Charles Maurras e la denuncia della decadenza

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Esiste una corrente del pensiero, radicata in un sentimento del mondo, che corre lungo tutta la storia umana; corre in avanti, perché vi è obbligata, ma con lo sguardo costantemente rivolto all’indietro, verso un eterno passato: è la reazione.

Teognide, poeta greco vissuto tra il il VI e il V secolo a.C., è uno dei primi esponenti di tale ordine di idee a noi noti. La sua invettiva aristocratica nei confronti della decadenza è archetipo di ogni forma di sentimento reazionario posteriore: “Ma ora ciò che agli occhi dei nobili è male si cangia in bene per i plebei: di leggi strane esultano. Ogni senso di rispetto è morto, impudenza e tracotanza hanno sopraffatto la giustizia e dominano per tutta la contrada”.

Charles Maurras raccolse quest’eredità sul finire del XIX secolo; trovò la sua missione nella difesa della “Dea Francia”, “meraviglia di tutte le meraviglie”, una Francia idealizzata, quella dell’Ancien Régime, perennemente minacciata dalla sovversione. E come fosse stato un Nietzsche prestato alla politica, scelse di combattere. Proprio come accadde a Nietzsche, in gioventù odiò la Comune di Parigi del 1871 per l’autentico terrore che suscitò in lui l’idea che i comunardi avessero potuto distruggere il Louvre. Come Nietzsche considerava la bellezza qualcosa di estremamente fragile; la bellezza artistica come quella sociale, la suprema “civiltà” di cui per Maurras era espressione per eccellenza la Francia di un tempo. Il pensare che essa fosse potuta scomparire con il declino di una casta che vedeva la propria vita imperniata sulle idee di “otium et bellum”, era un’idea inaccettabile. “Ogni passo in avanti non fa che complicare, creare divari, differenziare”. Se tutto questo fosse finito, sarebbe stata la vittoria dell’oscuro “caos originario” del mondo, da cui l’uomo (in particolare il francese) era faticosamente emerso nel corso dei secoli. La bellezza che ancora conferiva senso al mondo era in pericolo. “Tutto questo pianeta […] di giorno in giorno si raffredda, imbruttisce e imbarbarisce”.

Maurras fu un “ateo devoto” ante litteram: propugnò un cattolicesimo intransigente, difendendo persino il famigerato “Sillabo”, documento con cui la Chiesa dichiarò guerra alla modernità, e lo difese in maniera esclusivamente strumentale (e proprio per questo fu poi scomunicato), intendendo il cattolicesimo come elemento d’ordine e pilastro dell’identità francese. La sua dottrina politica era costituita da un nazionalismo monarchico, nemico mortale della rivoluzione francese e di ogni forma di democrazia, liberalismo e socialismo, idee che riteneva strettamente imparentate; e ognuna di queste non era che un passo in avanti verso il baratro dell’anarchia. “Tre o quattro basse idee sistematizzate da imbecilli sono riuscite, in buona misura, a vanificare, da un secolo a questa parte, mille anni di storia francese”. Osservava con orrore e ripugnanza i “barbari del profondo”, nemici interni pronti a scagliarsi contro ciò che restava delle “belle ineguaglianze” che produssero la civiltà, e distruggerle in nome dei princìpi della rivoluzione. Infatti, la Francia idealizzata che aveva in mente Maurras non coincideva con il popolo francese: “il disordine rivoluzionario, fondato su una filosofia individualistica” per lo scrittore provenzale poteva contare su “altrettanti complici di quanti siano, in Francia, i mediocri, gli invidiosi, gli imbecilli e gli straccioni”, che a suo dire erano molti. Come Donoso Cortés vedeva venire il tempo “delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane”, e riteneva la democrazia non una forma di governo, bensì una forma di anarchia, una “congiura permanente contro il bene pubblico”.

Charles Maurras fu forse, più di ogni altro, un affascinante concentrato di tutte le passioni, fobie ed ossessioni della tradizione controrivoluzionaria; memorabile resta la sua soluzione, ideata per risolvere il cruciale problema che tormentava la società della sua e della nostra epoca: “Esiste un solo mezzo per migliorare la democrazia: distruggerla”.

2 Risposte

  1. paolo
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    funzioni. Idee, progetti, proposte che non hanno fatto altro che aumentare la sofferenza degli uomini e che, alla lunga o alla breve, si sono tutti rivelati dei gran fallimenti. Dunque sia che ci si imbarchi in un progetto aristocratico e nobiliare oppure in uno plebeo e populista, prima… o poi il modello implode o esplode regolarmente su se stesso.
    Ovviamente questo Maurras, ottusamente cattolico duro e puro, non arrivò nemmeno lontanamente a capirlo. Il modello più longevo che abbiamo davanti – anche se, rigorosamente parlando non si tratta di uno Stato vero e prorio almeno da un secolo e mezzo a questa parte – è lo Stato Pontificio. Ma a quale prezzo per i sudditi ha potuto resistere per circa diciassette secoli questo autentico 'monstrum' politico e giuridico?
    Utilizzando un autoritarismo spietato consistito nell'eliminazione drastica della libertà di pensisero dei singoli e proponendo come base fondate del proprio potere vicende probabilmente leggendarie coagulate regolarmente in dogmi incontrovertibili. La Chiesa Cattolica ha rappresentato pertanto una drammatica involuzione della libertà dei singolo se pensiamo alla tolleranza e alle libertà di pensiero vigenti in seno al Paganesimo che l'ha preceduta

  2. paolo
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    Veramente ridicola poi l'affermazione fatta da Donoso Cortès secondo la quale la 'democrazia è una forma di anarchia'. Pazzesco: è vero proprio il contrario. La democrazia è la forma più spietata di potere dittatoriale legato ad oligarchie plutocratiche che sipotesse concepire. La sua forza consiste nell'esercitare un potere travestito e fallacemente basato sul consenso dei più.
    Come conclusione, tanto vale lasciar perdere futili vagheggiamenti e riconoscere invece che è un inutile perditempo concepire modelli di Stato che mai si potranno realizzare, vista l'estrema precarietà della fase storico-cosmica che stiamo attraversando.
    Paradossalmente l'unico modello proponibile di questi tempi è in definitiva un non-modello e cioè l'anarchia.

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