Centro Studi La Runa

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Bert Hellinger

21 dicembre 2009 (17:48) | Autore: Emilio Michele Fairendelli

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Bert Hellinger
(Colonia,1925 – )
psicoterapeuta, creatore del metodo
delle Costellazioni Familiari

Quando Hellinger entra nella sala la sua energia lo precede.
Tutti comprendono quanto ciò deve essere costato (come altro dare un valore alle cose?): si alzano in piedi e applaudono, per diversi minuti.
Lui si siede.
hellinger Un uomo viene invitato e racconta la sua storia.
Egli prova rabbia, non sa amare, abitare il tempo, la casa dell’uomo.
Hellinger sceglie un rappresentante per l’uomo nella sua età da bambino ed uno per la Vita.
Li pone uno di fronte all’altro, nel cerchio della scena.
Si guardano.
Lunghi minuti, in silenzio. La donna è bella e piena di forza.
Il viso dell’uomo che rappresenta il bambino si addolcisce, lo sguardo si apre e si sgrana.
Resterebbero così per sempre.
Ma qualcuno manca.
Un uomo viene scelto da Hellinger tra il pubblico e invitato sulla scena.
Il suo sguardo è perduto.
Come non amarlo, anche solo per questo?
Con movimenti, lentissimi, si pone tra il bimbo e la Vita.
Non nasconde del tutto la figura della Vita, la confonde, le nega completezza, la serba per sé (tu credi si volterà indietro, ora, e guarderà la Vita con avidità), fissa il bambino ed è pronto ad oscillare, a muoversi, se anche lui dovesse farlo, per nascondere Lei.
L’uomo tende le mani verso il bambino, come ad implorare qualcosa.
Il bambino chiude gli occhi ed alza il viso, pare mosso da un tremito impercettibile.
Allora l’altro bambino, quello al di fuori della scena, l’uomo che si era raccontato all’inizio, ricorda ogni cosa.
La stanza è bianca, l’operazione è finita.
I coltelli sono entrati nelle carni ed hanno così, con quel sangue, acquistato del tempo, tanti anni ancora.
Il bambino nel letto di rianimazione è esausto e sudato, viso d’angelo nel sonno.
L’uomo si avvicina e guarda.
La sua mano è sotto il lenzuolo e stringe forte il piccolo sesso inerte del bambino.
Dice parole, parole sconce, bestemmie.
Le dice, le ripete, le fa vibrare come se dietro di loro ci fosse, in un altrove, qualcosa di irraggiungibile, e la sua irraggiungibilità andasse maledetta.
Per poco, il bambino si sveglia e vede il viso dell’uomo, il suo camice bianco.
Un infermiere, forse, la barba scura.
Oh ti aiuterò io, sì, ti aiuterò perché quel qualcosa appaia.
So quanto è importante, per te e per me.
Per tutti.
Il bambino racconterà la cosa alla madre.
Con parole forti il dottore voleva risvegliarti, tesoro mio. Dal sonno. Dal sonno dell’operazione.
Il ricordo morirà negli anni.
Ma ora è qui e tutto, tutto, la povertà di quell’offerta e di quel sacrificio, è così triste ed intollerabile che la realtà (le sedie, i nostri corpi, le montagne là fuori, oltre i vetri della sala) sembrano schiantarsi sotto un peso troppo grande.
Nel cerchio della scena il rappresentante del bambino non ha smesso di guardare in alto, ad occhi chiusi.
Ora abbassa un poco il viso e fissa davanti a sé.
Apre la braccia, come chi benedice, come chi si appresta a spiccare un volo.
Così, resta così – ora siamo uno – è così bello questo gesto.
Tutti cadono in quell’arco più leggero e nel suo equilibrio, l’uomo in scena, il nemico, indietreggia e si pone al fianco della Vita.
Quiete, ora. Si attende.
Hellinger si alza, entra in scena e si avvicina al bambino: “ Guardali. Dì ora: io vedo il mio destino e dico: sì’”
Lui dice chiaro: sì.
E’ finita.

L’episodio narrato è puramente immaginario, ispirato dalla persona e dai metodi di Bert Hellinger, non ha alcuna relazione con storie od accadimenti reali, di oggi o del passato.

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Emilio Michele Fairendelli

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