Un Angelo ha formato quel muscolo che batte e batte, ha tracciato l’anello dell’aorta, ha teso la vena cava, posto gli organi nel corpo come pianeti in un cielo, infine il Suo sigillo sulle labbra, gli occhi, la fronte dell’uomo.
Guardo quel viso nel sonno, oltre il telo verde, e poi di nuovo il cuore e ogni volta credo di poter vedere in uno dei suoi atrii un diamante minuscolo e di insostenibile fulgore: l’Anima.
Immagino di poterLa sfiorare con la punta dell’indice e così di conoscere il Suo Signore e i Suoi segreti come conosco quelli del corpo.
Tutti mi guardano, attendono che il mio silenzio finisca.
Solo lei, Solveig, sa ciò che provo.
Mi riscuoto e compio il mio lavoro, che dura ore.
Quando tutto è finito è sera.
Lasciamo l’Ospedale, io e lei, verso altre visioni, verso altri sogni.


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