Carmine Velo o del corpo dell’uomo
Tags: Carmine Velo, corpo, sicario
Carmine Velo
(New York, 1920 – 1964)
sicario della famiglia Li Gotti
Non vi sono che corpi.
Quello della città, le alte torri che guardavo in una vertigine, gli scheletri di ferro incompiuti, le sue viscere, tubature fumanti, vie e canali sotterranei la cui linfa sorgeva a volte dalla terra, zampillando dai rossi totem degli idranti intorno ai quali noi bambini correvamo come danzando.
Il corpo di mia madre, che un tempo era stato uno con il mio.
Quando i suoi occhi neri fissavano intenti qualcosa aldisotto della mia gola mentre arrangiava la giacchetta prima che uscissi per la scuola, non fissavano me ma il mio corpo, altro, oramai lontano da lei.
Un amore che nessuno di noi due conosceva, che ci superava entrambi, così diverso dall’amore che incontrava il viso e lo sguardo, un amore a cui non ho poi mai saputo dare un nome.
I corpi degli altri bambini.
Tanti corpi, separati dal limite della loro forma, della loro carne.
Conoscevo quei corpi dai molli organi negli addomi che si opponevano al mio pugno, dall’odore del sudore e della saliva che si distillava in loro come acre acqua di vita quando ci azzuffavamo nei cortili.
Il corpo delle donne, nel nero del quale, ragazzo e poi uomo, entravo ed entravo, in una furia o in una dolcezza, senza mai riuscire a cancellare il limite che ci separava.
Infine il corpo del mondo, che li conteneva tutti.
L’oceano, un vento teso che proveniva da così lontano.
La città terminava, ogni altezza si annullava sciogliendosi nel grande disco d’acqua della baia.
L’Hudson, in uno sforzo calmo e poderoso, sembrava portare ogni cosa della terra in sé entrando nel grande mare.
Diceva, il fiume, del corpo del mondo, di come tutto un giorno si sarebbe unito abolendo ogni differenza e ogni peso.
Bastava girare le spalle a New York per comprendere che ciò che sarebbe stato dopo la fine era anche ciò che aveva preceduto l’inizio.
Una linea sottile, l’orizzonte, separava due tonalità di luce azzurra, due mondi, il mare e il cielo: l’embrione primigenio, ciò che era prima di ogni divisione e ciò in cui tutto si riverserà alla fine del tempo.
Mi rivedo con i miei fratelli in piedi sul molo nord guardare il mare grosso, nella tempesta. Il mio cappellino di tela bianca, dal lungo nastro che si avvolgeva al collo era stato preso dal vento.
Dapprima si era alzato nel cielo poi, lontanissimo, era caduto nell’acqua, scomparendo infine alla vista, fuso in quell’uno.
Ora che sono morto vedo allo stesso modo tutta la mia vita.
Lasciata la scuola a undici anni, a tredici già mi occupavo di punire con pestaggi, con atti di teppismo, chi avesse commesso uno sgarro contro la famiglia Li Gotti.
Conoscevo il figlio del boss, Salvatore, e negli anni i miei incarichi aumentarono d’importanza.
Il primo uomo che ebbi l’incarico di uccidere era un giovane irlandese che insisteva nel gestire due bische nel territorio della famiglia.
Matteo Angarano, uno dei luogotenenti dei Li Gotti, mi aveva procurato la pistola e mi aveva baciato prima che io uscissi, consegnandomi così a quel compito sacro, distruggere il corpo di un uomo.
Attesi quell’irlandese fuori da uno dei suoi locali.
Sapevo sarebbe arrivato a piedi.
Mi avvicinai.
Le gambe mi tremavano, avevo bevuto per farmi coraggio.
Era giovane, tanto più giovane di come avevo immaginato.
Feci gli ultime due passi di corsa e lo toccai come con un pugno al fegato, sparando.
Lui fu scagliato a due metri di distanza mentre cadeva, senza una parola.
Il suo corpo tremò forse per un minuto, poi si tese per un istante e fu finita.
Urlavano, nella strada.
La pistola, sporca di sangue e linfa scivolò a terra, corsi lontano.
A un angolo, dopo pochi isolati, vomitai.
Da allora, quello fu il mio lavoro.
Fui per vent’anni uno dei sicari della famiglia Li Gotti.
Uccidevo, qualcosa in me voleva stare su quel limite, il limite in cui la vita di un uomo veniva presa e il suo corpo cedeva, si apriva.
Come un sole, nel mio ventre e nelle mie mani, qualcosa esultava, presentiva altro, in me.
Con un mazza aprimmo, io ed un altro, il cranio di David Lipsky, che aveva molestato quella donna della famiglia.
Non dite della mia indifferenza, della mia ferocia: soffrivo ed amavo ognuno di quegli uomini.
Io solo, nel profondo, così lontano dalla mia immagine e dalla mia cifra nel mondo, sapevo ciò che provavo.
Ciò che ero.
Un uomo porta il proprio destino come un corpo la malattia, come il cielo le sue nubi.
In una goffa sparatoria, una notte umida in un parcheggio di Queens non so quale di quei tre uomini mi uccise.
Venne, con la palla di piombo, un dolore sordo al fianco, sentii gli organi cedere, sciogliersi diventando un solo cuore.
Tre passi e caddi a terra.
Nessuno mi vide sorridere.
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