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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Silvio Waldner</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>L&#8217;Iberoamerica</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve panoramica sulle vicende dell'America meridionale e del rapido fenomeno di meticciato in grande scala che ne ha caratterizzato la storia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/liberoamerica.html' addthis:title='L&#8217;Iberoamerica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><div id="attachment_4953" class="wp-caption alignright" style="width: 331px"><img class="size-full wp-image-4953" title="Suedamerika2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Suedamerika2.jpg" alt="" width="321" height="400" /><p class="wp-caption-text">Mappa dell&#39;Iberoamerica del XIX secolo</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Iberoamerica è quella parte dei due continenti americani che fu colonizzata dalla Spagna e dal Portogallo. All&#8217;Iberoamerica ci si riferisce spesso con il termine di &#8216;America Latina&#8217;, in ragione del fatto che là si parlano lingue neolatine: è però una designazione inesatta, in quanto anche il Canadà francese dovrebbe allora esservi incluso, il che non è normalmente il caso (1).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Iberoamerica possiede forse la caratteristica fondamentale di essere quella parte del mondo dove il meticciato in grande scala ha acquistato in rapidisso tempo una dimensione continentale. Altre terre hanno conosciuto un intenso meticciato, ma non su una scala geografica così vasta: Giava, l&#8217;Indostan, il Capo di Buona Speranza, la Groenlandia (2). A voler credere all&#8217;antropologo ed etnologo Paul Rivet, autore del classico <em>Les origines de l&#8217;homme américain</em> (3), il meticciato fu destino delle Americhe già dai tempi preistorici: ma lo sviluppo di questo argomento porterebbe troppo lontano. Il meticciato americano quale esso si riscontra al giorno d&#8217;oggi ha la sua origine nel XVI secolo con la conquista europea. All&#8217;elemento indio aborigeno si sovrappose presto una forte componente di razza bianca. Poco dopo arrivarono gli schiavi bantù, portati di massima dall&#8217;Africa occidentale. Fino a tempi abbastanza recenti (anche meno di un secolo, a seconda dei paesi) i Negri ebbero la tendenza a rimanere relativamente localizzati, nei luoghi ove erano stati immessi; anche se qui essi soppiantarono rapidamente e quasi totalmente la popolazione aborigena: nelle Antille, nella costa del Pacifico della Colombia e dell&#8217;Ecuador, in determinate <em>enclâves</em> del Brasile e del Venezuela. Il meticciato in grande scala con l&#8217;elemento africano non avvenne se non relativamente tardi, salvo forse nelle Antille e nel Nordeste brasiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un capitolo poco conosciuto della storia della colonizzazione spagnola è che in Spagna, nel XVI secolo, ci fu una corrente di pensiero che seppe intuire precocemente quali potessero essere i pericoli del meticciato generalizzato e che giustificava l&#8217;annessione coloniale delle Americhe solo in base alla superiorità naturale dello Spagnolo sull&#8217;aborigeno. Un notevole e generalmente sconociuto rappresentante di questa corrente fu l&#8217;ecclesiastico castigliano Ginés de Sepúlveda; il suo punto di vista però dovette soccombere di fronte alla tesi di altri ecclesiastici secondo i quali con l&#8217;evangelizzazione delle Americhe la chiesa avrebbe ricuperato le anime perdute in Europa con la riforma protestante (<em>sic</em>). Sta di fatto però che i missionari che lavoravano fra gli indigeni avevano spesso istruzioni di cercare di ridurre al minimo il meticciato degli Indios con &#8220;<em>negros u otras razas inferiores</em> [con Negri o con altre razze inferiori]&#8221; (4): a lunga scadenza, la raccomandazione ebbe tuttavia scarso successo. È certo però che nell&#8217;Indio si vide sermpre qualcosa di &#8216;meglio&#8217; del Negro &#8211; anche se ciò obbediva più a istinto e a considerazioni estetiche che ad altro. Questa &#8216;svalutazione&#8217; del Negro, comunque, non mancò di avere un certo effetto su tutta la storiografia iberoamericana posteriore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ultimo secolo e mezzo circa c&#8217;è stata in Iberoamerica la tendenza generalizzata di tentare di glorificare il meticciato &#8211; di cercare di dimostrare che dall&#8217;incrocio è risultata una nuova, per quanto problematica, &#8216;identità americana&#8217; che non è né india né europea ma che ne costituisce una &#8216;sintesi&#8217;. Questa tendenza è del tutto palese, fra l&#8217;altro, nella pleiade di scritti che, qualche volta a proposito e il più delle volte a sproposito, hanno visto la luce con l&#8217;occasione dei cinquecento anni dal 12 ottobre 1492. A chi abbia una pur superficiale conoscenza di questa tematica non sarà sfuggito che in quasi tutta questa <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura">letteratura</a> la presenza del Negro è sistematicamente ignorata, taciuta: il Negro è qualcosa di scomodo, quasi di vergognoso: c&#8217;è ma si preferirebbe che non ci fosse. Meticciato, sì: ma con gli Indios, non con <em>&#8220;negros u otras razas inferiores&#8221;</em>. E un romanziere venezuelano, peraltro di ottima qualità, Rómulo Gallegos (5), si riferisce (sia pure senza entrare in dettagli) agli Asiatici come a &#8220;razas inferiores [razze inferiori]&#8220;. È abbastanza ovvia, in tutta questa tematica, una psicologia da &#8216;complessati&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno strano e ingegnoso tentativo di circuire il problema fu fatto negli anni Trenta dal medico venezuelano Rafael Requena (6). Egli fece appello a quella teoria secondo la quale la leggendaria Atlantide sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale più o meno continuo fra l&#8217;Europa e l&#8217;Africa nordoccidentale da una parte e l&#8217;America dall&#8217;altra &#8211; ponte che, secondo lui, avrebbe raggiunto l&#8217;America su quelle che adesso sono le coste del Venezuela. Quindi, sempre secondo il Requena, tanto gli Spagnoli come gli aborigeni americani delle coste dei Caraibi sarebbero discendenti dei leggendari Atlantidi &#8211; fratelli quindi, di sangue e di razza, che dopo millenni di separazione si sarebbero ritrovati, sia pure senza riconoscersi; e la conquista spagnola sarebbe stata una guerra fratricida conclusasi però alla lunga per il meglio con la provvidenziale riunificazione e fusione di ciò che delle malaugurate catastrofi naturali avevano separato ancora nella protostoria. (Anche nel Requena, non una parola a proposito dei Negri [7]).</p>
<div id="attachment_4954" class="wp-caption alignleft" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-4954" title="jacques-de-mahieu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/jacques-de-mahieu.jpg" alt="" width="400" height="300" /><p class="wp-caption-text">Jacques de Mahieu (Parigi, 1915 - Buenos Aires, 1990)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sia menzionata qui di sfuggita la teoria dell&#8217;archeologo franco-argentino Jacques de Mahieu, secondo il quale tutte le civiltà indigene americane avrebbero avuto la loro origine con l&#8217;arrivo di conquistatori vichinghi parecchi secoli prima del 1492 (8). Le argomentazioni del de Mahieu sono senz&#8217;altro notevoli e si ricollegano con lo strano fatto che gli Inca non erano un popolo ma un&#8217;aristocrazia che forse quattro secoli prima della conquista spagnola, provenendo non è chiaro da dove, si era imposta sul Tihuantisuyu fondandovi un genuino Impero teocratico-socialista non carente di tratti assai suggestivi (9). La conquista spagnola portò ben presto alla formazione di una società stratificata dominata da un&#8217;aristocrazia di origine europea (i Criollos o Mantuanos) che, praticando l&#8217;endogamia o procurandosi i consorti in Europa, si mantenne bianca. Al di sotto stava una popolazione meticcia sempre più numerosa costituita di massima dalla prole illegittima dei Mantuanos e da incroci indio-negri (&#8220;zambos&#8221;) là dove quelle razze erano venute in contatto. I Negri, come s&#8217;è già detto, tendevano a essere circoscritti; mentre gli Indios costituivano (ancora fino al XIX secolo) la maggioranza della popolazione e godevano di ampie misure di protezione sia legali (&#8220;leyes de Indias&#8221; [leggi delle Indie]), poco efficienti ma non del tutto lettera morta, che ecclesiastiche, più concrete e fattuali in quanto amministrate dalla chiesa. Fu una società relativamente tranquilla, economicamente molto prospera, a sfondo agrario e signorile e dotata (almeno fra la popolazione di origine europea) di un alto livello culturale, che nel Nordamerica anglosassone e calvinista non ci si sognava neppure. Elemento negativo di quel periodo fu la formazione in America di abbondanti colonie di marranos (10) &#8211; concentrati soprattutto in Messico e in Cile, ma presenti un po&#8217; dappertutto &#8211; che in America, dove l&#8217;operato dell&#8217;Inquisizione era molto inefficiente, ebbero buon gioco. In contatto con i loro correligionari esiliati in Inghilterra, in Olanda, in Portogallo, alla lunga avrebbero ben fatto sentire la loro influenza anche nell&#8217;America spagnola (11).</p>
<p style="text-align: justify;">Già alla fine del XVIII secolo in Spagna si stavano facendo preparativi per ammettere la rappresentanza dei Criollos al 50% nelle <em>cortes</em> (camere) di Madrid, con l&#8217;idea di creare una specie di Grande Spagna che in America si sarebbe estesa dall&#8217;Oregon all&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>; pacificando al contempo quei Criollos che non volevano più essere trattati da &#8216;coloniali&#8217;. Ma sempre nel XVIII secolo la massoneria ebbe modo di prendere piede anche in Iberoamerica: a ciò non fu estranea la presenza inglese nelle Antille. Fu l&#8217;Inghilterra e i massoni da essa appoggiati (o pagati) a scatenare, a partire dal 1810, la disintegrazione dell&#8217;Impero coloniale spagnolo (12). È definitivamente assodato che tutti i &#8216;liberatori&#8217; &#8211; Morelos e Iturbide in Messico, Bolívar e San Martín nel Nord e nel Sud del continente sudamericano rispettivamente &#8211; furono massoni e che vennero costantemente finanziati e riforniti dall&#8217;Inghilterra. Il caso di Francisco de Miranda, poi, è particolarmente squallido: mentre la Spagna era sotto occupazione francese durante le guerre napoleoniche, l&#8221;alleata&#8217; Inghilterra pagava uno stipendio a quel figuro (adesso glorificato dalla storia ufficiale come &#8220;precursore dell&#8217;indipendenza&#8221;) per fomentare sollevazioni in Sud America (questo è ammesso addirittura da un autore venezuelano, il Cabrera Sifontes, generalmente bene documentato e non certo sospetto di irriverenza verso i &#8220;próceres&#8221; [13]). A Miranda andò male: catturato, finì i suoi giorni nelle carceri di Cadice. Ma al resto della malefica schiera non andò molto meglio: Morelos e Iturbide, fucilati; Bolívar e San Martín costretti a ignominioso esilio a funzione espletata. &#8216;Liberatori&#8217; meno conosciuti sono quegli undici masnadieri che nel settembre 1810 dichiararono l&#8217;indipendenza della Florida e poi ne domandarono l&#8217;annessione agli Stati Uniti; annessione che fu subito accettata. La Spagna, che non era in grado di intervenire, dopo inutili rimostranze si accontentò di un pagamento simbolico di 50 milioni di dollari (14).</p>
<p style="text-align: justify;">In America, la Spagna non fu in condizioni di opporsi agli insorti se non in modo saltuario: il peso della guerra fu portato di massima dalle guarnigioni spagnole già presenti in America, perché truppe e approvvigionamenti dall&#8217;Europa ne arrivavano solo a singhiozzo. Alla Spagna &#8211; appena uscita dalle guerre napoleoniche &#8211; furono negati sistematicamente (dai banchieri internazionali) quei crediti di cui essa avrebbe abbisognato per condurre la guerra in America. E quando, nonostante tutto, un esercito venne ammassato a Cadice per imbarcarsi per le colonie, la guerra civile fu scatenata dai massoni generali Quiroga e Riego; guerra civile che le logge massoniche &#8211; appoggiate e finanziate dai consolati inglesi &#8211; si incaricarono di prolungare artificialmente. Quando un po&#8217; d&#8217;ordine fu rimesso nel 1823 dall&#8217;intervento francese sotto il duca d&#8217;Angoulême, promosso per conto della Santa Alleanza, era ormai troppo tardi. Qualche guarnigione spagnola resistette ancora ferocemente qua e là; ma già verso il 1830 la &#8220;nuova Spagna&#8221; d&#8217;oltremare era una cosa del passato (15).</p>
<p style="text-align: justify;">Viste retrospettivamente, le insurrezioni iberoamericane non mancarono di certe caratteristiche significative. Una è che per la prima volta furono impiegate in grande scala in guerre fra Europei masse di colore &#8211; masse che poi ritornarono a sonnecchiare con atavica apatia, senza mai ricevere (né domandare) dei cosiddetti &#8216;diritti politici&#8217; una volta conclusasi la guerra. Questo è un fenomeno che poi si ripeterà nella traiettoria caudillesca dell&#8217;Iberoamerica, ogni qual volta il caudillo (&#8216;duce, dirigente&#8217;) &#8211; o aspirante tale &#8211; di turno metteva insieme un esercito di meticci, Negri, Indios &#8211; soldataglia che poi tornava a scomparire nella sonnolenza e nell&#8217;anonimato, senza domandare altro che una paga (sotto forma, magari, di saccheggi) &#8211; per combattere l&#8217;autorità costituita. Una situazione che perdurò fino al 1930 circa.</p>
<div id="attachment_4955" class="wp-caption alignright" style="width: 176px"><img class="size-full wp-image-4955" title="José_Tomás_Boves" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/José_Tomás_Boves.jpg" alt="" width="166" height="239" /><p class="wp-caption-text">José Tomás Boves y de la Iglesia (Oviedo, 18 settembre 1782 — Urica, 5 dicembre 1814)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Un caso poco conosciuto e che vale la pena di menzionare è quello del caudillo anti-indipendentista José Tomás Boves (sul quale un autore meticcio, psichiatra di professione, ha scritto un&#8217;opinabile ma documentato saggio [16]). Il Boves, asturiano per nascita e che al tempo della colonia spagnola aveva fatto il commerciante, riuscì (praticamente da solo) prima a resistere, poi a contrattaccare i ribelli al punto di metterli con le spalle al muro nel Nord dell&#8217;America meridionale; la sua morte nel 1814 segnò il declino delle sorti spagnole in quella zona. L&#8217;espediente del Boves (individuo spietatissimo e che doveva essere un sottile psicologo) fu di raccogliere attorno alla bandiera spagnola le turbe di colore che altrimenti avrebbero parteggiato per l&#8221;indipendenza&#8217;; prima accendendo la loro cupidigia di saccheggio e poi promettendo loro i beni dei Criollos (&#8220;los blancos&#8221; [i bianchi]) &#8211; fra i quali si trovavano la stragrande maggioranza dei massoni, degli anglicanti, dei traditori della corona cattolica di Spagna. (È probabile che il Boves aspirasse, in un imprecisato futuro, al potere assoluto nell&#8217;area dei Caraibi, con o contro la Spagna). La strana e sinistra epopea di José Tomás Boves costituisce forse una vicenda dal significato paradossale, che scombina completamente, sotto il profilo della dinamica storica, le relazioni e i nessi (tipici della modernità) tra attori ed eventi: abilmente circuite, le masse di colore si mossero a difendere trono e altare, il re e la chiesa, contro le forze della sovversione internazionale; proprio il contrario di quanto successe costantemente in seguito.</p>
<p style="text-align: justify;">Si noti che fu in Iberoamerica, ancor prima che in Europa, che con la <em>epopeya emancipadora</em> [epopea emancipatrice] si incominciarono a creare &#8216;patrie&#8217; a iosa e per tutti i gusti &#8211; nonché per accomodare interessi di ogni tipo. &#8211; Per le nuove fiammanti &#8216;patrie&#8217;, fu conseguenza immediata dell&#8221;indipendenza&#8217; un vassallaggio economico assoluto nei riguardi dell&#8217;Inghilterra, che durò per oltre mezzo secolo prima che l&#8217;egemonia venisse assunta dagli Stati Uniti (17).</p>
<p style="text-align: justify;">Sul piano geografico, si incomincia a vedere quasi subito una contrazione dell&#8217;America spagnola a favore di anglofoni e di brasiliani. Già nel 1840, a vent&#8217;anni dalla sua fiammante indipendenza, il Messico perdeva la metà del suo territorio dopo una rovinosa guerra contro gli Stati Uniti &#8211; guerra che ebbe come ulteriore conseguenza la secessione definitiva (con l&#8217;appoggio americano) di quel rosario di repubbliche bananiere che va dallo Yucatán al Panamá nonché l&#8217;occupazione inglese di Belice. Il Messico non si risollevò più: dopo oltre mezzo secolo di torbidi, di occupazione francese (18) e di interventi americani esso piombò in una spaventosa guerra civile dalla quale la residua aristocrazia di origine spagnola rimase decapitata e il potere fu posto dagli Americani saldamente in mano ai marranos (19). La Colombia subì la secessione del Panamá, decretata dagli Americani nel 1908 quando si decise la costruzione del Canale. Il Venezuela ci rimise la sua provincia più orientale (la Guayana a Ovest del fiume Esequibo), soffiatale dall&#8217;Inghilterra con tutta tranquillità quando si sospettò che là ci fosse una notevole ricchezza aurifera (sospetto che poi risultò infondato) (20). La presenza inglese nei Caraibi divenne sempre più sfacciata: i nuovi Stati &#8216;indipendenti&#8217; d&#8217;America dovevano subire continue minacce e angherie se non si piegavano ai voleri dei banchieri e commercianti di Londra. Incidentalmente, nelle isole e nella Guayana inglese, una crescente popolazione di origine africana adottò l&#8217;inglese come lingua propria &#8211; molto più consona alla loro primitiva forma psichica che il &#8216;difficilissimo&#8217; spagnolo &#8211; per cui adesso in certe zone rivierasche dei Caraibi si denomina &#8220;inglese&#8221; il Negro bantù nerissimo, con poca o nessuna traccia di meticciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Più a Sud, il Cile, legatissimo da sempre all&#8217;Inghilterra probabilmente in ragione della sua alta concentrazione di marranos, per conto dei commercianti minerari di Londra arraffò (negli anni Ottanta del XIX secolo) al Perù e alla Bolivia l&#8217;Atacama, aridissimo deserto ma territorio ricchissimo di giacimenti di rame. L&#8217;Argentina ci rimise le isole Malvine, occupate in modo insultante dagli Inglesi quando la gesta emancipadora era appena conclusa, approfittando del fatto che la guarnigione spagnola, contro la quale gli Inglesi avevano prima avuto occasione di rompersi i denti, era stata ritirata per combattere gli insorti sulla terraferma (21).</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4956" class="wp-caption aligncenter" style="width: 460px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bandeirantes.jpg"><img class="size-full wp-image-4956" title="bandeirantes" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bandeirantes.jpg" alt="" width="450" height="263" /></a><p class="wp-caption-text">Ivan Wasth, Bandeirantes</p></div>
<p style="text-align: justify;">Al contempo, fino agli anni Trenta del XX secolo, si assiste a una ipertrofica crescita del Brasile. Il Brasile si dichiarò indipendente dal Portogallo nel 1822, e l&#8217;indipendenza si consumò senza violenze o fatti di sangue. E mentre l&#8217;America spagnola, finalmente &#8216;indipendente&#8217;, sprofondava in interminabili risse fra caudillos, il Brasile si mise in marcia per raggiungere le Ande &#8211; cosa che quasi gli riuscì &#8211; avvalendosi della sua privilegiata situazione geografica a valle dell&#8217;immenso bacino del Rio delle Amazzoni. La tattica usata dal Brasile era quella della &#8216;conquista pacifica&#8217;, della guerra senza colpo ferire: una tattica che ancora recentemente era materia di insegnamento nelle accademie militari brasiliane. Sfruttando il fatto che da parte avversa non esisteva alcun controllo di frontiere, e che le frontiere medesime erano mal definite, gruppi di <em>bandeirantes </em>(&#8216;pionieri&#8217; &#8211; al bandeirante è stato innalzato addirittura un monumento a Brasilia) venivano istallati sempre più addentro nel territorio amazzonico, senza che nessuno dei confinanti se ne accorgesse. Quando poi intervenivano delle rimostranze (il che succedeva invariabilmente molto tardi) si diceva che là la popolazione era stata brasiliana da sempre e che quindi quelle terre erano di diritto brasiliane. In questo modo il Brasile sottrasse alla Bolivia, al Perù, alla Colombia, al Venezuela, milioni di chilometri quadrati. Quanto ai <em>bandeirantes </em>(22), erano di massima degli avanzi di galera, spesso <em>garimpeiros</em> (cercatori nomadi di oro e diamanti alluvionali), se non veri e propri <em>cangaceiros </em>(criminali incalliti) a cui veniva condonata la pena a condizione di andare a &#8216;servire la patria&#8217; in quel modo. E la presenza dei <em>bandeirantes</em> in una nuova zona significava automaticamente la scomparsa della popolazione indigena, con massacro indiscriminato degli uomini e stupro in massa delle donne, poi &#8216;incamerate&#8217; con la loro prole nella massa senza volto dei meticci.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu questo un destino generalizzato degli indigeni, la cui sorte peggiorò drasticamente dopo l&#8221;indipendenza&#8217;. Se prima, sotto la Spagna e il Portogallo, essi avevano goduto di un minimo di protezione da parte della chiesa e delle autorità, dopo, la loro liquidazione (o etnocidio che dir si voglia) divenne addirittura la politica ufficiale di certi governi. Né la cosa deve sorprendere quando si pensi che la matrice ideologica dell&#8217;indipendenza americana fu un massonico illuminismo: l&#8217;Indio, elemento &#8216;arretrato&#8217;, doveva scomparire come tale per far posto al progresso &#8211; e ciò, naturalmente, per il suo stesso bene: perchè potesse anch&#8217;egli usufruire dei vantaggi della &#8216;civiltà&#8217;. Questo etnocidio &#8216;umanitario&#8217; prese spesso la forma di un genocidio vero e proprio, soprattutto in Brasile e in Argentina.</p>
<p style="text-align: justify;">In Argentina si arrivò ad applicare una specie di guerra batteriologica (diffusione <em>ad hoc </em>dell&#8217;influenza, malattia alla quale gli indigeni erano molto sensibili), per eliminare i residui Tehuelche del Sud (23). In Brasile, a mano a mano che la tecnica dell&#8217;armamento progrediva, i <em>fazendeiros </em>[grandi proprietari terrieri] e l&#8217;esercito impiegarono gli elicotteri da guerra e il napalm per sterminare gli Indios o allontanarli da vaste zone che poi venivano popolate con Negri e meticci e destinata all&#8217;allevamento del bestiame &#8211; Negri e meticci che erano invariabilmente la manodopera spicciola del massacro. Questa raccapricciante sorte dell&#8217;Indio amazzonico fu descritta in modo magistrale e quasi allucinante dal romanziere colombiano José Eustasio Rivera, nel suo migliore scritto, <em>La vorágine</em>, ambientato ai tempi dello sfruttamento del caucciù in Amazzonia, a cavallo fra i secoli XIX e XX. Anche se i principali beneficiari di quello sfruttamento furono gli Arana, peruviani di Ucayali, l&#8217;orrida &#8216;epopea&#8217; si svolse di massima in territorio brasiliano.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro fatto che attende l&#8217;attenzione di qualche storico serio è la strana carriera dell&#8217;ex-colonnello venezuelano Tomás Funes, che nei primi anni del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> si costruì un vasto impero personale dalle parti dell&#8217;alto Río Negro. Funes fu probabilmente l&#8217;ultimo caudillo che arrivasse a fasti imperiali in Iberoamerica: si era all&#8217;alba di tempi nuovi (24). Era stato, quello dell&#8217;Iberoamerica, un mondo strano, di norma grottesco e spesso sinistro, ma sempre variopinto e affascinante, che il già citato romanziere Rómulo Gallegos aveva descritto, con estro poetico e con frase divenuta ormai celebre: &#8220;<em>tierra ancha y tendida, buena para el esfuerzo y para la azaña, toda horizontes como la esperanza, toda caminos como la voluntad </em>[terra larga e estesa, buona per l'impresa e per l'avventura, tutta orizzonti come la speranza, tutta strade come la volontà]&#8220;. Terra dove i caudillos si lanciavano l&#8217;uno contro l&#8217;altro all&#8217;arrembaggio dei governi o a fondare imperi personali in un retroscena di foreste impenetrabili e sterminate, di altissime montagne dai picchi nevosi, di fiumi immani; dove, avvolto dall&#8217;arco dell&#8217;Orinoco, stava ancora l&#8217;ultimo arcano del pianeta, il &#8216;mondo perduto&#8217; delle montagne piatte, dove allignavano la scolopendra acquatica, la salamandra arboricola e altri piccoli ma stranissimi esseri. Questo mondo visse le sue ultime ore negli anni Cinquanta. È negli anni Cinquanta che si incomincia a sentire massicciamente l&#8217;intrusione americana in Sud America: in Messico e nell&#8217;America centrale il fenomeno era già di vecchia data. Si trattava di fabbricare una nuova classe politica, che fosse totalmente al servizio dell&#8217;America quale strumento del grande capitale internazionale: al caudillo bisognava sostituire il suffragiocratico sensale di voti. Gli Stati Uniti ci riuscirono, impiegandovi vari decenni e facendo largo uso di una loro vecchia conoscenza: lo sciacallo marxista. Le turbe di colore cessarono di essere una specie di torpido <em>Hintergrund</em> &#8211; utilizzabile secondo le necessità come carne da cannone salvo poi essere rispedite al loro posto -, per diventare serbatoio permanente di voti: serbatoio con il quale, di necessità, ogni aspirante politico doveva fare i conti. Il mutato ambiente favorì la crescita ipertrofica di una classe criminale alla quale ogni forma partitocratica poté permanentemente attingere per ogni sorta di attività. Al contempo, con l&#8217;apertura delle comunicazioni, con l&#8217;inurbamento, con la trasformazione di un&#8217;economia fondamentalmente agraria in una parassitaria (solo superficialmente industriale), l&#8217;elemento africano, prima fortemente localizzato, si infiltrava un po&#8217; dappertutto nella popolazione di colore. In questo modo, la qualità razziale del popolo minuto del Sud America, per quanto non fosse mai stata elevata, passò a essere scadentissima. Quanto all&#8217;aristocrazia di origine spagnola, se in Messico fu in buona parte liquidata fisicamente, nel resto dell&#8217;Iberoamerica essa fu sottilmente intossicata nell&#8217;anima dal potere del denaro: non produsse più caudillos, ma politicanti. Non si vuole dire, con questo, che il caudillo rimanesse immune dalla venalità e dalla corruzione; egli però rivelava una scomoda tendenza ai colpi di testa e manteneva saltuariamente un residuo di dignità. Ciò manca del tutto alla nuova classe dirigente, nella quale sono sempre più frequenti, fra l&#8217;altro, elementi di colore e marranos. La vecchia classe criolla in Iberoamerica, nonostante tutto, assumeva ancora come riferimento l&#8217;Europa; quella nuova guarda solo a Nuova York e a Miami, con la loro paccottiglia e le loro lucine colorate. Con l&#8217;economicismo (la filosofia del far soldi come senso della vita) sono arrivati e hanno messo radici anche coloro che &#8220;<em>have technology</em> [hanno tecnologia]&#8221; (25) con la conseguenza che tutto il continente sudamericano sta precipitando nell&#8217;irreversibile vortice del disastro ecologico, rinforzato da una cancerosa crescita demografica. E il Fondo Monetario Internazionale ha buon gioco su quei paesi che ormai hanno imboccato irreversibilmente la via della terzomondializzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando retrospettivamente la storia dell&#8217;Iberoamerica dal 1950 al 1990 circa, è quasi sorprendente che il caudillismo abbia potuto tenere fermo, qua e là, per tanto tempo. Ma è chiaro che alla lunga la sua fine era segnata. Da una parte, crisi di legittimità di tutti i governi iberoamericani che onoravano &#8211; e che adesso onorano ancora di più &#8211; come &#8216;padri della patria&#8217; dei torbidi ribelli pagati dagli anglosassoni. Dall&#8217;altra, la totale dipendenza dagli Stati Uniti per le forniture belliche; dipendenza della quale gli Americani approfittavano per obbligare i governi iberoamericani a loro invisi a cedere alle pressioni marxiste, anche anche quando le condizioni militari erano favorevoli e le guerre militarmente vinte (caso di Anastasio Somoza in Nicaragua, per esempio). In ultima, molti tra gli ultimi caudillos furono dei &#8216;semplici&#8217; che caddero nella trappola di credere che l&#8217;America si opponesse veramente al marxismo, invece di servirsene come strumento.</p>
<div id="attachment_4957" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-4957" title="fidel-castro" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fidel-castro-300x253.jpg" alt="Fidel Castro" width="300" height="253" /><p class="wp-caption-text">Fidel Castro</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per concludere, una breve analisi del fenomeno del guerriglierismo, che fu e continua a essere una delle chiavi di volta della politica iberoamericana di questo secolo. Come già detto, gli Stati Uniti si valsero dello sciacallo marxista per i loro fini di sovversione; e non sorprende che i guerriglieri siano stati istallati al potere dall&#8217;America soltanto in quei paesi nei quali il governo era ancora in mano a un &#8216;dittatore militare&#8217; &#8211; un caudillo &#8211; (Cuba, Nicaragua), mai invece là dove alla presidenza c&#8217;erano dei &#8216;bravi borghesi&#8217; (il resto dell&#8217;America centrale, Santo Domingo, Venezuela, Colombia, Perù). Questo fatto, al quale i mass media non hanno mai dato alcun risalto, appare invece molto significativo. Il partigianismo era già stato sperimentato in Europa fra il 1942 e il 1945; non si fece che trapiantarlo in Iberoamerica. Come in Europa, esso si nutrì della classe criminale, che in Iberoamerica era ipertrofica o potenzialmente tale. Il primo esperimento fu Cuba, dove nel 1959 il marrano Fidel Castro (26) fu istallato al potere dagli americani di contro a un caudillo particolarmente inetto, Fulgencio Batista &#8211; il quale tuttavia si era mostrato sufficientemente abile per tenere militarmente in scacco Castro per anni, pure contro un&#8217;incredibile barriera di propaganda contraria e di aiuti finanziari e militari dati a piene mani ai partigiani. Da allora Cuba divenne la centrale del guerriglierismo per l&#8217;America centrale e meridionale e tale rimase fino a tempi recentissimi, quando, parallelamente alla liquidazione dei &#8220;socialismi reali&#8221;, anche l&#8217;uso della guerriglia per fini politici divenne fuori moda. Adesso Fidel Castro va predicando che i tempi sono cambiati, che la &#8216;via verso la democrazia&#8217; non è più quella delle armi ma quella delle urne (sua dichiarazione a Rio de Janeiro nell&#8217;agosto 1993); egli apre il paese al turismo di lusso e fa la corte al Fondo Monetario Internazionale. Insomma, il marrano Fidel Castro ha fatto fino in fondo il suo servizio al grande capitale internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">In Iberoamerica il fenomeno del banditismo c&#8217;era sempre stato, ma abbastanza limitato e privo di sfondo &#8216;ideologico&#8217;. Il partigianismo gli prestò una imbiancatura ideologica, mentre i guerriglieri, non più criminali comuni, godettero (e godono ancora) di un trattamento da &#8216;combattenti&#8217; da parte dei governi dei paesi coinvolti &#8211; ciò sotto pressione degli Stati Uniti. Se fino a qualche anno fa i dirigenti guerriglieri potevano ancora sperare di essere istallati al governo dagli Americani (l&#8217;ultimo fu Daniel Ortega in Nicaragua), adesso quella possibilità è scomparsa; e da soli essi mai &#8216;vinceranno&#8217; la guerra. Si dedicano perciò al banditismo puro e semplice, grazie ai cui proventi i dirigenti partigiani fanno una vita da gran signori (27). È improbabile che si arrivi a sradicarli in un futuro prevedibile: delle oligarchie militari totalmente prive del senso dell&#8217;onore o del dovere hanno tutto l&#8217;interesse di mantenere lo &#8216;stato di guerra&#8217; perchè così vengono pagate di più, ottengono pensionamenti anticipati e godono di maggior prestigio &#8211; e se &#8216;stato di guerra&#8217; ci deve essere, anche il nemico ha il diritto di essere trattato da &#8216;combattente&#8217;. Non a caso le uniche zone ripulite dalla guerriglia sono quelle dove funzionano milizie private organizzate da proprietari terrieri o semplicemente da comunità contadine che ne hanno avuto abbastanza (semileggendario è diventato negli ultimi venti anni il paramilitar Fidel Castaño, nella Colombia settentrionale): mai l&#8217;esercito o la polizia fanno un lavoro &#8216;completo&#8217;. Nelle zone dove esercitano il controllo totale (&#8216;zone liberate&#8217;) i guerriglieri taglieggiano tutti: i maestri di scuola, i contadini più miserabili, i giudici, se ci tengono alla pelle, devono pagare una percentuale del loro povero stipendio o dei loro magri guadagni alla rispettiva Central guerrillera. Un altro lucrativo affare per i guerriglieri è la protezione del narcotraffico: e come in tutte le società di delinquenti (per esempio, la mafia) si verificano frequenti attriti, spesso con morti e feriti, fra i diversi gruppi guerriglieri per assicurarsi i migliori affari (28). Trattandosi poi in gran parte di psicopatici &#8211; il fondo criminale più profondo e abbietto di società già ipertroficamente criminalizzate -, i partigiani hanno per <em>hobby </em>anche quello di compiere carneficine e di infliggere svariate torture a quei pochi indigeni che ancora rimangono nonchè ad animali selvatici e domestici. Quanto alla forza numerica del partigianismo in Sud America, al momento di stendere queste righe essa può essere stimata a 12 &#8211; 15.000 unità in Perù, a forse 20.000 in Colombia, a probabilmente meno di 2.000 in Venezuela.</p>
<p style="text-align: justify;">Legatasi mani e piedi al carro statunitense e colpita in pieno da una galoppante catastrofe ecologica (29), l&#8217;Iberoamerica &#8211; con la possibile eccezione del suo estremo meridionale &#8211; si avvia, a breve scadenza, verso un tenebroso destino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Una buona visione d&#8217;insieme della storia iberoamericana è data nell&#8217;agile libretto di Pierre Chaunu: <em>Storia dell&#8217;America Latina</em>, Garzanti, 1955.<br />
(2) Questa grande isola, originariamente abitata da Esquimesi, è stata punto di appoggio di operazioni baleniere che vi hanno gettato ciurme di ogni origine, per cui oggidì vi si possono ammirare abitanti dai capelli lanosi, la pelle grigiastra e gli occhi a mandorla che abitano dentro a iglù.<br />
(3) Gallimard, Paris, 1957.<br />
(4) Cfr. Alfredo Jahn, <em>Los aborígenes del occidente de Venezuela</em>, Monte Ávila, Caracas (Venezuela), 1973 (originale: 1927).<br />
(5) Nel più conosciuto dei suoi romanzi, <em>Doña Bárbara</em>.<br />
(6) Rafael Requena: <em>Vestigios de la Atlántida</em>, Tipografía Americana, Caracas (Venezuela), 1932.<br />
(7) A Rafael Requena attinse (senza citarlo) Charles Berlitz quando affermò che davanti allo sbocco dell&#8217;Orinoco ci sono i relitti sottomarini di antichissime muraglie megalitiche (&#8220;vestigia dell&#8217;Atlantide&#8221;): relitti che, a quanto sembra, non esistono proprio. Berlitz fece quest&#8217;affermazione nel suo &#8211; peraltro interessante &#8211; libro divulgativo <em>The mystery of Atlantis</em> (Grosset &amp; Dunlap, Stati Uniti, 1974).<br />
(8) Il libro più rappresentativo di Jacques de Mahieu è, probabilmente, <em>L&#8217;agonie du dieu soleil</em>, Laffont, Paris, 1974. Ma un&#8217;ottimo riassunto di tutta la sua opera è stato dato su &#8220;Diorama letterario&#8221; (Firenze) di dicembre 1992 (sotto la firma di un certo &#8220;Arconte&#8221;).<br />
(9) In ciò gli Inca si distinguevano nettamente dagli Aztechi che invece erano un popolo &#8211; e non soltanto una casta aristocratica -appartenente al ceppo linguistico náhuatl e strettamente imparentati con i Toltechi, che li avevano preceduti nel dominio dell&#8217;altopiano dell&#8217;Anáhuac.<br />
(10) Letteralmente: &#8216;maiali&#8217;. Falsi conversi dall&#8217;ebraismo al cattolicesimo, i quali così scamparono all&#8217;espulsione degli Ebrei dalla Spagna, decretata da Isabella la Cattolica nel 1492.<br />
(11) Su questo argomento si consulti il documentatissimo libro dell&#8217;autore messicano Salvador Borrego, <em>América peligra</em>, edizione dell&#8217;autore, Città del Messico, 1976.<br />
(12) Cfr. Jean Lombard, <em>La montée parallèle du capitalisme et du collectivisme, la face cachée de l&#8217;histoire moderne</em>, edizione dell&#8217;autore, Madrid, 1984.<br />
(13) Horacio Cabrera Sifontes, <em>La verdad sobre nuestra Guayana esequiba</em>, Monte Avila, Caracas (Venezuela), 1988.<br />
(14) Cfr. Salvador Borrego, <em>op. cit</em>.<br />
(15) Su quanto sopra cfr. Jean Lombard, <em>op. cit</em>. &#8211; Un capitolo della storia ispanoamericana al quale non è stato dedicata praticamente alcuna ricerca è quello del rifluire verso la Spagna, dopo la cosiddetta &#8216;indipendenza&#8217;, di certune fra le migliori famiglie dell&#8217;aristocrazia criolla, fatto che si verificò e che, almeno in qualche caso, può essere documentato. C&#8217;è da credere che attraverso questo processo l&#8217;Iberoamerica di lingua spagnola abbia perso una parte importante di quella che, dal punto di vista genetico, era stata la sua migliore popolazione.<br />
(16) Francisco Herrera Luque, <em>Boves el urogallo</em>, Editorial Fuentes, Caracas (Venezuela), 1975.<br />
(17) Cfr. Jean Lombard, <em>op. cit.</em>; Pierre Chaunu, <em>op. cit</em>.<br />
(18) L&#8217;intenzione di Napoleone III quando, negli anni Sessanta del XIX secolo, tentò di fare Massimiliano d&#8217;Asburgo imperatore del Messico, era stata quella di creare una monarchia messicana legata alla Francia che potesse fare da ostacolo all&#8217;egemonia anglosassone nei due continenti americani. Il progetto fu sventato da Benito Juárez, adesso osannato come un secondo &#8216;padre della patria&#8217;, che fu in realtà un volgare agente degli Stati Uniti (cfr. Pierre Chaunu, <em>op. cit.</em>).<br />
(19) Cfr. Salvador Borrego, <em>op. cit</em>.<br />
(20) Cfr. Horacio Cabrera Sifontes, <em>op. cit</em>.<br />
(21) Cfr., per esempio: E. M. S. Danero, <em>Toda la historia de las Malvinas</em>, Editorial Tor, Buenos Aires, 1964; Paul Groussac, <em>Las islas Malvinas</em>, Comisión protectora de bibliotecas populares, Buenos Aires, 1936.<br />
(22) Al tempo della colonia portoghese, i cosiddetti <em>bandeirantes </em>erano stati delle bande di meticci della zona di Sao Paulo che si dedicavano alla caccia agli schiavi e a commettere ogni sorta di soprusi ai danni degli Indios dell&#8217;interno. A essi si opposero con successo gli aborigeni Guaraní del Paraguay, armati e organizzati dai Gesuiti spagnoli.<br />
(23) Gli inglesi avevano usato delle tecniche analoghe, nel Settecento, contro i Pellirosse in America del Nord. Cfr., per esempio, Philippe Jacquin, <em>Storia degli Indiani d&#8217;America</em>, Mondadori, Milano, 1977.<br />
(24) Quel mondo crepuscolare che fu quello di contatto fra gli ultimissimi Indios ancora riconoscibili come tali e il &#8216;progresso&#8217; è descritto bene in un libriccino in lingua italiana: Giorgio Costanzo, <em>Gli Indiani dell&#8217;Orinoco</em>, Universale Cappelli, Rocca San Casciano, senza data di pubblicazione (anni Cinquanta). Cfr. anche Volkmar Vareschi, <em>Geschichtslose Ufer. Auf den Spuren Humboldts am Orinoko</em>, Bruckmann, München, 1959.<br />
(25) Qualcuno lo ricorderà certamente: negli anni Settanta sulle linee aeree dei continenti americani c&#8217;erano spesso dei <em>dépliants </em>con la fotografia di una splendida foresta tropicale e la &#8216;didascalia&#8217;: <em>you have jungles, we have technology </em>[voi avete giungle, noi abbiamo tecnologia]. Il <em>dépliant </em>procedeva poi a spiegare che per mezzo di quella tecnologia si potevano trasformare quelle giungle in centri turistici, in cartiere, ecc.: tutte cose che <em>give you money</em> [cose che vi rendono denaro].<br />
(26) Sulla &#8216;marranità&#8217; di Fidel Castro (cosa in ogni caso vastamente risaputa in Iberoamerica) cfr., per esempio, Jean Boyer, <em>Los peores enemigos de nuestros pueblos</em>, Ediciones Libertad, Bogotá, 1979. Di utile riferimento sulla presenza di marranos nella politica iberoamericana è la rivista &#8220;Temple&#8221;, di Lima, diretta dall&#8217;avv. Gastón Ortiz Acha.<br />
(27) Una parola va detta a proposito di quell&#8217;Abimael Guzmán, peruviano, fondatore del gruppo partigiano Sendero Luminoso e suo dirigente principale fino al 1992 allorché egli e il suo stato maggiore furono catturati a Lima sotto circostanze poco chiare. Il Guzmán, di origine spagnola e di famiglia facoltosa di proprietari terrieri, si trovò a essere impoverito dalle riforme sociali portate a termine dalla dittatura militare. Fu proprio allora che decise di mettere in piedi il suo movimento, a scopo di vendetta e di volgare guadagno personale. (Non gli si può tuttavia negare la qualità di sottile psicologo, avendo egli capito fino in fondo l&#8217;anima dell&#8217;Indio, che ha saputo brillantemente raggirare per i suoi scopi personali).<br />
(28) Tanto la guerriglia come i narcotrafficanti ricevono le armi in gran parte da Israele. Illuminante in proposito è il libro di Claire Hoy e Victor Ostrovsky (<em>By way of deception</em>, Arrow Books, London, 1990); ma la cosa è da lungo tempo un banale fatto di cronaca. Massiccia è la presenza di &#8216;istruttori&#8217; israeliani al servizio della malavita colombiana; qualche dato interessante in riguardo è riportato da Luis Cañón: <em>El Patrón: vida y muerte de Pablo Escobar</em>, Planeta, Bogotá (Colombia), 1994.<br />
(29) Riguardo alla situazione ecologicamente disastrata dell&#8217;Iberoamerica, si consulti: Silvio Waldner, <a title="La deformazione della natura" href="http://www.centrostudilaruna.it/la-deformazione-della-natura.html"><em>La deformazione della natura</em></a>, Ar, Padova, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano costituisce un estratto del libro <em>Stati Uniti, Iberoamerica, Sudafrica. Tre messe a punto</em>.</p>
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		<title>L&#8217;ignoranza americana</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 10:44:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il progressivo deterioramento dell'istruzione statunitense e il regresso a livelli terzomondiali degli USA]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lignoranza-americana.html' addthis:title='L&#8217;ignoranza americana '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">[...] Non a caso l&#8217;ignoranza americana è qualcosa di intrinseco, di congenito, di viscerale. È un fatto ormai aperto e risaputo che negli Stati Uniti l&#8217;istruzione pubblica è entrata in una fase totalmente fallimentare (1): chi può manda i suoi figli a scuole private; chi non può concedersi quel lusso, si deve accontentare dell&#8217;analfabetismo per la sua famiglia. Questo stato di cose è stato attribuito, anche da autori americani bene intenzionati e discretamente istruiti (2), al fatto che dal 1963, sotto il presidente John Fitzgerald Kennedy, si forzò negli Stati Uniti l&#8217;integrazione scolastica fra Bianchi e Negri, con la conseguenza che perchè questi ultimi potessero superare gli esami (e così non sentirsi discriminati) gli standard di istruzione dovettero essere drasticamente abbassati.</p>
<div id="attachment_1154" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1154" title="strada-di-new-york" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/strada-di-new-york-300x229.jpg" alt="Strada di New York" width="300" height="229" /><p class="wp-caption-text">Strada di New York</p></div>
<p style="text-align: justify;">Non può esserci alcun dubbio che ciò è parte della verità; ma sarebbe sbagliato voler scorgere in questo fatto l&#8217;unica causa del fallimento scolastico e universitario americano. Ugualmente importante, al riguardo, è la mentalità economicistica che pervade e ha sempre pervaso la società statunitense. La legge dello shakespeariano Shylock, da sempre re senza corona degli Stati Uniti, è perentoria: l&#8217;unica &#8216;cultura&#8217; valida è quella che può essere tradotta direttamente e immediatamente in denaro; il resto non conta. (Questo tipo di mentalità non ha mancato di avere in Europa chi la raccomandasse fra gli spiriti servili e gli analfabeti dello spirito, che non hanno perso occasione di irridere chi sosteneva che &#8220;la vera cultura è quella che non serve a niente&#8221;).</p>
<p style="text-align: justify;">Ci fu un tempo in cui l&#8217;americano identificava <em>tout court</em> la &#8216;cultura&#8217; con il sapere tecnico, ma anche quel tempo è passato. In una società in cui il commerciante di successo, quello che &#8220;<em>knows how to make the kill</em>&#8221; (20) è additato come l&#8217;eroe nazionale e l&#8217;esempio da seguire, anche il lato tecnico della vita economica era destinato a passare in seconda categoria.</p>
<p style="text-align: justify;">
Per debito di completezza si daranno qui alcuni esempi, tratti dalla cronaca, di ignoranza esibita dagli Americani. La loro sconoscenza linguistica è proverbiale: quasi nessuno parla altro che l&#8217;inglese &#8211; o magari il <em>black English</em>. 24 milioni di adulti non sanno indicare gli Stati Uniti su un mappamondo; il 50% non sa citare un solo paese dell&#8217;Europa orientale; il 68% non sa quando sia stata combattuta la guerra di Secessione; il 32% crede che l&#8217;America sia stata scoperta dopo il 1750; il 40% pensa che l&#8217;Israele sia un paese arabo; il 21% non sa se gli Stati Uniti erano dalla parte del Nord o del Sud Vietnam; il 44% non sa che gli Stati Uniti e l&#8217;Unione Sovietica erano alleati durante l&#8217;ultimo conflitto mondiale; nel 1988 il 20% dei liceali non sapevano leggere il proprio diploma; ci sono negli Stati Uniti 27 milioni di analfabeti totali adulti (dei quali ben il 16% sono bianchi: sono cifre da Terzo Mondo) (3).</p>
<p style="text-align: justify;">Sta di fatto che la deculturizzazione radicale dell&#8217;americano &#8211; causata sia dalla mentalità economicistica che dalla terzomondializzazione del paese, sulla quale torneremo più avanti &#8211; ha finito per renderlo inetto anche a mandare avanti la propria economia (o ciò che ne rimane). (Tutt&#8217;altro che degli sprovveduti, gli autori giapponesi Morita e Ishihara, hanno chiamato l&#8217;economia americana una economia fantasma [4].)</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ingegnere americano (sempre più scarso, fra l&#8217;altro [5]) non può competere né con quello europeo né con quello est-asiatico, per cui l&#8217;America è ridotta a importare, sotto condizioni sempre più svantaggiose, quadri tecnici europei e asiatici (coreani, taivanesi) per tentare di tenere a galla i residui della sua struttura industriale. Né c&#8217;è la speranza di risalire: per &#8216;rigenerarsi&#8217; l&#8217;America, è già stato notato, dovrebbe cessare di essere sé stessa, cosa che ormai è da escludersi. Si calcola che entro il primo decennio del Duemila solo il 30% degli Americani sapranno leggere e scrivere: perchè l&#8217;Americano non legge, guarda la televisione (alla quale sacrifica anche il sonno: il già citato <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">Alain de Benoist</a> ci informa che qualcosa come 100 milioni di Americani soffrono di mancanza cronica di sonno perché invece di dormire stanno a vedere la televisione). Diffusissima è anche la mentalità secondo la quale siccome tutte le decisioni possono essere prese dal calcolatore elettronico, non vale la pena di pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(1) Cfr., per esempio, l&#8217;interessante opuscolo di <a title="Robert Steuckers" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/robert-steuckers/">Robert Steuckers</a>: <em>L&#8217;ennemi américain</em>, Synergies Européennes, Bruxelles, 1996.<br />
(2) Per esempio, Stanley Burnham, <em>Black intelligence in white society</em>, Social Science Press, Athens (Georgia, Stati Uniti), 1985.<br />
(3) Frase difficile da rendere in italiano (o in qulsiasi lingua &#8216;civile&#8217;). Presa dal gergo dei cacciatori, alla lettera significherebbe &#8220;quello che sa uccidere la selvaggina&#8221;. In <em>argot</em> commerciale è qualcosa come &#8220;quello che riesce a rifilare le mercanzie a un cliente&#8221;.<br />
(4) Nel corso di una sua recentissima (1997) visita all&#8217;America &#8216;Latina&#8217;, il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ebbe a dichiarare che gli dispiaceva moltissimo il non avere studiato il latino a scuola, perché altrimenti avrebbe potuto parlare loro (ai suoi interlocutori &#8216;latinoamericani&#8217;) nella loro propria lingua.<br />
(5) Citati da <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">Alain de Bénoist</a> su &#8220;Diorama letterario&#8221; (Firenze), febbraio 1991.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo brano è stato tratto dal primo capitolo del libro di Silvio Waldner <em>Stati Uniti, Iberoamerica, Sudafrica. Tre messe a punto</em>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lignoranza-americana.html' addthis:title='L&#8217;ignoranza americana ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Immigrazione extracomunitaria e denatalità europea</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Nov 2008 21:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La catastrofe europea tra denatalità e invasione immigratoria]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/immigrazione-extracomunitaria-e-denatalita-europea.html' addthis:title='Immigrazione extracomunitaria e denatalità europea '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><em> Parte prima</em></p>
<p style="text-align: justify;">Su questi argomenti ho tenuto diverse conferenze a partire dal dicembre 1999. In ogni occasione si è tentato di affrontare queste problematiche in modo sempre più vasto e completo, attualizzandole sia dal punto di vista della loro interrelazione che delle loro conseguenze palpabili sulla situazione sociale europea e in particolare sull&#8217;influenza dell&#8217;immigrazione quale aggravante del problema della povertà; senza tralasciare il fatto delle imposizioni emananti dalle centrali occulte (ma non troppo) del potere finanziario e anche l´interporto merci a livello mondiale e le ipocrisie che si celano dietro all&#8217;invadente globalizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1058" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="immigrazione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/immigrazione-300x159.jpg" alt="" width="300" height="159" />La maggior parte dei dati fattuali ai quali si fa riferimento sono tratti dalla stampa quotidiana (1). Per entrare in argomento vale la pena di affrontare per primo il problema della denatalità in Europa &#8211; problema che, a fil di regola, dovrebbe essere del tutto indipendente da quello dell&#8217;immigrazione terzomondiale, ma al quale invece esso risulta collegato dalle logiche perverse che reggono i nostri tempi.</p>
<p style="text-align: justify;">A mantenere il livello numerico di una data popolazione, è chiaro, serve una media di due figli per coppia. Una natalità al di sotto di 2 significa prima l&#8217;invecchiamento della popolazione, poi il suo collasso. L&#8217;Italia ha adesso una natalità media di 1,2; al di sotto dell&#8217;Italia stanno la Spagna e la Lettonia; mentre in Italia, negli ultimi posti con una natalità inferiore a 1 sono la Toscana, la Liguria, il Friuli. Gli Europei non fanno figli: e questo ha sia delle cause che delle conseguenze. Quanto alle cause, la principale è di ordine economico. Avere una famiglia &#8211; anche non particolarmente numerosa &#8211; significa, per quasi tutti, doversi impoverire. E questo è tanto più grave al giorno d&#8217;oggi quando la gente è solleticata da mille tentazioni a spendere. Quindi, essere povero adesso è una situazione sentita come grave e umiliante, molto di più di quanto potesse esserlo nel passato. Ed è un fatto che il pauperismo torna ad alzare la testa in tutta Europa: in Italia, ci sono adesso 2½ milioni di famiglie al di sotto della soglia della povertà (solo cinque anni fa ce n&#8217;erano 2 milioni: l&#8217;ultimo governo di centrosinistra ha messo sul lastrico un&#8217;addizionale mezzo milione di famiglie); e, significativamente, per molte famiglie il salto da una condizione economica almeno sopportabile alla miseria, è innescato dalla nascita di un figlio. Come causa addizionale di denatalità ha da annoverarsi la dilagante insicurezza e una fondamentale mancanza di fiducia nel futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosiddetta &#8216;new economy&#8217; ci promette un futuro di instabilità radicale, quando nessuno potrà sentirsi sicuro di conservare il suo posto di lavoro &#8211; o di procurarsene un altro &#8211; né a media né tanto meno a lunga scadenza. Siccome l&#8217;Europeo, per sua conformazione psicologica, è dotato generalmente di un senso della responsabilità, egli si asterrà dal mettere al mondo dei figli che non ha alcuna sicurezza di poter poi allevare. (Questo, a differenza dell&#8217;extracomunitario, per natura irresponsabile, che non ha preoccupazioni su come farà crescere i suoi figli; e che comunque sa che verranno mantenuti per lui con le tasse e con i contributi ecclesiastici pagati da quegli Europei che, così impoveriti, non hanno con che allevare dei figli propri). Se si desse ai giovani Europei una garanzia per il futuro, non c&#8217;è alcun dubbio ragionevole che si assisterebbe subito a un miglioramento nel tasso demografico. Si possono aggiungere le condizioni psicologiche imperanti nei nostri tempi, per cui la famiglia non viene più vista come una fonte di gioia e per la quale, quindi, vale pur la pena di fare qualche sacrificio, ma soltanto come un peso &#8211; peso finanziario e anche psicologico. Non a caso spesso succede che anche gente che potrebbe permettersi, economicamente, di avere una famiglia numerosa, non ha figli o ne ha pochi. In ultima, se il figlio non è altro che un peso e una minaccia per il proprio &#8216;livello di vita&#8217;, ne risulta la proliferazione del celibato e dell&#8217;aborto, genuina forma di omicidio ormai da un pezzo legalizzato. Anche se in questi ultimi tempi sembra che, almeno in Italia, il primato nella pratica dell&#8217;aborto sia tenuto dalle donne extracomunitarie, negli anni Ottanta l&#8217;aborto fu fattore preponderante nella diminuzione della natalità. L&#8217;approvazione delle leggi sull&#8217;aborto fu fatta con la complicità implicita della Chiesa e dei guelfi in parlamento, che non vi si opposero se non <em>pro forma</em>. (Nel 2000 in Portogallo doveva essere proposta una legge aborzionista, e i preti ricevettero ordine dai loro vescovi di non opporvisi dai loro pulpiti. Attivissimi invece a raccomandare l&#8217;approvazione delle leggi sull&#8217;aborto e poi a incoraggiare la sua pratica in modo pandemico furono una determinata numerosa categoria di industriali, per i quali il lavoro femminile era necessario per portare alle stelle i loro guadagni. C&#8217;è da credere che si possa trattare degli stessi che adesso esigono l&#8217;immigrazione extracomunitaria selvaggia &#8211; su di questo, si tornerà più avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo esaminato le cause della denatalità in Europa, si può procedere a constatarne le conseguenze presenti e a prevederne quelle future. Due sono le conseguenze principali. Una è il fatto che la popolazione dell&#8217;Europa e del Nord-est asiatico sta invecchiando: la metà dei vecchi del mondo già adesso sono nei paesi civili, mentre il 97% dell&#8217;incremento demografico è nel Terzo Mondo, e il 3% che c&#8217;è nel mondo civile è dovuto all&#8217;immigrazione terzomondiale (2). Fra circa una diecina di anni la maggior parte della popolazione dei paesi civili – Europa ed estremo Oriente &#8211; sarà costituita da vecchi, bisognosi di essere mantenuti &#8211; cioè: di avere una pensione &#8211; e di essere curati &#8211; essendo le loro condizioni di salute sempre più cagionevoli. Né a raddrizzare ormai la situazione &#8211; cioè il rapporto giovani/vecchi &#8211; varrebbe che, miracolosamente, dovesse aumentare, anche vertiginosamente, la natalità europea. Non si vuol dire che non varrebbe la pena che adesso aumentasse la natalità: dei nuovi nati europei adesso potrebbero essere la garanzia di ripresa per l&#8217;Europa del futuro; ma non sarebbero attivi e produttivi prima di circa una ventina di anni, troppo tardi per far fronte a una situazione socioeconomica che si darà verso il 2010. Allora, secondo le tendenze che adesso sono percepibili, non ci sarà più denaro per pagare le pensioni ai vecchi e per dare loro un&#8217;adeguata assistenza sanitaria. (Si sa, le pensioni vengono pagate non con i contributi versati dai pensionati stessi quando lavoravano, ma con le tasse versate da chi ancora lavora: in mancanza di giovani pagatori di imposte, niente pensioni; e, in Italia, fra pochi decenni ogni giovane ancora in età lavorativa si troverà a dover mantenere nove vecchi). Si sarà di fronte a quello che Guillaume Faye (3) chiama &#8216;l&#8217;orrore economico&#8217;, per cui la maggior parte della popolazione, costituita da vecchi &#8211; ma non soltanto loro &#8211; si vedrà confrontata con la miseria assoluta, se non proprio con la morte per fame o a essere abbandonata a morire senza assistenza medica nelle loro squallide abitazioni o per la strada (oltre a essere esposta alle violenze di turbe di extracomunitari sempre più numerosi, aggressivi e criminalizzati).</p>
<p style="text-align: justify;">Sia fatto un inciso per dire che le risorse economiche per dare una vecchiaia decorosa alla maggior parte di quegli anziani e una vita accettabile a tanti altri poveri, forse ci potrebbero essere, ma finché i 2/3 dei redditi dei paesi civili andranno a finire in quel pozzo senza fondo che è il cosiddetto &#8216;debito pubblico&#8217; (la più grande truffa legalizzata di tutti i tempi), non è lecito intrattenere speranze del genere. Ma questo non è un argomento che possa essere qui trattato. Un&#8217;altra &#8211; entro certi limiti, artificiosa &#8211; è quanto viene affermato in riguardo al fatto che non ci sarebbero più Europei a sufficienza per mantenere in moto le industrie, abbinato al fatto che gli Europei, che adesso starebbero &#8216;troppo bene&#8217;, non sarebbero più disposti a espletare certi lavori umili o sgradevoli o potenzialmente nocivi alla salute. Vero è invece che se quei lavori fossero meglio retribuiti, si troverebbero Europei a sufficienza per espletarli &#8211; anche in Europa c&#8217;è un alto livello di disoccupazione, sul 12%. Ma questo diminuirebbe i profitti di certi industriali. Se il costo sociale e sanitario della presenza degli extracomunitari in Europa fosse usato per aumentare i salari dei lavori più umili (dando, per esempio, esenzioni fiscali a chi impiega Europei), il problema potrebbe essere, in massima parte, risolto; ma, al solito, si privatizzano i profitti e si &#8216;socializzano&#8217; le perdite (4).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parte Seconda</em></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto si possono dare delle cifre approssimate sul costo in denaro della presenza dell&#8217;extracomunitario nel mondo civile. Dei calcoli eccellenti in proposito sono stati fatti dai Sindacati Padani (13). Nel 1997 si calcolava che gli extracomunitari legali costassero al paese (cioè: al contribuente italiano) sui 22.000 miliardi di lire all&#8217;anno, e quelli illegali 30.000 miliardi. Gli illegali, ricordiamolo, sono protetti contro i pur blandi strali della legge, nonché finanziati (le cooperative rosse e la Caritas davano loro sulle 60.000 lire al giorno <em>pro capite</em>), dalla triplice sindacale, dalle organizzazioni ecclesiastiche e dai partiti marxisti (fu Rifondazione a fare pressione sul Parlamento purché non si procedesse all&#8217;espulsione dei terzomondiali trovati rei di azioni criminose). Gli zingari costano costano un po&#8217; meno, &#8216;soltanto&#8217; sui 500 miliardi all&#8217;anno: ed essi (14) furono i primi &#8216;extracomunitari&#8217; a penetrare in Europa, presentandosi come dei poveri derelitti e perseguitati (naturalmente, mentendo). Adesso, ogni famiglia zingara in Italia riceve 1.050.000 lire al mese più altre indennità per sosta, figli a carico, ecc.; mentre la pensione minima per chi pure ha lavorato per tutta una vita non arriva alle 800.000 lire la mese. Ma c&#8217;è una via d&#8217;uscita (15): si può scrivere una lettera al presidente della Repubblica domandando di venire classificato come zingaro; e se la richiesta va in porto si sarà autorizzati ad attingere parassitariamente alla cornucopia dei fondi pubblici come fanno loro. Questi costi, sono soltanto i costi diretti. I costi indiretti, causati dalla dilagante criminalità e da una problematica sanitaria sempre più sinistra, c&#8217;è da credere che possano essere ancora maggiori.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-1059" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="immigrazione2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/immigrazione2-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" />Un fatto sconosciuto dai più è che il costo della presenza dell&#8217;extracomunitario nel territorio popolato da genti civili aveva fatto capolino, più di trent&#8217;anni fa, in Sud Africa. Cito delle cifre pubblicate dalla stampa quotidiana sudafricana nel 1988. Negli anni Sessanta, Hendrik Verwoerd aveva proposto il cosiddetto &#8216;apartheid totale&#8217;, per cui tutte le popolazioni nere del Sud Africa avrebbero dovuto essere trasportate nei loro già esistenti territori tribali dove avrebbero goduto di piena indipendenza, dopo di che le zone nere e bianche sarebbero state separate da frontiere internazionali. Questa operazione, di notevole entità (si trattava di spostare e di dare abitazione e sistemazione a diversi milioni di negri) sarebbe costata allora circa 15 miliardi di dollari, da essere spesi una sola volta. Ebbene, poco più di vent&#8217;anni dopo, la presenza di quei medesimi negri dentro al tessuto sociale bianco veniva a costare (al contribuente bianco) quella stessa somma ogni anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Passo a fare una disamina di quelli che sono gli usufruttuari, per così dire, spiccioli, del fenomeno immigratorio terzomondiale &#8211; tutti elementi, chi per un verso chi per un altro, fondamentalmente tarati; estremamente miopi quanto alle conseguenze a lunga scadenza di un processo che non mancherà di travolgere anche loro. Sono quelli che vi traggono dei vantaggi economici o politici a corta scadenza o che attraverso di esso soddisfano certe loro necessità emotive originate da turbe e da squilibri psicologici. Sono questi ultimi che, appoggiati dalle grancasse dei <em>mass-media</em>, mantengono acceso quel clima psicologico che è necessario per che le grandi masse accettino questo rovinoso fenomeno. Alla prima categoria &#8211; quelli che a corta scadenza ne traggono o sperano di trarci dei vantaggi tangibili &#8211; appartengono quegli industriali dei quali si è già parlato, i partiti politici e i sindacati di sinistra e certi preti. Alla seconda, i buonisti (dei pervertiti con tendenze autosadistiche, vittime dell&#8217;applicazione di certo cristianesimo) e i verdi (un&#8217;altra categoria di deviati la cui caratteristica principale è l&#8217;ignoranza, tecnica e antropologica). Degli industriali si è già parlato, del resto si farà un&#8217;analisi, tipo per tipo, in quanto segue. Sia i partiti di sinistra (marxisti) che i preti, in tutta Europa stanno perdendo clientela, con rischio di vedere compromesse le loro sedie e le loro posizioni di potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Le formazioni politiche marxiste abbisognano di un sottoproletariato miserabile al quale offrire la loro &#8216;protezione&#8217; e che serva loro come serbatoio di voti. Siccome adesso, fra gli Europei, questa categoria o non c&#8217;è più, come ai tempi della Rivoluzione Industriale, o ha perso fiducia nel marxismo, eccoli a fabbricarla di nuovo usando come materia grezza le turbe di immigrati di colore (16), per mezzo dei quali esse contano di &#8216;rilanciare la lotta di classe&#8217;, infiacchitasi dopo la caduta del muro di Berlino. Questi sono un anche &#8216;fondo&#8217; al quale spererebbero di attingere anche determinati preti che pensano di potersi rifare un gregge attingendo dai derelitti di colore, che saranno sempre più numerosi. Questi preti fanno dei calcoli molto più miopi di quelli dei marxisti: l&#8217;80% degli immigrati terzomondiali in Europa sono musulmani, e l&#8217;Islam è una forma di monoteismo ancora più aggressiva del cristianesimo: saranno piuttosto i musulmani a convertire loro (con le buone o con le cattive) che viceversa (17). Comunque, è un fatto empirico la straordinaria &#8216;islamofilia&#8217; manifestata di recente dalle gerarchie ecclesiastiche e addirittura da certi cattolici che si dicono tradizionalisti (Adolfo Morganti, Franco Cardini, Maurizio Blondet, ecc.). I buonisti sono un&#8217;altra categoria &#8211; trasversale &#8211; di contorti figuri che, di massima, fanno riferimento a certo cristianesimo (magari senza avvedersene) e spesso a certi ambienti ecclesiastici. Godono dell&#8217;appoggio dei mass-media e delle autorità scolastiche (infeudate alla sinistra), le quali impartono (dando prova, forse, più di miopia che di abiezione) l&#8217;educazione buonista, che consiste essenzialmente nell&#8217;inculcare alle scolaresche un immane e castrante senso di colpa: educazione che non farà niente per impedire che i disastri futuri arrivino ma che in compenso potrà aver fatto molto per tirare su delle generazioni di smidollati e di vigliacchi che il giorno che veramente si arrivi ai ferri corti non sapranno cosa fare e che, c&#8217;è da credere, finiranno spesso per cercare rifugio nella pazzia o nel suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">I buonisti (18), in fondo, sono quelli che non si sentono soddisfatti se non c&#8217;è una turba di storpi, lebbrosi, sifilitici e idioti su di cui riversare la loro commiserazione, a cui andare a baciare le piaghe e a cui andare a domandare &#8216;perdono&#8217; del fatto di non essere essi stessi storpi, lebbrosi, ecc. La turba in questione viene loro provveduta dagli immigrati di colore, soprattutto se illegali. Questo tipo di psicologia auto sadistica è sempre più diffusa, in quanto pompata dai mezzi di comunicazione di massa, fino a contagiare anche gente che normalmente complessi del genere non ne avrebbe assolutamente. A tutti si fa dimenticare che fare la carità a chi non se lo merita &#8211; al parassita &#8211; non solo non è un merito ma, anzi, un demerito e una forma di auto denigrazione e di avvilimento di sé stessi e dei propri discendenti. È invece vero che poveri nostrani (europei) ce ne sarebbero anche troppi soprattutto &#8211; ma non esclusivamente &#8211; fra i vecchi, che dopo avere lavorato tutta una vita percepiscono pensioni da fame (nel pur ricco Nord-Est padano ci potrebbe essere fino a un 15 &#8211; 20% di poveri e il fenomeno sta incominciando a coinvolgere anche delle zone fra le più benestanti d&#8217;Europa, tipo la Baviera e la Sassonia [19]). Ma è anche vero che l&#8217;Europeo generalmente ha una sua dignità: chi è povero cerca di occultare quella sua condizione, entro i limiti del possibile. Quindi il povero europeo non serve a soddisfare la lussuria di commiserazionismo del buonista, per soddisfare la quale vale l&#8217;extracomunitario che fa del continuo vittimismo e che non si vergogna di mostrare a tutti le sue piaghe.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il celebre Abbé Pierre, grande buonista, asseriva che i poveri di razza bianca non lo interessavano, perché non facevano <em>audience</em> &#8211; a differenza di quelli di colore (20). Per mettere a tacere la coscienza molesta di quelli che non sono del tutto convertiti al buonismo ma che non sono rimasti completamente immuni al suo veleno, si propone una soluzione intermedia. Non quella di importare in massa gli extracomunitari e fare di noi i loro inservienti e prosseneti, ma neppure &#8211; come sarebbe giusto &#8211; lasciare che risolvano i loro problemi per conto loro, se ne avessero la volontà e la capacità. Quindi, &#8220;aiutiamoli a casa loro&#8221;: ecco una parola d&#8217;ordine che irretisce chi non se la sente di avere l&#8217;extracomunitario come vicino ma che non vuole sentirsi additato come un &#8216;senza cuore&#8217;. &#8220;Aiutiamoli a casa loro&#8221; significa semplicemente elargire loro dell&#8217;elemosina a fondo perduto, perché mai essi avranno la capacità e &#8211; soprattutto &#8211; la volontà di &#8216;migliorare&#8217; (nel senso europeo del termine) la loro sorte (21). Questo è insito nella loro natura: c&#8217;è uno studio abbastanza ben fatto sul fallimento assoluto e totale di ogni tentativo di &#8216;industrializzare&#8217; il Terzo Mondo (22). L&#8217;unico vero aiuto che a quelle genti si potrebbe dare &#8211; consono con la loro struttura psicologica – sarebbe quello di rimetterle nelle condizioni in cui erano prima dell&#8217;avventura coloniale europea: il che, a ben vedere le cose, in questo momento ha da vedersi come utopico.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parte Terza</em></p>
<p style="text-align: justify;">A quanto sopra vale aggiungere che il fenomeno migratorio dal Terzo Mondo il mondo civile non fa letteralmente niente per alleviare il fenomeno della povertà in quelle regioni. Per alleviarlo per mezzo dell&#8217;emigrazione bisognerebbe poter organizzare un movimento di persone di dimensioni fantascientifiche dal Terzo al Primo Mondo (e ammesso che le strutture civili di quest&#8217;ultimo non subissero un collasso sotto l&#8217;immane pressione): movimento superiore a quanto potrebbe essere fatto anche mettendo in azione tutti i modernissimi mezzi di trasporto esistenti solo per quello scopo (23). A venire in Europa sono quelli che si possono pagare il biglietto (una somma altissima nel Terzo Mondo) o per lo meno dare una &#8216;bustarella&#8217; a qualche capitano di nave o traghettatore abusivo. Si tratta quindi sempre della cosiddetta &#8216;classe media&#8217; di quelle terre (24). Con quello che costa avere un extracomunitario fra i piedi in Europa se ne potrebbero mantenere almeno venti, di sana pianta, nelle loro terre di origine (25): sarebbe una maniera molto meno scomoda e più efficiente di fare della carità a quel tipo di gente. (Ai commiserazionisti forse interesserà sapere che con la quarta parte del gettito dell&#8217;industria italiana della moda si potrebbe dar da mangiare a fondo perduto a tutta l&#8217;Africa nera.)</p>
<p style="text-align: justify;">I verdi sono simili ai buonisti, e forse ne sono solo una varietà (26). Una loro caratteristica è l&#8217;ignoranza, sia tecnica che antropologica e il loro credo è l&#8217;opera di Jean-Jacques Rousseau. Questo figuro – particolarmente contorto in ogni sua manifestazione; egli era fra l&#8217;altro un pedofilo &#8211; sviluppò la sua teoria del &#8216;buon selvaggio&#8217; basandosi sulla lettura di resoconti di viaggi, avvenuti nel Settecento, quando degli Europei si videro per la prima in contatto con i selvaggi, in particolare nei Mari del Sud e nell&#8217;America settentrionale. Furono letture che poi egli interpretò in chiave del tutto personale; ed essendo egli un personaggio del tipo testé descritto, ne fece un&#8217;interpretazione del tutto abborracciata. Il selvaggio, secondo la teoria di Rousseau &#8211; cioè, in termini moderni, l&#8217;extracomunitario, l&#8217;elemento di colore &#8211; è un essere candido, innocente, paradisiaco e &#8211; importantissima &#8211; rispettosissimo della natura, reso cattivo e miserabile dall&#8217;oppressione a cui fu ed è sottoposto da parte dell&#8217;Europeo. Quindi, ragionano i verdi, apriamo le cateratte dell&#8217;immigrazione di colore, adattiamo noi a loro, ai loro gusti, alle loro abitudini, ecc. Così, un poco alla volta, tutto si metterà a posto, il leone e l&#8217;agnello, il gatto Silvestro e il canarino diverranno ottimi amici e si sarà nel paradiso terrestre della pastorale Arcadia. (Invece, i verdi americani definiscono l&#8217;immigrazione terzomondiale come una forma di contaminazione ambientale). Quanto assurdo possa essere tutto questo, non è neppure il caso di sottolinearlo; e il fatto che ci siano tanti che aderiscono al verdismo &#8211; e al buonismo &#8211; è solo un altro segno della qualità malata dei nostri tempi. Vero è invece &#8211; e i verdi, da ignoranti incancreniti non lo sanno e non lo vogliono sapere &#8211; che il selvaggio è il più spietato nemico della natura e che, messo in possesso di mezzi tecnologici moderni, ne è il più sfrenato distruttore (27).</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro aspetto dei movimenti terzomondiali verso l&#8217;Europa è quello che li inquadra nel fenomeno maledetto dell&#8217;emigrazione, che ha afflitto e affligge il mondo dai tempi della Rivoluzione Industriale e sul quale è il caso di fare qualche precisazione. Emigrare non fu, per i nostri vecchi, trasferirsi in colonia o in terra di conquista (come invece considerano le cose gli extracomunitari che vengono in Europa) ma un andare quasi come mendicanti a domandare il proprio pane in terra altrui. L&#8217;emigrazione &#8211; e, in particolare, l&#8217;emigrazione in massa &#8211; è un fenomeno teratologico che seguì la Rivoluzione Industriale (la quale portò alla destabilizzazione di vasti strati delle popolazioni europee e non solo europee), nonché i nuovi equilibri politici, post-Napoleone, che videro insorgere nazioni-Frankenstein tipo, per esempio, il regno d&#8217;Italia. Specificamente in Italia, i nuovi squilibri sociali colpirono, prima ancora che il Sud, il Veneto e il Friuli, terre che sia sotto la repubblica di Venezia che sotto gli Asburgo avevano goduto di un buon livello di vita. Dopo il famigerato 1866, l&#8217;emigrazione dal Veneto e dal Friuli raggiuse per molto tempo un livello superiore a quello della bassa Italia. Perciò, chi allora ci chiamò i &#8216;terroni del Nord&#8217; non faceva, in fondo, che enunciare un dato di fatto obiettivo. Ma dal fenomeno migratorio non furono risparmiate neppure le zone pedemontane della Lombardia e perfino del Piemonte: fra il 1866 e il 1915 emigrarono circa 14 milioni di Italiani, dei quali, per fortuna, oltre la metà poi rimpatriarono (28).</p>
<p style="text-align: justify;">Moltissimi emigrarono dall&#8217;Europa per ragioni politiche o perché le loro condizioni materiali erano obiettivamente disperate e quindi sentivano che si poteva tentare qualsiasi cosa. Ma tanti altri lo fecero perché incoraggiati da un determinato clima psicologico o perché, per dirla con un proverbio inglese, &#8220;<em>the grass on the other side of the fence is always greener</em> [l'erba dall'altra parte della recinzione è sempre più verde]&#8220;. Qui si vide anche l&#8217;opera di &#8216;reclutatori&#8217;, assoldati da diversi governi delle Americhe per convincere le genti europee a emigrare. Sia in Brasile che negli Stati Uniti essi divennero, almeno inizialmente, i &#8216;nuovi negri&#8217;, quel sottoproletariato miserabile del quale c&#8217;era di bisogno &#8220;per rendere la schiavitù innecessaria&#8221; (Stati Uniti [29]); oppure i braccianti agricoli che espletarono i lavori che i negri &#8216;liberati&#8217; dall&#8217;abolizione della schiavitù rifiutarono subito di continuare a fare. Pochissimi degli emigrati &#8211; sì e no il 10% &#8211; fecero &#8216;fortuna&#8217;: al resto, e ai loro discendenti, toccò una sorte non migliore, e spesso peggiore, di quello che sarebbe stato il caso se fossero rimasti in Europa, con l&#8217;aggravante addizionale &#8211; soprattutto per chi emigrò in altri continenti &#8211; che l&#8217;emigrato, &#8216;morto di fame&#8217;, dovette subire crisi di adattamento, lui e la sua famiglia, e infinite umiliazioni prima di poter inserirsi nei nuovi ambienti. Nei paesi maggioritariamente di colore, nei quali il clima sociale e politico è determinato dalla prepotenza e dal voto di masse di selvaggi, i loro discendenti sono condannati all&#8217;assorbimento, a lunga scadenza, da parte di turbe di meticci, miserabili e senza volto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo fenomeno sta però incominciando a verificarsi in Europa. Dei recenti studi pubblicati dalla stampa inglese rivelano come in certi quartieri delle grandi città &#8211; in modo particolare, Londra -, i bambini bianchi, irrimediabilmente a minoranza, non solo sono umiliati e vittimizzati dai figli di immigrati terzomondiali ma incominciano a perdere la loro lingua per adottare come mezzo di espressione i loro dialetti, bantù, indostani, ecc. Ma senza bisogno di andare in Inghilterra, qualcosa del genere potrebbe divenire il caso molto più vicino a noi. In Valsugana, sopra Bassano del Grappa, dove le maestranze delle industrie del legname sono quasi tutte africane, i bambini veneti sono anch&#8217;essi ridotti a minoranza e, c&#8217;è da credere, ben presto anche là potrebbe insorgere una situazione di tipo &#8216;inglese&#8217;. Che i nostri emigrati abbiano portato &#8216;cultura&#8217; è una frottola per sprovveduti: perché cultura si porta solo là dove essa può attecchire. Invece è vero che l&#8217;emigrato europeo nei paesi americani (di colore e non) fu soltanto uno sfruttato. (Per esempio, lo si metteva a organizzare imprese, industrie, uffici, dissodamenti, opere di viabilità, miglioramenti sanitari, ecc. salvo poi licenziarlo quando aveva messo qualcosa a funzionare e il suo posto faceva gola a qualche parassita locale). Quindi ipocrisia e imbecillità di coloro che vanno cianciando che a noi Italiani &#8211; e Veneti in particolare -, ex-popolo di emigranti, quelli là ci fecero la carità di accoglierci. Si andò invece soltanto a farsi sfruttare, e ci si accolse perché allora quelli erano paesi ricchi; e non per opera dei loro abitanti, ma per le loro risorse, allora altamente valutate in un clima finanziario internazionale che adesso è cambiato. Colui che riusciva a &#8216;fare fortuna&#8217; (a forza di lavoro e di risparmio, cose alle quali gli aborigeni erano incapaci e disinteressati), diveniva automaticamente bersaglio di invidia e di odio, spesso seguiti da spoliazioni (i recenti fatti della ex-Rhodesia sono un eccellente esempio di quanto si sta discutendo).</p>
<p style="text-align: justify;">In un suo recente saggio, Giovanni Damiano (30) ha brillantemente dimostrato come il fatto che un popolo sia stato un popolo di emigranti non è per lui fonte di obblighi né morali né tanto meno giuridici verso chi adesso decide di emigrare &#8211; e comunque gli immigrati che adesso destabilizzano l&#8217;Europa non provengono nella loro stragrande maggioranza, da paesi verso i quali gli europei sono emigrati nel passato. Né, a voler essere obiettivi, le &#8216;aristocrazie&#8217; (pur di origine europea) al potere in certi paesi ex-coloniali, approfittarono della nuova immigrazione per consolidare l&#8217;aspetto &#8216;europeo&#8217; di quei paesi: nei nuovi venuti videro piuttosto dei concorrenti da essere trattati con sospetto (31). Adesso come adesso, molti emigrati o i loro discendenti tentano di ritornare in Europa, dove però, privi di appoggi, spesso vanno a finire nella frangia meno abbiente della popolazione (32).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parte Quarta</em></p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto si può abbordare l&#8217;ultima sfaccettatura del fenomeno, che è quella di chi siano i suoi usufruttuari principali, dei quali il resto non vengono a essere se non dei coadiutori, ottusi e abbietti. Si tratta degli usurocrati internazionali, quelli che, con in mano la grande finanza, spingono verso il mondialismo &#8211; la globalizzazione -, per cui si obbliga a uno slittamento verso una situazione nella quale essi &#8211; cioè: coloro che possiedono il denaro &#8211; deterranno il potere assoluto, mentre tutti gli altri saranno ridotti a una miseria quasi inimmaginabile. Questi, per affermare il loro dominio, abbisognano di far saltare in aria ogni specificità culturale e genetica che possa esistere: quindi, deculturizzazione e meticciato su scala globale. All&#8217;una e all&#8217;altro serve l&#8217;invasione extracomunitaria. (Secondo Carlo Ciampi, presidente della repubblica &#8216;italiana&#8217;, &#8220;il clandestino è quel gran benefattore che varcando impunemente le frontiere e così mostrando grande altruismo, porta benessere e civiltà nei luoghi in cui si assesta&#8221;.) L&#8217;islam, attraverso la storia, ha dato prova di essere un ariete imbarbarente straordinario (33), mentre il meticciato sta incominciando a investire anche l&#8217;Europa in modo strisciante (34): di questo passo, ancora qualche generazione e l&#8217;Europeo sarà una &#8216;specie estinta&#8217;, culturalmente e geneticamente, per essere sostituito da una massa di automi senza volto. La superiorità tecnica ed economica dei paesi del cosiddetto Primo Mondo era, ed è ancora, dovuta al fatto che la loro popolazione era ed è prevalentemente europide (o nord-est asiatica), quindi capace di prestazioni tecniche e avente una responsabilità e una capacità di lavoro che gli abitanti del Terzo Mondo non hanno. Ma adesso, con l&#8217;automazione e con l&#8217;informatizzazione, gli usurocrati calcolano che di manodopera intelligente ce ne sarà sempre meno di bisogno: le proiezioni futurologiche &#8211; per quel che possano valere, ma che riflettono i desideri dell&#8217;<em>establishment</em> finanziocratico &#8211; indicherebbero che fra cinquant&#8217;anni il livello di produzione attuale abbisognerà di soltanto il 5% della forza-lavoro disponibile (35). E siccome tutta la produzione, nel futuro, sarebbe destinata a chi detiene il denaro, tutti gli altri, dopo l&#8217;imbastardimento, sarebbero ridotti alla vita della baraccopoli terzomondiale, a sua volta, forse, prodromo della scomparsa fisica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci si faccia illusioni: una struttura sociale del tipo della baraccopoli terzomondiale è proprio quello che il mondialismo usurocratico avrebbe in serbo anche per l&#8217;Europa. Lì, i pochi detentori della finanza abitano in quartieri di gran lusso protetti da eserciti privati di guardie armate, mentre la massa senza volto, formata in massima parte da meticci, sta fuori a fare una vita di miseria e abiezione assoluta, ma nel contempo è troppo vile e troppo ottusa per avere la volontà e la capacità di ribellarsi in modo organizzato. Questo è un modello sociale che sta prendendo rapidamente piede anche negli Stati Uniti, dove qualcosa come il 12% della popolazione &#8211; quelli che possono permetterselo – abitano in complessi urbanistici detti <em>common interest developments</em> (&#8216;CID&#8217;), specie di GULAG a rovescio &#8211; con filo spinato, torrette di guardia, guardie armate agli ingressi, ecc., mantenere fuori una montante massa di diseredati e di meno abbienti, moltissimi di loro di colore, resi temibili (ma non troppo, se trattati con le maniere forti) e comunque resi scomodi dalle loro inevitabili tendenze criminali (36).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli usurocrati, in Europa, hanno dalla loro parte la cosiddetta &#8216;intellighenzia&#8217;: quella che fa, con l&#8217;aiuto delle grancasse massmediatiche e del lavaggio cerebrale a livello scolastico, il clima &#8216;culturale&#8217; al quale si abbeverano le masse. Si intende parlare di elementi sul tipo di Indro Montanelli o di Giorgio Bocca, per i quali chiunque non osanni l&#8217;andazzo mondialista è un fallito e un &#8216;sorpassato dalla storia&#8217; (come se un &#8216;senso della storia&#8217; esistesse sul serio ed essa avesse un andamento autonomo: invece sono gli uomini, finché sono ancora tali, a fare la storia). Quei medesimi ci assicurano che chi non applaude e chi non desidera la radiosa società &#8216;multirazziale&#8217; del futuro, ha paura (loro, i più grandi fra i vigliacchi, danno dei vigliacchi agli altri). Il discorso che ci fanno è lo stesso che ci farebbe qualcuno che ci invitasse a saltare giù dal decimo piano di un caseggiato; e se non ci mostrassimo interessati ci dicesse che non lo facciamo &#8216;perché abbiamo paura&#8217; &#8211; ognuno giudichi da sé. E i medesimi usurocrati hanno dalla loro anche gli organismi internazionali, tipo le Nazioni Unite (si sa, quelle sono la &#8216;coscienza dell&#8217;umanità&#8217;), le quali fanno le loro &#8216;raccomandazioni&#8217; ai cosiddetti governi &#8211; e i governi che le dovessero ignorare correrebbero il rischio dell&#8217;attacco armato &#8216;umanitario&#8217; da parte del braccio secolare dei finanziocrati &#8211; la NATO -, come è successo alla Serbia o come minimo di sanzioni economiche come quelle che la Comunità Economica &#8216;Europea&#8217; sta imponendo all&#8217;Austria. Specificamente per l&#8217;Italia, le Nazioni Unite &#8216;raccomandano&#8217; un&#8217;immigrazione annua di 300.000 extracomunitari, naturalmente che &#8216;per risanare i fondi pensione e per mantenere il livello di vita&#8217; &#8211; nonché per &#8216;camminare con la storia&#8217; (adesso, per vie legali, ne stanno arrivando circa 70.000 all&#8217;anno e c&#8217;è da credere che almeno due volte tanti arrivino illegalmente; il governo italiano di centrosinistra ha fatto ufficialmente delle raccomandazioni delle Nazioni Unite un indicatore fondamentale per la strutturazione delle sue politiche immigratorie).</p>
<p style="text-align: justify;">Per l&#8217;Europa, nei prossimi decenni, e per le stesse &#8216;ragioni&#8217;, secondo loro ci vorranno 800 milioni di immigrati afroasiatici. Quando si consideri che l&#8217;Europa occidentale ha una popolazione di circa 400 milioni dei quali, fra una diecina di anni, la maggioranza saranno vecchi, è ben chiaro a che cosa equivalgono quelle &#8216;raccomandazioni&#8217;: al suicidio collettivo e all&#8217;obliterazione dell&#8217;Europa. Le previsioni futurologiche fatte dagli specialisti in demografia, che ci vengono presentate con grande gioia come descrizioni di un &#8216;radioso futuro in cresta all&#8217;onda della storia&#8217;, tendono tutte a concordare con i desiderata degli usurocrati. In Italia, il demografo-principe è un tale Antonio Golini, il quale ci assicura che già fra una diecina di anni quasi il 10% dei giovani in Italia saranno di colore e che con l&#8217;invecchiamento della popolazione europide e la crescita esclusiva di quella di colore, l&#8217;Italia e l&#8217;Europa saranno cose del passato entro un secolo al massimo per divenire propaggini del Terzo Mondo &#8211; e, aggiungiamo noi, delle colonie islamiche. (Il Golini presenta però l&#8217;immigrazione extracomunitaria come un gran bene [37].)</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sfiziose previsioni potrebbero poi avverarsi anche prima del previsto, perché gli extracomunitari, quando dovessero avere davvero il coltello per il manico, passerebbero certamente alle vie di fatto, guidato dai loro imam, procedendo allo sterminio fisico di chi rifiutasse il meticciato o la conversione all&#8217;islam nonché allo stupro in massa delle donne. (Già da un pezzo, i gruppi rap dei ghetti di colore negli Stati Uniti e in Francia inneggiano alla futura vendetta contro la razza bianca). Difficilmente si potrebbe allora contare con la reazione vasta e organizzata di una popolazione europea senescente e invigliacchita da generazioni di diseducazione buonista. In compenso, e per nostra fortuna, sappiamo che le proiezioni futurologiche hanno un valore relativo (38) e che il divenire storico non viene incastrato dal calcolatore elettronico. Mai tutto è preso in considerazione; mentre un postulato implicito di base di tutti i futurologi alla moda è che, entro ampli limiti, niente cambierà nel futuro per quel che riguarda l&#8217;andazzo politico e ideologico generale nonché il livello tecnico mondiale – in particolare, quel che riguarda l&#8217;informatica, le telecomunicazioni e i trasporti. Invece, entro i prossimi 10 &#8211; 20 anni, si scatenerà con ogni verosimiglianza l&#8217;uragano che l&#8217;addensarsi di nubi minacciose all&#8217;orizzonte lascia presagire: uragano che per gli usurocrati potrà avere conseguenze non del tutto imprevedibili, mandando all&#8217;aria i loro piani (39). In particolare, l&#8217;incombente catastrofe ecologica globale lascerà sentire i suoi effetti, in modo del tutto palpabile, entro al massimo una ventina di anni; mentre saranno proprio gli extracomunitari, quando si sentiranno sufficientemente forti, a scatenare la guerra razziale in ogni città, borgo e quartiere, scardinando così quel vivere civile necessario ancora per del tempo ai globalizzatori per portare a termine i loro piani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Parte Quinta</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si vuole concludere facendo riferimento a una fenomenologia che sembra preoccupare lo stesso Golini, anche se non eccessivamente: è quella della situazione sanitaria internazionale e soprattutto del prorompere della pandemia di AIDS nel Terzo Mondo (40). La crescita della popolazione mondiale &#8211; leggi: di quella del Terzo Mondo &#8211; si sembra essere stabilizzata sull&#8217;1,5% annuo, di contro alle punte del 3 e anche del 4% di qualche decennio fa; e questo non certo dovuto a una &#8216;presa di coscienza&#8217; da parte di certe popolazioni, ma in ragione di una aumentata mortalità, soprattutto infantile. Nell&#8217;Africa nera, in particolare, si potrebbe essere a crescita zero (41); e sono le stesse Nazioni Unite ad ammettere che, come conseguenza della pandemia di AIDS, l&#8217;aspettativa di vita media in molti paesi subsahariani potrebbe arrivare a meno di 30 anni per il 2010 (una recentissima notizia proveniente dal Sud Africa indica che là, dal 1995 al 1998, l&#8217;aspettativa media di vita è calata da 63 a 54 anni) &#8211; e un andamento analogo ha luogo in altre zone terzomondiali tipo il Brasile e il Sud-est asiatico; mentre l&#8217;allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha dichiarato che l&#8217;AIDS &#8220;è una minaccia per la sicurezza nazionale dell&#8217;America&#8221;. E sotto l&#8217;attuale clima di sfacelo ecologico e di presenza pullulante di popolazioni dall&#8217;infimo livello immunologico, l&#8217;insorgere di altri morbi sul tipo dell&#8217;AIDS è tutt&#8217;altro che improbabile. È stato proposto che ci possa essere una correlazione, a livello cromosomico, fra le strutture genetiche responsabili della pelle scura e la sensibilità alle infezioni virali, e in particolare all&#8217;AIDS; arrivando a pronosticare che l&#8217;AIDS potrà distruggere le razze di colore entro qualche decennio (42). A salvare gli europidi potrebbe essere proprio il virus dell&#8217;AIDS: esso, letteralmente, potrebbe divenire il loro redentore. Nei tempi assurdi in cui viviamo, quest&#8217;affermazione è molto meno fantasiosa di quanto potrebbe sembrare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NOTE:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Si è fatto uso, in particolare, di due eccellenti raccolte periodiche di estratti di stampa, riferentesi al fenomeno immigratorio: &#8220;Bollettino invasione&#8221;, pubblicato da un gruppo di aderenti alla Lega Nord di Milano, e &#8220;Alburno&#8221;, del Movimento Italia Meridionale di Battipaglia (Salerno). .</p>
<p style="text-align: justify;">(2) Per uno studio statistico dettagliato in riguardo, cfr. Antonio Golini, <em>La popolazione del pianeta</em>, Il Mulino, Bologna, 1999. &#8211; Già negli anni Trenta, Guglielmo Danzi aveva segnalato per gli Stati Uniti una situazione strutturalmente simile a quella che l&#8217;Europa subisce adesso: là, allora, l&#8217;unica crescita demografica era dovuta all&#8217;immigrazione &#8211; ma con la fondamentale differenza che quell&#8217;immigrazione era tutta europea. Cfr. Guglielmo Danzi, <em>Europa senza Europei?</em>, Edizioni Roma, Roma, 1936</p>
<p style="text-align: justify;">(3) Guillaume Faye, <em>L&#8217;archeofuturismo</em>, Barbarossa, Milano, 1999. .</p>
<p style="text-align: justify;">(4) In riguardo, vedasi un eccellente articolo di Ida Magli su &#8220;Il Giorno&#8221; del 9 gennaio 2000.</p>
<p style="text-align: justify;">(5) Sul fatto &#8216;sanità&#8217; non ci si dilungherà in questa sede &#8211; una conferenza in riguardo è stata da me data a Crespano del Grappa (Treviso) il 26 novembre 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">(6) Cfr. Giacomo Stucchi, <em>La nuova tratta degli schiavi</em>, I quaderni della Padania, Editoriale Nord, Torino, settembre 1998. .</p>
<p style="text-align: justify;">(7) Secondo dei recentissimi comunicati stampa, la situazione dei fondi pensione nel Terzo Mondo è molto peggiore che da noi &#8211; proprio là dove la proporzione giovani/vecchi è straordinariamente &#8216;favorevole&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">(8) Cfr., per esempio, Silvio Waldner, <em>La deformazione della natura</em>, Ar, Padova, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">(9) Nel carcere circoscrizionale di Vicenza, su circa 250 &#8211; 270 reclusi uno solo è Vicentino; ci sono poi una diecina di altri Veneti e una ventina di altri Italiani, per un totale di circa 30 detenuti. Il resto sono tutti extracomunitari. &#8211; Delle statistiche provenienti dalla Svezia (febbraio/marzo 1999) indicano che la criminalità dei terzomondiali trapiantati in Europa non è una &#8216;crisi di adattamento&#8217; al mondo civile. La seconda generazione di elementi di colore (quelli nati in Europa) hanno un indice di criminalità superiore a quello dei loro genitori.</p>
<p style="text-align: justify;">(10) Cfr., per esempio, Samuel Maréchal, <em>Ni droite ni gauche</em>, français, Alizès, Paris, 1996.</p>
<p style="text-align: justify;">(11) Cfr. Giacomo Stucchi, cit. .</p>
<p style="text-align: justify;">(12) Un recentissimo esempio si riferisce al Friuli (cfr. &#8220;La Padania&#8221; del 14 giugno 2000). Determinati industriali friulani domandano altra immigrazione extracomunitaria; mentre in Friuli ci sono 25.000 disoccupati dei quali 9.000 sono Friulani in cerca di un primo lavoro. In Italia, al 31.12.99 c&#8217;erano quasi 90.000 extracomunitari nelle liste di disoccupati.</p>
<p style="text-align: justify;">(13) Sindacato Autonomista Ligure SAL, confederato al Sin.Pa, <em>L&#8217;invasione extracomunitaria</em>, obiettivi e strategia, Genova, 1997. Cfr. anche Giacomo Stucchi, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(14) Sull&#8217;origine e sui movimenti degli zingari, nonché sulla loro &#8216;cultura&#8217; (si fa per dire) si consultino: François de Vaux de Foletier, <em>Mille anni di storia degli zingari</em>, Jaca Book, Milano, 1977; Françoise Cozannet, <em>Gli zingari, miti e credenze religiose</em>, Mondadori, Milano, 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">(15) Cfr. Le ragioni della Padania, opuscolo della Lega Nord, ottobre 1996.</p>
<p style="text-align: justify;">(17) Sul fatto &#8216;islam&#8217; non ci si dilungherà in questa sede &#8211; una conferenza in riguardo è stata da me data a Trieste il 19 febbraio 2000. Cfr. anche Alexandre Del Valle, <em>L&#8217;islamisme et les Etats Unis</em>, L&#8217;age d&#8217;homme, Lausanne, 1997, nonché l&#8217;interessante opuscolo del Sindacato Autonomista Ligure SAL <em>Il mondo delle civiltà</em>, Genova, senza data di pubblicazione (fine anni Novanta).</p>
<p style="text-align: justify;">(18) Il loro &#8216;santo patrono&#8217; potrebbe ravvedersi forse in San Giovanni Crisostomo: cfr. Gérard Walter, <em>Les origines du communisme</em>, Payot, Paris, 1975.</p>
<p style="text-align: justify;">(19) Cfr. un interessante articolo di Matthias Greffrath su &#8220;Die Zeit&#8221; (1998), trad. it. su &#8220;Internazionale&#8221; del 13.03.98.</p>
<p style="text-align: justify;">(20) Guillaume Faye, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(21) Cfr. Silvio Waldner, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(22) Gilbert Rist, <em>Lo sviluppo</em>, Bollati Boringhieri, Torino, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">(23) Cfr. SAL, <em>L&#8217;invasione extracomunitaria</em>, cit. Ma questo era già stato visto quasi vent&#8217;anni fa da un autore tedesco, Stephen-Lutz Tobatsch (<em>Die Erdbevölkerung</em>, Hirschgraben, München, 1981).</p>
<p style="text-align: justify;">(24) Manfred Ritter, <em>Sturm auf Europa</em>, von Hase und Koehler, München, 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">(25) Cfr. Manfred Ritter, cit. Ma questo è stato ammesso anche da determinati ambienti cattolici, per esempio certi missionari in pensione.</p>
<p style="text-align: justify;">(26) Ci si ricordi degli improperi della &#8216;Grazia&#8217; Francescato, dirigente dei verdi, quando nell&#8217;aprile del 2000 l&#8217;elettorato padano (e, in generale, italiano) diede segni di insofferenza verso il fenomeno immigratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">(27) Cfr. Silvio Waldner, cit .</p>
<p style="text-align: justify;">(28) Cfr. Antonio Golini, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(29) Si consulti John Kleeves, <em>Un paese pericoloso</em>, Barbarossa, Milano, 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">(30) Giovanni Damiano, <em>Elogio delle differenze</em>, Ar, Padova, 1999.</p>
<p style="text-align: justify;">(31) In Brasile, in particolare, alla fine dell&#8217;Ottocento si era stabilito un &#8216;braccio di ferro&#8217; fra la vecchia aristocrazia terriera di origine portoghese e i nuovi arrivati, Tedeschi. Quando i primi Veneti emigrarono in Brasile, dopo l&#8217;abolizione della schiavitù nel 1850, essi vennero visti con diffidenza dai Tedeschi che temevano che andassero a rafforzare l&#8217;elemento &#8216;latino&#8217; (portoghese), diffidenza che ben presto si dileguò. L&#8217;elemento cosiddetto &#8216;latino&#8217;, invece di approfittare dell&#8217;arrivo di altri Europei per europeizzare il paese, per poter conservare i propri privilegi non trovò di meglio che appoggiarsi alle masse di colore, con la conseguenza che, alla lunga, il Brasile sprofondò nella terzomondializzazione. Cfr. AA.VV. <em>Contributo alla storia della presenza italiana in Brasile</em>, Istituto Italo-latinoamericano, Roma, 1975.</p>
<p style="text-align: justify;">(32) L&#8217;Ente Vicentini all&#8217;Estero, del quale io sono rappresentante per il Comune di Sandrigo (Vicenza), è stato tramutato nel 1999 da essere un Ente che si incaricava di mantenere i legami fra i Vicentini all&#8217;estero e la loro terra d&#8217;origine in un ONLUS per dare assistenza agli immigrati extracomunitari nella Provincia di Vicenza. L&#8217;unico a opporsi a questo genuino sputo in faccia ai nostri emigrati fu il sottoscritto.</p>
<p style="text-align: justify;">(33) Ci si riferisca alla nota (17).</p>
<p style="text-align: justify;">(34) In Italia ci sarebbero già circa 11.000 matrimoni misti, nei quali quasi sempre il partner europeo è la donna, regolarmente convertita all&#8217;islam. In un suo importante lavoro, il biologo ed etnologo inglese J. R. Baker suggeriva che la preferenza sessuale per elementi razzialmente allogeni è una genuina forma di bestialità, una deviazione sessuale che, in questo caso, è più frequente fra le donne che fra gli uomini (J. R. Baker, <em>Race</em>, Oxford University Press, Oxford [Inghilterra], 1974). Cfr. anche Silvio Waldner, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(35) Cfr. Jeremy Rifkin, <em>L&#8217;era dell&#8217;accesso</em>, Mondadori, Milano, 2000.</p>
<p style="text-align: justify;">(36) Cfr. Jeremy Rifkin, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(37) Antonio Golini, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">(38) Qualsiasi statistica o proiezione demografica che non prenda in considerazione i fatti etnici e genetici &#8211; come è volutamente il caso in tutte le pubblicazioni ufficiali moderne -, se presa alla lettera non ha alcun valore. Bisogna allora usare la propria buona volontà, la propria immaginazione e la propria esperienza per sopperire l&#8217;informazione taciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">(39) Guillaume Faye, cit., parla di &#8220;convergenza di linee di catastrofe&#8221; fra il 2010 e il 2020.</p>
<p style="text-align: justify;">(40) Ci si riferisca alla nota (5).</p>
<p style="text-align: justify;">(41) Cfr. la rivista &#8220;Orion&#8221; di Milano, dicembre 1999, dove sono citate delle pubblicazioni vicine all&#8217;ex candidato presidenziale americano Ross Perot. Sta di fatto che, per quel che se ne può sapere, popolazione dell&#8217;Africa nera che, stando alle proiezioni fatte negli anni Sessanta e Settanta, dovrebbe essere adesso di oltre un miliardo, supera di poco i 600 milioni.</p>
<p style="text-align: justify;">(42) Questo era già stato da me appreso presso il Suid-Afrikaanse Informasiediens (Pretoria, Sud Africa) una diecina di anni fa. Ma queste idee circolano anche in ambienti universitari europei, dove nessuno però si azzarda a metterle per iscritto per paura di incappare in &#8216;grane&#8217;.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/immigrazione-extracomunitaria-e-denatalita-europea.html' addthis:title='Immigrazione extracomunitaria e denatalità europea ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Tipologia razziale dell&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 11:20:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvio Waldner</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[Il presente scritto costituisce la Nota introduttiva a Tipologia razziale dell’Europa di Hans Friedrich Karl Günther, pubblicato dalle Edizioni Ghénos di Ferrara]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/waldnernotaintroduttiva.html' addthis:title='Tipologia razziale dell&#8217;Europa '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Nota: il presente scritto costituisce la Nota introduttiva a <em>Tipologia razziale dell’Europa</em> di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans Friedrich Karl Günther</a>, pubblicato dalle Edizioni Ghénos di Ferrara (2003, 224 pagine, 320 illustrazioni, 20 cartine. Costo 20 Euro). Prima edizione a cura del gruppo di studi Ghénos.Traduzione della seconda edizione tedesca (<em>Rassenkunde Europas</em>, von Dr. <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans F. K. Günther</a>,J. F. Lehemanns Verlag, München, 1926) ad opera di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/silvio-waldner/">Silvio Waldner</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 216px"><img class=" " style="border: 0pt none; " title="Hans Friedrich Karl Günther, Tipologia razziale dell’Europa" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Tipologia.bmp" alt="Hans Friedrich Karl Günther, Tipologia razziale dell’Europa" width="206" height="301" align="left" /><p class="wp-caption-text">Hans Friedrich Karl Günther, Tipologia razziale dell’Europa</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sull’utilità della prima parte del presente libro (capp. 1-6), quella più sistematica, data la totale esclusione delle nozioni razziali dall’ambito divulgativo (relegate in un iperspecialismo che quasi si vergogna di trovarsi di fronte al dato razziale, e che per ‘rimediare’ aggioga la ricerca al ‘dogma’ egualitarista), è già stato fatto cenno da parte dell’editore, Invece, vale la pena qui di soffermarsi un po’ di più sulla seconda parte del testo di Günther (capp. 7-12). Essa tratta piuttosto argomenti storici e temi di attualità (quali essi potevano essere negli anni Venti). In particolare, al Cap. 8, l’autore fa una sintesi di quegli sviluppi storico-razziologici che portarono alla decadenza dell’Ellade e di Roma, argomenti che poi egli avrebbe sviluppato in grande dettaglio in due sue opere specifiche mai tradotte in alcuna lingua diversa dal tedesco (eccettuati alcuni stralci in inglese) (1). Indipendentemente dalla fissazione del Günther sull’idea nordica (che aveva certamente i suoi pregi ma che fu portata all’estremo), la lettura di questa seconda parte ha una sua notevole utilità, in quanto vengono prospettate tematiche sociali che, incipienti all’inizio del secolo XX, sono adesso di tragica attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla fissazione sull’idea che l’unica ‘razza portante’ della civiltà europea fosse stata e sia ancora quella nordica, è basata soprattutto su constatazioni storiche; e ‘l’idea nordica’, probabilmente valida ancora diversi secoli addietro, non è detto che continui ad esserlo adesso. Ogni cosa sembra indicare che la ‘razza’ nordica (in termini razziologici più esatti, la sottorazza nordica della razza europide) abbia subito un collasso interno dal punto di vista dell’evoliana ‘razza dello spirito’, con conseguente affievolimento della capacità di retto giudizio. Ne resterebbe, al massimo, una maggiore intraprendenza e, forse, serietà di propositi (ma probabilmente non una maggior intelligenza, laboriosità o inventiva) rispetto alle altre sottorazze europidi – qualità messe a profitto spesso e volentieri da elementi di torbida origine per scopi che con ‘l’idea nordica’ poco avevano a che vedere. Già <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> aveva osservato che la facilità con cui le popolazioni a prevalenza nordica accettarono, quasi tutte, il Cristianesimo prima e il protestantesimo dopo (e l’americanizzazione in tempi recenti), non deponeva in loro favore: contro il veleno psichico biblista, la ‘razza nordica’ dimostrò di avere ben pochi anticorpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Günther, poi, dimostra anche lui un&#8217;ottusa anglofilia, che si estende anche all’America del Nord – cosa non del tutto atipica della Germania della svolta dei secolo XIX e XX e anche dopo &#8211; la quale, per i Tedeschi, fu ancora più esiziale della loro slavofobia, anch’essa spesso ottusa ma che, se non altro, aveva dei precisi radicamenti storici. I ‘fratelli di razza’ anglofobi sono stati la rovina della Germania (e della razza europoide). In riguardo, valgono, fra l’altro, due osservazioni: (a) la ‘nordicità’ inglese (quale che possa essere l’importanza di questo fatto) fu sempre sopravvalutata: la popolazione dell’isola inglese è ed è sempre stata fondamentalmente di ceppo occidentale/mediterraneo; con buona pace del Günther, che va incontro agli anglofobi che hanno orrore di essere confusi con i centro o sud – europei, classificare l’inglese come lingua germanica è, scientificamente, un grossolano errore. L’inglese non è una lingua germanica – e tanto meno una lingua neolatina, nonostante il suo lessico neolatino al 70% &#8211; ma un liquame fonetico, grafologico, lessicale, grammaticale e sintattico che ha molto del ‘papiamento’ (3) e che, quale idioma profondamente degenerato, è stato classificato come strutturalmente affine alle lingue bantù (4).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1)   <em>Lebensgeschichte des hellenischen Volkes </em>(Storia biologica del popolo ellenico) e <em>Lebensgeschichte des römischen Volkes </em>(Storia biologica del popolo romano) pubblicati ambedue da Franz Freiherrn Karg von Bebenburg, Verlag Hohe Warte, Pähl, 1965 e 1966 rispettivamente. (<a rel="nofollow" href="http://www.hohewarte.de/">Verlag Hohe Warte</a>, Tutzinger Str. 46 D-82396 Pähl. Tel: +498808267. Fax: +498808921994)</p>
<p style="text-align: justify;">(2)   Julius Evola, <em>Rivolta contro il mondo moderno, </em>Mediterranee, Roma, 1969(3).</p>
<p style="text-align: justify;">(3) Il papiamento è quell’intruglio di spagnolo, olandese, portoghese e inglese che è adesso lingua ufficiale nelle ex-Antille Olandesi (Curacao, Aruba, Bonarie).</p>
<p style="text-align: justify;">(4)   Dal linguista francese Claude Hagège, <em>Storia e destini delle lingue d’Europa</em>, La nuova Italia, Scandicci, 1995. Da notarsi (!) che l’Hagège è tutt’altro che un anglofobo o un americanofobo.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img style="margin: 10px;" title="Hans Friedrich Karl Günther" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Guenther.bmp" alt="" width="200" height="273" align="right" /><p class="wp-caption-text">Hans Friedrich Karl Günther</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> Nel dopoguerra, nella più grande operazione di censura e distruzione culturale della storia, anche tutte le opere di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans Friedrich Karl Günther</a> furono messe all’indice. Il 13 maggio 1946 la Commissione Interalleata di Controllo emanò una legge “sull’estirpazione della letteratura a carattere nazionalsocialista o militarista”. Contemporaneamente si creò nella zona di occupazione sovietica un organismo specializzato (</strong></em><strong>“Schriften-Prüfstelle bei der Deutschen Bücherei”<em>) che intraprese subito la redazione di una nuova lista di libri proibiti (</em>Liste der auszusondernden Literatur<em>). La lista iniziale di 526 pagine comprende 13.223 libri e 1502 giornali proibiti dal 1 aprile 1946. A completamento di questa prima escono altri tre volumi rispettivamente il 1 gennaio 1947 (179 pagine, 4.739 libri e 98 giornali), il 1 settembre 1948 (366 pagine, 9.906 libri e giornali) e il 1 aprile 1952 (circa 700 libri e giornali). In totale furono proibiti poco più di 36.000 libri e periodici editi prima del 1945. Queste liste di proscrizione sono consultabili in quanto ristampate nel 1983 dall’editore antiquario Uwe Berg (<a rel="nofollow" href="http://vho.org/censor/tA.html">Uwe Berg Verlag und Antiquariat</a>, Tangendorferstr. 6, D – 21442 Toppenstedt, Tel. 04173 6625, Fax 04173 6225).<br />
Un’interessante selezione delle opere di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans Friedrich Karl Günther</a> è stata messa in rete ed è consultabile al sito http://www.white-history.com/earlson/gunther.htm </em></strong></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/waldnernotaintroduttiva.html' addthis:title='Tipologia razziale dell&#8217;Europa ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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