Alfredo e il suo sorriso di libertà

Alfredo Cattabiani visse nell’indipendenza e fu un nemico sottile e irriducibile della cultura del «pensiero unico». Non ebbe partiti, non ebbe padroni: e fu così geloso della sua libertà che non volle mai essere neppure giornalista a contratto.

Una volta, un suo amico, sapendo delle difficoltà in cui versava, riuscì a convincere un direttore ad assumerlo come redattore per garantirgli stipendio, ferie e pensione. Cattabiani s’immalinconì giorno dopo giorno. E quando fu il momento di firmare il contratto lo strappò, lasciando il suo amico con un palmo di naso. Da allora — saranno trascorsi vent’anni — Cattabiani visse pubblicando articoli su parecchi giornali e riviste, parlando alla radio, scrivendo libri. Come sempre aveva fatto, del resto: in una felice precarietà, sebbene con periodi di buona fortuna, che lo aprirono più del solito al sorriso nella casa che s’era dato in Viterbo e ultimamente in quella di Santa Marinella. Lavorando per molti, non si dipende da nessuno. E dipendere da qualcuno è una croce insopportabile per le persone della qualità di Cattabiani, che son d’una tipologia premoderna, oramai rara. La radice del suo nome e la tinta biondo rossastra del suo pelo rimandavano ad ascendenze siciliane, ma era torinese, come sua madre, i cui abiti furono desiderati dalle signore dell’alta società sotto la Mole. Studiò dai gesuiti. E già da allora si mostrò acuto e felino, un credente in cammino sul filo del rasoio dell’eresia, un lettore di ricercata eleganza, un conversatore persino un po’ inquietante, un conoscitore di sapienze perdute, un frequentatore di incanti e di simmetrie dimenticati.

Amava i gatti, era inconquistabile come un gatto e più di una volta ho potuto scorgere un’ombra dolce di sorriso sotto i baffi. Alfredo Cattabiani avrebbe potuto avere molto di più dalla vita, ma quel molto di più sarebbe stato sciapo. Ha avuto invece danni studiati e saporiti. Ha lasciato libri importanti, che non saranno dimenticati. Ma anche se non avesse lasciato nulla, molti di noi che siamo insofferenti del «pensiero unico» e del precotto culturale per qualche verso, e ugualmente, saremmo stati verso lui obbligati.

Al di là dei ricordi personali (e i miei adesso incalzano con il ritmo del flamenco che Cattabiani offrì agli amici l’estate scorsa nella sua corte domestica) il caso di quest’anno di cultura è emblematico di una condizione assurda, che è durata incredibilmente a lungo in Italia: e ancora un po’ perdura. Com’è possibile che una personalità del calibro di Alfredo Cattabiani abbia dovuto elemosinare per anni piccole collaborazioni in una Rai imbottita di gentuccia opulenta proveniente dai partiti?

Com’è possibile che il secondo dei quotidiani più diffusi in Italia non abbia trovato ieri qualche riga per riferire che era morto non dico colui che ha portato Tolkien nelle nostre librerie, non dico un intellettuale di spicco dell’area della destra, non dico l’autore di una decina di libri di successo: ma dico un giornalista di una qualche notorietà? È possibile, è possibile per questa semplice, folle ragione: perché Cattabiani nella bibliografia di un certo prepotente (sebbene disastrato) potere culturale italiano non c’è, non è mai esistito e, dunque, può essere neppure morto. Iperbolicamente e paradossalmente c’è del vero in questa follia. Perché Cattabiani è ben vivo, col suo esempio di vita e coi suoi scritti.

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Tratto da Il Tempo del 20.V.2003.

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