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La “nuova mitologia” nella concezione politica di Carl Schmitt

1 gennaio 2000 (14:00) | Autore:

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Il concetto di direzione, di comando, di autorità era collocato nell’assoluta uguaglianza di stirpe tra capo e seguito

Carl Schmitt, Risposte a Norimberga “La vicinanza di Schmitt alla richiesta romantica di una ‘nuova mitologia’ e la coazione alla speranza in un ‘dio dell’avvenire’ sta nella convinzione della incolmabile perdita del fondamento trascendente, di una istanza ultramondana che potrebbe ancora garantire un ordine nella vita”. Questa frase dello studioso Stefan Nienhaus chiarisce come poche che il pensiero di Carl Schmitt, lungi dall’esaurirsi nella teoria giuridica, era invece una vera e completa concezione del mondo. La storica importanza del pensiero di Schmitt (un autore che, dopo qualche innamoramento dei nostri frivoli intellettuali, è stato rapidamente rimesso nel cassetto), infatti, più che nell’individuazione delle tecniche di governo per fronteggiare la crisi dell’Occidente, risiede nell’individuazione di quei poteri di sovranità carismatica, senza i quali ogni politica si riduce ad amministrazione e ogni amministrazione a contabilità.

Carl Schmitt, Un giurista davanti a se stesso. Saggi e interviste Un nuovo tipo di mito e di “mitologia”, dunque, sarebbe occorso al declinante jus publicum europaeum per reinsediare se stesso al vertice della decisione, e per ricostruire le categorie del politico non sulle basi della sovversione laica liberal, bensì su quelle tradizionali di una “teologia politica”. Come dire: pensiamo un modello di Stato nuovo, ma attinto alle più nobili esemplificazioni di idea-forza trascendente, come ce ne furono nel passato. Pensiamo una politica nuova, ma misurata su quell’idea di sovranità sacrale che fu per l’Europa il segreto di ogni grandezza.

Carl Schmitt, Teoria del Partigiano Per queste vie, Schmitt pervenne alla teorizzazione di uno Stato rifondato che incarnasse la decisione sovrana, per neutralizzare i distruttivi scontri di interesse privato, e per porsi come terzo superiore in grado di far prevalere sul contrasto sociale la parola ultima di una autorità radicale, esprimentesi nello stato d’eccezione. Si capisce che, con queste idee, Schmitt entrava in rotta di collisione col conservatorismo prussiano politicamente egemone nella Germania guglielmina, ed anche in larga misura in quella weimariana. Il potere statale, per la scuola prussiana, più che autorità trascendente era autoritarismo immanente, e più che sintesi hegeliana degli opposti era monolitica affermazione di un principio unico ossificato. Per questo, Schmitt considerò il suicidio del grande poeta prussiano Heinrich von Kleist – devotissimo dell’idea metafisica di Reich -, avvenuto teatralmente sulle rive del lago Wansee, come un simbolo del fallimento storico del prussianesimo e delle sue contraddizioni, maturando la convinzione che un reinizio dell’Europa fosse possibile su altre basi. Sulle basi, appunto, di una teologia politica. Fortemente critico del pensiero politico del Romanticismo – accusato di stravaganze inattuabili -, Schmitt fu nondimeno una sua scheggia, e lo fu proprio nel momento in cui pensò che fosse possibile la restaurazione dello Spirito su fondamenti tutto sommato irrazionali, ma oggettivi. Innestare il punto di vista prometeico di un nuovo mito comunitario nella pratica politica fu qualcosa più di un sogno. Riconoscere il senso cosmologico del pensiero presocialista di un Proudhon, o quello poetico-visionario di un Theodor Däubler come antefatti del potere politico, può sembrare la ricaduta di Schmitt proprio in quelle divagazioni impolitiche di cui aveva accusato il Romanticismo.

Carl Schmitt, La condizione storico-spirituale dell'odierno parlamentarismo Non era così. C’è un fatto, un dettaglio biografico, che può aiutarci a comprendere cosa, dopotutto, Schmitt avesse in mente. Nel passaggio del giurista da consulente tecnico di fiducia del sistema autoritario di Schleicher a consigliere di Stato prussiano nel regime di Hitler, si può leggere ad un tempo tanto la critica schmittiana a un metodo di potere ormai superato dalla storia, non più in contatto con gli eventi, quello vetero-prussiano; quanto l’attrazione per un principio rivoluzionario che andava concependo l’autorità in senso carismatico-popolare, secondo gli esiti di un comunitarismo che intendeva coniugare la tradizione nazionale con la modernità. Il giurista, così, nemico delle derive utilitariste della modernità, preoccupato dall’avanzata della tecnica e dalla brutale secolarizzazione dei rapporti sociali, si sarebbe trovato davanti alla possibilità di costruire davvero le fondamenta di un potere che avrebbe riunito in un colpo solo l’avversione al Romanticismo, rappresentato ad esempio dal vecchio Adam Müller, senza per questo rinnegare, ma anzi rafforzando il nocciolo della politica romantica, cioè l’erezione di un potere sacrale, incentrato sul carisma dell’autorità trascendente.

Carl Schmitt, Glossario E, sempre nello stesso momento, Schmitt avrebbe anche saldato i conti con le sue suggestioni verso le escatologie redentrici della società, così come le pensavano gli utopisti del socialismo premarxista. Non appariva infatti il Terzo Reich, per l’appunto, come un regime di nuovo conio ma tradizionalista, carismaticamente poggiante sul culto del Führer, ma allo stesso tempo, popolare e comunitario, come una specie di socialismo senza Marx? Tutto sembrò dunque congiurare per quell’avvicinamento tra il giurista e il dittatore, che poi, nel 1945, sarebbe costato a Schmitt la prigione e l’epurazione.

Carl Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo La quadratura del cerchio tra potere gerarchico e partecipazione di popolo, tra figura salvifica della Guida e uguaglianza dei diritti, fu operata da Schmitt attraverso l’elaborazione di una sorta di democrazia germanica. Criticando il concetto ecclesiastico di pastore e di fedeli, Schmitt scrisse in Stato, Movimento, Popolo del 1934 che “questa immagine è che il pastore rimane assolutamente trascendente al gregge. Questo non è il nostro concetto di direzione”. Il nuovo concetto di direzione, di comando, di autorità, infatti, era da Schmitt collocato nella “assoluta uguaglianza di stirpe tra capo e seguito… Solo la uguaglianza di stirpe può impedire che il potere del capo diventi tirannia e arbitrio”. Veniva garantito, in questa ottica di gerarchismo egualitario, l’accesso popolare ai diversi ranghi sociali per la via del merito e assicurata, col Führerprinzip, la piattaforma di massa dell’autorità carismatica. Ecco pertanto che la storia metteva nelle mani di Schmitt un caso concreto di teologia politica…

In Ex Captivitate Salus, il libro scritto nella prigione di Norimberga nel 1945 e che rappresenta uno di quei momenti in cui “i vinti scrivono la storia”, Schmitt si trattenne per qualche pagina sulla sua famosa distinzione tra Amico e Nemico, che considerava alla base di ogni identità forte: chi non ha il bene di avere nemici, non ha neppure il bene, attraverso la loro diversità, di conoscere se stesso. Difficile rimanere in equilibrio su questo vertice, ma indispensabile: vivere il proprio Io attraverso la diversità dell’altro. Significa lottare per un mondo di differenze, distrutte le quali, rimaniamo distrutti anche noi. Schmitt aggiunse a queste considerazioni un’ultima frase: “Cattivi sono certamente gli annientatori che si giustificano adducendo che gli annientatori vanno annientati”. Che avrà voluto dire? Non pensava forse ai giudici alleati che aveva di fronte, che accusavano i vinti di crimine e di violenza, standosene tranquillamente seduti su immani rovine, frutto per l’appunto di altro crimine e altra violenza? Probabilmente, è questa la vera sapienza della cella. Un testamento lasciato all’Europa, ma che ancora gli europei – a vent’anni dalla morte di Carl Schmitt – devono imparare a comprendere.

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Il “Kronjurist” del Reich

Carl SchmittNato nel 1888 a Plettenberg in Westfalia, Carl Schmitt studiò nelle Università di Strasburgo (allora tedesca) e di Monaco, dove fu allievo di Max Weber. Nel 1922 ottenne la cattedra di diritto pubblico prima all’Università di Greifswald e poi a quella di Bonn, e in seguito a quelle di Berlino (1926), Colonia (1932), di nuovo Berlino (dal 1933 al 1945). Divenne una delle più influenti personalità accademiche della Germania e ricoprì anche, per svariati anni, cariche pubbliche, sia sotto il regime di Weimar che sotto il Terzo Reich, durante il quale fu Presidente dell’Associazione dei Giuristi Tedeschi. Nel 1936 tuttavia, a seguito di certe polemiche ideologiche con ambienti vicini alle SS, rinunciò ad ogni attività al di fuori dell’insegnamento. Arrestato nel 1945 dagli Alleati come una delle massime autorità culturali del Terzo Reich, fu imprigionato a Norimberga e processato. Assolto ma impedito a tornare all’insegnamento, si dedicò ai suoi studi e alle sue pubblicazioni, fino alla morte avvenuta nell’aprile del 1985 nella natia Plettenberg. In Italia, dopo la pubblicazione nel 1935 dei Principi politici del Nazionalsocialismo (Sansoni), su impulso di Delio Cantimori, il suo pensiero rimase sconosciuto fino alla pubblicazione della prima traduzione post-bellica di una sua opera, per volere di Gianfranco Miglio (Le categorie del politico, il Mulino 1972). Oggi si contano numerose traduzioni di opere di Schmitt. Tra di esse segnaliamo: La Dittatura (Laterza 1975); Romanticismo politico (Giuffré 1981); Teoria del partigiano (il Saggiatore 1981); Scritti politico giuridici 1932-1942 (Bacco & Arianna 1983); Terra e mare (Giuffré 1986); Ex Captivitate Salus (Adelphi 1987); Il nomos della terra (Adelphi 1991); Teologia politica II (Giuffré 1992). Il libro più completo sulla figura e sul pensiero di Schmitt è J.W. Bendersky, Carl Schmitt teorico del Reich (il Mulino 1989).

Tratto da Linea del 19 giugno 2005


Commenti

Commento di Luca Caddeo
Ora: 7 maggio 2010, 11:45

Un'operazione ideologico-politica di una importante parte dell’universo culturale attuale (sinistra e destra liberale) è quella di far ricadere nel romanticismo (inteso come irrazionalismo, assurdità, immaginazione, passività, utopicità) quegli scomodi pensatori che, pur criticando radicalmente l'illuminismo (umanità e ragione astratta, cosmopolitismo, diritti dell'uomo universale, progresso etc.) non esaltarono acriticamente il Romanticismo. Essi tentarono invece di costruire delle solide basi metafisiche eppure realistiche sulle quali poter innestare un pensiero metapolitico ( e "politico") che non avesse nulla a che vedere né col pensiero liberal-liberista né con quello marxista. Condiviso pienamente lo spirito e il contenuto dell'articolo.

Luca Caddeo

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