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La ragazza che sfidò l’impero

1 gennaio 2000 (14:30) | Autore:

La storia di Santa Rosa, vissuta nel XIII secolo e diventata il simbolo della lotta della Chiesa contro Federico II

Si favoleggia che nel 1258 papa Alessandro IV, mentre risiedeva a Viterbo, sognò per tre volte che una ragazzina di nome Rosa, sepolta sette anni prima nella nuda terra di fronte alla parrocchia di Santa Maria in Poggio, gli chiedeva di essere traslata nel monastero delle Povere Dame di San Damiano, come si chiamavano allora le Clarisse, “poiché piacque a Cristo di annoverarmi nella schiera delle sue ancelle”. Alla terza visione il pontefice non poté più indugiare e il 4 settembre la fece traslare solennemente nel monastero dove si moltiplicarono i miracoli. In realtà Alessandro IV, che sapeva del processo di canonizzazione iniziato dal suo predecessore ma inconcluso forse per la morte di Innocenzo IV, voleva probabilmente con quella decisione riavviarlo e concluderlo: ma morì prima di realizzare il suo progetto.

Che cosa aveva spinto i due papi a proporre la ragazzina come modello per i Viterbesi? Forse la spiegazione si potrebbe ricavare ripercorrendo la storia di quel periodo in cui il papa Innocenzo IV si era scontrato più volte con Federico II che minacciava l’egemonia temporale della Chiesa, diretta e indiretta, sull’Italia centro-meridionale. L’imperatore vagheggiava un grandioso disegno di ecumene imperiale, già iniziato nel Sud, ancora oggi, viene ricordato e rimpianto con laica venerazione. Anche Viterbo era stata coinvolta in quelle lotte, dove di volta in volta prevalevano i guelfi e i ghibellini. Nel 1250 governavano la città i partigiani di Federico II che per consolidare la loro egemonia tolleravano l’opera di proselitismo di alcuni gruppi patarini, seguaci dell’ersia catara venata di gnosticismo.

Alfredo Cattabiani, Santi d'Italia (2 vol.) Viveva in quegli anni in una modesta casa della parrocchia di Santa Maria in Poggio una ragazzina di nome Rosa che aveva diciassette anni. Secondo le due vite che possediamo, una frammentaria del XIII secolo, l’altra più fantasiosa del quindicesimo, allegata agli atti del secondo processo di canonizzazione del 1475, anch’esso privo della ratifica papale, era nata in una famiglia di agricoltori. Colpita improvvisamente da una gravissima malattia (forse tubercolosi), pareva ormai sul punto di morire quando nella notte del 22 giugno si alzò inaspettatamente dal letto chiedendo di mangiare. Poi, prostrata sulla terra nuda in forma di croce disse: “Mamma, tutte le cose e le delizie di questo mondo ti lascio e rinuncio”. Infine pregò di chiamare donna Zita, ministra delle terziare francescane: “La beata Vergine Maria – le disse – mi comanda che tu mi metta subito la tunica della penitenza che tieni a capo del tuo letto”.

Quando Zita l’ebbe rivestita dell’abito di terziara, Rosa fece radunare le donne della contrada: “Ascoltate – rivelò loro – poiché io vedo una bellissima sposa di Cristo che nessuno di voi vede; questa sposa si avanza ornata di porpora e velo, con una corona d’oro piena di gemme e pietre preziose in testa. Essa mi comanda di andare, bene adornata, prima in San Giovanni, quindi in San Francesco e poi di tornare nella chiesa della Madonna”, che oggi corrispondono a San Giovanni in Zoccoli, San Francesco alla Rocca e Santa Maria in Poggio.

La mattina del 24 giugno, accompagnata dai genitori e da una folla accorsa alla sua casa appena si era diffusa la notizia, visitò le chiese che la Madonna le aveva indicato. Il padre, irritato da quella che gli pareva una crisi isterica, minacciò di strapparle tutti i capelli e di legarla a una seggiola; ma quando s’accorse che la figlia era cosciente di quel che faceva, le disse piangendo: “Con la benedizione di Dio, fa pure”.

Qualche giorno dopo le apparve il Cristo in croce: la visione la sconvolse talmente che cominciò a strapparsi i capelli e a percuotersi. Poi si fece accompaganare in chiesa, dove inginocchiata davanti al Crocefisso diceva piangendo: “Padre, chi ti ha crocifisso?”. Ricondotta a casa da un certo signor G., si flagellò per tre giorni. Finita la dura penitenza, chiamò la madre chiedendole di metterle un mazzetto di menta sul petto. “Ve lo tenne un pochino – narra la Vita prima. Poi lo diede alla madre dicendo “Mamma, prendi quest’erba e tienila quanto mai cara poiché il Signore nostro Gesù Cristo l’ha benedetta sul mio petto, e per di più mi ha benedetto un lato di questa casa che rimarrà nel mio monastero”. Oggi parte della casa che si può visitare, appartiene al monastero attiguo delle Clarisse.

Da quel momento cominciò la sua vita pubblica: camminava per le vie di Viterbo portando in mano un crocifisso e lodando Gesù e la Vergine Maria. Nella Vita seconda si narra che predicasse e addirittura contrastasse gli eretici viterbesi confutando la loro eresia. Ma si tratta di un’amplificazione leggendaria perché una laica non poteva predicare senza un’esplicita autorizzazione del vescovo né discutere con gli eretici. Probabilmente Rosa, girando per le vie e per le piazze con una Maestà fra le mani, esortava a mantenersi fedeli al Cristo e alla Chiesa, così come facevano i guelfi e in modo particolare gli appartenenti al terz’ordine francescano la cui combattività era stata lamentata nell’ambiente federiciano. Come liberarsi di quella fanciulla che insieme con altri esagitati rischiava di infiammare gli animi già esasperati? Il podestà, temendo una cruenta sollevazione guelfa, ordinò il 3 dicembre a tutta la famiglia di lasciare Viterbo entro 24 ore e di recarsi a Soriano al Cimino. Si favoleggia che al padre, corso a supplicarlo perché revocasse l’ordine spiegando che l’esilio in montagna con la neve alla porte poteva significare la morte, rispondesse: “Perciò vi caccio affinché moriate tutti”.

Il 4 dicembre partirono per l’esilio che fu breve perché il 13 dicembre 1250 moriva Federico II permettendo alla parte guelfa di riprendere il potere e di preparare il ritorno del Papa. Rosa ne aveva annunciato la morte fin dalla mattina del 5 dicembre raccontando sulla piazza di Soriano come la notte precedente gli fosse apparso in sogno un angelo annunciandole che “dopo pochi giorni gli amici di Dio avrebbero ricevuto notizie importanti”.

Durante il viaggio di ritorno si fermò con la famiglia a Vitorchiano dove non soltanto restituì la vista a una fanciulla di nome Delicata, cieca dalla nascita, ma convertì anche un’eretica con un’ordalia. Preparato un gran fuoco, vi si gettò dentro rimanendovi fino a quando le fiamme si spensero. Poi, uscita incolume, disse a quella donna: “Abbandona la tua fedeltà e sottomettiti con ossequio devoto alla legge”.

Giunta a Viterbo sentì l’esigenza di entrare nell’attiguo monastero delle Povere Dame di San Damiano, ma le fu risposto che non potevano riceverla essendo al completo. In realtà non volevano accettare quella giovane il cui comportamento aveva suscitato reazioni politiche. “So bene che questa non è la causa – rispose loro Rosa – Ma voi dovete sapere che un giorno sarete liete di avere da morta quella che disprezzate da viva; e infatti l’avrete”.

Morì qualche mese dopo, il 6 marzo 1251, che è la sua festa liturgica, stroncata dalla malattia probabilmente riacutizzatasi per i disagi patiti durante il viaggio. Il suo culto, promosso da Innocenzo IV e Alessandro IV, divenne popolare sebbene mancasse ancora la canonizzazione formale che giunse soltanto indirettamente, con l’iscrizione al Martirologio Romano, il catalogo di tutti i santi promulgato nel 1583 da Gregorio XIII.

La ragazza viterbese divenne il simbolo della lotta contro le “pretese egemoniche” dell’Impero, utile per consolidare il potere temporale della Chiesa su questo territorio troncando l’esperienza di libero comune che aveva reso Viterbo potente e fiorente fino al secolo XIII. Su di lei fiorirono poi tante leggende: a tre anni, ad esempio, resuscitò una zia materna. Un’altra volta stava uscendo di casa nascondendo nel grembiule del pane per i poveri quando il padre le chiese di mostrargli cosa portava: lei obbedì aprendo il grembiule che apparve colmo di rose. Si narrava che un giorno si era recata con altre bambine ad attingere l’acqua alla fontana pubblica davanti a Santa Maria in Poggio. Una sua compagna ruppe l’anfora e, non sapendo come giustificarsi di fronte ai genitori, accusò Rosa dell’incidente. La santa raccolse i frammenti ricomponendoli così bene che la brocca sembrava nuova. Un’altra volta una vicina, che aveva rubato una gallina ai genitori, negava il furto. Rosa chiese al Signore che facesse apparire sulla sua guancia destra qualche penna dell’animale: fu esaudita e la donna, colpita dal fatto straordinario, confessò la colpa.

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Tratto da Il Tempo del 2 settembre 1997.


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