Controcultura… contro cosa?

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Come mai i vostri figli,

la vostra unica speranza

vi ripetono gli slogan

di voi coglioni anni Sessanta?

Sottofasciasemplice – Come mai

Era il fatidico 1968 allorquando Julius Evola, dalle colonne de Il Borghese, analizzando i sommovimenti di quel periodo, ne proponeva la sua interpretazione in un articolo intitolato Sulla contestazione totale (1). La sua acuta analisi, improntata su criteri tradizionali, metteva a nudo tutte le contraddizioni del movimento contestatario, sottolineandone al contempo tutta l’inconsistenza ai fini di una vera ed efficace “rivolta contro il mondo moderno”.

Ora, dopo molti anni, quando di quegli eventi rimangono solo pochi ricordi sbiaditi ma molti danni ancora vivi e ormai permanenti, si ripresenta un’altra contestazione, questa volta non più “totale” – intendendo questo termine come radicale – ma “globale”, cioè di proporzioni planetarie, e si ripresenta allo stesso tempo anche il vero nodo della questione, ovvero quale debba essere l’oggetto stesso del movimento contestatario. Si ripropone il tema di una critica che, attraverso varie voci, dovrebbe e vorrebbe trovare i veri avversari, i veri problemi da affrontare, ma in effetti, a tutt’oggi, non è ancora riuscita nel suo intento.

Alcuni temi fondamentali sono inevitabilmente venuti meno: non vi è più lo scontro generazionale, oggi impensabile con l’incipiente impoverimento delle giovani generazioni cui solo il sostegno dei genitori riesce a fare fronte; non vi è più il tema della “liberazione” della donna, ormai liberata ed opportunamente messa a lavorare (magari a stipendio ridotto) né i temi della liberalizzazione del sesso e delle droghe, ormai beni di consumo, valvole di sfogo in un mondo sempre più oppressivo che allo stato attuale mette fuori legge solo il libero pensiero.

Al tramontare di questi temi è rimasto, per contrasto, sempre più grande uno dei problemi più controversi ed importanti: quello della tecnocrazia: sfrondando da tutti gli orpelli i vari movimenti si potrà notare infatti che la critica su questo tema, ieri come oggi, sia in effetti similare e naturalmente sempre attuale.

Per tecnocrazia si potrà intendere una struttura di potere che svolge la propria azione in modi e secondo finalità aliene dai bisogni e dagli interessi dei singoli individui, curandosi in primo luogo, oltre che della propria sopravvivenza, anche della direzione di masse umane e dell’acquisizione, nei confronti di queste, di porzioni sempre maggiori di sovranità. Fondamentalmente un regime di esperti, legittimati da istituzioni e centri di potere lontani dal controllo del cittadino, un dirigismo d’élite (élite in senso profano) che non risente della normale dialettica politica.

Theodore Roszak, uno dei teorici della cosiddetta controcultura già la definiva in questi termini:

“… forma sociale in cui una società industriale raggiunge il vertice della sua organizzazione integrativa” …

“Sfruttando imperativi indiscutibili quali il bisogno di efficienza, di previdenze sociali, di coordinare su larga scala attività e risorse umane, di un sempre più alto livello di benessere e di sempre più imponenti manifestazioni della forza derivante agli uomini dal fatto di essere uniti in una collettività, la tecnocrazia lavora a ricucire insieme i buchi e le smagliature della società industriale” (2).

Di fronte a tali fenomeni non possiamo che constatare come il nodo sia in realtà gordiano, derivando i problemi peculiari di una società di massa appunto dall’essere costituita da masse, e che nel meccanismo di pesi e contrappesi di una società mondiale, ogni possibilità di intervento risolutore sia in realtà impossibile, essendo questo o fattivo e totalmente sconvolgente, o illusorio e non determinante.

Anche perché se progressismo e scientismo guidano la società, legati all’efficientismo e ad un’economia puramente finanziaria e focalizzata sul profitto, la considerazione di realtà non quantitative sarà del tutto impossibile, e quindi del tutto trascurabile e fuori dal gioco.

Come tema collaterale ma non meno importante è rimasto quindi anche quello economico, e qui la critica si focalizza verso le banche, istituzioni tanto concrete quanto astratte, legate a doppio filo con gli stati (sempre meno) sovrani in un ambiguo rapporto di simbiosi-parassitismo ma sempre pronte, quando in salute a vessare i cittadini, e quando malate a minacciarli con pericolosi sbandamenti ed un incerto equilibrio sempre vicino a rovinosi crolli. Un discorso particolarmente attuale oggi e soprattutto in futuro, quando l’immensa mole del debito comporterà una sempre maggiore esigenza di rifinanziamento.

Ma prendersela con le banche, i banchieri, le multinazionali può costituire una critica mirata ed utile?

E la contestazione presente può essere dovuta solo ad insicurezza economica e alla paura di stomaci sempre meno pieni? Questo è possibile, essendo proprio dal punto di vista dell’economia che la critica mostra tutta le sue mancanze.

Nelle teorie dei contestatori non pretenderemo di certo una metafisica della moneta, o la conoscenza di Plutarco o Aristotele, né tantomeno che Pound venga liberato dall’oblio nel quale è stato relegato, per non parlare della legge sulla Reichsbank del 1939, ma almeno considerando le teorie oggi accettate, una conoscenza anche elementare della scuola economica austriaca potrebbe portare sicuramente i suoi frutti e fornire validi spunti di riflessione (3). Indichiamo proprio questa scuola economica perché, anche se contraddistinta da un eccessivo liberismo, tra quelle non ufficiali oggi ancora tollerate è l’unica a portare una critica lucida all’attuale sistema economico. Ma in questo ambito chi protesta si distingue per la poca volontà di costruirsi solide basi dottrinali.

Anche qui il problema è sicuramente molto più complesso e – per usare un termine di moda oggi –  interconnesso nei suoi vari elementi, gordiano abbiamo detto, e di non facile soluzione, la realtà costruita avendo in effetti una sua struttura di fondo, una tessitura di non facile manipolazione senza conseguenze e controindicazioni rilevanti.

Per tornare al tema della contestazione possiamo, citando una delle poche espressioni felici del Roszak (4) affermare che “quando scienza e ragion di stato diventano le ancelle di una magia nera politica” poche sono le speranze da riporre nel cambiamento. Ma per chi ha una visione tradizionale del mondo questa non è una novità, essendo, come visto in precedenza, autentica solo la rivolta che mini alle basi le fondamenta del mondo moderno. Concetto questo oscuramente intuito dalla contestazione sessantottina, con il suo interesse per il misticismo indiano ed orientale, la “psicologia del profondo”, la psichedelia, il folklore e financo il dadaismo. Naturalmente tutto ciò in senso stravolto ed approssimativo, in ultima analisi dissolvente e corrosivo nei confronti dei resti di un ordine di vita ai tempi ancora discretamente conservato.

Un manifesto appeso all’ingresso dell’Università Sorbona recitava così:

“La rivoluzione che sta iniziando metterà in discussione non solo la società capitalistica, ma anche quella industriale. La società dei consumi morirà di morte violenta. La società dell’alienazione sparirà dalla storia. Stiamo inventando un mondo nuovo ed originale. L’immaginazione sta prendendo il potere” (5).

Abbiamo visto come è andata a finire.

Ma comunque la si voglia mettere, l’anomalia resta, e qui non possiamo che tornare ad Evola, concludendo con lui che se si volesse affrontare la questione seriamente:

“si dovrebbe parlare piuttosto di “civiltà” e “società” moderna in genere, l’altra non essendo, di queste, che una derivazione, un particolare aspetto e, se si vuole, la riduzione all’assurdo, per cui il senso di una vera “contestazione totale” dovrebbe essere una rivolta contro il mondo moderno” (6).

Ora, in più, viviamo non solo in una società di massa, ma in una società di masse in continuo e reciproco rapporto, che tramite la comunicazione possono moltiplicare la loro risonanza e quindi la quantità di energia sprigionabile con i loro pensieri e con i loro atti. Ogni “contestazione globale”, per le forze potenzialmente distruttive messe in circolo, rischia quindi di essere veramente deleteria per il poco ordine rimasto e soprattutto di portare ad esiti diversi da quelli che i pur benintenzionati avevano in progetto originariamente.

Il “risveglio politico planetario” di cui parlava Zbigniew Brzezinski è qualcosa che è ben lungi dal preoccupare chi detiene le leve del vero del potere, tutt’altro, potrebbe essere un’opportunità in più per rinserrare il dominio sui popoli. Chi è capace veramente di “cavalcare la tigre” anche se in maniera sua propria, non potrà fare altro che compiacersi per le possibilità di manipolazione che potranno essere rese possibili, con tutte le conseguenze che ciò potrà comportare; e le rivolte fasulle di questi anni non fanno altro che fornircene un esempio.

E mentre nuovi cambiamenti più o meno artificiali si approssimano, i veri mali non fanno altro che aumentare ed aggravarsi, portandoci sempre più lontano non solo dalla soluzione del problema, ma anche dalla sua pura e semplice comprensione.

Note

(1) Ora in Gli uomini e le rovine, Mediterranee, Roma, 2002, pp.229-232.

(2) T.Roszak, La nascita di una controculturaRiflessioni sulla società tecnocratica e sulla opposizione giovanile, Feltrinelli, Milano, 1976, p.17.

(3) Sono soprattutto da prendere in considerazione le prese di posizione sul problema della sovranità monetaria e della cosiddetta fiat money.

(4) T.Roszak, idem, p.162. Naturalmente resta da chiarire cosa è da intendersi per “ragion di stato”, datosi che oggi gli stati sono poco più che gusci vuoti, completamente rosi internamente dal parassita del potere economico.

(5) Citato in T.Roszak, idem, p.34.

(6) J.Evola, idem, p.229.

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