I bestiari medievali come testimonianza di un altro modo di accostarsi alla natura

L’uomo medievale pensava che l’impossibile non esista.

O, se si preferisce, pensava che quanto è impossibile all’uomo, è sempre possibile a Dio; e che, essendo ogni cosa soggetta al volere di Dio, l’impossibile può manifestarsi nella natura e fare irruzione nella vita quotidiana.

La scienza medievale non aveva obiezioni di massima a ciò; solo con il tomismo, che è una forma di razionalismo tendenzialmente naturalista (per la quale l’uomo, ad esempio, sta a mezza strada fra l’angelo e l’animale), incominciano ad aprirsi le prime crepe in tale edificio; per esempio, laddove San Tommaso afferma che nemmeno Dio può far sì che ciò è accaduto, non sia stato (nella Summa Theologiae, I, XXV, 4).

La scienza medievale, erede di quella aristotelica, non osserva la natura con la pretesa di spiegarla, ma con l’obiettivo di comprendere a quel fine avvengano i fenomeni; conosce l’esperimento, ma non lo assolutizza; conosce anche le ipotesi e le teorie, ma non ritiene che esse debbano sempre accordarsi con i fatti, perché sa che taluni fatti, benché certi, non possono essere spiegati e tanto meno sottoposti a verifica sperimentale.

La scienza medioevale dà grande peso alla tradizione e all’autorità; giudica che se una cosa è stata tramandata da molte generazioni o se gode della testimonianza di una fonte autorevole, non abbia bisogno di ulteriori verifiche per essere accettata come vera o, quanto meno, come probabile: angeli e demoni esistono, ma chi li può osservare e studiare da vicino, se non il mistico, il santo e l’esorcista?

L’ordine naturale è solo una parte della realtà: la parte visibile, la parte esperibile mediante i sensi; ma, accanto ad essa, vi è un’altra dimensione, quella preternaturale, in cui agiscono forze e spiriti di natura non umana; e, al di sopra di entrambe, la dimensione soprannaturale, che appartiene solamente a Dio. Noi le consideriamo come se fossero separate, ma in qualunque momento possono aprirsi dei varchi, e l’una può entrare di forza nell’ambito dell’altra.

Prediamo il caso dell’uomo: in lui vi è una dimensione naturale, che corrisponde alla vita del corpo e, sul piano sociale e politico, segna l’appartenenza ad una comunità, ad una sovranità, a un sistema di leggi e consuetudini; ma vi è anche e soprattutto una dimensione soprannaturale, quella dell’anima, che, vivificata dalla grazia, può protendersi fino al divino, mediante la santità, o che, allontanandosi da Dio, può scegliere di precipitare nell’Inferno del peccato.

Per gli animali vale lo stesso ordine di ragionamento: quel che di essi vediamo è solo il corpo, la dimensione sensibile; ma in essi vi è anche una dimensione ulteriore, simbolica, attraverso la quale la sapienza divina ci comunica un messaggio, che noi dobbiamo saper riconoscere; allo stesso modo, il Diavolo può servirsi di loro per aprire un varco nelle difese dell’anima e infliggere all’uomo le terribili ferite del peccato.

Per secoli, ad esempio, l’arte sacra medievale ha rappresentato Gesù Cristo come un agnello sacrificale e ha visto nel gallo, che canta prima della luce diurna, il simbolo delle forze del Bene, così come nella tartaruga le forze del Male; di un pesce misterioso si serve l’arcangelo Raffaele, nel Libro di Tobia, per scacciare il diavolo Asmodeo dalla camera nuziale di Sara, così come un serpente, nel Paradiso Terrestre, induce in tentazione i primi uomini, Adamo ed Eva, spingendoli a ribellarsi al divieto divino di mangiare i frutti dell’Albero del Bene e del Male e provocando, così, la caduta morale dell’intera umanità.

San Francesco, nei «Fioretti», predica agli uccelli e parla con un lupo ferocissimo, lo ammansisce, gli fa promettere che non assalirà mai più degli esseri umani; viceversa, siamo informati che, in alcuni casi, durante il Medioevo dei maiali sono stati regolarmente processati, condannati a morte e giustiziati, per aver divorato dei lattanti nella culla.

Anche l’uomo, da parte sua, può degradarsi e regredire al livello dell’animale: tale è la strana vicenda occorsa al re Nabucodonosor, secondo il Libro di Daniele, che si mise a mangiare erba come i buoi, i cui peli crebbero come il pelo degli animali e le cui unghie crebbero come quelle degli uccelli: perché l’uomo, se smarrisce la ragione e si allontana da Dio, perde il bene prezioso che lo distingue dai bruti.

I bestiari medievali, derivati da un fortunatissimo testo apparso, in lingua greca, nel tardo Impero Romano, il Physiologus, sono una delle più caratteristiche espressioni del sapere medievale intorno alla natura, assieme ai lapidari (atlanti del mondo minerale) e agli erbari (questi ultimi, essenzialmente concepiti in funzione pratica e officinale); non oseremmo dire: della scienza medievale, perché non avevano alcuna pretesa scientifica, e sia pure di quella scienza che il Medioevo conosceva e praticava, assai diversa dalla scienza moderna, post-galileiana e newtoniana (meccanicista, riduzionista, tendenzialmente materialista).

Nei bestiari, sovente illustrati da splendide miniature, la vita e le abitudini degli animali sono accompagnate da spiegazioni di tipo moralizzante e da riferimenti alla Bibbia; più che opere di tipo scientifico – e sia pure di quella particolare forma o idea di scienza che è stata la “filosofia naturale” di aristotelica memoria – potremmo semmai parlare di un sapere popolaresco concernente la natura, alimentato da svariate tradizioni e sorretto, più che da una osservazione diretta, da un paradigma culturale basato sull’importanza fondamentale del segno e dell’allegoria, ovunque presenti nella realtà naturale come cifra di un insegnamento morale.

Si pensi all’incipit della Commedia dantesca, alle tre fiere, simboli dei tre vizi capitali: superbia, lussuria, cupidigia; si pensi alla profezia del Veltro; si pensi alla novella di madama Beritola, nel Decameron di Boccaccio, e al rapporto fra uomo e animale che può instaurarsi in circostanze eccezionali, in questo caso fra uomo e capriolo; oppure si pensi ai racconti di origine antica, greca e romana, che il Medioevo ha accolto e tramandato, perché consonanti con la sua visione del mondo animale: ad esempio, alla storia edificante di Androclo e il leone, riportata da Aulio Gellio nelle sue Notti attiche.

L’aspetto più sconcertante dei bestiari medievali, per la mentalità moderna, è la disinvoltura con cui animali reali vengono descritti accanto ad animali favolosi e leggendari, come se non vi fosse alcuna discontinuità fra le rispettive categorie.

Mentre, per la cultura moderna, una cosa è un oggetto osservato e verificato come “reale”, e un’altra cosa, completamente diversa, è un oggetto d’immaginazione o di origine fiabesca, dai bestiari risulta chiaramente che l’uomo medioevale rifugge da distinzioni così nette e irrevocabili; e qui torniamo a quanto dicevamo all’inizio, circa il diverso atteggiamento dell’uomo medievale rispetto a ciò che è da considerarsi possibile o impossibile.

Per l’uomo moderno, un animale o è vivo, o è morto (a parte il famoso paradosso del gatto di Schrödinger, ma che è, appunto, soltanto un paradosso della fisica), tertium non datur; mentre per l’uomo medievale, anche per la persona colta, è possibile che un animale come l’araba Fenice muoia e risorga dalle sue stesse ceneri.

Un’altra importante differenza con la mentalità moderna è il possibilismo dei bestiari medievali, che induce i loro autori ad includere nei loro testi anche quegli animali che sono stati visti solo da poche persone, di cui non esistono tracce complete e che nessuno ha potuto studiare da vicino: indice di un modo di pensare assai lontano da quello della moderna zoologia.

Sta di fatto che il problema degli animali elusivi esiste tuttora e, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra: una nuova scienza, ovviamente guardata dall’alto in basso dalla zoologia, è sorta appunto per occuparsi di essi: la criptozoologia. Essa parte dall’assunto che bisogna essere cauti, prima di escludere l’esistenza di un animale, anche di grandi dimensioni: nulla si sapeva dell’okapi, del varano di Komodo, del gorilla di montagna, fino ai primi del XX secolo.

E che dire degli animali preistorici, trovati vivi e vegeti, anche se la scienza moderna li aveva ritenuti estinti da decine o centinaia di milioni di anni? Che dire del Celacanto, un pesce antichissimo, pescato vivo nelle acque del Sud Africa e tuttora osservato dagli scienziati, con relativa frequenza, presso l’arcipelago delle Comore?

La scienza moderna procede con i piedi di piombo: prima di ammettere che qualcosa esiste, esige prove assolutamente certe e irrefutabili; è per questo che ancora si ostina a negare che una forma sconosciuta di creatura umanoide si aggiri per le montagne dell’Asia centrale, a dispetto del fatto che centinaia di persone ne abbiano segnalato l’avvistamento, nel corso dei secoli.

L’uomo medievale sa che il mistero è presente ovunque e, proprio per questo, non esclude nulla a priori; non dice che una cosa è impossibile, solamente perché non rientra nelle sue categorie mentali; il che non equivale semplicemente a qualificarlo come un credulone, perché la sua non è solo – certo, è anche – credulità, ma una forma mentale più ampia e più elastica della nostra, imbrigliata e irrigidita da alcuni secoli di pensiero razionalista e scientista.

Scrivono Eva Cantarella e Giulio Guidorizzi in Storia antica e medievale (Torino, Einaudi, 2002, vol. 2, p. 131):

«Tra i secoli II e IV, in una regione che va dall’Egitto alla Siria, un autore sconosciuto scrisse il Fisiologo, una descrizione di animali, ma anche di vegetali e minerali, condotta secondo criteri allegorici e fortemente influenzata dalla dottrina cristiana. Nel testo, la particolare natura del’animale viene prima descritta e poi interpretata seguendo considerazioni di carattere etico e teologico: il pellicano, che secondo la tradizione nutre in figli con il proprio sangue, diventa il simbolo di Cristo, che con la sua morte salva gli esseri umani dalla condanna eterna.

Accanto agli animali veri, l’anonimo autore del Fisiologo cita anche quelle creature di fantasia che tuttavia erano ritenute esistenti, come la fenice che muore e rinasce (un’altra evidente allusione alla resurrezione di Cristo), le mitiche sirene, gli ippocentauri e i leoni-formica: questi ultimi, in questa descrizione, hanno le membra anteriori di leoni e quelle posteriori di formiche; hanno padre carnivoro e madre erbivora, pertanto non possono mangiare la carne a causa della natura della madre e non possono cibarsi di erba a causa della natura del padre, e sono quindi costretti a morire di fame. Anche gli animali reali possiedono caratteristiche soprannaturali: la salamandra sarebbe capace di estinguere il fuoco di una fornace con la sua sola presenza; il canadrio (un uccello bianco) avrebbe invece a facoltà di guarire i malati con il suo sguardo.

Il successo del Fisiologo sarà senza precedenti: le descrizioni di questi animali vengono tradotte a partire dal secolo V d. C. (in etiopico, in armeno, in siriaco e in latino). Molte di queste creature sopravviveranno per tutto il Medioevo e saranno raccolte a partire dal secolo XII nei cosiddetti “bestiari”, scritti nei volgari di area italiana, germanica e francese, dove i singoli animali compaiono raggruppati a seconda dell’argomento (gli animali acquatici e quelli terrestri, gli animali che simboleggiano i vizi e quelli che simboleggiano le virtù, ecc.).

L’animale più famoso dei bestiari medievali, spesso raffigurato nelle miniature dei codici ricopiati dagli amanuensi, è l’unicorno, definito “un piccolo animale, simile al capretto, molto feroce, con un corno solo in mezzo alla testa”. Nessun cacciatore è in grado di catturarlo: l’unico modo per farlo prigioniero è mostrargli una fanciulla vergine, di fronte alla quale l’animale diventa subito mansueto e si lascia docilmente avvicinare. La leggenda si trova, oltre che nel Fisiologo, anche nella mitologia indiana; in Cina la nascita dell’unicorno era considerata l’annuncio della nascita di un imperatore.

Nell’interpretazione allegorica cristiana, invece, la cattura dell’unicorno da parte di una vergine immacolata ricorda l’incarnazione dello Spirito Santo, la riconciliazione del cielo con la terra, il rinnovamento della pace e l’armonia che regnavano nel paradiso terrestre».

Sfogliando le pagine di un bestiario medievale, insomma, si ricava una immagine viva e complessiva della mentalità, della psicologia e della cultura dell’uomo medievale, per certi aspetti così diverse dalle nostre, ma non necessariamente più “ingenue”, qualunque cosa ciò significhi.

L’uomo medievale possiede ancora l’incanto del mondo; in lui sopravvivono forme di pensiero magico, che coesistono con il pensiero logico e razionale: ancora nel Rinascimento, le due cose non si escluderanno affatto a vicenda, come prova, nell’ambito della cultura “alta”, il caso dei maghi-scienziati del 1400 e 1500.

Nel Medioevo, non è ancora avvenuto il divorzio fra l’astrologia e l’astronomia, né quello fra l’alchimia e la chimica: la credenza nel preternaturale e nel soprannaturale non è vista come incompatibile con la concezione razionale del mondo e con la realtà naturale; gli spiriti possono coesistere con gli umani, i morti con i vivi, l’Aldilà con la vita terrena; siamo tutti pellegrini in viaggio, coinvolti nell’eterno dramma di peccato e redenzione.

Nel Medioevo, i boschi e le foreste sono ancora pieni di oscure presenze, le vette dei monti sono il regno inaccessibile dei draghi e dei mostri, e le profondità dei mari celano creature paurose e colossali, pronte ad afferrare le navi e a trascinarle al fondo.

Non si tratta solo di favole: il gigantesco serpente di mare, attestato da innumerevoli racconti di marinai fin dall’antichità, forse esiste davvero; di tanto in tanto, anche recentemente, nelle reti dei grandi pescherecci finiscono strani resti, resti di tentacoli o di altre parti molli, da cui si deduce che, negli oceani, abitano realmente creature smisurate, anche se la scienza moderna non è stata finora in gradi di osservarle direttamente e farne oggetto di studio.

Oppure che dire degli uomini che, per arte diabolica, possono trasformarsi in animali, come gli uomini-lupo, gli uomini-orso, gli uomini-tigre, gli uomini-leopardo? La zoologia odierna non si cura nemmeno di simili racconti; la psicologia ne ride; l’etnologia, tutt’al più, ne fa oggetto di studio comparato, si interessa al significato di tali credenza, ma parte dalla ferma convinzione che si tratti solo e unicamente di superstizioni.

Però alcuni europei, anche forniti di ottima cultura e di perfetta lucidità razionale, dopo aver vissuto lungamente a contatto con alcune popolazioni primitive, e dopo aver osservato, senza poterli spiegare, i poteri degli sciamani e degli stregoni, non sono altrettanto scettici: sono stati testimoni di cose incredibili, che non trovano alcuna spiegazione secondo le categorie del pensiero scientifico moderno; eppure essi le hanno viste con i propri occhi.

Andiamoci piano, dunque, prima di concludere, dalla lettura di un bestiario medievale, che i contemporanei di Alberto Magno, di Tommaso d’Aquino, di Dante, erano dei creduloni superstiziosi, solo perché avevano un’altra maniera di guardare al mondo degli animali e, più in generale, al mondo della natura.

Non è detto che la loro maniera sia da considerarsi inferiore alla nostra, anche se era, certo, molto diversa.

Anche perché, a sostenere una cosa del genere, saremmo noi, all’interno del nostro paradigma culturale, dall’alto del quale pretendiamo di giudicare il loro; ma chissà cosa diranno del NOSTRO paradigma culturale, gli scienziati, o anche soltanto le persone comuni, fra qualche secolo o fra qualche millennio.

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Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dal sito Arianna Editrice.

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

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