In nome del mito

“Non sono un intellettuale di destra, né di sinistra o di centro, perché questi termini furono coniati dai rivoluzionari. E “destra” ha ormai assunto una connotazione negativa dovuta alla sinistra: l’intellettuale di destra è sempre quello incapace di capire i mutamenti della storia”.

A mettere i puntini sulle “i” è Alfredo Cattabiani, autore di numerosi libri, soprattutto sul tema del mito, del simbolo e delle tradizioni popolari, giornalista, indimenticabile direttore editoriale di quella Rusconi libri che, negli anni Settanta, rappresentò un fondamentale punto di riferimento per la cultura non conformista. “Esistono culture che possono essere assunte da una parte politica come ispiratrici. Com’è il caso soprattutto di quella destra più emarginata rispetto all’Msi prima e ad An oggi – che è poi la più viva culturalmente – che ha assunto come maestri personaggi che vanno da Pound a Chatwin, da Sedlmayr a Scnheider, da Coomaraswamy a Hossein Nasr, da Conte ad Accame, da Filippani Ronconi fino a Sermonti. Quanto alle mie opere, non hanno un riferimento immediato con la realtà politica, e quindi vengono ignorate dalla destra istituzionale”.

Qual è il suo lavoro, oggi?

Il ciclo cominciato con il Florario, passato per Planetario e poi Volario, e continua con un altro libro sugli esseri del mare, della terra, poi via via… Alla fine, se a Dio piacendo rimarrò in vita, lo intitolerò Storia della immaginazione, un po’ parafrasando la Storia naturale di Plinio il Vecchio, cioè una storia di tutto ciò che abbiamo immaginato intorno al mondo visibile. In questi giorni la Mondadori pubblica invece un mio libro atipico, Zoario – Storie di gatti, cicale, aironi e altri animali misteriosi: racconti in forma di dialogo che hanno come protagonisti degli animali evocati da due interlocutori.

Bene, cominciamo dall’inizio…

Sono nato nel cuore di Torino. La mia era una famiglia un po’ atipica. Mio padre musicista, amico di Pitigrilli, viveva di rendita avendo venduto una fabbrichetta di cioccolato. Era mia madre il “maschio” di casa. Aveva costruito un grande atélier con quaranta sarte che lei dirigeva… una costruzione splendida, costruita da Levi Montalcini, il famoso architetto degli anni Trenta, nella nuova Galleria San Federico, voluta da Mussolini insieme con l’annessa via Roma, opera del Piacentini.

Esiste ancora?

No, è stata distrutta da una jeanseria. Mia madre, Annamaria Borletti, è stata una delle grandi sarte della Torino fra le due guerre – nella Torino dei tabarin, delle donne eleganti e belle, quando arrivavano addirittura da Palermo, per farsi i vestiti – poi ancora nel dopoguerra, fino a quando quel tipo di artigianato che non badava ai mass media è stato soppiantato dai cosiddetti nuovi stilisti.

E da bambino aveva il permesso di gironzolare per l’atélier di sua madre?

Come no! E c’era un cinema lì davanti, che prima si chiamava Rex, poi con la Repubblica Sociale Dux; ne divenni frequentatore abituale quando, dopo la guerra, si trasformò in Lux

Rex, Dux, Lux

Sì, per mantenere artisticamente il nome in tre parole. Quindi mi sono nutrito prima della bellezza femminile, poi dell’immaginario cinematografico, visto che i proprietari erano amici di famiglia e mi permettevano di entrare gratis.

Libri?

Molto presto. Mio padre mi insegnò a leggere che avevo quattro anni, e mi diede in mano La Scala d’Oro. Contemporaneamente leggevo i fumetti, soprattutto Topolino e Il Vittorioso, con gli album di Jacovitti.

Ma, prima, la fantasia di un bambino vola sulle ali di parole dette

Mia madre aveva un temperamento tutto teso al lavoro, e poco tempo per raccontare favole. Era mio padre il fabulatore, ma più che altro preferiva intrattenerci con ricordi sabaudi. Fu lui a darmi i libri di Luigi Gramigna, con i grandi personaggi dei Savoia. E naturalmente non poteva mancare De Amicis, anche se era socialista. Il senso dell’onore, della dignità, del sacrificio, lo sentivo anche nel Cuore, nonostante le sue cadute sentimentali. Allo stesso tempo leggevo Jules Verne, Salgari…

A quanti anni?

Dieci, undici. I miei nonni materni abitavano proprio alla Madonna del Pilone, a poche decine di metri dalla casa di Salgari, dove lui si uccise: sicché Salgari era per me un virtuale vicino di casa. Ma, di quel periodo, è sicuramente il patriottismo sabaudo quello che più mi è rimasto nel sangue: sono monarchico di sentimento ma anche per convinzione, come ho spiegato nella prefazione a Breviario della tradizione di Joseph de Maistre (ed. Il Cerchio, ndr). Amo la nostra Nizza, la nostra Savoia, che considero sabaude per cultura e tradizioni. Prima le frequentavo spesso… andavo anche al mare nella Costa Azzurra italiana. Come anche nella Liguria di Ponente, sempre legata al Piemonte… Ecco, Bordighera fu una grande fonte per i miei sogni, per la mia preparazione culturale. Vi sfollammo nel dopoguerra, e continuai a frequentarla quando ancora c’erano i grandi alberghi Belle Époque.

Quindi fino a che anni?

1950… ’52. Lì visse la Regina Vittoria, tanti scrittori stranieri… c’è anche una statua della “mia” regina Margherita. Quando salivo dagli scogli di Sant’Ampelio verso Bordighera vecchia, passavo davanti alla mia regina. Così, quando a Torino incontravo in una statua i personaggi conosciuti sulle pagine di Gramigna, per me rivivevano e mi parlavano di un mondo familiare e amato. E camminando per quelle strade fiancheggiate dalle palme, sentivo – come lo può sentire un ragazzino, s’intende – che la mia vita sarebbe stata quella dello scrittore.

Ha cominciato presto?

Nella notte di apertura del Giubileo del 1950. Frequentavo la terza media, e vivevo in un piccolo albergo vicino Capo Sant’Ampelio perché soffrivo di una febbretta che aveva preoccupato i miei – sa, in quel periodo c’era il rischio della tubercolosi… Ascoltai la radiocronaca dell’apertura della Porta Santa e l’indomani, durante la notte, scrissi la cronaca giornalistica di quell’evento intitolando il foglietto, chissà perché, “Il mondo”. Lì a Bordighera cambiò qualcosa.

Dopo di che?

Tornai a Torino, all’Istituto Sociale dei gesuiti, che ho frequentato dalla prima elementare alla terza liceo, con l’intervallo di Bordighera. Mi dettero un’educazione molto importante, ma in ciò che insegnavano (anche per la parificazione con i programmi ministeriali) si era inserita la cultura dominante, che bloccò in Italia per decine d’anni l’introduzione di autori importanti, o addirittura li censurò. Il povero Cesare Pavese, che fu per un certo periodo una cotta adolescenziale anche perché io andavo con lui a remare sul Po, mi perdevo nella collina e nelle osterie, mi sentivo sperso senza una guida in quella Torino fiatizzata e laicizzata… Pavese, dicevo, fu costretto a non più pubblicare Mircea Eliade< nella Collana Blu… Fu censurata la Simone Weil, quando si accorsero che sì, aveva combattuto contro i franchisti, ma che tutto il suo pensiero non aveva nulla a che fare con il pensiero rivoluzionario, anzi era una tradizionalista, pur con tutte le sue contraddizioni. In ogni modo sin dai tredici anni cominciai a leggere sistematicamente i nostri classici insieme con quelli francesi, perché per me torinese il francese era la seconda lingua, imparata poppando… mi sono nutrito della nostra letteratura classica, che poi è la base di partenza per qualsiasi viaggio che si rispetti.

Senza sentirne il peso dell’obbligo scolastico.

Infatti. Più tardi scoprii Pinocchio, più un libro per adulti che per bambini. Un grande capolavoro di saggezza.

Ma intanto continuava a frequentare l’ex Rex-Dux ora Lux…

Cinema, sì, molto cinema, e teatro. Mio padre invece mi portava all’opera.

In tutto questo, quand’è che il mito si affaccia alla sua porta?

La svolta della mia vita fu a diciannove anni, quando conobbi Stefano Mangiante, un giovane genovese morto prematuramente, che mi diede da leggere dei libri di Guénon e di Evola, che mi aprirono una strada che nessuno mi aveva indicato.

Come l’esplorazione dell’Africa…

Precisamente. A quel punto ebbi anche un altro incontro, con amici provenienti da ambienti diversi, che si radunavano nel salotto di Augusto Del Noce: lui mi aiutò a capire la situazione storico-politica dell’epoca. Da quel momento, culturalmente parlando, arrivarono tutti: Pound, Eliade, Elliot, Schneider, de Maistre… Un giorno Del Noce diede un’indicazione ad ognuno di noi: “Dobbiamo rivisitare le culture di ogni Paese cercando di mettere in luce quella cultura che è stata dimenticata in Italia. E fonderemo una casa editrice”.

A lei cosa assegnò?

La letteratura francese. Feci la tesi di laurea sul pensiero politico di Joseph de Maistre, relatore Firpo e controrelatore Norberto Bobbio, che durante la discussione buttò per terra la mia tesi, rifiutandosi di “discutere su un teorico della schiavitù”. Al che, Alessandro Passerin D’Éntreves, grande professore liberale, intervenne dicendo che non si stava discutendo su de Maistre, ma su una tesi di laurea su de Maistre: bisognava solo dire se era scientificamente buona o no.

Conclusione?

Bobbio non parlò più, ed io ebbi il massimo dei voti. Dopo la laurea fondammo una piccola casa editrice, le Edizioni dell’Albero, pubblicammo scritti di Bernanos, Mollnar… anche uno molto incisivo di Gianfranceschi sulla teologia progressista.

Quanto durò la casa editrice?

Non molto… sa, fu un’esperienza d’inesperti… Ma venni assunto alla Borla e, anche se allora una casa editrice cattolica progressista, continuai il lavoro iniziato con L’Albero. Mi fu di grande aiuto padre Jean Daniélou, un grande teologo, studioso delle interazioni fra pensiero pagano e pensiero cristiano. Volli fare una collana “italiana”, affidandola a Del Noce, ma lui non riteneva di saperne abbastanza e mi rispose che avrebbe accettato se avessimo chiamato anche Elémire Zolla.

E Zolla?

Accettò. Zolla aprì un po’ le frontiere di quella tradizione sapienziale che avevo cominciato a leggere sulla scia di Guénon e di Evola, facendomi conoscere autori più moderni, come Marius Schneider, il più grande etnomusicologo vivente, Hans Seslmayr, che è stato uno dei massimi storici dell’arte, Mircea Eliade e altri.

Come venne accolta, questa collana?

Venne quasi ignorata: solo Il Tempo di Roma ne parlò.

L’ignoto fa paura a tutti. Siamo negli anni…

…tra il ’66 e il ’70. Poi la Borla cambiò gestione. Già da un po’ ero stanco dell’atmosfera torinese, dove mi sentivo assediato, malvisto; allora venni a Roma, dove speravo di trovare un lavoro, per esempio alla radio.

E lo trovò?

Neanche per idea. Però arrivò una telefonata da Rusconi, che mi voleva per dirigere la nuova casa editrice libraria. Ma lui era l’editore del settimanale Gente, e io risposi che non avevo alcuna intenzione di pubblicare autobiografie di attricette o cose simili. Invece l’operazione era una cosa seria. Sa che mi disse Rusconi? Che voleva pubblicare quelle opere di qualità che non venivano pubblicate altrove.

Un invito a nozze!

Sì, anche se mi dispiaceva lasciare Cavoretto, la collina sopra Torino, un luogo incantato, da hobbit, dov’ero andato ad abitare con la famiglia. Ma era mio dovere andare.

E andò, facendo della Rusconi una casa editrice sulla quale quelli della mia generazione hanno cominciato ad avvicinarsi alla cultura non conformista. Nel mio caso, la scoperta fu La cerca del Santo Graal. Tra l’altro, in quarta di copertina si pubblicizzava Il Signore degli Anelli…

Sì, fu un mio amico editore romano, Ubaldini, delle edizioni Astrolabio, ad acquistare i diritti e a farlo tradurre. Pubblicò il primo libro, ma andò male, perché la sua era una casa editrice conosciuta per la saggistica; allora lo consigliò a me. Di primo acchito non mi impressionò, e anche se condividevo pienamente il Tolkien saggista, non ero convinto. Tuttavia, col fiuto dell’editore, intuii che quel libro poteva avere un effetto importante in Italia, ma quelle millecinquecento pagine volevano dire un prezzo altissimo, un impegno enorme.

E poi che successe?

Fu Elémire Zolla a convincermi. In quel periodo aveva tenuto alcune conferenze nelle università Usa, e mi disse che gli studenti nei campus giravano con bottom su cui era scritto “Frodo è vivo”. “Non fartelo scappare” mi disse, “le mode Usa, prima o poi dilagano anche nelle province dell’impero”. Rusconi non era d’accordo, ma me lo concesse perché, disse, “è un capriccio, ma la stimo troppo per non concederle almeno un capriccio”.

Be’, fu un capriccio fortunato.

Ha inserito la gioventù di destra in un ambiente diverso dal solito… gli parlava di cose che sentivano, ma al di fuori dei conflitti politici degli autori di riferimento. Perché andava alle basi…

Ma un incontro fondamentale per me fu quello con Eliade, che veniva spesso in Italia: mi aiutò moltissimo a maturare. Fu un momento di grande arricchimento, anche interiore. Frequentai anche la famiglia di Pound, Boris de Rachewlitz e poi anche Mary.

E lui, Ezra?

Ne parlo nello Zoario, il mio imminente libro che dovrebbe piacere ai lettori di Tolkien: lo conobbi a Parigi, nel 1965. Dominique de Roux, un giovane nobile francese che dirigeva i Cahiers de l’Herne, dove pubblicava autori demonizzati dalla cultura ufficiale, aveva dato una grande festa nella sua villa in campagna in onore dello scrittore. Ezra Pound non disse una parola, tra lo sconcerto dei giornalisti; faceva molto caldo, ed io uscii sul terrazzo a fumare la pipa… in quel momento uscì anche lui, tutto solo, ci guardammo un attimo e, chissà perché, mi disse in francese “venga con me”; dopo cinque minuti sbucammo in una radura dove vi era un tempio circolare, neoclassico, e lui mi disse solo queste parole: “Vede, questo è un tempio massonico costruito da Danton. Ha capito?”, quasi mi avesse confidato un segreto… Tutto è legato all’usura, che nasce da una visione del mondo dove in realtà “égalite” e “fraternité” nascondono la parola fondamentale: la libertà selvaggia.

Per la Rusconi passarono molti autori poi divenuti famosi…

Come Cristina Campo, a me molto cara, di cui pubblicai il primo libro, Il flauto e il tappeto; scoprii Guido Ceronetti, che era solo un traduttore: gli pubblicai Difesa della luna, un libro straordinario, e poi tanti altri, finché trasmigrò all’Adelphi quando io dovetti lasciare la Rusconi. E potrei ricordare ancora Giuseppe Prezzolini, Ugo Spirito, Augusto del Noce Noce, Rodolfo Quadrelli, Quirino Principe, Mario Pomilio, Carlo Alianello, Fausto Gianfranceschi, Luigi Compagnone, Biagio Marin e fra gli stranieri, oltre a quelli già citati, Jünger, Bernanos, Alce Nero, Urs von Baltahasar…

Ma le pressioni dell’ambiente letterario erano forti?

Naturalmente. La mia presenza era quella di un intruso, un elemento di disturbo. Walter Pedullà, è storia conosciuta, disse che era giusto stendere un cordone sanitario intorno alla Rusconi, perché era colpevole non di pubblicare autori “reazionari”, ma di perseguire una politica editoriale reazionaria. Altri, come quel personaggio minore, Pier Paolo Pasolini, arrivarono alle insinuazioni più velenose, dicendo che ero l’elemento più pericoloso per la Chiesa cattolica per gli autori che pubblicavo! Alla fine nominarono un direttore generale che aveva il compito di impedirmi di pubblicare certi libri…

E lei?

Be’, continuai molto abilmente, perché a Rusconi certe cose piacevano. Feci una collana con Reale, Mathieu e il povero Emanuele Samek Lodovici, morto prematuramente: “Classici del pensiero”: Platone, Filone d’Alessandria, Plotino, tutta la grande tradizione sapienziale pagana e cristiana. Poi una collana di musica, su indicazione di Rusconi. La proposi a Paolo Isotta, ma lui voleva con sé anche Piero Buscaroli; al che Rusconi: “Eh, ma se persino Montanelli lo fa firmare con uno pseudonimo!”. A me pareva un segno di viltà, essendo lui uno dei maggiori studiosi di musica. Infine Rusconi disse di sì, e proprio grazie a questa collana, anche Montanelli lo fece firmare col suo nome.

In quegli anni non era soddisfazione da poco…

No, infatti, ma ormai ero arrivato al capolinea… troppe pressioni contro di me. Dovetti andarmene, e questo per me ha significato l’impossibilità di godere della pensione, non avendo raggiunto il numero di anni richiesto.

Lei ha avuto anche un’attività giornalistica, però.

Sì, con Il Settimanale e soprattutto con Il Tempo, ma mai più da dipendente. Pensi che Gianni Letta, allora direttore del quotidiano romano, preferì aumentarmi i compensi fino a farmi diventare uno dei più pagati, pur di non assumermi.

E perché?

Non voleva che facessi coppia con Gianfranceschi, accentuando la linea culturale che lui voleva invece annacquare. Tuttavia l’impossibilità di lavorare fisso in un giornale mi permise di avere tempo per pubblicare libri, e questo, forse, non è stato un male.

Oggi, di tutte le letture e i racconti, che cosa conserva più in profondità?

Tre frasi che sono scolpite nel cuore. Una è sulla tomba di de Maistre a Torino, nella chiesa dei Santi Martiri: “Fors l’honneur nul souci”, di là dall’onore nessun’altra preoccupazione… per me resta l’ideale fondamentale. E altre due frasi. Una di Ugo von Hoffmanstal, che cito alla fine dell’ultimo capitolo di Zoario, dove appaiono la figure di Pound ed Eliade con episodi inediti: “Con lieve cuore, /con lievi mani,/ la vita prendere,/ la vita lasciare”. L’ultima, di William Carlos Williams: “Essi odiano una cosa più di tutte: odiano la bellezza”. “Essi” è il volgo che ormai trionfa in ogni categoria sociale.

Questa intervista è stata tratta, per gentile concessione dell’autore, da “Area”.

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