La battaglia identitaria

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“Preferiamo l’assalto alla convalescenza”
Zetazeroalfa[1]

La battaglia identitaria: ovvero il nostro “Fronte dell’Essere”, contro il non-essere dell’omogeneizzazione, dello sradicamento, della dissoluzione nella mefitica brodaglia occidentale. Lotta per esistere e resistere, battaglia per l’autoaffermazione e l’autodifesa, istituzione di un progetto storico e messa in forma di una comunità di destino. Nell’epoca in cui i popoli europei sono ormai minacciati nella stessa sopravvivenza fisica, dopo aver già ceduto l’anima al demone mondialista, la lotta per la difesa della nostra identità, il risveglio della nostra coscienza nazionale e la rigenerazione della nostra forma etnica acquista un’importanza decisiva, cruciale. Ma, innanzitutto, cosa si intende con il termine “identità”? Possiamo definirla la risultante dell’incontro di tre fattori: natura, cultura e volontà[2]. Della natura fanno parte le caratteristiche più strettamente fisiche, biologiche e razziali di un popolo, la sua essenza più concreta, la “materia umana”. La cultura rappresenta il modo unico ed originale con cui ogni popolo percepisce il mondo e vi si orienta, giungendo all’autocoscienza attraverso un confronto (e/o uno scontro) con l’altro da sé; e ancora, cultura sono le tradizioni, le usanze, le abitudini, la memoria storica, i riferimenti mitici ecc. Il lato volitivo è costituito dalla messa in forma dei primi due, è la piena assunzione del dato fisico e del dato culturale in un orizzonte di senso determinato da una decisione creatrice e fondativa. Volontà, cioè, è farsi carico della propria identità bio-culturale, proiettando nel futuro la propria memoria trasmutata in progetto. Questo punto è fondamentale. È sempre la volontà che fa la storia, un popolo che ne è sprovvisto è niente di più che una popolazione, un mero insieme di individui destoricizzati, un puro dato statistico-demografico. Nascere in un determinato stato, avere genitori di una certa nazionalità, possedere particolari tratti somatici, imparare a scuola determinate nozioni, parlare una certa lingua, mangiare particolari pietanze – tutto questo costituisce un’identità solo in potenza. Non basta che ci sia passato il testimone; bisogna volerlo ricevere ed avere l’intenzione di passarlo a chi viene dopo. La scelta contraria è possibilissima; si vedano a questo proposito i tanti intellettuali, politici, star dello show business che scelgono consapevolmente la via del cosmopolitismo, del mondialismo, dell’etnomasochismo, dello sradicamento. Costoro sono italiani ed europei quanto noi, ma vogliono rifiutare questa appartenenza in nome di una retorica “fratellanza universale”. L’identità, quindi, può benissimo essere rifiutata. D’altronde oggi è la scelta che va per la maggiore. Questo è possibile perché l’apertura della storia, conseguente alla fondamentale libertà umana, consente anche l’opzione dell’uscita dalla storia stessa, ovvero la scelta dell’entropia etnica, culturale, sociale, ecologica ecc. Di fronte a tale libertà esistenziale, sarà allora nostro dovere scegliere la via identitaria.

Un nuovo nazionalismo

Per far questo è però necessario non cadere in vecchi errori né scadere in formule sorpassate. Va superata, in particolare, la credenza tipicamente reazionaria secondo la quale una lotta identitaria debba semplicemente difendere la presunta verginità di un insieme di valori ancora non contaminati dai mali della modernità. Non è assolutamente così. L’identità non è un concetto statico, un’essenza pura da preservare dagli sconvolgimenti della storia; è proprio nella storia, anzi, che essa viene perennemente generata e rigenerata, in un processo continuo, senza sosta. L’identità è un progetto in divenire, un’autocoscienza che eternamente si riformula e si ricrea. Non ci sono semplicemente valori da conservare, ma c’è tutta una serie di miti, di tradizioni, di memorie da scegliere, selezionare e re-interpretare, in forme sempre nuove ed originarie in base al futuro che ci si è scelto. È il progetto che dà un senso alla memoria, non il contrario; è questo che intendeva Giovanni Gentile quando affermava che la nazione è una realtà spirituale che “non c’è mai, è sempre da creare”. Questa concezione dinamica della battaglia identitaria, rivolta più all’avvenire che al passato, si nutre quindi di una forma nuova e “post-moderna” di nazionalismo. Parliamo di un nazionalismo pervaso di sensibilità imperiale e grandeuropea, non più preda di ottuso e provinciale orgoglio sciovinista; un ideale popolare e comunitario, nella convinzione che una comunità nazionale è veramente tale solo se al suo interno la piena dignità sociale è riconosciuta ad ognuno, contro ogni dominio oligarchico e interesse di loggia. Contro l’idea regressiva, reazionaria e passatista occorre opporre uno spirito innovativo, rivoluzionario e futurista; contro il nazionalismo meramente difensivo, arroccato nella conservazione sterile di una memoria mummificata e nella preservazione bigotta di quanto, nell’oggi, persiste dello ieri, noi vogliamo un nazionalismo aggressivo, portato cioè ad aggredire la modernità morente ed il suo fallito “progetto incompiuto” per scardinarla, sovvertirla, superarla in un’epoca così nuova, eppure dalle suggestioni così arcaiche. Niente più culto immobile dei “vecchi e bei valori di una volta” né rimasticamento masturbatorio di folklore impolverato; al suo posto, una volontà di potenza deflagrante e rivoluzionaria fondatrice di nuova civiltà. Pensare o agire in modo diverso significherebbe rimanere indietro di almeno un secolo, rimanere fermi, cioè, alla vecchia destra liberale, classista e conservatrice spazzata via dalle avanguardie nietszcheane, futuriste, dannunziane e combattentistiche che all’inizio del Novecento infiammarono il mondo. È da quelle suggestioni che dobbiamo ripartire, articolando un pensiero pienamente nazionalrivoluzionario, archeofuturista, discendente diretto del sovrumanismo fascista.

Morte e rigenerazione della patria

Del resto, anche volendo, non sapremmo sinceramente su quali basi fondare un patriottismo piccolo-borghese di tipo conservatore, non foss’altro che per l’elementare ragione che non c’è più niente da conservare. Giacché, di grazia, dove sarebbe oggi la patria? Forse è nascosta da qualche parte nei discorsi trasudanti banalità ed ipocrisia di un Presidente della Repubblica già partigiano ed usurocrate, giunto recentemente a rivendicare, per l’Italia odierna, l’attualità dei valori… dell’ 8 settembre (!)? Oppure nelle parate militari ultimamente tornate di moda, tanto più pompose quanto più patetiche nel tentativo penoso di mascherare la realtà del vero ruolo dell’odierno esercito italiano, ascaro servile del padrone d’oltreoceano? O forse, più modestamente, “patria” è oggi la nazionale di calcio, il cui tifo è solo un misero simulacro di appartenenza, quasi il solo “ideale” per cui ormai ci si riesca ad emozionare. Per questo dovremmo lottare? Dalle “terre irredente” al tridente Vieri/Totti/Del Piero? No, bisogna acquisire la consapevolezza che oggi la patria è morta, per lo meno in atto. Essa sussiste ancora, invece, in potenza, come un’insieme di valori e sensibilità inconsce da riattivare in forma radicalmente nuova. Bisogna prendere coscienza della dimensione fondamentalmente nichilista dell’era presente, del vuoto assoluto in cui ci troviamo, vuoto che è fonte di spaesamento e di angoscia, ma che può essere anche l’occasione della riscossa per chi lo sappia riempire. Dobbiamo accogliere il nulla che ci circonda come la condizione di possibilità di un nuovo inizio, come l’occasione che si dischiude di fronte a chi possieda una volontà storica di autoaffermazione. Di fronte all’avanzata del deserto, occorre essere “fondatori di città”. Bisogna solo cercare di essere all’altezza di un tale compito, ri-evocando la nostra più antica memoria per proiettarla nel nostro più lontano avvenire contro lo squallore del più allucinante presente. Il Fascismo non fece nulla di diverso: rinnegò tutte le ammuffite tradizioni allora esistenti per evocare direttamente un passato remoto, arcaico, mitico, ponendolo allo stesso tempo alla base di un progetto politico e metapolitico che guardava ad un futuro millenario[3]; per questo fu ed è odiato dai conservatori di ieri e di oggi. Facendoci carico pienamente e consapevolmente della nostra libertà storica, dobbiamo assumerci il compito schmittiano di una decisione sovrana che stabilisca chi vogliamo essere, sulla base – certo – del dato bio-culturale, ma in uno spirito volontaristico ed eroico dove il mero “dato” è solo il materiale grezzo di un’opera di autocreazione in continuo divenire. Non si tratta, ripetiamolo, di “scoprire” ciò che si è; si tratta, nietzscheanamente, di volerlo diventare. È il concreto voler-esser-così contrapposto all’anelito verso l’indistinto, verso l’indeterminato, verso il generico tipico della tradizione egualitaria, che poi è una volontà-di-non-essere mascherata da un voler-esser-tutto (da qui l’elogio del cosmopolitismo: ci si illude di aver radici dappertutto poiché non se ne hanno da nessuna parte). Al dominio dell’informe opponiamo la volontà di forma, iniziando dalla nostra forma etnica[4], contro i mostruosi progetti di chi vorrebbe de-formarla tramite la “morte tiepida” del consumismo globale o attraverso l’allucinante disegno multirazzialista. L’avvenire dei popoli europei

Quest’opera di custodia, difesa, affermazione e rigenerazione della nostra forma etnica è al giorno d’oggi quanto di più blasfemo possa esistere. Per un Europeo è infatti un peccato mortale rivendicare il diritto alla propria specificità culturale, diritto che almeno in linea di principio si è spesso pronti a riconoscere ad ogni altro popolo. Ha perfettamente ragione François Dancourt quando, su un sito identitario francese, nota come in Francia (ed in Europa) non sia affatto vietato essere razzisti, a patto però che il razzista si autocertifichi come “antirazzista” patentato e che la razza da lui svalutata sia quella europea. È la logica alienante del politicamente corretto, che nella colpevolizzazione e nella svirilizzazione degli Europei trova la propria ragion d’essere. Noi, per quanto ci riguarda, riteniamo che ogni popolo, a cominciare dal nostro, debba poter coltivare le proprie tradizioni, godere della propria indipendenza e sovranità, sviluppare il proprio originale modo di essere al mondo. Siamo fondamentalmente d’accordo con chi, come Alain de Benoist, sostiene che l’identità vada difesa “in sé e non per sé”, quindi per tutte le etnie e le culture; concordiamo anche con chi, come Marcello Veneziani, ritiene che “chi difende il suo popolo difende anche il mio”; riteniamo, però, che sia sempre e comunque da noi stessi che si debba partire[5]. Sono gli Europei i primi a subire gli effetti perversi dello sradicamento; è solo in Europa, non altrove, che si sperimentano le suicide politiche immigrazioniste, la xenofilia masochistica, l’accoglienza indiscriminata; è da noi che la società multirazziale, il dominio totalitario della religione dei diritti umani, l’americanizzazione delle menti, l’imbarbarimento dei costumi, l’egualitarismo più selvaggio si stanno trionfalmente affermando. Il primo popolo in pericolo è il nostro. È quindi solo cominciando col difendere l’identità “per me” che io potrò difenderla “in sé”. E’ affermando innanzitutto le mie specificità culturali che difendo anche le tue. In questo modo possiamo evitare le incoerenze ipocrite di molti Europei, intellettuali “impegnati”, sempre pronti a difendere la più esotica e la più lontana delle cause per poi predicare in patria il cosmopolitismo, il suicidio etnico, l’umanitarismo decadente, l’oblio delle radici e la distruzione delle tradizioni. Solo questo può essere il senso di un rinnovato etnocentrismo imperiale europeo. Etnocentrismo non più filo-imperialista, intriso di messianismo cristiano ed universalismo illuminista, ma serena e radicale affermazione del proprio ruolo nella storia da parte di Europei finalmente liberi da colpevolismi e complessi vari. Etnocentrismo come coscienza etnica, consapevolezza di essere un unico popolo, nell’unità inscindibile degli antenati e dei discendenti. Etnocentrismo come orgoglio, fierezza, patriottismo, fedeltà a se stessi, volontà di perpetuarsi biologicamente e culturalmente. È solo essendo noi stessi che potremo contribuire alla salvezza dell’Altro. Solo un’Europa libera, etnocentrata, potente e fiera della propria identità potrà un domani rappresentare l’avanguardia mondiale della causa dei popoli – di tutti i popoli. Un’Europa serva, impotente, preda del caos etnico e dell’etnomasochismo potrà solo rappresentare il tragico monumento vivente al mondialismo trionfante.

Adriano Scianca

Tratto da Orion 229 (ottobre 2003).

[1] Cfr l’intervista rilasciata dal gruppo al sito francese www.coqgaulois.com.
[2] Cfr. Pierre Vial, Une terre, un peuple, Editions Terre et Peuple, Paris 2000.
[3] Per un’esposizione, sintetica ma profonda, degli aspetti del Fascismo messi qui in risalto si veda Giorgio Locchi, Espressione e repressione del principio sovrumanista, in L’Uomo Libero n. 53, marzo 2002, nonché le Note di Stefano Vaj che seguono tale testo.
[4] Per il concetto di “forma etnica” vedi Franco Freda, I lupi azzurri, Edizioni di Ar, Padova 2000.
[5] Su questo punto e su quelli che seguono ha recentemente insistito Guillaume Faye, non senza scivolare in deviazioni occidentaliste o volgarmente xenofobe. Per un lucido esame delle tesi dell’ultimo Faye e per altre intelligenti riflessioni sull’idea identitaria, sul tema immigrazione, sull’etnocentrismo europeo ecc si veda l’eccellente saggio di Stefano Vaj, Per l’autodifesa etnica totale, in L’Uomo Libero n. 51, maggio 2001.

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Adriano Scianca, nato nel 1980 a Orvieto (TR), è laureato in filosofia presso l'Università La Sapienza di Roma. Si occupa di attualità culturale, dinamiche sociologiche e pensiero postmoderno in varie testate web o cartacee. Cura una rubrica settimanale sul quotidiano Il Secolo d’Italia. Ha recentemente curato presso Settimo Sigillo il libro-intervista a Stefano Vaj intitolato Dove va la biopolitica?. Scrive o ha scritto articoli per riviste come Charta Minuta, Divenire, Orion, Letteratura-Tradizione, Eurasia, Italicum, Margini, Occidentale, L'Officina. Suoi articoli sono stati tradotti in spagnolo e pubblicati su riviste come Tierra y Pueblo e Disidencias. E’ redattore della rivista web Il Fondo, diretta da Miro Renzaglia.

Una Risposta

  1. Stefano
    | Rispondi

    Il Signor Scianca ha confuso l'identità nazionale con il folclore. L'evoluzionismo applicato alla volontà di essere se stessi porta al suicidio. Se oggi siamo Italiani, domani Europei e dopodomani Cinesi non saremo mai nulla. Se decidiamo di non essere più Italiani perchè abbiamo perso una guerra, beh allora siamo gente davvero di poco valore. Dedurre la direzione ideale da prendere, in base alla constatazione del fatto compiuto è puro opportunismo. Se la Nazione è un fatto contingente, allora conviene battersi per la Repubblica Mondiale. Ma se la Nazione è legata alla dimensione del Sacro, allora sfugge al Divenire per ambire, lottando duramente, alla perennità dell' Essere. Questa è l'essenza metastorica dell'Olimpiade della Civiltà. Tutti gli imperi, nel momento in cui hanno perso la propria radice nazionale, si sono avviati alla decadenza: lo scriveva Leopardi nei suoi Pensieri (Zibaldone). Certo il passato nordico-germanico è più allettante di quello nostrano se pensiamo alle vicende del XX secolo, ma è proprio questo opportunismo facilone che ci priva dell'energia necessaria per eccellere. La Nazione nasce da un atto di volontà proiettato sul futuro ma fondato sulla tradizione: si comincia dal poco, si pensa sempre al peggio, e si lotta per costruire qualcosa di grande. Questa è la Patria Immortale che abbiamo ricevuto dai Padri ed è ad essa che dobbiamo il nostro "patrio fervore". Possiamo rinnegarla, ma allora è necessario affermarlo chiaramente senza tirare in ballo l'Euroreich. Quando Gentile nel discorso del Campidoglio (vero manifesto della Religione della Patria Immortale) cita l'Antica Madre si riferisce all'Antiqua Mater di Virgilio, ovvero all'Italia, a cui Enea deve tornare per onorare la Legge Divina Eterna (Fatum). Lo stesso vale per noi. HONOS et VIRTUS!

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