La civiltà celtica

Elena Percivaldi, I celti. Un popolo e una civiltà d'Europa La storia dei Celti è un argomento affascinante che riesce ad appassionare anche il grande pubblico e su questo tema si è aperta la strada a filoni culturali che vanno dalla fantarcheologia a ricostruzioni arbitrarie ad uso commerciale. Ma non manca, naturalmente, una letteratura storica di grande rigore scientifico: uno degli studi più seri e qualificati sulla materia è La civiltà celtica di F. Le Roux e C.J. Guyonvarc’h.

Com’è noto i Celti, pur occupando vastissime aree dell’Europa centrale e occidentale, non furono in grado di creare una grande entità statuale e gli antichi greci e latini li confondevano coi Germani. Sulle origini dei Celti si può affermare con certezza soltanto che appartengono al mondo indoeuropeo e che le prime testimonianze greche risalgono al VI° secolo a.C., quando i Celti risultano già stabilmente insediati. I progressi delle scienze archeologiche hanno gettato luce sulle fasi più antiche (Halstatt, La Tène), ma il moltiplicarsi di studi, recentemente intrapresi anche in molti paesi dell’Est, rende sempre più arduo un lavoro di sintesi. Altrettanto complesso è lo stato degli studi linguistici a causa della frammentazione dialettale delle lingue celtiche moderne e dello scarso numero di studiosi di celtismo. È certo però che alcune delle più grandi città europee portano nomi celtici: Parigi, Londra, Ginevra, Milano, Nimega, Bonn, Vienna, Cracovia, Bologna…

Bernard Sergent, Celti e greci. Il libro degli eroi Le fonti classiche riportano racconti di viaggio dei navigatori greci e narrano della continuata situazione di conflittualità fra i Romani e i Celti nella pianura padana, ma l’unico autore che ha lasciato un’ampia descrizione dei Celti è Cesare nel De bello gallico. La testimonianza di Cesare, seppur significativa, osserva la civiltà celtica solo nella sua fase finale e comunque Cesare scrive una relazione militare in cui le notizie etnografiche hanno un ruolo secondario. Le iscrizioni celtiche sono numerose, ma hanno un carattere frammentario e quasi mai formano frasi complete e le iscrizioni ogamiche risalgono solo al VI° secolo della nostra epoca. Altri elementi si possono desumere dalla letteratura medievale che ha in qualche misura trasmesso elementi della mitologia celtica, anche se talvolta in forma cristianizzata. La letteratura medievale irlandese ha lasciato cicli mitologici, eroici, storici dai quali si è poi sviluppata la letteratura “ossianica” del periodo romantico. Quest’insieme di fonti pone notevoli problemi metodologici nello studio della civiltà celtica, infatti lo studio delle testimonianze continentali appartiene alle scienze dell’antichistica, prevalentemente archeologiche ed epigrafiche, mentre lo studio delle fonti insulari, soprattutto irlandesi, presuppone conoscenze medievistiche di paleografia, linguistica, filologia e agiografia. Occorre dunque incrociare questi campi di ricerca e trarne una sintesi per tracciare un quadro dell’antichità celtica.

L’archeologia ha fissato l’apogeo della civiltà celtica nel periodo di La Tène: dal 500 a.C. fino all’arrivo di Cesare in Gallia. In questo periodo si nota anche l’insorgere di un’arte caratteristica, lineare e decorativa che, pur ispirandosi a modelli greci, si rivela vivace ed originale. Fra il 200 e il 50 a.C. i Romani conquistano quasi tutti i territori occupati dai Celti: la fine dell’indipendenza celtica assume un carattere precipitoso. Eppure la presenza dei toponimi celtici è frequente in tutta Europa e in Francia non c’è una frontiera provinciale o dipartimentale o vescovile, che non abbia un’antica giustificazione risalente, attraverso il Medioevo, fino al periodo gallico. Come si è detto, gli antichi a volte confondevano Celti e Germani e in effetti ci sono parole di origine celtica entrate nella lingua tedesca: ad esempio la parola Reich (impero). Quando era possibile gli intellettuali Greci e Romani usavano definizioni miste per identificare in modo più completo la popolazione di cui parlavano: Celto-Traci, Celto-Sciti, Celto-Liguri. Cesare, infine, riesce a operare una chiara distinzione fra Celti e Germani.

Peter Berresford Ellis, L'impero dei Celti A causa della difficoltà di dare una definizione antropologica univoca del tipo celtico, bisogna concludere che i Celti hanno rappresentato una minoranza aristocratica e guerriera: questa è, ad esempio, l’impressione suscitata dall’epopea irlandese. Cesare ha lasciato una descrizione della civiltà celtica che ricalca il tradizionale schema tripartito degli indoeuropei: sacerdoti, guerrieri, artigiani. La classe sacerdotale dei druidi è al vertice della scala sociale. I re erano generalmente eletti ed erano considerati più degli equilibratori della ricchezza che i detentori di poteri civili e militari, e comunque la loro autorità era soggetta al controllo dei druidi e anche per questo il re dispone di uno scarso numero di funzionari. L’archetipo del sovrano celtico è colui che, grazie a una buona amministrazione, può permettersi di donare senza rifiuto alcuno, mentre cattivo re è chi grava i suoi sudditi con imposte e tasse senza alcuna contropartita. L’organizzazione statuale dei Celti è sempre rimasta allo stato tribale: il patriottismo celtico non ha mai superato i confini del territorio locale, infatti le tribù celtiche non disdegnavano alleanze coi Romani o coi Germani per attaccare tribù confinanti: questo è il limite più grande della civiltà celtica e ne determinerà la scomparsa. La frantumazione territoriale celtica deriva dal fatto che i Celti consideravano come cellula sociale fondamentale il clan che poteva contare al massimo qualche migliaio di persone; al di là del clan potevano essere riconosciuti solo vincoli di alleanza a carattere personale che ricordano quelli del mondo feudale. L’insediamento celtico era generalmente costituito da un villaggio protetto da una palizzata in legno e raramente i villaggi hanno assunto la dimensione di vere e proprie città. I Celti, inoltre, non avevano elaborato un diritto scritto e si affidavano alle norme del diritto consuetudinario; tuttavia la letteratura irlandese ha lasciato testimonianza di discussioni serrate e di arguzie sottili in materia giuridica. L’organizzazione finanziaria era piuttosto arcaica e per lo più si utilizzavano come moneta i lingotti d’oro o di rame.

L’invasione romana della Gallia segna di fatto la fine dell’autonomia celtica: le tribù celtiche, frammentate e incapaci di organizzazione unitaria, erano inadeguate ad affrontare una situazione di guerra totale come quella che conducevano i Romani. I Celti sono scomparsi perché la struttura religiosa e politica della loro società non era adattabile alla nozione romana, poi moderna, dello stato e la cultura celtica, non avendo elaborato una scrittura, dovette soccombere di fronte al greco e al latino. Le isole britanniche hanno lasciato esempi di letteratura celtica, sebbene di epoca tarda rispetto al momento di formazione della lingua. Da queste testimonianze si può desumere che le lingue celtiche fossero piuttosto semplici, inoltre l’assenza dei relativi e la collocazione del verbo all’inizio della proposizione subordinata impedivano periodi oratori di una qualche ampiezza: la letteratura celtica era destinata alla recitazione, non alla lettura. I racconti orali dovevano avere grande diffusione e ne rimane traccia nella “materia di Bretagna” che ispira i racconti arturiani del Medioevo: in particolare il simbolismo del Graal sarà assorbito dall’esoterismo cristiano.

Venceslas Kruta, La grande storia dei celti. La nascita, l'affermazione e la decadenza La società celtica assumeva un carattere teocratico, essendo il riflesso delle concezioni metafisiche dei druidi, i quali plasmavano la società umana sul modello della società divina di cui erano i rappresentanti in terra. Gli studi che hanno gettato luce sulla religione celtica delineano una filosofia non aristotelica, una forma di speculazione indipendente dalla logica dei ragionamenti greci e che si avvaleva essenzialmente dei simboli. Un’operazione di questo tipo non è facile per la mentalità moderna, impoverita dalla cultura materialista, e la ricerca deve avvalersi di dati essenzialmente comparativi: il parallelo con la cultura induista e orientale trova riscontri interessanti nei miti celtici, in particolare risalta una certa tendenza a ricondurre le varie divinità a una dimensione unica del sacro. Cesare quando descrive la religione dei Galli cerca di paragonare le divinità celtiche a quelle romane, ma un’operazione di questo tipo rischia di essere approssimativa e arbitraria: lo stesso Cesare, infatti, non ha la pretesa di essere esaustivo sull’argomento. Lug, dio della luce, sembra avere attribuzioni che lo avvicinano a Mercurio, Brigit, dea della sapienza, è assimilata a Minerva. Con procedimento simile, gli dèi celti hanno trasmesso alcune delle loro caratteristiche ai santi cristiani: caso emblematico è quello di santa Brigit.

La potente casta dei druidi aveva al suo interno delle ulteriori gerarchie: chi si occupava dei sacrifici, chi della poesia e della letteratura (i bardi), chi della profezia. Anche le donne erano ammesse al sacerdozio con la qualifica di profetesse. I druidi insegnavano la dottrina dell’immortalità dell’anima: alla morte del corpo le anime passano all’Altro Mondo, ovvero alla dimora degli dèi, denominata sid (parola che contiene l’etimologia della pace). L’Altro Mondo è un luogo di pace e di delizie simile al Walhalla germanico: i suoi abitanti gustano cibi prelibati, sono amati da donne bellissime e hanno tutti un rango sociale elevato. Questo paradiso è riservato a chi in vita si è comportato in modo virtuoso ed eroico. L’Altro Mondo è descritto nei celebri testi definiti “navigazioni” (immrama) che troveranno la loro prosecuzione nelle “navigazioni” dei monaci medievali, la più celebre delle quali, quella di San Brandano, farà da modello a tutti i racconti medievali di viaggi nell’Aldilà. I Celti non costruivano templi nel senso classico del termine e celebravano i loro riti per lo più nei boschi sacri. Il druidismo si è estinto anche perché, come si è visto, la cultura celtica nel suo insieme era incompatibile con la cultura scritta dei Romani. Con la diffusione del cristianesimo ci fu il colpo di grazia a eventuali sopravvivenze del paganesimo celtico, la cui influenza, tuttavia, è presente soprattutto nella Chiesa irlandese, al punto che si parla di un “cristianesimo celtico” che ha dato tratti peculiari alla letteratura religiosa d’Irlanda.

In conclusione il lavoro dei due storici francesi rende giustizia alla civiltà celtica, senza indulgere alle mode degeneri dei celtomani moderni, ma descrivendo la ricchezza e la profondità della cultura celtica, tutt’altro che “barbara” come potrebbe sembrare dalle testimonianze frammentarie di certi autori classici. Gli autori hanno anche il merito di aver preso in considerazione suggestioni provenienti dalla cultura tradizionalista, in particolare da René Guénon, il quale riteneva che la religione celtica fosse particolarmente vicina alla Tradizione primordiale. La tradizione celtica appartiene al passato, ma il mito, a condizione che venga trasmesso e ripetuto fedelmente, rimane sempre vivo e in perpetuo efficace.

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Françoise Le Roux, Christian J. Guyonvarc’h, La civiltà celtica, Edizioni di Ar, Padova, 1987, pp.148, € 10,35.

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Michele Fabbri ha scritto il libro di poesie Apocalisse 23 (Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2003). Quella singolare raccolta di versi è stata ristampata più volte ed è stata tradotta in inglese, francese, spagnolo e portoghese. Dell’autore, tuttavia, si sono perse le tracce… www.michelefabbri.wordpress.com
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  1. Sisto Merlino
    | Rispondi

    Sono l’autore de “La druida di Margun” edito dalla All Graphic Work snc. 2015. Condivido questa vostra analisi sul mondo celtico che fu tutto furchè barbaro e si spense per la troppa individualità di questo popolo.
    Sisto Merlino

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