Addio a Cattabiani, maestro delle tradizioni

Da tempo sapevamo che una malattia grave, incurabile, aveva aggredito il fisico di Alfredo Cattabiani. E ieri questo studioso di storia delle religioni, di simbolismo e di tradizioni popolari si è spento, anziano ma non ancora vecchio, nella sua casa di Santa Marinella. Lo scrittore, nato a Torino nel 1937, dopo il liceo si era iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Giunto alla tesi, da discutere con Luigi Firpo (su Joseph de Maistre), si era poi trovato di fronte, nell’Università del capoluogo piemontese, un giudice ostile: Norberto Bobbio. Ottenuta comunque la laurea, aveva quindi conosciuto l’editore Carlo Felice Borla, contribuendo così, con titoli e autori “da non perdere” (basti citare Mircea Eliade, Etienne Gilson, Simone Weil, il lama tibetano Chögyam Trungua e il rabbino Abraham Joshua Heschel) ad arricchire il catalogo di una casa editrice non conformista, misconosciuta o derisa, all’epoca, dalla cultura (egemone) di sinistra.

A quel periodo risalgono anche gli esordi giornalistici di Cattabiani in veste di accorto osservatore del costume, ovviamente nelle colonne di quotidiani e periodici che si collocavano sul “fronte opposto”, cioè a destra. Né si deve dimenticare, a partire dagli anni Settanta, il ritorno dello studioso all’attività di editor per la neonata Rusconi Libri, dove apparvero saggi o romanzi di scrittori come J.R.R. Tolkien (Il signore degli anelli), Cristina Campo (Il flauto e il tappeto), Guido Ceronetti (Difesa della luna), Marius Schneider (Il significato della musica) e Pavel Florenskij (La colonna e il fondamento della verità). In seguito, lungo circa un trentennio, Cattabiani si dedicò a scrivere opere originali, in cui i suoi interessi spirituali e la sua cultura religiosa si diluivano nei ritmi di una scrittura priva di asprezze, trasparente o divulgativa. Si trattò di libri, taluni anche piuttosto lunghi, in bilico tra il saggio erudito e l’antologia di storie e leggende, tra la silloge di proverbi e lo zibaldone di pensieri, tra la raccolta di miti e la rielaborazione di archetipi. Essi formarono una sorta di work in progress concepito come serie o sequenza di anelli concatenati, ciascuno dei quali era contrassegnato da un testo il cui carattere quasi “enciclopedico” si rivelò sin dal titolo. Ogni volume parve ispirarsi a una biblioteca di monaci. Ricordiamo, fra i più recenti, Erbario (Rusconi, 1985) Calendario (ibidem, 1988), Lunario (Mondadori, 1996), Florario (Oscar, 1998) e Volario (Mondadori, 2000); tutti rivolti a recuperare, nelle culture antiche sia occidentali che orientali, i valori imperituri, i significati reconditi, le formule sapienziali.

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Tratto da Il Messaggero del 19.5.2003.

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