Condannate Julius Evola!

autodifesaPurtroppo la storia della destra italiana è ancora piena di lacune, di episodi importanti mai del tutto chiariti, di questioni rimaste in sospeso addirittura da più di mezzo secolo.

Sul processo dei “Fasci di azione rivoluzionaria” o semplicemente Far (sentenza di primo grado novembre 1951), ad esempio, se ne sono scritte e dette tante. Negli anni sono stati pubblicati libri di valore assai diseguale, fra questi quello oramai storico di Pier Giuseppe Murgia (Ritorneremo!, SugarCo) e quello assai più recente di Antonio Carioti (Gli orfani di Salò, Mursia), in questi giorni poi è stato pubblicato il fascicolo speciale di marzo de l’Europeo diretto da Daniele Protti (L’estrema destra. Da Salò a Fiuggi), contenente anche cronache degli anni Cinquanta in verità ben informate.

Francamente non sappiamo bene perché di questo processo -parte essenziale di una lunga e complessa vicenda politico-giudiziaria- che vide coinvolti 36 giovani e meno giovani dell’allora neonato Msi e con essi il cinquantenne Julius Evola, si è quasi sempre scritto in relazione alle indagini della questura romana (il questore era allora il dottor Saverio Polito) e della sentenza di primo grado, ma non si è mai fatto riferimento (e non si è mai entrati nel cuore di alcune decisioni importanti), alle due successive sentenze che forniranno indicazioni altrettanto rilevanti (soprattutto il II grado): quella di appello (luglio 1954) e quella della Cassazione (dicembre 1956).

Forse perché i documenti sono tuttora in parte ignoti o forse perché, fino ad oggi, più che voler ricostruire una storia -anche giudiziaria- della destra si è preferito saltare di qua e di là alla ricerca di argomenti sui quali erigere il totem di un passato “accettabile” dalla sinistra ma anche, tutto sommato, da certa destra. Così facendo però ci si è andati ad infilare nel vicolo cieco di veri e propri paradossi. Per non dire di falsità.

Prendiamo come esempio, ed in breve, il caso Evola, d’altra parte il più emblematico ed interessante. Da decenni si legge anche nelle biografie più accreditate che Evola sarebbe uscito dal processo dei Far assolto con formula piena, ed evoliani, evolisti, evolini ed affini (ma anche, purtroppo, studiosi molto seri), si sono sempre accodati a questa versione in verità parziale delle vicende giudiziarie di Evola. Facendo sorgere l’ulteriore paradosso di plaudire ad una sentenza di uno Stato italiano non certo amico, che mandava assolto uno dei suoi più convinti critici ed oppositori. Come a dire: Evola era innocente, ovviamente e per fortuna…

il-rientro-in-italiaNello specifico, la versione ufficiale ma vera solo a metà è che Evola sarebbe stato assolto dal reato previsto dall’art 1 della legge 1546/47 (in tema di ricostituzione del disciolto partito fascista) per «non aver commesso il fatto» e dal reato di cui all’art 7 della stessa legge (aver difeso idee proprie al fascismo per mezzo di azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso tramite le sue collaborazioni ai periodici La sfida e Imperium diretti da Enzo Erra e -soprattutto- con la pubblicazione, alla fine del 1950, degli 11 punti di Orientamenti), «perché il fatto non costituisce reato».

Fascicoli giudiziari alla mano, però, la questione è invero più complessa. Torniamo ai primi giorni dell’affaire-Evola. Dopo l’ondata di arresti del 23-24 maggio 1951 (Evola viene prima piantonato e poi prelevato dal suo appartamento romano), il 12 giugno successivo la questura di Roma lo presenterà come «Maestro e padre spirituale» di una «conventicola di esaltati». E poi dirà ancora, come si può leggere fra le carte processuali: «L’Evola aveva goduto, in passato, una modesta e ristretta fortuna e popolarità come cultore di pretenziosi studi esoterici (cioè scienza dei pochi) e di discipline magiche di origine orientale. L’attività dell’Evola in campo culturale era stata proteiforme, ma, in qualunque settore, di scarso successo: si atteggiò anche a poeta e pittore e, nel campo delle arti figurative, si fece diffusore in Italia della tendenza pittorica del dadaismo. Politicamente fu fervente sostenitore del fascismo ed, in particolare, della politica razziale (per lungo tempo fu collaboratore della nota rivista di Preziosi, “La vita italiana”) ed anzi, in tal campo, fu talmente oltranzista, da destare la preoccupata attenzione delle gerarchie del tempo; recatosi, infatti, in Germania, durante la guerra, vi tenne un ciclo di conferenze sul problema razziale».

I toni usati della polizia non sono dei più lusinghieri, e proprio per questo Evola terrà a precisare durante l’interrogatorio «l’arbitrarietà» del giudizio della polizia e «l’alta estimazione da lui goduta nel mondo culturale». Insomma si tratta di due mondi -di due culture (delle parti di due “barricate”)- che si scontrano e che continueranno a scontrarsi ancora per lunghissimo tempo…

Il filosofo verrà difeso da due grandi giuristi: da Francesco Carnelutti e dall’ex ministro della Rsi Piero Pisenti (e non solo dal primo come si è sempre scritto!); alla fine del processo di I grado la sentenza ne riabiliterà la figura, tanto che per riassumere si può dire che l’Evola “maltrattato” da una polizia romana tutt’altro che tenera, si trasformerà in poco più di qualche mese, per la I sezione della Corte d’Assise di Roma presieduta dal dott. Angelo Sciaudone, in un «profondo pensatore». La difesa riuscirà a smontare pezzo dopo pezzo l’impianto dell’accusa, e porrà sotto la luce dei riflettori la fama di grande saggista di cui godeva Evola fin dagli anni Trenta.

Ma la “novità” se di novità si può parlare a ben 55 anni dagli avvenimenti qui narrati, è che la procura della Capitale non si accontenterà per niente di quella sentenza assolutoria, e deciderà di ricorrere in appello.

Durante il nuovo processo, conclusosi nell’estate del 1954, il pubblico ministero Pietro Manca terrà ad analizzare fin nei particolari il contenuto di Orientamenti: «l’opuscolo si concretizza in un inno a quelle che furono idee proprie al fascismo…»; le frasi di Orientamenti somigliano sin troppo a quelle della “Dottrina del fascismo” di Mussolini (pietra di paragone utilizzata dall’accusa): la condanna del liberalismo, della democrazia e del socialismo, l’esaltazione dell’idea e della religiosità, la condanna della “vita borghese” sembrano elementi fin troppo comuni ai due scritti, in più Evola avrebbe esaltato «le persone del fascismo» e offeso la democrazia. «Né vale dire», come era stato fatto durante il I grado, continua il dottor Manca, «che l’Evola è un tradizionalista ed un controrivoluzionario o che le idee così dette “fasciste” sono difese da lui non in quanto “fasciste” ma nella misura in cui sono anche controrivoluzionarie, perché anche nel caso in cui taluna delle ideologie esaltate, non possa considerarsi propria la fascismo, l’esaltazione di tali ideologie, in quanto collegate con il fenomeno del fascismo, costituiscono pur sempre il reato di apologia el fascismo». Quest’ultima affermazione si riferisce peraltro ad una recente sentenza della Cassazione datata 5 maggio 1954.

il-cammino-del-cinabroÈ il capovolgimento della sentenza del ’51 che aveva definito Evola un «profondo pensatore». La Corte d’appello assumerà in pieno le motivazioni del P.M. e nella sentenza d’appello giudicherà Evola reo di apologia del fascismo. Così Evola (ma non solo lui), andrebbe condannato «in ordine al delitto di apologia del fascismo» ma ad impedirlo c’è la recente amnistia (datata 19 dicembre 1953), per i reati di cui agli articoli 1 e 7 della legge 1546/47.

L’avventura giudiziaria di Evola si conclude così, con questo tipo di soluzione. Nella sostanza Orientamenti pur sposando idee “tradizionaliste” è uno scritto che inneggia al fascismo. La sentenza -figlia del suo tempo, come peraltro lo era stata anche quella del ’51- appare non poco singolare ove non riconosce che idee “tradizionaliste” possano non essere considerate “fasciste”. La tradizione storica che si oppone alla democrazia è dunque meritevole di condanna, poiché ad essa lo stesso fascismo (o parte di esso), si riferì a più riprese. Condannando il fascismo si condanna dunque anche ciò che storicamente lo precedette.

Nelle «bassure attuali», commenterà Evola nella sua autobiografia (Il cammino del cinabro), ove tuttavia manca qualsiasi cenno alla sentenza di II grado, «pei più altro non esisteva che l’antitesi fascismo-antifascismo, e non essere democratici, socialisti o comunisti equivaleva automaticamente ad essere “fascisti”».

Alla fine del 1956 la suprema Corte di Cassazione esaminerà i ricorsi degli ultimi protagonisti del processo dei Far. Evola è già uscito di scena ma le sentenza riguardano ancora sei iscritti al Msi. La Cassazione accoglierà solo in parte i ricorsi di due di loro, rinviando così il giudizio alla corte di Assise di appello Perugia. Altri dettagli su questa vicenda, finora quasi del tutto oscura, si trovano all’interno di due saggi che verranno presto pubblicati dall’editore Giovanni Oggero, Arktos-Carmagnola (su Studi evoliani) e soprattutto sul bimestrale Nuova storia contemporanea.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

  1. Giancarlo Calzolari
    | Rispondi

    Orientamenti,un opuscolo che mi è capitato per caso tra le mani oltre cinquanta anni fa, si concludeva affermando che il principio fondamentale di qualsiasi politica è la fedeltà alla gerarchia:nessuna informazione precisa sul modello di stato preferito. Solo un vago accenno all'organizzazione gerarchica di non so quale dinastia egiziana dal momento che anche quella hitleriana era considerata "inquinata". Questa la cultura del gruppo evoliano. Complimenti per Jacona per la precisa ricostruzione del processo.

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