Credere nel progresso è un atto di fede, non diverso né migliore di qualsiasi altro

La modernità vive all’ombra di una speciale religione e la vive con fervore e con abbandono straordinari: la religione del progresso. Da quando i protagonisti della cosiddetta Rivoluzione scientifica, prima, e i libertini e gli illuministi, poi, hanno operato il cambio di paradigma della civiltà occidentale e sostituito il culto della ragione umana a quello di un Dio trascendente (esattamente ciò contro cui metteva in guardia Dante Alighieri con l’apologo del “folle volo” di Ulisse), l’ideologia del progresso illimitato ha assunto via via i caratteri di una vera e propria nuova religione.

Il Pensiero Unico oggi dominante ha cercato di dissimulare questo fatto, presentando la marcia trionfale del Progresso come un atto di emancipazione della ragione umana da ogni forma di fideismo e di superstizione; ma non ha potuto, né potrebbe, nascondere la vera essenza di quel movimento dello spirito occidentale, vale a dire l’abbandono cieco ad una verità non dimostrata e non dimostrabile, quale è appunto l’idea di progresso.

Se, infatti, si domanda ai volonterosi seguaci della nuova religione in che cosa si distinguerebbe, dal punto di vista critico, la moderna fede nel progresso dall’antica fede in un ordine soprannaturale, questi non sanno che rispondere e si limitano, tutt’al più, a sbandierare i supposti trionfi della scienza e della tecnica, sostenendo che essi sono qualcosa di reale e di efficace, a differenza delle antiche credenze religiose.

Si tratta però, a ben guardare, di una argomentazione decisamente misera: un paradigma culturale non può giudicare un altro paradigma, perché muove da presupposti totalmente diversi: perciò, il moderno meteorologo che procura la pioggia artificiale con i cristalli di ioduro d’argento dovrebbe levarsi quel sogghigno dalla faccia, quando gli si parla della danza della pioggia da parte dello stregone di un villaggio degli indiani hopi.

In un paradigma olistico e spirituale, tutte le cose sono legate l’una all’altra e la forza di un rito magico-religioso per ottenere la pioggia possiede la stessa dignità culturale di un intervento specialistico basato sulla chimica; anzi, a nostro avviso, semmai possiede una dignità maggiore, almeno dal punto di vista sociale, dato che si basa sul coinvolgimento solidale di tutte le energie psichiche e spirituali del gruppo in una questione di interesse collettivo, e ciò in una prospettiva di interdipendenza fra mondo visibile e mondo invisibile; mentre, nell’altro caso, tutto si riduce all’azione mirata di pochi tecnici, che agiscono manipolando metodologie sconosciute alla grande massa della popolazione e che potrebbero essere usate tanto per il bene, quanto per il male, dal momento che non esistono forme di bilanciamento al loro potere decisionale.

Quanto ai risultati, è tutto da vedere se la danza della pioggia degli hopi produca risultati minori della moderna tecnica della pioggia artificiale; e la stessa cosa vale, ad esempio, in un confronto tra i risultati della medicina occidentale moderna, basati sui farmaci chimici e sulla chirurgia, e quelli delle medicine tradizionali, basati sulle sostanze naturali e sul coinvolgimento dei fattori spirituali e religiosi sia da parte del malato, sia dell’intera comunità che partecipa ai riti di guarigione.

In conclusione: credere nell’uno o nell’altro sistema per favorire la pioggia in tempi di siccità, così come credere nell’uno o nell’altro metodo per curare un individuo colpito dalla malattia, è un fatto di fede, puramente e semplicemente: e non vi è alcuna ragione intrinseca per affermare che un metodo sia migliore dell’altro o preferibile in assoluto; bensì vi sono soltanto delle ragioni estrinseche: quelle del paradigma che crede se stesso più forte, più vero, più capace di manipolare la realtà a proprio talento. In altre parole, è solo l’arroganza della modernità che induce i membri della nostra cultura a sopravvalutare ogni nuovo risultato della scienza e della tecnica e a disprezzare i risultati conseguiti, nel campo della conoscenza così come in quello pratico, all’interno dei paradigmi pre-moderni.

Ritenere che la malattia di un organismo sia il prodotto di una aggressione virale o microbica, oppure di una aggressione degli spiriti maligni, è solo e unicamente una questione di preferenze soggettive; e, quanto ai risultati, è vero che la medicina occidentale moderna ne ha ottenuti di grandi, ma è altrettanto vero che essa ha introdotto nuove malattie in luogo di quelle sconfitte (le malattie iatrogene e quelle collaterali), fondamentalmente perché, nel suo riduzionismo, non ha saputo vedere nel soggetto malato una unità psico-fisica, ma soltanto una somma di organi slegati, in omaggio al dualismo cartesiano di “res extensa” e “res cogitans”.

La medicina delle culture pre-moderne era essenzialmente una medicina preventiva, basata su regole dietetiche, su stili di vita, su una stretta correlazione tra uomo e ambiente, tra corpo e spirito: e, pertanto, i suoi risultati dovrebbero essere valutati con un criterio diverso da quello odierno: non in base al numero delle guarigioni di individui ammalati, ma dal numero di individui che riuscivano a conservare un buon grado di salute naturale per gran parte della loro vita, arrivando spesso ad una vecchiaia inoltrata e con un grado invidiabile di salute fisica e mentale (mentre noi abbiamo allungato i tempi della vita media, ma non della vita in assoluto, né, tanto meno, la sua qualità).

Il progresso, dunque, è un atto di fede; una nuova religione sorta alle soglie della Rivoluzione industriale e basata su tre postulati indimostrabili: primo, che il progresso esista; secondo, che sia possibile, alla società umana, perseguirlo in misura sempre maggiore e più completa; terzo, che ciò porterà automaticamente la felicità, o quanto meno il benessere, agli esseri umani.

Il primo puto è indimostrabile perché, per sostenere che il progresso esiste, bisognerebbe sapere se la strada che stiamo percorrendo è effettivamente quella del progresso, ovvero che sviluppo e progresso coincidono; ma la verità è che non lo sappiamo. Affermare il contrario sarebbe come dire che qualunque movimento in avanti è, di per sé, un bene: il che è manifestamente falso. Se ci trovassimo in vicinanza di un precipizio, il nostro andare avanti non sarebbe altro che una marcia verso la catastrofe. Inoltre, il concetto di progresso è troppo generico e troppo quantitativo: bisognerebbe vedere se sia vero che ogni progresso corrisponde ad un movimento positivo della società: ma non è affatto semplice definire cosa sia positivo; senza contare che alcune cose possono essere positive per il gruppo, ma negative per il singolo individuo, e viceversa. Per fare un esempio molto semplice, ma tutt’altro che banale: gli effetti sconvolgenti del talidomide hanno permesso di capire che quel farmaco era estremamente dannoso per i nascituri e, quindi, di sospenderne la somministrazione alle donne in stato di gravidanza: e questo si può considerare un progresso della medicina; ma bisognerebbe chiedere di che opinione sono in proposito i bambini nati con gravi deformazioni, che hanno svolto il ruolo di cavie inconsapevoli, nonché i loro genitori.

Anche il secondo e il terzo punto sono indimostrabili: nessuno può dire se la via del progresso, quand’anche fosse quella giusta, sia percorribile indefinitamente o se, arrivati ad un certo punto, ci si troverà davanti a un muro; inoltre, niente dimostra che vi sia una relazione diretta e inequivocabile fra il progresso e la felicità, e nemmeno fra il progresso e il benessere. Tutto dipende da come si definisce il progresso: ed è significativo che i suoi più accesi sostenitori non si siano mai dati la pena di darne una definizione.

Se lo si definisce in senso prevalentemente quantitativo, allora la produzione di energia atomica nelle centrali nucleari giapponesi è stata un progresso per quel Paese; se, viceversa, si pensa agli effetti dell’incidente alla centrale di Fukushima, in conseguenza del terremoto che ha investito quella regione e del conseguente maremoto, allora il giudizio cambia radicalmente. Scrive John B. Bury nella sua ormai classica Storia dell’idea di progresso (titolo originale: The Idea of Progress. An Inquiry into its Origin and Growth, London, Macmillan Company, 1932; traduzione italiana di Vittorio Di Giuro, Milano, Feltrinelli, 1964, pp. 18-19):

«… Alla mente dei più, un esito desiderabile dello sviluppo umano sarebbe una condizione sociale di perfetta felicità per tutti gli abitanti del pianeta. Ma è impossibile avere la certezza che la civiltà si stia muovendo nella giusta direzione per realizzare questa aspirazione. Certi aspetti del “progresso” sembrano positivi, ma ad essi se ne contrappongono altri che dimostrano, nella prospettiva di una crescente felicità, come la civiltà abbia tendenze tutt’altro che auspicabili. In breve, non si può dimostrare che l’ignota meta verso cui l’uomo sta avanzando sia quella desiderabile. Può darsi che il movimento sia progresso, ma può anche darsi che indirizzato verso una meta non auspicabile, non sia progresso. Questo è un problema a sé, un problema attualmente insolubile come quello dell’immortalità dell’anima. È un problema che si riferisce al mistero dell’esistenza.

Inoltre, anche ammesso come probabile che finora la civiltà si sia mossa in una direzione desiderabile, capace di portare tutti gli uomini alla meta ultima della felicità, non è possibile dimostrare che raggiungerla dipende solo dalla volontà umana. A un certo punto, un muro invalicabile potrebbe fermare la marcia. Si prenda in particolare il caso della conoscenza, per la quale si ammette senz’altro che la continuità del progresso nel futuro dipende interamente dalla continuità degli sforzi umani (purché i cervelli non degenerino). Il postulato si basa su una esperienza molto limitata. Negli ultimi tre o quattrocento anni la scienza ha fatto continui progressi: ogni nuova scoperta ha portato nuovi problemi e nuovi metodi di soluzione, e ha aperto all’indagine nuovi campi. Finora gli scienziati non sono stati costretti a fermarsi, e hanno trovato nuovi mezzi per avanzare. Ma chi ci assicura che un giorno non vengano a trovarsi di fronte a barriere insuperabili? L’esperienza di quattrocento anni, in cui si è riusciti a saggiare con successo la superficie della natura, non permette di arrivare a conclusioni di sorta nella prospettiva di operazioni che si estendano per altri quattrocento o quattromila secoli. Su considerino la biologia o l’astronomia: come esser sicuri che un giorno il progresso non arrivi a un punto morto, non per l’esaurimento delle nostre risorse di indagine – ma perché, ad esempio, gli strumenti scientifici saranno arrivati a una massima perfezione che si dimostrerà insuperabile, o perché (nel caso dell’astronomia) cui si troverà in cospetto di forze delle quali, a differenza della gravitazione, non si ha esperienza sulla Terra? Affermare che non esiste, nella conoscenza della natura, un limite che l’intelletto umano non è qualificato a superare, è un postulato la cui verità non può essere dimostrata.

Ma è proprio questo postulato a illuminare e ispirare la ricerca ascientifica, se esso fosse falso, non si potrebbe mai giungere in vista della meta che è, ne caso delle scienze naturali, una conoscenza del cosmo e dei processi della natura, se non completa, almeno immensamente più vasta e profonda di quella attuale.

Perciò il continuo progredire dell’uomo nella conoscenza del suo ambiente, che è una delle principali condizioni del progresso generale, è un’ipotesi che potrebbe essere e non essere vera. E se è vera, resta ancora da verificare la ulteriore ipotesi della “perfettibilità” morale e sociale dell’uomo, che si appoggia su prove assai meno evidenti. Niente dimostra che l’uomo non raggiungerà mai uno stadio di sviluppo psichico e sociale in cui le condizioni dell’esistenza saranno ancora ben lungi dall’essere soddisfacenti, ma oltre il quale sarà impossibile progredire. È un problema che tocca il mistero dell’esistenza.

Quanto si è detto basta a dimostrare che l’idea del progresso umano appartiene allo stesso ordine di idee al quale appartengono quelle di provvidenza e della immortalità dell’anima. Può darsi che sia vera e può darsi che sia falsa, e non è possibile dimostrare che è vera o falsa. Credere nel progresso è un atto di fede.»

Credere nel progresso o credere nella divina Provvidenza sono entrambi atti di fede, di per sé indimostrabili: la fede non si dimostra, la si vive con la totalità del proprio essere.

Da parte nostra, non riusciamo a vedere in che cosa la religione del progresso possa vantare una intrinseca superiorità sulle antiche fedi: osservando il presente, non ci sembra che essa abbia portato una maggiore armonia dell’uomo con se stesso, né con i suoi simili, né con il mondo circostante.

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Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

Una Risposta

  1. Simon Grosjean
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    Ottimo articolo! A dir poco perfetto!

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