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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Silvano Lorenzoni</title>
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		<title>I Veneti preromani nel contesto europeo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:20:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un'analisi archeologica e storica della popolazione dei Veneti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html' addthis:title='I Veneti preromani nel contesto europeo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8886413610" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/antichitestiveneti.bmp" border="0" alt="Manlio Cortelazzo, Vittorio Formentin, Carla Marcato, Antichi testi veneti" width="95" height="133" align="right" /></a> &#8216;Veneti&#8217; ce ne furono non solo nell&#8217;Adriatico settentrionale ma anche in Armorica (Bretagna), sulle Alpi (Lago di Costanza), alla foce della Vistola (Prussia occidentale), nel Lazio e anche in Asia Minore, ma gli unici sul conto dei quali si sappia qualcosa &#8211; per quanto poco &#8211; di storicamente fondato sono i veneti del Veneto. &#8211; Quanto alla presunta origine microasiatica dei veneti &#8211; essi sarebbero venuti dalla Paflagonia guidati da certo Antenore, troiano, dopo la caduta di Troia proprio come i romani sarebbero arrivati nel Lazio da Troia guidati da Enea, secondo l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span> di Virgilio &#8211; si tratta di un&#8217;invenzione lanciata inizialmente da Plinio, che a sua volta faceva riferimento a Catone, poi continuata da Livio in un clima di esaltazione politica della grandezza di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dappertutto in Europa, e non solo, la genesi delle diverse nazioni e culture, quali grosso modo sono riconoscibili ancora adesso, risale alla dominazione del continente da parte di signori <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> che si imposero su popolazioni paleoeuropee non certo tutte uguali. Dal punto di vista culturale ed etnico il Veneto arcaico &#8211; fino, grosso modo, al secolo XI &#8211; apparteneva all&#8217;ecumene centroeuropeo, del quale la Padania viene a essere il meridione. Il tipo umano predominante era ed è quello alpino (cioé: il tipo alpino della razza bianca o europide), che non è quello mediterraneo e neppur quello nordico o quello balcanico. Esso assomiglia piuttosto a quello prevalente nel Baltico e, in generale, nell&#8217;Europa Nord-orientale, e anche le lingue pre-venete/pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> parlate nel II millennio dovevano essere di tipo finnico-uralico. Incomincio perciò con dare un&#8217;idea di quali potessero essere le caratteristiche del Veneto pre-veneto. &#8211; Sia fatto l&#8217;appunto che fin dai tempi preistorici le genti alpine ebbero come caratteristica la laboriosità, la serietà nell&#8217;impegno preso e l&#8217;ingegno tecnico; e questo si riflette nei tempi moderni quando le zone trainanti dal punto di vista economico (economia reale, non virtuale all&#8217;americana) sono quelle dove c&#8217;è un forte elemento alpino: quindi la Padania, l&#8217;Austria, la Germania meridionale, la Francia centrale. Anche in Spagna, le zone più forti in questo senso, tipo la Catalogna, rivelano un&#8217;importante presenza genetica alpina. Viceversa, gli alpini, di massima, furono genti chiuse, poco aggressive e anche poco portate alla cultura astratta e alla creazione artistica brillante. Non a caso i razziologi dell&#8217;anteguerra tendevano a dimostrare una scarsa stima per le genti alpine &#8211; salvo vedersi costretti a contraddirsi spesso, obbligati dall&#8217;evidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli abitanti pre-veneti della pianura veneta furono i cosiddetti euganei, sul conto dei quali non si sa praticamente niente, mentre le zone montagnose erano abitate dai reti, che si estendevano in tutto il Tirolo fino alla Baviera meridionale. Queste due popolazioni dovevano essere virtualmente identiche e si dice che con il sopraggiungere dgli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> gli euganei siano fuggiti e si siano attestati sulle montagne assieme ai reti. È invece molto più probabile che la stragrande maggioranza degli euganei siano rimasti dov&#8217;erano e abbiano continuato la loro vita come vassalli dei veneti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> dei quali, un poco alla volta, essi adottarono la lingua. I reti continuarono ad avere un&#8217;esistenza politicamente indipendente per molto tempo &#8211; fino al I secolo, e dal punto di vista culturale anche dopo. In riguardo, su di loro ci sono delle informazioni, che ci lasciano intravvedere come dovettero essere anche gli euganei.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nei secoli XVIII &#8211; XI nel Veneto c&#8217;era un&#8217;importante industria del bronzo, che veniva importato grezzo dal Trentino e lavorato localmente in diversi luoghi. A quei tempi venivano già fatti i bronzetti votivi tipicamente veneti che si continuarono a fare anche dopo l&#8217;avvento degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> &#8211; non a caso, nel Veneto, gli <em>ex-voto </em>furono sempre di bronzo e non di ceramica come nel resto dello spazio geografico italico. L&#8217;industria del bronzo continuò a essere, anche in tempi romani, particolarmente importante nel Veneto: le cosiddette situle, vasi di bronzo ornati di scene quotidiane, di contro agli stili geometrici in vigore in quasi tutto il resto dell&#8217;Europa, incominciano a essere prodotte nel VI secolo e rappresentano una continuazione ed evoluzione di un artigianato del bronzo già in pieno rigoglio agli inizi del II millennio. Già in tempi preindoeuropei, è chiaro, c&#8217;era una florida attività artigianale e commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8830411329" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/capuisiveneti.bmp" border="0" alt="Loredana Capuis, I veneti. Società e cultura di un popolo dell'Italia preromana" width="95" height="144" align="left" /></a> I reti, lo si è già detto, ci danno un&#8217;idea di come potesse essere il Veneto pre-indoeuropeo nel suo insieme. Dopo l&#8217;arrivo dei veneti, fra reti e veneti ci fu un nteressante intercambio culturale. I reti (e quindi probabilmente gli euganei) utilizzavano la tecnica architettonica di fabbricare case semiinterrate usando blocchi di pietra (se ne trovano resti in tutta l&#8217;Europa alpina), adottate anche dai veneti. In margine alle zone indoeuropeizzate, i reti &#8211; che erano veneti pre-veneti &#8211; continuarono ad avere una fiorente società ancora in tempi romani. Valpolicella, nel I secolo, era ancora un centro retico e centro retico era stata Verona prima della sua celtizzazione, come lo fu Trento. I reti, oltre a ottimi contadini e artigiani, costituivano società fortemente organizzate dove vivo era il senso della proprietà, della casa e della famiglia: qui si intravvedono molte delle qualità che distinguevano i veneti fino a tempi molto recenti. Già molto presto i reti avevano adottato l&#8217;alfabeto etrusco e rimangono alcune iscrizioni, di epoca romana. Si tratta di una lingua non <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>, non ancora decifrata (lo si è già detto, probabilmente di tipo uralico). È stato detto che essa presenta affinità con il ligure; ma l&#8217;unica affinità di cui si possa essere sicuri è che ambedue erano lingue non-indoeuropee (il ligure era una lingua mediterranea, di tipo, se vogliamo &#8216;etruscoide&#8217;). &#8211; Dal lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, i reti avevano l&#8217;abitudine di accendere grandi fuochi cultuali e i veneti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> sembra abbiano mutuato queste abitudini. In Lessinia, zona di forte presenza retica, ancora circa un secolo fa si accendevano verso il Solstizio d&#8217;inverno dei grandi falò sulle cime dei monti, e i carboni che ne risultavano servivano a proteggere contro il fulmine. A questi fuochi erano anche legate pratiche divinatorie. Fra dicembre e gennaio si bruciavano sterpi per &#8216;aiutare&#8217; il Sole nel processo stagionale dell&#8217;allungamento delle ore di luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra fenomenologia arcaica pre-indoeuropea è quella architetturale dei castellieri, grandi costruzioni di pietra a secco e di terra battuta in cima a certe colline, difese da fossati. Fino a tempi romani, in Istria e in Dalmazia, furono luoghi fortificati e di abitazione, ma ne esistevano anche in Tirolo, orientati secondo criteri astrologici, e nella pianura, fino al Garda e oltre (quindi identità, in tempi pre-indoeuropei, fra le genti della montagna e della pianura veneta). C&#8217;è chi ha voluto vedere nei castellieri un&#8217;influenza mediterranea &#8211; né la cosa è impossibile, visto che le genti mediterranee erano dei grandi costruttori in pietra, ma questo è ancora da dimostrarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788815127068" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/Villar.jpg" border="0" alt="Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa" width="140" height="201" align="left" /></a> Il Veneto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> esordisce con l&#8217;insediamento dei veneti nei secoli XI &#8211; X. Si trattava di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> di ceppo italico, come testimonia la loro lingua, molto simile al latino e della quale incominciano a trovarsi documenti a partire dal secolo VI, scritti in alfabeto veneto, derivato dall&#8217;etrusco chiusino (di massima, come sempre e dappertutto, si tratta di iscrizioni funerarie). Dei veneti si è anche detto che fossero <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> o protocelti, ma si tratta di un fatto ambiguo, in quanto ancora alla fine del II millennio la distinzione fra <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a> e italici non era del tutto chiara. Tratto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>, ma anche italico (si ricordi il particolare rapporto fra Numa Pompilio e la ninfa Egeria) è l&#8217;importanza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> data alle fonti e agli spiriti acquatici, su di cui si riverrà anche più avanti, e che fu caratteristica anche dei veneti (il ricordo delle anguane, spiriti acquatici, era vivo nelle popolazione veneta ancora meno di un secolo fa). I templi veneti erano quasi sempre vicini a fonti o a corsi d&#8217;acqua; e libagioni d&#8217;acqua erano offerte ai loro dei.</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti gli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a>, anche i veneti costruivano in legno. Le genti mediterranee erano state grandi costruttori in pietra, quelle centroeuropee usavano, a quanto sembra, tecniche miste. Non a caso tutte le città venete &#8211; principalissime Padova ed Este, ma anche Vicenza, Montebelluna, Oderzo, Treviso, ecc. &#8211; furono città di legno delle quali sono rintracciabili soltanto le fondamenta.</p>
<p style="text-align: justify;">La vitalità e l&#8217;intraprendenza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a> portò a un fiorire culturale e commerciale che nel veneto antico era stato meno dinamico. L&#8217;alto Adriatico, crocevia fra l&#8217;Europa settentrionale e orientale e il mondo etrusco e greco e poi romano, divenne un centro artigianale e un crocevia commerciale di tutto rispetto. Attraverso il Veneto passava la via dell&#8217;ambra, proveniente dal Baltico, ma si commerciava anche in sale, vino, metalli grezzi e lavorati, ceramica (il Veneto, fin da llora, fu terra di grandi ceramisti) e in cavalli, i cavalli veneti essendo fra i migliori d&#8217;Europa &#8211; i veneti furono grandi allevatori di cavalli (tratto, questo, fortemente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>). Già nel secolo VII c&#8217;era una moneta veneta, l&#8217;<em>aes rude</em>, sostituita nel secolo III dalla dracma venetica di tipo massaliota e poi, nel I secolo, dalla monetazione romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che riguarda il lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, le informazioni che abbiamo sono scarse. Come dappertutto in Europa &#8211; e anche in Asia &#8211; lo stabilirsi delle aristocrazie dominanti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> portò a sincretismi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a> per cui la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> uranica dei dominatori convisse e acquistò caratteristiche delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> dei paleoeuropei sottomessi. Se per il mondo greco molti studi sono stati fatti e, entro ragionevoli limiti, si è riusciti a districare fra ciò che c&#8217;era di ellenico e di pre-ellenico nella <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione greca</a>, nel resto dell&#8217;Europa le cose si presentano molto meno chiare; e quale fosse la <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosità</a> delle popolazioni pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> non-mediterranee è quasi sconosciuto. Aggiungiamo che, specificamente nel Veneto, i luoghi di culto dovevano essere solo eccezionalmente dei templi veri e propri, e generalmente recinti sacri posti nella prossimità delle fonti &#8211; comunque, si trattava sempre di strutture in legno delle quali adesso sono riconoscibili soltanto i tracciati. La prossimità delle fonti, se ne è già parlato, potrebbe essere un carattere <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>, di tipo italo-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celtico</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1884964982/centrostudilarun" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/1884964982.bmp" border="0" alt="Encyclopedia of Indo-European Culture" hspace="3" vspace="3" width="109" height="140" align="right" /></a> Non c&#8217;è dubbio che i veneti dovevano avere una struttura <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> non dissimile da quella paleoromana, improntata dalla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">tripartizione indoeuropea</a> (Juppiter, Mars, Quirinus). Ma notizie in riguardo non ne rimangono. I lasciti archeologici puntano invece, con ogni probabilità, essenzialmente alla <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> popolare del substrato pre-<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> della popolazione (come, del resto, è il caso anche in tutta l&#8217;area italica, dove però la fabbricazione di templi e di aree cultuali in pietra, per non parlare di una abbondante documentazione scritta, permise agli studiosi contemporanei di farsi un&#8217;idea migliore di quali relazioni intercorressero fra fra le diverse stratificazioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Prettamente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> &#8211; anzi, identico a certe pratiche comuni in Lituania fino alla fine del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/medioevo.html">Medioevo</a> &#8211; è il sacrificio del cavallo, che poi veniva sepolto sotto tumuli artificiali di terra &#8211; diversi scheletri di cavalli sono stati trovati sotto tumuli del genere in terra veneta. Tendenzialmente <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> potrebbe essere il fatto che le tombe trovate sono prevalentemente a cremazione e poche quelle a inumazione, probabilmente di servi. Anche se sia <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> che paleoeuropei usavano l&#8217;una e l&#8217;altra pratica funeraria, la prevalenza della cremazione potrebbe indicare una predominanza <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropea</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto, quanto ci è dato di sapere sulle pratiche cultuali nel Veneto pre-romano suggerisce che si tratti in massima parte, come già detto, di sopravvivenze pre-indoeuropee &#8211; &#8216;euganee&#8217; &#8211; e magari anche di influenze mediterranee o di sincretismi a esse legati. La dea più conosciuta del culto veneto preromano era Reitia (radice veneta <em>rekt </em>= tedesco <em>richten </em>= raddrizzare), anticamente Pora, dea del guado o del passaggio, verosimilmente verso le regioni dell&#8217;Oltretomba (tratto essenzialmente pre-indoeuropeo). I suoi principali santuari furono a Este e a Vicenza, dove essa aveva l&#8217;attributo di sanante e facilitava le guarigioni e i parti. Nei siti dei suoi luoghi di culto sono stati trovati un numero grandissimo di <em>ex-voto</em>, dalle cui iscrizioni si può dedurre che devote a Reitia erano soprattutto le donne. L&#8217;aspetto <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a> di Reitia sembra coincidere, sia per quel che riguarda la sua attività che per il tipo di culto che le si rendeva, con quello di Esculapio, anch&#8217;esso un dio vicino agli umani e verosimilmente di origine pre-indoeuropea. Ad Abano si venerava un non meglio identificato Apono e a Lagole (in Cadore), la tricefala Trumusiate (o Icate), forse affine all&#8217;infernale Ecate pre-ellenica: qui, forse, ha da vedersi un influsso mediterraneo. Stranamente, in tempi romani, Trumusiate divenne Apollo.</p>
<p style="text-align: justify;">Storicamente, i veneti gravitarono sempre nell&#8217;orbita di Roma, che era un alleato naturale per affrontare gli attacchi dei galli della Padania occidentale e meridionale e contro i quali sia i veneti che i romani si dovettero difendere per secoli. Né si escludono affinità naturali di tipo culturale e linguistico, per cui i veneti, anch&#8217;essi italici, si sentivano più vicini ai romani che ai <a href="http://www.centrostudilaruna.it/celti.html">celti</a>. Nel I secolo il Veneto passò, in modo più o meno indolore, a formare parte dell&#8217;Impero Romano. Buona parte dei caduti nella battaglia della foresta di Teutoburgo furono veneti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia essenziale: Giulia Fogolari, <em>I veneti</em>, in AA.VV., <em>Antiche genti d&#8217;Italia</em>, De Luca, Roma, 1994; Giorgio Chelidonio, <em>Le feste e le tradizioni del fuoco in Lessinia</em>, edizione della Comunità montana della Lessinia, Verona, 1999; Giulio Romano, <em>Archeoastronomia italiana</em>, CLEUP, Padova, 1992; Raffaele Mambella e Lucia Sanesi Mastrocinque, <em>Le Venezie, itinerari archeologici</em>, Newton Compton, Roma, 1988; Roberto Guerra, <em>Antiche popolazioni dell&#8217;Italia preromana</em>, Aries, Padova, 1999; Jean Haudry, <em>Gli indoeuropei</em>, Ar, Padova, 2001; Hans F. K. Günther, <em>Tipologia razziale dell&#8217;Europa</em>, Ghenos, Ferrara, 2003; Marija Gimbutas, <em>Die Balten</em>, Herbig, München, 1982.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/venetipreromani.html' addthis:title='I Veneti preromani nel contesto europeo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Teoria tradizionale delle razze: Julius Evola</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una breve introduzione al razzismo evoliano e ai suoi fondamenti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/teoriarazzeevola.html' addthis:title='Teoria tradizionale delle razze: Julius Evola '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><br/><p style="text-align: justify;">Avendo menzionato il fatto che la razza è un fatto non solo biologico ma anche e soprattutto metabiologico, è il caso di dare un&#8217;idea estremamente schematica della teoria tradizionale delle razze, che diverrà della massima importanza per quel che segue di questo libro, in particolare i Capp. 1 e 3 della III parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa teoria (1), il cui sviluppo è dovuto quasi esclusivamente a <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>, è basata sull&#8217;assegnazione di caratteri razziali propri a ognuna delle tre componenti che, tradizionalmente, costituiscono il &#8216;composto umano&#8217;: corpo, anima e spirito (2). Il corpo viene a essere la manifestazione tangibile e visibile dell&#8217;individuo &#8211; umano e non-umano -, mentre lo spirito ne è il &#8216;pricipio informatore&#8217; metafisico, posto fuori dal tempo, che ne dirige la prassi e il pensiero in senso anagogico o catagogico. L&#8217;anima, o psiche, &#8220;è connessa a ogni forma vitale così come a ogni forma percettiva e a ogni passionalità. Con le sue diramazioni inconsce stabilisce la connessione fra spirito e corpo&#8221; (3). Essa, come il corpo, è peritura, ed è il fattore determinante per lo stile della persona &#8211; per il modo in cui essa affronta ogni compito, ma senza alcun riferimento al valore etico del compito stesso. &#8220;Gli uomini sono diversi non solo nel corpo ma anche nell&#8217;anima e nello spirito &#8230; la dottrina della razza deve articolarsi in tre gradi &#8221; (4). Quindi: c&#8217;è una razza del corpo, una dell&#8217;anima e una dello spirito, ognuna delle quali è suscettibile di classificazione, e questo <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> lo ha affrontato nella sua <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, mentre una versione semplificata fu da egli esposta in un suo libretto didattico, <em>Indirizzi per un&#8217;educazione razziale </em>(5). Per quel che riguarda le razze del corpo e dell&#8217;anima, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> si appoggiava ai lavori degli antropologi seri dei suoi tempi &#8211; in particolare modo <a title="Hans Friedrich Karl Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Hans F. K. Günther</a>, un autore sul quale si avrà occasione di ritornare nella III parte, e Ludwig Ferdinand Clauss (6) -, che però si occupavano essenzialmente delle differenze esistenti fra i diversi tipi umani riscontrabili in Europa o al massimo nel Medio Oriente. Egli invece propose, in via del tutto indipendente, una classificazione delle razze dello spirito &#8211; in riguardo il lettore è riferito ai testi originali.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quel che riguarda il nostro assunto, di fondamentale importanza è che &#8220;l&#8217;un elemento cerca di trovare, nello spazio libero che le leggi dell&#8217;elemento a esso immediatamente inferiore gli lasciano, una espressione massimamente conforme (&#8230;) non semplice riflesso, ma azione a suo modo creativa, plasmatrice, determinante&#8221; (7). In altre parole, le razze dell&#8217;anima e dello spirito che intervengono in ogni composto umano abbisognano di un &#8216;supporto adeguato&#8217; a livello immediatamente inferiore. Ben difficilmente una razza dello spirito di &#8216;prima qualità&#8217; potrà tovare spazio accanto a un&#8217;anima che non le sia strumento adeguato per manifestarsi; e lo stesso dicasi per la razza dell&#8217;anima rispetto a quella del corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo tipo di considerazioni danno adito anche ad altri sviluppi, adombrati dallo stesso <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>, che sono gravidi di conseguenze per le problematiche qui sotto esame. &#8220;Una idea, dato che agisca con sufficiente intensità e continuità in un determinato clima storico e in una data collettività finisce con il dare luogo a una &#8216;razza dell&#8217;anima&#8217; e, con il persistere dell&#8217;azione, fa apparire nelle generazioni che immediatamente seguono un tipo fisico comune nuovo da considerarsi &#8230; una razza nuova&#8221; (8). Cioé: il cambiamento nella &#8216;qualità psichica&#8217; di una determinata popolazione può innescare cambiamenti anche morfologici. Questo ragionamento, portato alle sue ultime conseguenze, adombra un possibile effetto a catena. In una popolazione nella quale lo spirito, magari per qualche imperscrutabile ragione, si sia spento o capovolto, si produrranno prima fenomeni degenerativi di tipo psicologico che poi, alla lunga, non mancheranno di rifletttersi anche nel soma (su di questo argomento si riverrà nella III parte).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(1) Di questa teoria, un riassunto molto schematico è dato da Silvio Waldner, <em>La deformazione della natura</em>, Edizioni di Ar, Padova, 1997.<br />
(2) Sulla dottrina tradizionale del composto umano cfr. Julius Evola, <em>Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo</em>, Mediterranee, Roma, 1971 e anche <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, Ar, Padova, 1994 (originale 1941). Un sunto di questa dottrina è dato anche da Silvano Lorenzoni, <em>Chronos, saggio sulla metafisica del tempo</em>, Carpe Librum, Nove, 2001.<br />
(3) Julius Evola, <em>Sintesi</em>, cit.<br />
(4) Julius Evola, <em>Sintesi</em>, cit.<br />
(5) Julius Evola, <em>Indirizzi per un&#8217;educazione razziale</em>, Conte, Napoli, 1941.<br />
(6) Ludwig Ferdinand Clauss, <em>Rasse und Seele</em>, Lehmann, München, 1941.<br />
(7) Julius Evola, <em>Sintesi</em>, cit.<br />
(8) Julius Evola, <em>Sintesi</em>, cit.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presente saggio costituisce il paragrafo 1, capitolo 1 del libro di S. Lorenzoni <em>Involuzione. Il selvaggio come decaduto</em>, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.</p>
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		<title>Involuzione autogena ed eterogena</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 18:20:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli sul tema indoeuropeo in generale]]></category>
		<category><![CDATA[Indoeuropei]]></category>
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		<description><![CDATA[Andamento storico della distribuzione razziale. I pigmei quali 'decaduti puri', gli altri selvaggi insorti per meticciato - Mediterranei e ainu - Gli indoeuropei e la razza nordica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/involuzioneautogenaeterogena.html' addthis:title='Involuzione autogena ed eterogena '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><br/><p style="text-align: justify;"><strong><em> 1. Andamento storico della distribuzione razziale. I pigmei quali &#8216;decaduti puri&#8217;, gli altri selvaggi insorti per meticciato. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si riprendono degli argomenti già sfiorati al Cap. 1 della I parte, per esaminare il problema di quale possa essere stato l&#8217;andamento storico della distribuzione delle razze.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è già menzionato come Carleton Coon (1) indicasse che nel pigmeo (africano) ha da vedersi il &#8216;vero&#8217; negro, mentre le altre stirpi subsahariane sarebbero il risultato del meticciato di questo &#8216;negro primordiale&#8217; con elementi europidi (e, secondo sempre il Coon, anche boscimaneschi) ad esso fisicamente e culturalmente superiori. Questo, sembra essere confermato dalla paleontologia umana. Pierre Bertaux (2) ci informa che le razze negre non sono molto antiche e che i primi reperti negroidi, provenienti dal Neolitico antico del bordo meridionale del Sahara, sono posteriori ad almeno quattro altri tipi umani presenti tutti in Africa: pigmei, boscimani, mediterranei ed &#8216;etiopi&#8217;, questi ultimi di &#8220;tipo misto&#8221; (ma quindi non misto di negro con qualcos&#8217;altro, visto che negri ancora non ce n&#8217;erano). Vittorio Marcozzi (3) indica che i conosciutissimi due scheletri della grotta di Grimaldi, trovati nell&#8217;Europa mediterranea, hanno caratteristiche prevalentemente negroidi ma non sono &#8216;veri negri&#8217; (4); mentre lo scheletro di Asselar (Africa ex-francese) indica un &#8220;intermedio fra l&#8217;uomo di Grimaldi e il negro moderno&#8221; (è più &#8216;negroide&#8217; dell&#8217;uomo di Grimaldi, ma non è ancora del tutto negro). E i numerosi scheletri trovati a Shukbah-Athlit, in Palestina, sarebbero di &#8220;tipo mediterraneo con tendenza a quello negro&#8221; (qui, con ogni probabilità, si ha da vedere dei protosemiti).</p>
<p style="text-align: justify;">In Asia sud-orientale e negli arcipelaghi dell&#8217;Indonesia e dell&#8217;Oceania &#8211; lo documenta il medesimo Carleton Coon (5) &#8211; gli abitanti originali furono i pigmei, sommersi dopo da altre ondate di popolazione. Sia Vittorio Marcozzi (6) che Robert Suggs (7) indicano un&#8217;importante impronta razziale ainu nelle popolazioni oceaniche e, in particolare, fra i polinesiani; e moltissimi antropologi vollero scorgere nell&#8217;australiano un ainu &#8216;declassato&#8217; (8). In quelle zone, più tardi, dovette sopraggiungere anche un importante elemento mongoloide proveniente, in origine, dalla zona &#8216;artica&#8217; dell&#8217;Asia orientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in America si è potuto percepire un elemento ainu nella popolazione aborigena (9); e in America meridionale si è già visto che ci sono indicazioni della possibile esistenza, in tempi arcaici, di genti pigmee.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni cosa indicherebbe quindi che, storicamente, il popolamento della fascia tropicale, quale esso è stato descritto dagli studiosi moderni di etnologia e di antropologia, può essere ipotizzato come segue. Ci dovevano essere delle popolazioni pigmee molto diffuse e più numerose di quanto potessero esserlo le loro vestigia incontrate in tempi storici; nelle quali hanno da vedersi i &#8216;decaduti puri&#8217;, residui di genti che, in ragione di degenerazione psicologica e poi somatica, si sono ridotte in quelle condizioni fisiche e culturali con il trascorrere di eoni cronologici difficilmente valutabili (cfr. il Cap. 5 della I parte). Poi, genti provenienti per infiltrazione o per conquista dal Nord del Mondo, arrivate nei loro territori, diedero origine per meticciato ai tipi selvaggi incontrati e studiati nella fascia tropicale in tempi storici. E ogni cosa sembrerebbe indicare che si trattò essenzialmente, almeno nelle fasi iniziali, di mediterranei (cioé: genti appartenenti al ramo mediterraneo/occidentale della razza europide) per quel che riguarda l&#8217;Africa e l&#8217;Asia occidentale; di ainu per quel che riguarda l&#8217;Asia orientale, l&#8217;Oceania e forse le Americhe.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli antartidi hanno probabilmente da essere visti come residui, ormai sul bordo dell&#8217;estinzione naturale, di prodotti di meticciato enormemente arcaici, sul conto dei quali difficilmente si possono fare ipotesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> 2. Mediterranei e ainu </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avendo indicato come i mediterranei e gli ainu potrebbero essere stati le componenti &#8216;superiori&#8217; che, per meticciato con quelle &#8216;inferiori&#8217; pigmoidi hanno dato origine al mondo selvaggio quale noi lo conosciamo; vale la pena di soffermarsi sull&#8217;argomento della natura di questi due tipi umani, dal punto di vista culturale e storico. Non si scorge in essi alcun tratto di inabilità intellettuale: dotati di acuta intelligenza, gli uni sono venuti a formare parte della popolazione europea &#8211; in certe zone essi sono preponderanti &#8211; e gli altri fanno parte importante della sostanza razziale dei giapponesi, senza che alcuno ne abbia risentito minimamente dal punto di vista intellettuale. In compenso in ambedue si possono forse scorgere dei caratteri di &#8216;stanchezza&#8217;, di lunarità, che da alle loro manifestazioni culturali un&#8217;aura di crepuscolarità. Inoltre, non sembra che questi tipi umani abbiano mai visto nel meticciato un fatto particolarmente esiziale, a differenza di quanto poté essere il caso, fino a tempi recenti, di altri tipi europidi e mongoloidi. &#8211; Questa loro &#8216;fragilità&#8217; sembra essere confermata dal fatto che le loro lingue e le loro specificità culturali, salvo sopravvivenze sotterranee e sincretistiche, nonché le loro strutture politiche, ebbero la tendenza a sfasciarsi irreversibilmente sotto spinte esterne anche apparentemente lievi. Gli ultimi ainu ancora riconoscibili come tali &#8211; Giappone settentrionale e isola di Sachalin -, già prima del loro assorbimento da parte della popolazione giapponese, erano stati acquisiti, culturalmente e linguisticamente, dall&#8217;ecumene nord-est-siberiano: non c&#8217;è traccia di quella che pure dovette essere una loro propria forma culturale e linguistica. Qualcosa di analogo toccò ai mediterranei, sui quali ci si dilungherà subito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tipo mediterraneo fu la sostanza genetica portante di quell&#8217;affascinante e crepuscolare &#8216;mondo indo-mediterraneo&#8217; che si estendeva dalle Colonne d&#8217;Ercole all&#8217;Indo, identificato da Vittore Pisani (10) ancora nell&#8217;anteguerra e poi studiato in dettaglio, nella sua parte europea centrata nei Balcani, da quella brillante archeologa che fu Marija Gimbutas (11). Esso era caratterizzato da tratti culturali specifici (12) e in esso venivano parlate lingue appartenenti a una superfamiglia parimenti specifica alla quale appartennero le lingue iberiche e liguri, l&#8217;etrusco, il pelasgo della Grecia pre-ellenica, svariate lingue dell&#8217;Asia Minore, il sumero, l&#8217;elamita dell&#8217;Iran e il harappiano dell&#8217;Indo (del quale le moderne parlate dravidiche sono un residuo) (13). E civiltà mediterranee, tutte lunari e crepuscolari, furono quelle dei megaliti, quella arcaica dei Balcani, quelle egizia, sumera, elamita, harappiana, spesso rivelatesi come centri statici di civiltà in un contesto di popolazioni selvagge (principalmente quella harappiana) (14). Esse furono tutte travolte facilmente dagli indoeuropei.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa di analogo si può osservare per le civiltà americane e per quella polinesiana, anch&#8217;esse civiltà di alto livello ma di estrema fragilità (si è già menzionato che questo era stato osservato da Julius Evola [15]) e che furono travolte con estrema facilità e in modo irreversibile dalla colonizzazione europea. Si può ipotizzare che esse avessero l&#8217;ainu come &#8216;sostanza genetica portante&#8217;, almeno per quel che riguarda le loro classi dirigenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma fra ainu e mediterranei si possono forse rintracciare delle continuità culturali, soprattutto dallo studio di alfabeti arcaici e misteriosi. Una difficoltà, viceversa, potrebbe essere posta dalla spiccata solarità delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> americane, di contro alla lunarità mediterranea. (Se invece nei facitori di megaliti in Melanesia [16] si vogliono vedere degli ainu o degli ainu-mongoloidi, il loro culto del serpente avvicinerebbe queste genti ai mediterranei).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;Europa del VII &#8211; VI millennio a.C. erano generalizzati una notevole quantità di alfabeti, imparentati fra di loro e non ancora decifrati, usati dai costruttori di megaliti e dalla civiltà dei Balcani, con propaggini in Asia minore e nel Medio Oriente (è probabile che la scrittura cuneiforme sumera derivasse da questo tipo di grafie; e quindi anche le lettere fenicie) (17); e al medesimo filone appartenne la scrittura dell&#8217;Indo (18). (Si tratta di un tipo di scrittura cosiddetto &#8216;nucleare&#8217;, completamente diversa da ogni altra già interpretata, sia essa fonetica o geroglifica.) &#8211; Dei parallelismi perfetti sono stati trovati fra la scrittura dell&#8217;Indo e quella polinesiana, parimenti non ancora decifrata (19). In Polinesia, fino al secolo XIX, c&#8217;era una scrittura generalizzata, appannaggio di una classe sacerdotale che la utilizzava per testi liturgici, e che andò perduta con la scomparsa di quella classe come conseguenza della colonizzazione e del missionarismo monoteista, confessionale e laico (20). La sua varietà più conosciuta è il rongo-rongo dell&#8217;Isola di Pasqua (21), della quale rimangono le tracce più abbondanti, su legno, in quanto là essa fu usata fino a più tardi. Nel resto degli arcipelaghi, le iscrizioni su foglie di palma sono andate quasi interamente perdute.</p>
<p style="text-align: justify;">È quindi tutt&#8217;altro che fuori luogo ipotizzare una continuità culturale e quindi anche razziale fra il Mditerraneo arcaico e l&#8217;Oceano Pacifico, attraverso il tramite dell&#8217;Asia meridionale. &#8211; Difficile invece fare ipotesi per quel che riguarda le Americhe. In Perù (ma anche nella Colombia meridionale), fino al secolo XVI fu usata la scrittura a corde annodate, i cosiddetti <em>quipu </em>(22); ma secondo una tradizione orale peruviana essi avrebbero sostituito, in un imprecisato ma remoto passato, un&#8217;altra scrittura, ancora più arcaica, sul conto della quale la tradizione ha poco da dire, salvo che era scritta su un qualche tipo di pergamena. Anche gli irochesi dell&#8217;America settentrionale usavano una &#8216;scrittura&#8217; tipo quipu, a base di rosari di conchiglie multicolori. E ci sarebbe dell&#8217;evidenza che delle scritture del genere erano in uso in Messico (prima dell&#8217;adozione della scrittura geroglifica) e, nel IV &#8211; III millennio a.C., anche in Polinesia, in Bengala, in Cina, in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/oriente/mongolia" target="_blank">Mongolia</a></span> e perfino in Tibet (dove, nel VII secolo d.C. esse furono abbandonate in favore dell&#8217;alfabeto sanscrito).</p>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, un&#8217;interpretazione non stereotipa &#8211; da <em>establishment </em>- dei fatti empirici non solo rivela un panorama del tutto nuovo sull&#8217;andamento cronologico della preistoria e della protostoria; ma potrebbe anche aprire degli affascinanti nuovi campi di ricerca che a tutt&#8217;oggi sono praticamente vergini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> 3. Gli indoeuropei e la &#8216;razza nordica&#8217; </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si è già parlato degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> (o <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indogermani</a>) come dell&#8217;ultima manifestazione della &#8216;luce del Nord&#8217; (23). La loro provenienza artica (dedotta, già agli inizi del <a href="http://www.centrostudilaruna.it/storiacontemporanea.html">Novecento</a>, dal tedesco Krause e dall&#8217;indiano Tilak sulla base delle indicazioni astronomiche date dalle loro tradizioni <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a>) è perfettamente assodata. La Russia meridionale fu un loro centro secondario di irraggiamento, come lo fu più tardi l&#8217;Europa nord-occidentale (né si può escludere che, in parte, l&#8217;Europa settentrionale sia stata da loro raggiunta direttamente dall&#8217;Artide [24]).</p>
<p style="text-align: justify;">Una determinata corrente di pensiero, che fu predominante nell&#8217;anteguerra, della quale il principale esponente fu Hans F. K. Günther, identificava senz&#8217;altro la popolazione indoeuropea con la &#8216;razza&#8217; nordica (ma sarebbe stato e sarebbe più esatto dire: il tipo nordico della razza europide), passando poi alla conclusione che ancora adesso il tipo nordico sarebbe &#8216;l&#8217;umano per eccellenza&#8217;. Questo, non nel senso di una superiore intelligenza (differenze di &#8216;quoziente intellettivo&#8217; non ne sono state riscontrate, né allora né adesso, fra i principali tipi genetici europidi o nord-est asiatici, né il Günther suggerì mai niente del genere), ma in ragione di certe proprietà caratteriali che renderebbero il tipo nordico (identificato con quello <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a>), nel modo più naturale, un signore e un dominatore. &#8211; L&#8217;identificazione in questione era (ed è) per lo meno esagerata; ma è assodato che il tipo nordico doveva essere molto frequente, se non proprio predominante, fra gli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> arcaici e predominante, se non proprio esclusivo, nelle loro classi dirigenti. Ne segue che la percentuale di sangue <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeo</a> in una determinata popolazione doveva (e deve) essere strettamente correlazionata alla proporzione di elementi nordici in essa riscontrabile, concentrati prevalentemente nelle sue classi dirigenti. Quando lo studioso-principe della fenomenologia storica della deindoeuropeizzazione &#8211; in Europa meridionale e in Asia, accompagnata dal riemergere del substrato pre-indoeuropeo inizialmente sottomesso -, Hans F. K. Günther (25), prende come indicatore di questa tendenza la diminuzione della percentuale di individui di tipo nordico, egli adotta un&#8217;ipotesi di lavoro sicuramente valida.</p>
<p style="text-align: justify;">Le cose, però, si potrebbero essere messe altrimenti nei tempi contemporanei/moderni. Già negli anni Trenta <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> (26) osservava che i popoli nordici contemporanei &#8220;presentavano qualità fisiche, di carattere, di coraggio, di resistenza (&#8230;) ma atrofia dal lato spirituale&#8221; (27), per poi soggiungere che la facilità con cui quelle popolazioni avevano accettato il cristianesimo prima e il protestantesimo dopo non deponeva certo a loro favore &#8211; e difatti, fatta la splendida eccezione dei sassoni, le genti germaniche (le più nordiche esistenti) resistettero alla cristianizzazione molto meno che certe popolazioni delle Alpi o del Baltico, che sangue nordico ne avevano meno. (Quanto al protestantesimo, per dovere di esattezza, va fatta la puntualizzazione che il mondo nordico per eccellenza &#8211; la Germania settentrionale e la Scandinavia meridionale &#8211; si fermò al luteranesimo. Portatore del calvinismo &#8211; la forma finale del protestantesimo &#8211; fu piuttosto quel tipo misto mediterraneo-nordico, con netta predominanza del tipo mediterraneo, che faceva e fa la base della popolazione dell&#8217;isola inglese.)</p>
<p style="text-align: justify;">Già ai tempi suoi, Hans F. K. Günther era stato contestato, in certe sue conclusioni, da altri studiosi tedeschi che avevano indicato come, in Germania, le caratteristiche &#8216;asiatiche&#8217; della componente alpina della popolazione avessero dato alla nazione tedesca delle qualità di stabilità psicologica che non le furono se non utili (28). E a una conclusione analoga arrivò, forse suo malgrado, lo stesso Günther (29) riguardo ai romani prischi (un misto 2/3 nordico, 1/3 alpino), ai quali la componente alpina avrebbe dato una tempra di stabilità e un&#8217;inclinazione all&#8217;operosità e alla sistematicità, abbinata a un forte senso pratico, che se appiattì la loro mitologia, li rese idonei a successi militari e politici che mai più ebbero l&#8217;uguale.</p>
<p style="text-align: justify;">È probabile che adesso anche le residue genti nordiche, trascinate dal gorgo della decadenza che è caratteristico dei nostri tempi, abbiano preso la via del tramonto e che poco possano servire come riferimento per rovesciare il vedico <em>Kali Yuga </em>(fine del ciclo storico-cosmologico). I nordici, o parzialmente tali, sono addirittura divenuti, forse, un pericolo, in quanto qualche volta (vedi il mondo americanofono) hanno messo e mettono le loro residuali qualità animiche (fino a tanto che ancora le avranno) al servizio dell&#8217;accelerazione della decadenza (30).</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(1) Carleton Coon, <em>Las razas humanas actuales</em>, Guadarrama, Madrid, 1969.<br />
(2) Pierre Bertaux, <em>Africa</em>, Feltrinelli, Milano, 1968.<br />
(3) Vittorio Marcozzi, <em>L&#8217;uomo nello spazio e nel tempo</em>, Ambrosiana, Milano, 1953.<br />
(4) Hans F. K. Günther (<em>Rassenkunde Europas</em>, Lehmann, München, 1926; edizione italiana <em>Tipologia razziale dell&#8217;Europa</em>, Ghenos, Ferrara, 2003) ipotizzava la stabilizzazione, ancora dalla preistoria, di una sacca negroide o protonegroide nel Sud del Portogallo. Questa ipotesi, pure plausibile, è ancora da dimostrare.<br />
(5) Carleton Coon, <em>Razas</em>, cit. e anche Giorgio Melis, <em>Mondo malese</em>, Longanesi, Milano, 1972.<br />
(6) Vittorio Marcozzi, <em>Uomo</em>, cit.<br />
(7) Robert Suggs, <em>Island &#8230;</em>, cit.<br />
(8) Per esempio, Heinrich Driesmans, <em>Der Mensch der Urzeit</em>, Strecker und Schröder, Stuttgart, 1923.<br />
(9) Cfr. Vittorio Marcozzi, <em>Uomo</em>, cit.  (10) Vittore Pisani, <em>L&#8217;unità culturale indo-mediterranea anteriore all&#8217;avvento di semiti e indoeuropei</em>, Scritti in onore di Alfredo Trombetti, Torino, 1938.<br />
(11) Marija Gimbutas, <em>Old Europe </em>in &#8220;Journal of indo-european studies&#8221; I, 1973 e <em>Il linguaggio della dea</em>, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989).<br />
(12) Per quel che riguarda il lato <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>, di ottima consulta è Alain Daniélou, <em>Siva et Dionysos</em>, tr. it. Ubaldini, Roma, 1980.<br />
(13) Cfr., per esempio, Carleton Coon, <em>Razas</em>, cit. Secondo questo autore ci sarebbero delle convergenze fra le lingue &#8216;mediterranee&#8217; (per quel che se ne può ancora sapere) e quelle caucasiane/alarodiche (georgiano ecc., ma anche basco). Se questo fosse vero, si potrebbero ipotizzare anche analogie razziali a livello arcaico; ma le convergenze suggerite dal Coon sono ben lontane dall&#8217;essere dimostrate.<br />
(14) Come un gruppo razziale intellettualmente superiore ma non eccessivamente aggressivo possa perpetuarsi in ambiente degradato può forse essere esemplificato da due casi tratti da quello che adesso è il mondo islamico. Nei paesi del Medio Oriente, un tempo mediterranei e poi semitizzati, rimangono delle minoranze cristiane che hanno caparbiamente rifiutato l&#8217;islamizzazione (l&#8217;islam è una forma particolarmente involuta di monoteismo) e che sono l&#8217;unica parte di quelle popolazioni che &#8216;serva a qualcosa&#8217; (circa 10% in Siria, quasi 20% in Mesopotamia, 50% nel Libano, 5 &#8211; 10% in Egitto). C&#8217;è da credere che si tratti della parte razzialmente meno semitizzata della popolazione. &#8211; In Algeria e in Marocco forse il 10 &#8211; 12% della popolazione, arroccata nella parte più alta dell&#8217;Atlante, pure ormai islamizzata, ha rifiutato l&#8217;arabizzazione. Questi discendenti, ancora più o meno puri, di quella che un tempo doveva essere la popolazione maggioritaria dell&#8217;Africa del Nord, sono, anche lì, gli unici che &#8216;servano a qualcosa&#8217;.<br />
(15) Julius Evola, <em>Rivolta contro il mondo moderno</em>, Mediterranee, Roma, 1969 (originale 1934).<br />
(16) Cfr. Alphonse Riesenfeld, <em>The megalythic civilizations of Melanesia</em>, Bril, Leiden, 1950.<br />
(17) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, <em>Chroniques des civilisations disparues</em>, Laffont, Paris, 1976 e anche Harald Haarmann, <em>On the nature of european civilization and its script</em>, &#8220;Studia indogermanica lodziensia&#8221; (Lodz), vol. II, 1998.<br />
(18) Harald Haarmann, cit.<br />
(19) Cfr. Thomas Barthel, <em>Pre-contact writing in Oceania</em>, in Thomas Sebeok (a cura di) <em>Current trends in linguistics</em>, vol 8 (Oceania), Den Haag-Paris, 1971; Robert von Heine-Geldern, <em>Die Osterinselschrift</em>, in &#8220;Orientalischer Literaturzeitung&#8221;, N. 37, 1938 e id., <em>The Easter Island and the Indus Valley scripts</em>, in &#8220;Anthropos&#8221;, N.33, 1938.<br />
(20) Cfr. Robert Suggs, <em>Island &#8230;</em>, cit.<br />
(21) L&#8217;ipotesi fatta da un autore americanofono, Steven Fischer (<em>Rongorongo</em>, Clarendon Press, Oxford [Inghilterra], 1997) a proposito della scrittura pascuana è sufficientemente ridicola per potere essere riportata: i pascuani, fino ad allora analfabeti, venuti in contatto per la prima volta con degli europei &#8211; spagnoli &#8211; nel 1770 e avendoli visti scrivere, avrebbero intuito al volo che la scrittura aveva delle interessanti possibilità &#8216;magiche&#8217; e, sui due piedi, avrebbero proceduto a svilupparne una di propria.<br />
(22) Cfr. Clara Miccinelli e Carlo Animato, <em>Quipu</em>, ECIG, Genova, 1989.<br />
(23) Sull&#8217;argomento, indispensabile è la sintesi di Jean Haudry, <em>Gli indoeuropei</em>, Edizioni di Ar, Padova, 2001 (originale 1982).<br />
(24) Cfr. Jean Haudry, <em>Indoeuropei</em>, cit. e anche Lothar Kilian, <em>Zum Ursprung der Indogermanen</em>, Habelt, Bonn, 1983.<br />
(25) Hans F. K. Günther, <em>Rassenkunde Europas</em>, cit.; <em>Lebensgeschichte des hellenischen Volkes</em>, Franz von Bebenburg, Pähl, 1965; <em>Lebensgeschichte des römischen Volkes</em>, Franz von Bebenburg, Pähl, 1966.<br />
(26) Julius Evola, <em>Sintesi di dottrina della razza</em>, Ar, Padova, 1994 (originale 1941).<br />
(27) Julius Evola, <em>Rivolta</em>, cit.<br />
(28) Cfr. l&#8217;introduzione all&#8217;edizione italiana di <em>Rassenkunde Europas</em>, cit.<br />
(29) Hans F. K. Günther, <em>Lebensgeschichte des römischen Volkes</em>, Franz von Bebenburg, Pähl, 1966.<br />
(30) In riguardo, di utile consulta è Silvio Waldner, <em>La deformazione della natura</em>, Ar, Padova, 1997.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presente scritto costituisce il capitolo 2 della terza parte del libro di S. Lorenzoni <em>Involuzione. Il selvaggio come decaduto</em>, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.</p>
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			<coop:keyword><![CDATA[Articoli sul tema indoeuropeo in generale]]></coop:keyword>
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		<title>Atlantide, Mu, Lemuria, Gondwana, Iperborea</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 12:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Centro Studi La Runa online]]></category>
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		<description><![CDATA[Saggio sulle civiltà scomparse]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/atlantidemulemuriagondwanaiperborea.html' addthis:title='Atlantide, Mu, Lemuria, Gondwana, Iperborea '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p align="justify"><em>INTRODUZIONE</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.ilgiardinodeilibri.it/libro.php?lid=5069&amp;pn=76"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/cittaperdute.bmp" border="0" alt="David Hatcher Childress, Le città perdute di Atlantide, Europa antica e Mediterraneo" align="left" /></a> Al lettore non sarà forse sfuggito come nella <a href="http://www.centrostudilaruna.it/fantastico.html">letteratura fantascientifica</a> e, in generale, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/fantastico.html">fantastica</a>, affiori ripetitivamente il tema del &#8216;dopo&#8217;: del mondo che ci sarà dopo questo, destinato necessariamente al dissolvimento, con obliterazione della presente civiltà e modo di vita. Questo tema non è tanto nuovo: ai tempi della &#8216;guerra fredda&#8217;, il &#8216;dopo&#8217; era generalmente presentato come il post-olocausto nucleare, a sua volta prospettato come un &#8216;fenomeno della natura&#8217;, per prevenire il quale non c&#8217;era niente da fare. Adesso, la tematica del post-catastrofe ecologica si fa avanti sempre più insistentemente &#8211; non senza una valida ragione &#8211; presentata anche quella come qualcosa di &#8216;inevitabile&#8217;. Il fatto che masse crescenti di genti civili accettino supinamente questo tipo di cose come &#8216;fenomeni della natura&#8217; è di per sé un indicatore addizionale che effettivamente stiamo andando incontro a un&#8217;epoca di stravolgimento esistenziale: a una cesura nel tempo.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Sotto queste condizioni è stato ritenuto utile di riproporre la casistica dei &#8216;continenti perduti&#8217; &#8211; &#8216;inabissati&#8217; -, ma affrontandola sotto punti di vista totalmente diversi da quelli semplicemente storici &#8211; o fantascientifici o sensazionalistici &#8211; generalmente adottati nella letteratura corrente. Sull&#8217;Atlantide esistono 20 &#8211; 25.000 pubblicazioni, fra libri e opuscoli (pochissime, spesso quasi niente, sugli altri &#8216;continenti perduti&#8217;). A questa pletora di carta stampata non sarebbe stato certo il caso di aggiungere, se non si avesse avuto la convinzione di avere da dire qualcosa di nuovo e di diverso.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Questo libro, originalmente, doveva fare da appendice a un altro, sull&#8217;argomento dell&#8217;equilibrio antropocosmico, che lo scrivente ha in progetto e che sarà probabilmente completato nel prossimo futuro. Si è poi optato per una stesura separata per non appesantire eccessivamente quel testo e anche perché quello dei &#8216;continenti perduti&#8217; è un tema che può essere trattato indipendentemente e che possiede un suo specifico interesse.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1. ATLANTIDE, MU, LEMURIA, GONDWANA, IPERBOREA</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em> 1.1 Note introduttive</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8842061719"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/tribubiancheperdute.bmp" border="0" alt="Riccardo Orizio, Tribù bianche perdute. Viaggio tra i dimenticati" align="right" /></a> Come schema strutturale &#8211; come &#8216;struttura portante&#8217; o paradigma -, per un esposto generale dell&#8217;argomento dei &#8216;continenti perduti&#8217;, si può adottare quello ammesso dalla letteratura teosofica (1). Lì si prospetta una successione di &#8216;razze radicali&#8217;, o &#8216;razze madri&#8217;, a ognuna delle quali si presume sia corrisposto uno specifico <em>habitat </em>- &#8216;continente&#8217;; &#8216;mondo&#8217; &#8211; destinato alla lunga alla distruzione catastrofica, per inabissamento o conflagrazione vulcanica, come conseguenza di sconvolgimenti naturali; facendo così posto alla seguente &#8216;razza radicale&#8217;, abitante di un altro &#8216;mondo&#8217; non carente però di un qualche nesso di continuità con quello precedente. Ogni &#8216;razza madre&#8217;, dopo la sua caduta, lascia indietro dei residuati umanoidi, dalla psicologia spesso incomprensibile; e i corrispondenti &#8216;continenti&#8217; dei relitti geologici, sotto forma, generalmente, di isole.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Da notarsi comunque che anche nella letteratura teosofica &#8211; peraltro, sia chiaro, pregevole &#8211; non sembra esserci il concetto dell&#8217;illimitato divenire, senza principio né fine, che è invece proprio di ogni <em>Weltanschauung </em>sanamente tradizionale: anche i teosofi soggiacciono, forse senza avvedersene, alla concezione segmentaria del tempo, secondo la quale ogni cosa deve avere avuto un inizio e deve, alla lunga, finire in gloria dopo un processo di &#8216;perfezionamento&#8217;. Le &#8216;razze madri&#8217; verrebbero a essere in tutto sette (quattro passate, una presente, due future). L&#8217;umanità civile attuale verrebbe a essere la quinta &#8216;razza madre&#8217;, quella atlantidea la quarta e quella lemuriana la terza. E il ciclo dovrebbe finire per chiudersi con degli esseri &#8216;perfetti&#8217; (qui si mette mano a concetti tipo riincarnazione, <em>karma</em>, ecc., resi fumosi da un&#8217;interpretazione moralistica) (2). Viceversa, la teosofia mostra sempre una preoccupazione per coordinare la propria cronologia con quella della scienza geologica ufficiale, quella delle &#8216;ère geologiche&#8217; (3). Ne risulta che le &#8216;razze madri&#8217; più antiche convissero con i dinosauri e altri animali preistorici &#8211; né la cosa è assurda: l&#8217;uomo (&#8216;uomo&#8217; in senso lato) è di immemoriale antichità e l&#8217;antropogenesi (ammesso che di antropogenesi si possa parlare) si perde nella notte dei tempi (4). La presunta &#8216;modernità&#8217; della specie umana, sostenuta maldestramente dalla scienza ufficiale contemporanea, obbedisce al dogma evoluzionistico darwiniano e non ha niente di veramente scientifico.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">I testi teosofici (e non solo quelli) molto spesso dicono di fare riferimento a documenti di antichità immemoriale, la cui visione è permessa solo a persone &#8216;qualificate&#8217; (la Blawacki faceva riferimento a un fantomatico libro tibetano, le cosiddette <em>Stanze di Dzyan </em>[5], mentre il già citato Scott-Elliot parla di antichissime mappe su terracotta o pergamena); nonché a fonti psichiche (6), cioé alle possibilità parapsicologiche di certi &#8216;veggenti&#8217; particolarmente dotati.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Si tratta, è chiaro, di fonti poco verificabili e anche magari opinabili; il che non togli che, nell&#8217;insieme, la visione teosofica sia, a parer nostro, adatta a fare da struttura portante per questo argomento. Essa fu adottata, peraltro, dallo stesso <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> (7).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Né le &#8216;fonti psichiche&#8217; vanno prese del tutto sottogamba &#8211; anche se, ovviamente, ci vuole un certo criterio nel valutarle. In riguardo, è il caso di ricordare che l&#8217;Atlantide non fu un&#8217;invenzione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, né egli è l&#8217;unico autore dell&#8217;antichità che ne parla: è invece vero che la &#8216;nozione&#8217; di una grande civiltà scomparsa posta a &#8216;occidente&#8217; (&#8216;oltre le Colonne d&#8217;Ercole&#8217;) era molto diffusa a quei tempi &#8211; essa circolava nella &#8216;psiche collettiva&#8217; dell&#8217;Europa antica. Viceversa, nell&#8217;Africa nera c&#8217;era una diffusissima &#8216;nozione&#8217; secondo la quale i negri non si consideravano una razza giovane, ma enormemente arcaica e crepuscolare (8) &#8211; e i negri sarebbero, secondo la letteratura teosofica, fra i &#8216;fossili viventi&#8217; che ci ha lasciati indietro la Lemuria.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">La geologia ufficiale ci assicura che l&#8217;Atlantide platonica (e, <em>a fortiori</em>, il resto dei &#8216;continenti scomparsi&#8217;) non possono essere esistiti (9). Qui è il caso di ricordare che la scienza ufficiale, che spesso e volentieri segue mode culturali, ha un valore del tutto relativo quando si tratta di valutare eventi posti in epoche o luoghi remoti &#8211; per esempio, la teoria della deriva dei continenti, lanciata da Alfred Wegener nel 1915, fu inizialmente coperta di ridicolo dai santoni dell&#8217;<em>establishment </em>scientifico (allora erano in voga i &#8216;ponti intercontinentali&#8217;), mentre adesso è divenuta una colonna portante della scienza geologica ufficiale (fino a quando, staremo a vedere). Vale comunque l&#8217;osservazione che una cosa è prendere alla lettera la svariata letteratura sull&#8217;Atlantide ecc. e un&#8217;altra ammettere che i &#8216;continenti perduti&#8217; possano avere avuto un&#8217;esistenza obiettiva di qualche genere, in un passato difficilmente precisabile.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Si è già menzionato che sull&#8217;Atlantide ci sono migliaia di pubblicazioni e molte meno sugli altri &#8216;continenti perduti&#8217;: si tratta sempre di scritti specifici su di un certo &#8216;continente&#8217;. Che lo scrivente sappia, l&#8217;unica opera dove si cerchi di dare una visione d&#8217;insieme è quella di Serge Hutin, <em>Hommes et civilisations fantastiques </em>(10).</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.2 Atlantide</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em> 1.2.1 L&#8217;Atlantide classica</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">L&#8217;Atlantide, come essa è generalmente intesa, viene a essere quella &#8216;grande isola&#8217; oltre le Colonne d&#8217;Ercole descritta da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> nei suoi dialoghi <em>Critia </em>e <em>Timeo</em>. La letteratura in riguardo è ipertrofica (11), e qui ci si limiterà a qualche pertinente osservazione. &#8211; Secondo certe fonti (12), l&#8217;Atlantide originalmente sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale fra l&#8217;America e l&#8217;Europa che si sarebbe &#8216;sgretolato&#8217; a più riprese, l&#8217;Atlantide platonica venendo a essere quel che ancora ne rimaneva verso la metà dell&#8217;XI millennio a.C., quando essa scomparve per immersione nei flutti del mare.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Qui interessa fare notare che è estremamente improbabile che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> si sia inventato di sana pianta il suo racconto e che invece si può prendere per certa la verità di quanto egli afferma (che glie lo aveva raccontato Critone, che a sua volta lo aveva ascoltato da suo nonno Solone, che lo aveva appreso da sacerdoti egiziani). E comunque, prima, contemporaneamente e dopo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, parecchi autori antichi hanno parlato dell&#8217;Atlantide, in termini analoghi a quelli platonici anche se in minore dettaglio: <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span>, Omero (nella sua <em>Odissea</em>), Solone, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/euripide">Euripide</a></span>, Strabone, Dioniso di Alicarnasso, Diodoro Siculo, Plinio, Teopompo, Marcello (13) &#8211; il tema dell&#8217;Atlantide faceva parte della &#8216;memoria ancestrale collettiva&#8217; di tutto il Mediterraneo da lunghissimo tempo. Questo sembrerebbe invalidare quelle teorie secondo le quali l&#8217;Atlantide avrebbe potuto essere nei più svariati luoghi, mentre <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, a conoscenza di un qualche cataclisma geologico o meteorologico di grandi dimensioni, lo avrebbe utilizzato come spunto per imbastire la sua storia. Qualche notizia in riguardo sarà data più avanti, ma va detto subito che tutte queste teorie si rivelano insoddisfacenti: la svariate &#8216;Atlantidi&#8217; poste nei più disparati luoghi del mondo non sono l&#8217;Atlantide.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.2.2 Le &#8216;colonie&#8217; atlantidee</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em> 1.2.2.1 Generalità</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Nella letteratura sull&#8217;Atlantide è rappresentata spesso l&#8217;idea che prima del suo inabissamento essa avrebbe fondato una serie di colonie sia in Europa che in America, le quali, in qualche modo, ne avrebbero prolungato la civiltà &#8211; pur serbando un ricordo impreciso e confuso delle loro origini. La civiltà delle piramidi &#8211; presente dall&#8217;Egitto attraverso la Sumeria fino all&#8217;estremo Oriente e anche in America (14) &#8211; è stata indicata come il più probabile &#8216;prolungamento culturale&#8217; dell&#8217;Atlantide. Meno attenzione invece è stata data al fenomeno megalitico, che pure, in questo riguardo, forse presenta un maggiore interesse. Sul megalitismo ci si dilungherà un po&#8217; nella sezione che segue.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.2.2.2 I megaliti</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il fenomeno megalitico si è dato in Europa, in Nord Africa, nel Medio Oriente, e poi attraverso l&#8217;Asia centrale e meridionale si è esteso agli arcipelaghi del Pacifico e all&#8217;Australia e ha attraversato il Sahara per raggiungere l&#8217;Africa nera; ed è presente anche in America (15) &#8211; di notevole importanza il fatto che il megalitismo è legato, in Eurasia e in Africa, al culto del toro. Secondo alcuni autori, fra i quali Alberto Cesare Ambesi e Pierre Carnac (16), nella civiltà megalitica si dovrebbe ravvedere il nocciolo dell&#8217;idea dell&#8217;Atlantide, tanto più che essa fu, in parte, fisicamente sommersa ai tempi della fine dell&#8217;ultima glaciazione (fatto ammesso ufficialmente anche dalle scienze universitarie). Il megalitismo europeo è perfettamente documentato, quelli asiatico e polinesiano molto meno, scarsissimamente quello americano (17), con l&#8217;eccezione di certe formazioni subacquee nella zona di Bimini (isole Bahamas) che potrebbero essere resti megalitici e che certuni hanno addirittura voluto identificare con la platonica Atlantide (18). Si tratta comunque di una faccenda ancora pochissimo chiara.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">La civiltà megalitica, in tempi preistorici e protostorici, ebbe come origine l&#8217;Europa occidentale da dove, per diffusione culturale, si estese enormemente (anche il megalitismo americano ha da essere visto, probabilmente, come di origine europea, anche se in riguardo qualsiasi affermazione non può essere se non arbitraria). La &#8216;sostanza genetica&#8217; dei suoi artefici ha da ravvedersi in quella sottorazza della razza europide che ebbe come centro di diffusione quella medesima Europa occidentale, a ovest del Reno &#8211; la &#8216;razza&#8217; mediterranea o, più esattamente, occidentale (19). E la civiltà megalitica ebbe delle caratteristiche tutte proprie che la rendono il candidato più idoneo per incarnare l&#8217;Atlantide platonica: culto del toro, orientamento ctonio dei suoi culti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a> e &#8211; molto importante &#8211; la spiccata lunarità del suo orientamento astrologico (20). Alcuni fra i monumenti megalitici principali (per esempio, Stonehenge [21]), sembrerebbero essere stati osservatori astronomici nei quali appositi sacerdoti elaboravano oroscopi lunari (22). Tutte queste sono caratteristiche crepuscolari e decadenti, da un punto di vista tradizionale superiore, che indicano in quella civiltà qualcosa di residuale, al seguito di una qualche catastrofe. Nè va sottovalutato il fatto che la costruzione dei megaliti propone degli insolubili problemi tecnici (per chi ragioni sulla falsariga del pensiero tecnico contemporaneo), non dissimili da quelli proposti dalle costruzioni incaiche del Perù (23) &#8211; su di questo si ritornerà alla fine di questo scritto.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.2.3 Le &#8216;Atlantidi-Ersatz&#8217;</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em> 1.2.3.1 Generalità</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Si è già menzionato come certuni, nell&#8217;impossibilità di prendere alla lettera il racconto di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, ma non riuscendo a vedere le sue eventuali valenze <a href="http://www.centrostudilaruna.it/simboli.html">simboliche</a>, abbiano ipotizzato che egli abbia preso come spunto qualche catastrofe fisica o storica meglio conosciuta per imbastire i suoi racconti. Poi, molti hanno usato il concetto di Atlantide per costruire di sana pianta dei mondi inventati o per dare un qualche &#8216;paludamento di lusso&#8217; a storie più o meno immaginarie poste nel passato di luoghi che a loro stavano a cuore (24). Sotto questa casistica ricadono le ipotesi dell&#8217;Atlantide a Thera, di Spiridon Marinatos, quella nella Spagna meridionale, di Adolf Schulten, e tante altre descritte in dettaglio nelle opere atlantologiche da noi già indicate nelle note. È appena il caso di ripetere che queste &#8216;Atlantidi-Ersatz&#8217; non convincono assolutamente. Ci si soffermerà brevemente su due casi poco conosciuti, sia per ragione di completezza che per il loro valore particolare.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.2.3.2 L&#8217;Atlantide nel Mare del Nord di Jürgen Spanuth</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il pastore luterano Jürgen Spanuth, parroco in un paesino dello Schleswig posto in quell&#8217;incantevole Dithmarsch alla quale il pittore Hans-Heinz Domke dedicò un&#8217;eccellente collezione di paesaggi (25), sostenne in un suo poderoso e documentatissimo libro (26) che l&#8217;Atlantide era stata nel Mare del Nord, fra la Dithmarsch e l&#8217;isola di Helgoland; e che il suo inabissamento non sarebbe stato se non verso la metà del II millennio a.C. Queste sue affermazioni egli basa, essenzialmente, su due presupposti: (a) quando <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> parlava di 10.000 anni prima della sua epoca, si trattava invece di 10.000 mesi, in quanto gli egiziani parlavano, sembra, in termini di mesi e non di anni e che quindi a Solone avrebbero raccontato che l&#8217;Atlantide si era inabissata 10.000 mesi, e non anni, addietro (e lui capì male); (b) la validità del cosiddetto <em>eschatologische Schema </em>[schema escatologico] secondo il quale ci sarebbe stata una tendenza in tutte le opere letterarie dell&#8217;antichità di proiettare nel futuro disastri realmente accaduti nel passato: per cui, i racconti apocalittici dell&#8217;<em>Edda</em> (<em>Ragnarök</em>), nonché di fonti classiche ed egiziane, si riferirebbero a cose realmente accadute nel passato. Basandosi su di queste due assunzioni, egli approda all&#8217;idea che i platonici atlanti furono in realtà i filistei e i hiksos che verso la metà del II millennio conquistarono l&#8217;Egitto (&#8216;germani&#8217; provenienti dallo Schleswig, secondo lo Spanuth, illiri invece in base ai moderni dati dell&#8217;<a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropeistica</a>). Lo Spanuth conclude dicendo che la platonica Poseidonia, capitale dell&#8217;Atlantide, doveva essere nel Mare del Nord, non lontano da dove adesso c&#8217;è l&#8217;isola di Helgoland, e che nel fondo marino (&#8216;<em>Steingrund</em>&#8216;) della zona ne dovrebbero rimanere le tracce.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.2.3.3 Le &#8216;Atlantidi&#8217; sotterranee</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Esiste una persistente leggenda a proposito di un &#8216;Re del Mondo&#8217; e di una civiltà sotterranea fondata &#8211; o nella quale avrebbero trovato rifugio &#8211; dei non meglio identificabili &#8216;saggi&#8217; provenienti da qualche luogo imprecisato travolto da una qualche catastrofe (27). &#8211; Qui vale la pena di ricordare come, indipendentemente da qualsiasi riferimento mitico, Ivan Sanderson (28) aveva convincentemente ipotizzato l&#8217;esistenza di una civiltà sottomarina indipendente e parallela a quella sulla superficie della terra (se c&#8217;era, adesso sarà certamente stata affogata dalla montante contaminazione degli oceani). Il Sanderson non faceva ipotesi su quali potessero essere gli esseri portanti di quella ipotetica civiltà; ma il suo libro vale a dimostrare come esista la possibilità obiettiva dell&#8217;esistenza di civiltà del tutto dislocate, poste in &#8216;nicchie ecologiche&#8217; diverse, che menino ognuna una sua esistenza autonoma senza neanche rendersi conto l&#8217;una dell&#8217;altra.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Comunque, forse abusivamente, anche la casistica delle &#8216;città sotterranee&#8217; è stata abbinata al fatto &#8216;Atlantide&#8217; &#8211; e così, soprattutto in Sud America, &#8216;città atlantidee&#8217; poste sotto i massicci montagnosi o nel sottosuolo amazzonico sono state indicate da diversi esploratori, come Percy Fawcett e Paul Gregor (29). Allo scivente toccò, durante il suo soggiorno in Sud America, di fare la conoscenza di un esploratore italiano, Roberto Lovato, che lo assicurò di avere trovato una città &#8216;atlantidea&#8217; sotterranea vicino alle sorgenti dell&#8217;Uraricuari (30).</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.3 Mu</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Stando alla documentazione esistente, tutto ciò che si riferisce a Mu, continente &#8216;inabissatosi&#8217; nel Pacifico centrale grosso modo allo stesso tempo dell&#8217;Atlantide (circa XI millennio a.C.), ha la sua origine nelle pubblicazioni di James Churchward, ufficiale coloniale inglese in India nella seconda metà del secolo XIX (31). Egli ne avrebbe appreso l&#8217;esistenza attraverso certe tavolette di terracotta &#8211; le &#8216;tavolette dei naacal&#8217; -custodite in un tempio indiano del cui riši egli era divenuto amico. I naacal sarebbero stati una confraternita di &#8216;saggi&#8217;, provenienti da Mu, i quali le avrebbero scritte o a Mu stesso, prima del suo inabissamento, oppure in Birmania dopo il medesimo, da dove poi esse furono esportate in India. Churchward dà una trascrizione dell&#8217;alfabeto di Mu nei suoi scritti, ma gli originali delle tavolette non sembra siano stati mai più visti da alcuno dopo di lui. In quelle tavolette sarebbe stata descritta la storia di Mu (vecchia di oltre 50.000 anni) nonché una dettagliata descrizione del medesimo, presentato come una specie di &#8216;paradiso tropicale&#8217; altamente civile, nel quale convivevano pacificamente tutte le razze umane ma dove la razza bianca aveva in mano il potere. L&#8217;inabissamento di Mu viene attribuito a un improbabile processo geologico (collasso di sacche di gas poste sotto la sua superficie), che avrebbe lasciato indietro come relitti gli arcipelaghi del Pacifico (un po&#8217; come, secondo certuni, le isole dell&#8217;Atlantico orientale sarebbero relitti dell&#8217;Atlantide).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">In modo non dissimile a quanto è stato affermato sull&#8217;Atlantide, Mu avrebbe, prima del suo inabissamento, &#8216;colonizzato&#8217; e incivilito altre terre, incominciano dalla costa americana del Pacifico e dall&#8217;Asia orientale e centrale, da dove i suoi tentacoli sarebbero arrivati un po&#8217; dappertutto (la stessa Atlantide viene indicata come una colonia di Mu). La civiltà delle piramidi viene indicata come di origine muana, e sarebbe giunta in Egitto dal Medio Oriente e lì dall&#8217;Asia centrale. &#8211; Il Churchward, dopo avere visionato le tavolette dei naacal, dedicò il resto della sua vita a cercare evidenza per puntellare la sua teoria dell&#8217;origine muana di tutta la civiltà. Questo suo lavoro egli descrive nelle sue opere e fu proseguito da un suo discepolo francese, Jean-Claude Vincent (32). Sia il Churchward che il Vincent danno un&#8217;importanza determinante a certe pietre incise (del II millennio a.C., secondo si afferma), trovate nel Messico occidentale da un certo William Niven.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Un&#8217;analisi comparata di quanto ha da dire Churchward sul conto di Mu e della classica teoria platonica dell&#8217;Atlantide &#8211; poi sviluppata dagli atlantologi, teosofi o meno &#8211; rende l&#8217;idea che Mu venga a essere una specie di immagine speculare dell&#8217;Atlantide, posta ai suoi antipodi ma conservante tutte le sue caratteristiche principali, reali o presunte.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Sappiamo che il Churchward era un &#8216;patito&#8217; dell&#8217;India e dell&#8217;Asia sud-orientale &#8211; e si è evidenziato che l&#8217;idea del continente di Mu è esclusivamente sua, nel senso che (a differenza del caso dell&#8217;Atlantide di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>) non è sostenuta da alcuna documentazione indipendente. Insorge quindi il sospetto che anche Mu possa essere un&#8217;altra &#8216;<em>Atlantide-Ersatz</em>&#8216;.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.4 Lemuria</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il continente della Lemuria, sito nell&#8217;Oceano Indiano, fu proposto dalla Blawacki come &#8216;supporto&#8217; per la sua quarta &#8216;razza radicale&#8217;, e lo chiamò Lemuria ricalcando il nome che lo zoologo Philip Sclater aveva dato a un ipotetico continente che un tempo, secondo lui, era esistito nell&#8217;Oceano Indiano. Esso sarebbe stato distrutto, eoni addietro, da attività vulcanica (non per inabissamento). Il già citato Scott-Elliot è l&#8217;unico che si riferisca in dettaglio a questo continente; e per quanto egli asserisca di basarsi su fonti soprattutto &#8216;psichiche&#8217;, quanto ha da dire non manca di spunti notevolmente interessanti.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8833911365"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/trattatodistoriadellereligioni.bmp" border="0" alt="Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni" align="right" /></a> Vestigia della Lemuria sarebbero l&#8217;Australia e la Nuova Zelanda, il Madagascar, l&#8217;Africa meridionale e la Terra del Fuoco. Queste sono proprio le terre dove fino a recentissimamente allignavano (e in parte, ancora allignano) quei tipi umani descritti dagli etnologi come posti all&#8217;ultimo gradino della specie: negri, boscimani, australoidi d&#8217;Australia e Indostan, pigmei di vario tipo, fueghini (tutti esplicitamenti menzionati dallo Scott-Elliot come &#8216;fossili viventi&#8217; lemuriani). Particolarmente interessante è il Madagascar, isola che per quel che riguarda la sua flora e la sua fauna viene a essere un microcontinente a sé stante, né africana né asiatica (33). Anche se, storicamente, il Madagascar fu popolato per la prima volta da genti indonesiane solo un migliaio di anni fa (e adesso, attraverso l&#8217;importazione di schiavi, la sua popolazione si è quasi interamente africanizzata), la sua atmosfera &#8216;psichica&#8217; e <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosa</a> non manca di tratti particolari che non sono né indonesiani né bantù (34) &#8211; residuo psichico, forse, di un&#8217;umanità arcaica ormai fisicamente estinta.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Alla Lemuria è stata anche attribuita una &#8216;civiltà&#8217;, nei suoi tempi di pieno rigoglio &#8211; che però non è immaginabile se non come qualcosa di ctonio e sinistro, sul tipo di quella meroitica o zimbabweana. L&#8217;uomo lemuriano, supporto di questa civiltà, è descritto come uno strano essere semi-rettiliano, dall&#8217;intelligenza larvale, dotato di un &#8216;terzo occhio&#8217; e coevo dei dinosauri, che egli anche addomesticava (35); mentre le sue comunicazioni avvenivano per via telepatica &#8211; col tempo, gli uomini avrebbero perso le facoltà telepatiche generalizzate e la lingua ebbe origine. Ma anche questo non sarebbe stato il primo &#8216;uomo&#8217; ad abitare la Lemuria: prima di lui vi sarebbero state &#8216;razze dalle ossa molli&#8217; (36): &#8220;il gigantesco corpo gelatinoso di questi esseri mostruosi cominciò lentamente a modificarsi e le sue membra e ossa molli si trasformarono in una più solida struttura&#8221; &#8211; qui c&#8217;è un conturbante parallelismo con certe antropogenesi mitiche australiane (37).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Come nel caso dell&#8217;Atlantide, il fatto &#8216;Lemuria&#8217; non deve essere necessariamente essere preso alla lettera, ma potrebbe stare a indicare una &#8216;civiltà&#8217; &#8211; e una sua &#8216;umanità&#8217;-supporto &#8211; fiorita nella notte degli eoni; i cui residui hanno da essere visti in certe etnie animalesche della parte Sud del mondo (38) e il cui ricordo permane nell&#8221;immaginario collettivo&#8217; di certe popolazioni.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.5 Gondwana</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">&#8216;Continente&#8217; ipotizzato dall&#8217;Hutin (39) per rendere anche l&#8217;<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> il relitto di una terra che negli eoni del passato avrebbe potuto essere sede di una difficilmente definibile civiltà. (L&#8217;Hutin afferma, senza dare riferimenti bibliografici, che sotto i ghiacci antartici, nel 1961, sarebbero stati identificati resti di pavimentazioni o scalinate.) Il nome &#8216;Gondwana&#8217; (i gond furono una popolazione australoide di infimo livello dell&#8217;Indostan centrale) è stato scelto con riferimento alla teoria wegeneriana della deriva dei continenti: la primeva Pangea si sarebbe spezzata in due monconi, la Gondwana a Sud e la &#8216;Laurasia&#8217; a Nord.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.6 Iperborea</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827212248"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/rivoltacontroilmondomoderno.bmp" border="0" alt="Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno" align="right" /></a> Il caso dell&#8217;Iperborea è atipico rispetto rispetto agli altri, quando ci si immaginava una catastrofe naturale distruttiva posta alla fine di un periodo di decadenza culturale e spirituale. Qui invece, con riferimento alle mitologie indoeuropee, si vede il Nord come scaturigine di civiltà e di rinascita spirituale, dal quale i nostri antenati ariani sarebbero emigrati come conseguenza di peggioramenti climatici quando essi erano all&#8217;apogeo della loro capacità e della loro cultura: quindi non relitti di una qualche razza già involuta, catastroficamente travolta da un improvviso e spaventoso cataclisma naturale. In riguardo, di ottimo riferimento è la spesso citata <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827212248"><em>Rivolta contro il mondo moderno</em></a> di <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>; mentre l&#8217;origine artica degli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropei</a> è proposta quale dato scientifico &#8216;positivo&#8217; in un prezioso libretto di Jean Haudry (40). La tesi &#8211; dovuta a Serge Hutin &#8211; di un continente iperboreo &#8216;sommerso&#8217; (alla stregua dell&#8217;Atlantide; e i cui residui sarebbero certe isole periartiche come le Spitzberg, le Jan Mayen. ecc.) obbedisce probabilmente alla volontà di incastrare anche il fatto delle origini <a href="http://www.centrostudilaruna.it/indoeuropei.html">indoeuropee</a> nel paradigma dei &#8216;continenti perduti&#8217;.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><em>1.7 Qualche conclusione</em></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Da notarsi innanzi tutto come la successione cronologica dei &#8216;continenti scomparsi&#8217; &#8211; per via catastrofica: Atlantide-Mu, Lemuria, Gondwana &#8211; ci porta da Nord a Sud, quasi a significare un &#8216;movimento&#8217; di civiltà scaturenti dal Nord (&#8216;Iperborea&#8217;) e obliterate a Sud. Qui ci troviamo di nuovo davanti a un&#8217;enigmatica metafisica della storia dell&#8217;involuzione umana, legata all&#8217;equilibrio antropocosmico, argomento sul quale, in questa sede, non ci possiamo dilungare.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Si è poi menzionato che le fini catastrofiche incontrate dai &#8216;continenti perduti&#8217; non hanno necessariamente da essere prese alla lettera. Si tratta piuttosto del fatto che la dissoluzione di quella che poté essere stata una grande e fiorente civiltà, al punto di perdersene addirittura il ricordo storico &#8211; la sua trasformazione in un &#8216;fantasma psichico&#8217; &#8211; può passare all&#8217;inconscio collettivo di certi gruppi di popolazioni cammuffato da &#8216;inabissamento&#8217;, &#8216;terremoto&#8217;, &#8216;eruzione vulcanica&#8217;, ecc. Sia però chiaro che questo non esclude la concomitanza di una qualche apocalisse anche fisica &#8211; per esempio, l&#8217;inabissamento dell&#8217;Atlantide va appaiato alla fine dell&#8217;ultima èra glaciale, quando ci furono vaste inondazioni.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827217878"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/berlitzatlantide.bmp" border="0" alt="Charles Berlitz, Atlantide. L'ottavo continente" align="left" /></a> Qui si entra nella casistica della concomitanza fra fatti fisici e fatti metafisici &#8211; il già menzionato equilibrio antropocosmico. In riguardo, cè una persistente &#8216;nozione&#8217; secondo la quale le catastrofi che portarono all&#8217;estinzione dei continenti perduti potrebbero essere state conseguenza dell&#8217;abuso di certi &#8216;poteri&#8217; &#8211; che <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a> chiamò &#8216;magia nera titanica&#8217; &#8211; scappati di mano ai loro originatori e resisi autonomi, con spaventosi séguiti. Qui siamo abbastanza palesemente davanti ai possibili sviluppi di una &#8216;scienza&#8217; di tipo moderno, la quale, vista come metodologia per l&#8217;attuazione di un dominio distruttivo sulla natura, viene a essere né più né meno che una forma particolarmente sinistra di magia nera (41). Non è necessario immaginarsi la catastrofe finale come uno scenario apocalittico illuminato da un&#8217;infinità di funghi termonucleari, come fa, per esempio, Charles Berlitz. Le cose potrebbero essere andate in modo molto più &#8216;indolore&#8217;, come sta succedendo adesso con lo snaturamento di tutta la natura come conseguenza di attività finanziarie, commerciali, industriali selvagge &#8211; la cosiddetta catastrofe ecologica (42). &#8211; Un&#8217;altra conturbante analogia fra l&#8217;Europa &#8216;post-atlantidea&#8217; e quella contemporanea è la presenza di grandi masse di non-europidi nel suo territorio. La presenza di non-europidi nell&#8217;Europa preistorica fu riconosciuta dai paleontologi ancora alla fine del XIX secolo (43): si trattava di neandertaliani (44) nonché di elementi negroidi e boscimaneschi, dei quali non è rimasta traccia se non come reperti fossili. Adesso, invece, c&#8217;è una straordinaria presenza extracomunitaria.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978887305612"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/linguaggiodelladea.bmp" border="0" alt="Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea" align="left" /></a> Nè gli apocalittici collassi di civiltà hanno da essere visti necessariamente come fatti di portata globale. C&#8217;è da credere che la civiltà possa essere stata qualcosa di permanente al mondo, con alti e bassi localizzati (sia pure su aree anche estremamente grandi). Per quel che riguarda i nostri tempi &#8211; quelli post-glaciali &#8211; di particolare significanza è il ritrovamento di quella brillante civiltà dei Balcani che, fino a dove se ne sa, è la civiltà più antica del mondo. I reperti archeologici ci permettono di arrivare fino all&#8217;VIII millennio a.C., avvicinandoci alla data della sommersione dell&#8217;Atlantide, ma le radici di questa civiltà si perdono nella notte dei tempi (45).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Questa civiltà aveva sviluppato, fra l&#8217;altro, una scrittura che dovette esistere almeno due millenni prima di quella sumera e che si diramò verso Ovest e verso Est. Nell&#8217;Europa occidentale megalitica (&#8216;post-atlantidea&#8217;) si svilupparono forme di scrittura direttamente ricollegabili a quella della civiltà dei Balcani (in modo particolare quella di Glozel, nella Francia centrale, ma anche nella Penisola Iberica). Viceversa, siccome la civiltà dei Balcani aveva degli avamposti in Asia Minore, esiste la possibilità che anche la scrittura fenicia sia una variante di quella balcanica (46).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Concludiamo questo capitolo indicando l&#8217;assoluta non-essenzialità di un &#8216;alto livello tecnologico&#8217; (&#8216;magia nera titanica&#8217;) per potere sviluppare delle squisite civiltà, sia sul piano materiale che su quello intellettuale e artistico, capaci di perdurare per tempo indefinito in una condizione di perfetto equilibrio con l&#8217;ambiente (47). Qui, quel che valeva, era la qualità spirituale delle popolazioni. In riguardo, un&#8217;osservazione sull&#8217;ascesa e il trionfo di Roma non è fuori contesto. Non sono mancati tanti ottusi, soprattutto di area anglosassone, che hanno preteso di attribuire la formazione dell&#8217;Impero di Roma a una conquista non dissimile a quelle che portarono alla formazione degli imperi coloniali europei degli ultimi cinque secoli: delle nazioni &#8216;progredite&#8217;, usando armi &#8216;moderne&#8217;, hanno sottoposto dei selvaggi. Invece è vero che, dal punto di vista tecnico, Roma non era superiore alla maggioranza delle popolazioni europee contro le quali si trovò a combattere. Il successo di Roma si dovette a una superiore qualificazione metafisica, &#8216;a essere stata segnata dagli dèi&#8217;. Se c&#8217;è stato un impero che può reggere il confronto con Roma, almeno entro certi limiti, fu quello dei tartari, fondato da Cinghis-Khan. I metodi usati dai tartari e dai romani per affermare il loro dominio non furono particolarmente dissimili, e ambedue furono estremamente duri. Eppure, quando si disintegrarono, ambedue questi imperi furono rimpianti dai discendenti di coloro che erano stati sottomessi nel più violento dei modi: perché, passata la conquista, ambedue avevano portato un sistema sociale molto preferibile a quanto c&#8217;era stato prima e incomparabilmente migliore di ciò che venne dopo.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><strong> * * * </strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">NOTE</p>
<p align="justify">
<p align="justify">(1) La dottrina teosofica fu codificata dalla fondatrice della Società Teosofica, Jelena Petrowna Blawacki, nella sua opera principale, <em>La dottrina segreta </em>(edizione italiana Napoleone, Roma, 1971; originale Adyar, Madras [India], 1888), della quale un buon riassunto è stato fatto da Arthur E. Powell, <em>Il sistema solare</em>, Bocca, Milano, 1947. Per quel che riguarda specificamente l&#8217;argomento dei continenti perduti, di ottimo riferimento è il libro di W. Scott-Elliot (pseudonimo di W. Williamson), <em>Storia di Atlantide e della Lemuria sommersa</em>, Adyar, Torino, 1997 (originale 1896 per l&#8217;Atlantide e 1904 per la Lemuria, prima edizione combinata 1925).<br />
(2) Sull&#8217;influenza sotterranea monoteista sul modo di ragionare di tanti che pure si credono dei &#8216;liberi pensatori&#8217;, cfr. Silvano Lorenzoni, <em>Origine del monoteismo e sua diffusione e conseguenze in Europa</em>, Istituto Mediterraneo di Studi Politeisti, Marostica (Vicenza), 2000.<br />
(3) Su quale valore possano avere queste estrapolazioni cronologiche, cfr. Silvano Lorenzoni, <em>Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo</em>, di prossima pubblicazione.<br />
(4) In riguardo, indispensabili sono le opere di Edgar Dacqué, un autore che esercitò un&#8217;influenza importante anche su <a href="http://www.centrostudilaruna.it/evola.html">Julius Evola</a>, e in particolare <em>Urwelt, Sage und Menschheit</em>, Oldenbourg, München, 1928 e <em>Leben als Symbol</em>, Oldenbourg, München, 1928. Ottimo anche Giuseppe Sermonti, <em>La Luna nel bosco</em>, Rusconi, Milano, 1985.<br />
(5) Delle quali essa ne pubblicò una &#8216;traduzione&#8217; in inglese presso la Hermetic Publishing Co., San Diego (California, Stati Uniti), 1915; comunque sono riportate anche nella <em>Dottrina segreta</em>, cit.<br />
(6) La Blawacki era essa stessa psichicamente dotata, mentre lo Scott-Elliot, cit., usava le capacità parapsicologiche del teosofo inglese Charles Webster Leadbeater.<br />
(7) <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827212248"><em>Rivolta contro il mondo moderno</em></a>, Mediterranee, Roma, 1969.<br />
(8) Questo è menzionato da Serge Hutin nel suo <em>Hommes et civilisations fantastiques</em>, J&#8217;ai lu, Paris, 1970; e lo scrivente ha potuto apprenderlo in prima persona durante la sua decennale permanenza in Africa. L&#8217;autore di fantascienza Emilio Tumminelli ha imbastito attorno a questa nozione un divertente romanzo di lettura leggera, <em>La pietra misteriosa</em>, Campironi, Milano, 1975. &#8211; Adesso, con la pandemia di AIDS, c&#8217;è da credere che quella &#8216;crepuscolarità&#8217; possa divenire estinzione. Cfr. Silvio Waldner, <em>La deformazione della natura</em>, Ar, Padova, 1997.<br />
(9) Cfr., per esempio, Alberto Cesare Ambesi, <em>Atlantide il continente perduto</em>, Xenia, Milano, 1994.<br />
(10) Serge Hutin, <em>Hommes</em>, cit. È un libro ben fatto al quale si farà frequente riferimento, che però, come spesso capita nelle opere dell&#8217;Hutin, lascia alquanto a desiderare per quel che riguarda i riferimenti bibliografici.<br />
(11) Sia pure a livello divulgativo, due libri di Charles Berlitz, <em>Das Atlantis-Rätsel</em>, Zsolnay, Wien, 1976 e <em>Mysteries from forgotten worlds</em>, Corgi, New York, 1972, sono parecchio ben fatti (anche il Berlitz faceva affidamento su di un veggente americano della prima metà del XX secolo, Edgar Cayce). Di utile riferimento anche Alberto Cesare Ambesi, <em>op. cit.</em> e, soprattutto, Marius Lleget, <em>La Atlàntida</em>, A.T.E., Barcelona, 1977. Quest&#8217;ultima opera, forse una delle migliori in argomento, è però estremamente frammentaria e incompleta nella sua bibliografia.<br />
(12) Cfr. W. Scott-Elliot, <em>op. cit.</em>; Marius Lleget, <em>op. cit.</em><br />
(13) Cfr. Alberto Cesare Ambesi, <em>op. cit.</em>, Marius Lleget, <em>op. cit.</em>, Charles Berlitz, <em>Das Atlantis-Rätsel</em>, cit., ecc.<br />
(14) Andrew Tomas (<em>Los secretos de la Atlàntida</em>, Plaza y Janés, Barcelona, 1969) afferma che l&#8217;azteca Tenochtitlàn verrebbe a essere una replica quasi perfetta della platonica Poseidonia, capitale dell&#8217;Atlantide.<br />
(15) Uno studio dettagliato in riguardo, che include una buona bibliografia, fu pubblicato dallo scrivente sulla rivista &#8220;Primordia&#8221; (Milano), nn. XV (ottobre 1999) e XVI (marzo 2000) (<em>Ricordiamo i nostri antichi padri pagani</em>). In quello studio si mette in risalto la concomitanza del megalitismo con il culto del toro. Per quel che riguarda il megalitismo negli arcipelaghi del Pacifico esiste un interessante libro (A. Riesenfeld, <em>The megalythic culture of Melanesia</em>, Leiden, 1950) dove l&#8217;autore indica come là la civiltà megalitica sarebbe stata portata da invasori dal colorito chiaro dediti a riti <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiosi</a> di tipo lunare provenienti da Ovest.<br />
(16) Pierre Carnac, <em>La historia empieza en Bimini</em>, Plaza y Janés, Barcelona, 1976.<br />
(17) Lo scrivente, durante la sua ventennale permanenza in Sud America, ebbe occasione di visitare e fotografare un campo di megaliti nella zona dei Caraibi del quale non ha trovato menzione nella letteratura rintracciabile in Europa.<br />
(18) Cfr. Pierre Carnac, <em>op. cit.</em>; Charles Berlitz, <em>Das Atlantis-Rätsel</em>, cit. Gli ultimissimi sviluppi dell&#8217;archeologia subacquea delle Bahamas sono dati da Andrew Collins, <em>Gateway to Atlantis</em>, Headline, London, 2000.<br />
(19) In riguardo, fondamentali sono le opere di Hans. F. K. Günther, in particolare la sua <em>Rassenkunde des deutschen Volkes</em>, Lehmann, München, 1939.<br />
(20) Julius Evola, <em>op. cit.</em>, identificava la civiltà atlantidea con quell&#8217;età dell&#8217;argento dominata dall&#8217;astro notturno.<br />
(21) Ma anche altri, ancora più antichi e più grandi di Stonehenge, fatti però di legno (e dei quali non rimangono se non le fondamenta), nell&#8217;Europa settentrionale e centrale (i &#8216;megaliti di legno&#8217;, di cui parla Robert Heine-Geldern, cfr. Silvano Lorenzoni, <em>Ricordiamo i nostri antichi padri pagani</em>, cit.). Una scoperta in riguardo è stata fatta recentemente in Germania (cfr. il quotidiano &#8220;La Padania&#8221; del 24.09.00).<br />
(22) Cfr., per esempio, Serge Hutin, <em>Hommes</em>, cit.<br />
(23) Cfr. Mario Polia, <em>Gli Incas</em>, Xenia, Milano, 1999.<br />
(24) Lo scrivente, quando era in Sud America, ebbe occasione di conoscere una signora Maria Verschuren che lo assicurò che l&#8217;Atlantide era stata la penisola di Paraguanà, nel Mar dei Caraibi.<br />
(25) Hans-Heinz Domke, <em>Dithmarscher Skizzenbuch</em>, Westholsteinische Verlagsanstalt Boyens, Heide, 1976.<br />
(26) Jürgen Spanuth, <em>Atlantis</em>, Grabert, Tübingen, 1965. Cfr. anche Gerhard Gadow, <em>Der Atlantis-Streit</em>, Fischer, Frankfurt, 1977.<br />
(27) Cfr., per esempio, Ferdinand Ossendowski, <em>Hommes, betes et dieux</em>, J&#8217;ai lu, Paris, 1973; Gastone Ventura, <em>Agartha e Schamballah</em>, Centro internazionale di studi tradizionali, senza indicazione di luogo o data di pubblicazione (anni Novanta) (ma comunque reperibile presso la libreria per corrispondenza Carpe Librum di Nove [Vicenza]); Serge Hutin, <em>Des mondes souterrains au Roi du Monde</em>, Albin Michel, Paris, 1976.<br />
(28) Ivan Sanderson, <em>Invisible residents</em>, Avon, New York, 1973.<br />
(29) Citati da Serge Hutin, <em>Hommes</em>, cit.<br />
(30) Un dettagliato resoconto dell&#8221;Atlantide&#8217; di Roberto Lovato è stato pubblicato dallo scrivente sul foglio di diffusione libraria &#8220;Cronache dal Sottomondo&#8221; (Treviso), marzo 2001.<br />
(31) James Churchward, <em>Mu, le continent perdu</em>, J&#8217;ai lu, Paris, 1969. Un riassunto ben fatto delle opere del Churchward è stato fatto da Stephan Santesson, <em>Le dossier Mu</em>, J&#8217;ai lu, Paris, 1976.<br />
(32) Louis-Claude Vincent, <em>Le paradis perdu de Mu</em>, La source d&#8217;or, Marsat, 1975 (2 voll.).<br />
(33) Cfr., per esempio, Willy Ley, <em>Exotic zoology</em>, Viking, New York, 1959.<br />
(34) Cfr. Serge Hutin, <em>Hommes</em>, cit.; <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, <a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8833911365"><em>Trattato di storia comparata delle religioni</em></a>, Boringhieri, Torino, 1976 (originale 1948).<br />
(35) Qui c&#8217;è un interessante parallelo con le idee di Edgar Dacqué, cit. &#8211; È anche probabile che Edgar Rice Burroughs, inventore di Tarzan, si sia ispirato allo Scott-Elliot nell&#8217;imbastire i suoi romanzi di fantascienza marziana e veneriana.<br />
(36) Cfr. anche Julius Evola, <em>op. cit.</em><br />
(37) Cfr. Mircea <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span>, <em>Réligions australiennes</em>, Payot, Paris, 1972.<br />
(38) Questo si ricollega alla dotrina involutiva dell&#8217;origine dei selvaggi, visti non come razze &#8216;giovani&#8217;, ma come residui degenerati o degenerescenti di genti che ebbero un livello molto superiore. Su di questo argomento lo scrivente ha in progetto un&#8217;opera specifica.<br />
(39) Serge Hutin, <em>Hommes</em>, cit.<br />
(40) Jean Haudry, <em>Les indoeuropéens</em>, Presses Universitaires de France, Paris, 1981 (una traduzione italiana vedrà presto la luce per i tipi di Ar, Padova). Questo testo dà anche un&#8217;esauriente bibliografia.<br />
(41) Cfr. Silvano Lorenzoni, <em>Origine del monoteismo</em>, cit.<br />
(42) In riguardo, si consulti per esempio Silvio Waldner, <em>Deformazione</em>, cit. Un parallelo, su scala sociale, può essere fatto fra la rivoluzione francese o russa, violentissime, e la rivoluzione industriale, &#8216;indolore&#8217;, la quale, a lunga scadenza, ebbe risultati ancora più distruttivi, in quanto fattore denaturante della compagine sociale europea, e che anzi fu determinante perché anche tanti fatti sanguinari e violenti potessero avere luogo. Cfr. Massimo Fini, <em>La ragione aveva torto?</em>, Camunia, Belluno, 1985.<br />
(43) Cfr., per esempio, Heinrich Driesmans, <em>Der Mensch der Urzeit</em>, Strecker und Schröder, Stuttgart, 1923; Piero Leonardi, <em>L&#8217;evoluzione dei viventi</em>, Morcelliana, Brescia, 1950.<br />
(44) Nel neandertaliano si ha da ravvisare un elemento di tipo australoide, simile, se non identico, all&#8217;australiano. Cfr. John R. Baker, <em>Race</em>, Oxford University Press, Oxford (Inghilterra), 1974; Vittorio Di Cesare, <em>Gli aborigeni australiani</em>, Xenia, Milano, 1996 (dove è dato anche un discreto resoconto del megalitismo australiano).<br />
(45) Cfr. Marija Gimbutas, <em>Old Europe</em>, c. 7000-3500 b.C., in &#8220;Journal of indo-european studies&#8221; I, 1973 e <a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978887305612"><em>Il linguaggio della dea</em></a>, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989); Mircea Eliade, <em>Histoire des croyances et des idées réligieuses</em>, Payot, Paris, 1976 (3 voll.) dove è menzionata anche una civiltà pre-sumera in Mesopotamia (civiltà di El-Obeid).<br />
(46) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, <em>Chroniques des civilisations disparues</em>, Laffont, Paris, 1976.<br />
(47) E comunque (cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, op. cit.), anche presso le società preistoriche e protostoriche si riscontravano dei ritrovati tecnici a dir poco sorprendenti.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">(Capitolo 1 del saggio <em>I continenti perduti, la luna e le cesure epocali</em>).</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/atlantidemulemuriagondwanaiperborea.html' addthis:title='Atlantide, Mu, Lemuria, Gondwana, Iperborea ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;americano, &#8216;bantù&#8217; del futuro</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 09:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvano Lorenzoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli sul tema indoeuropeo in generale]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno studio linguistico della lingua americana, detta anche inglese, interpretata quale meticciato linguistico analogo al bantù]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/americanobantu.html' addthis:title='L&#8217;americano, &#8216;bantù&#8217; del futuro '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p align="justify"><strong><em> 1. Introduzione: caratteristiche &#8216;bantù&#8217; dell&#8217;americano </em></strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">L&#8217;americano è il mezzo d&#8217;espressione più diffuso in questi tempi. Generalmente conosciuto come &#8216;inglese&#8217; (in quanto la sua zona storica d&#8217;origine è stata l&#8217;isola inglese), è però più corretto chiamarlo, appunto, americano (alla francese) perché il suo centro di potenza, che ha permesso la sua pandemica diffusione nel mondo moderno, sta in America, la quale ha assorbito in modo totale e irreversibile anche la sua ex &#8216;madre patria&#8217; (1). In questa sua pandemica diffusione ha da vedersi un interessante e sinistro &#8216;segno dei tempi&#8217;. Più sopra, in questo stesso capitolo, si è detto qualcosa su certe affinità fra l&#8217;americano e le lingue dei selvaggi. Adesso si tratta di considerare più da vicino questo fenomeno linguistico.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Che l&#8217;americano abbia un carattere stranamente involuto è una cosa che avrà notato chiunque abbia con esso una discreta dimestichezza: non si tratta soltanto e semplicemente di una lingua appiattita, come possono esserlo la maggior parte delle lingue germaniche, con l&#8217;eccezione del tedesco, e in particolare le lingue scandinave e l&#8217;afrikaans. Ed è stato un acuto linguista francese, Claude Hagège (2), un elemento tutt&#8217;altro che &#8216;politicamente scorretto&#8217;, a dire senza mezzi termini che, strutturalmente, l&#8217;americano non ha ormai quasi niente di indoeuropeo e che invece è una lingua centroafricana (o sud-est-asiatica); aggiungendo che la bellezza e la chiarezza non sono preliminari necessari perché una lingua &#8211; un &#8216;idioma&#8217;, nel caso dell&#8217;americano &#8211; possa divenire un mezzo di comunicazione internazionale (e qui si sta forse parafrasando Gustave Le Bon [3], secondo il quale l&#8217;imbecillità di una dottrina non è mai stato un impedimento perché venisse accettata da vaste masse umane). Il carattere &#8216;bantù&#8217; dell&#8217;americano risulta, paradossalmente, anche da un&#8217;osservazione della già citata Alice Werner (4), secondo la quale la mancanza di genere grammaticale in una lingua &#8216;altamente evoluta&#8217; come l&#8217;americano la avvicina alle lingue &#8216;primitive&#8217;, anch&#8217;esse carenti di genere grammaticale ma che, secondo lei, &#8220;avrebbero la tendenza ad acquistarlo&#8221;. Quanto al carattere psicologico negroide dell&#8217;uomo americano, delle righe calzanti in riguardo sono state scritte da <a title="Julius Evla" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Julius Evola</a> (5).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">A parte il lato fonetico &#8211; le lingue bantù, come l&#8217;americano, sono foneticamente indefinite, soprattutto per quel che riguarda la pronuncia delle vocali che non si sa mai bene cosa siano &#8211; ci sono delle indicazioni che sembrerebbero suggerire che le psicologie soggiacente il bantù e l&#8217;americano potrebbero avere qualcosa di simile. La mappatura del bantù sull&#8217;americano è molto meno disagevole che sulle lingue europee &#8211; in riguardo un libretto di Charles Doke (6) è parecchio significativo. E significativa è anche la casistica relativa al fanakalò, quella lingua franca che si era sviluppata negli ambienti minerari sudafricani e che aveva incominciato a tracimare nella vita associativa bantù al punto che non pochi negri lo usavano anche fuori dall&#8217;ambiente di lavoro &#8211; adesso, sta cadendo in disuso perché bollata di essere un &#8216;retaggio coloniale&#8217; (7). Da un&#8217;analisi del fanakalò risulta che &#8211; contrariamente a quello che tanti, che pure lo usavano, pensavano che esso fosse &#8211; non si trattava di una forma di americano bantuizzato (una sorta di <em>black english </em>[inglese negro], sul tipo di quello che ormai, in Amarica, sta diventando la parlata generale anche dei &#8216;bianchi&#8217;), ma di uno zulù americanizzato (un <em>english zulu </em>[zulù inglese]) &#8211; e, americanizzandosi, addirittura lo zulù venne a perdere buona parte delle sue, già molto modeste, forme sintattiche e grammaticale: esso si appiattì.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Cose del genere dovrebbero dare da pensare. C&#8217;è chi ha detto che l&#8217;islam (adesso pandemico nel Sud del Mondo) è l&#8217;ultima delle <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioni</a> possibili, nel senso che è difficile concepire come si potrebbe cadere più in basso nel campo del &#8216;<a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religioso</a>&#8216;. L&#8217;americano, adesso, è parlato pandemicamente, soprattutto ma non solo, nel Sud del Mondo, ed esso viene a essere, forse, l&#8217;ultima delle lingue possibili, in quanto difficilmente si può cadere più in basso nel campo del linguistico. C&#8217;è da credere che da uno studio dettagliato e in profondità della lingua americana si potrebbero dedurre le caratteristiche principali parlate dalle popolazioni selvagge di un futuro più o meno lontano: esso è un bantù in formazione.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><strong><em> 2. L&#8217;americano è un &#8216;papiamento&#8217;: il meticciato linguistico </em></strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Il papiamento è quell&#8217;intruglio di spagnolo, olandese, americano e portoghese che è parlato, e divenuto lingua ufficiale, nelle ex-Antille Olandesi. Un papiamento viene a essere un idioma che è il risultato di meticciato linguistico (che niente ha a che fare con l&#8217;adattamento di una certa lingua &#8211; generalmente, anche se non necessariamente, di conquistatori &#8211; a una popolazione a essa psicologicamente allogena: di questo si è parlato più sopra in questo stesso capitolo). E nello stesso modo che il meticciato biologico ha conseguenze teratologiche nel soma e nella psiche, il meticciato linguistico ha conseguenze esiziali nel modo di espressione &#8211; il che, alla lunga, c&#8217;è da credere che avrà un effetto di rimbalzo anche sulla qualità umana di chi l&#8217;idioma meticcio utilizza &#8211; ammesso pure che l&#8217;adozione di un papiamento come proprio idioma non stia a indicare qualcosa di psicologicamente &#8216;fuori di posto&#8217; fra coloro che lo adottano (8).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Dei papiamenti, storicamente, si sono spesso sviluppati nei luoghi di contatto fra popolazioni molto diverse: questo è documentato sia in Europa che fuori dall&#8217;Europa. Ma la tendenza è stata quasi invariabilmente a che queste parlate degenerate scomparissero una volta che le condizioni che le avevano originate cessarono di sussistere oppure semplicemente con il passare del tempo &#8211; ne diamo qualche esempio.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">Per molto tempo, in Spagna, nella zona di frontiera cristiano-musulmana, ci si intendeva con un misto spagnolo-arabo, la cosiddetta algarabía (9), che scomparve in brevissimo tempo dopo l&#8217;espulsione definitiva dei musulmani. Nei porti del Mediterraneo, ancora nel Settecento, le svariate ciurme si intendevano fra di loro e con le prostitute usando la lingua franca, fatta di spagnolo, francese, italiano, greco, turco e arabo; e a Buenos Aires, per oltre mezzo secolo, imperò il cocoliche, papiamento italo-spagnolo. &#8211; Nei primi tempi di Roma, nella zona di frontiera con gli etruschi a Faleria, per qualche tempo prese forma un papiamento latino-etrusco. &#8211; Tutti questi mezzi di comunicazione scomparvero non appena cessarono di essere funzionali a determinate situazioni.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">In Africa, Martin Gusinde (10) indicava come fino agli inizi del secolo XX, nei pantani dell&#8217;Okawango, si fossero sviluppati papiamenti bantù-boscimaneschi, poi scomparsi con l&#8217;assorbimento definitivo dei boscimani da parte dei bantù. Invece lo suahili, papiamento arabo-bantù con una modesta aggiunta di portoghese, si è stabilizzato ed è diventato perfino lingua ufficiale in certi &#8216;paesi&#8217; dell&#8217;Africa orientale.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">L&#8217;americano è l&#8217;unico papiamento (&#8220;per metà francese male pronunciato e per metà Niederdeutsch pronunciato peggio ancora&#8221; [11]) che si sia stabilizzato in Europa (12). Anche dal punto di vista dell&#8217;evoluzione storica, l&#8217;americano è completamente diverso da tutte le lingue europee.</p>
<p align="justify">
<p align="justify"><strong><em> 3. L&#8217;americanizzazione linguistica del Sud del Mondo </em></strong></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978888732864"><img src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/scritturaeuropa.bmp" border="0" alt="Marco Merlini, La scrittura è nata in Europa? Prehistoric Knowledge Project" align="right" /></a> Il carattere essenzialmente non-europeo dell&#8217;idioma americano e la sua origine storica come papiamento &#8211; cose sicuramente non disgiunte l&#8217;una dall&#8217;altra &#8211; hanno dato origine, dopo l&#8217;avventura coloniale dei secoli XV &#8211; XIX, a interessanti sviluppi linguistici nel Sud del Mondo: l&#8217;americano si è rivelato (a) il trampolino linguistico ideale per lo sviluppo di altri papiamenti &#8211; papiamenti di secondo grado &#8211; che ormai si sono stabilizzati nelle parti meno civili del mondo abitato, (b) in ragione di essere un idioma che strutturalmente ed essenzialmente è &#8216;terzomondiale&#8217;, esso è un modo di espressione adatto alle psicologie larvali delle popolazioni selvagge che lo hanno adottato e che continuano ad adottarlo nel più naturale dei modi. (Sia fatto qui un appunto sulla presunta &#8216;adeguatezza&#8217; dell&#8217;americano per trattare argomenti tecnici. Secondo Hans F. K. Günther [13], ideali all&#8217;uopo &#8211; per argomenti, appunto, tecnici, non psicologici e neppure matematici &#8211; sarebbero le lingue semitiche).</p>
<p align="justify">
<p align="justify">In svariati luoghi del Sud del Mondo i papiamenti a base di americano si sono sviluppati e sono in via di soppiantare o hanno già soppiantato le parlate locali; e questo non può essere attribuito soltanto alla notevole estensione geografica dell&#8217;ex-impero coloniale inglese: l&#8217;americano e i suoi papiamenti hanno presto soppiantato il tedesco, l&#8217;italiano, il francese, l&#8217;olandese, il danese e in tanti luoghi anche lo spagnolo e il portoghese. In America la lingua &#8211; lo si è già menzionato &#8211; tende ad africanizzarsi sempre di più con l&#8217;insorgere del <em>black english</em>; mentre papiamenti a base di americano sono lo spanglish di Puerto Rico (ex-colonia spagnola), il guyanese creolese della Guyana, il fanakalò sudafricano (americano-zulù, con assenza quasi totale dell&#8217;afrikaans). In Nuova Guinea (in parte ex-colonia tedesca), il pidgin (papiamento americano-papuaso con una modesta aggiunta di cinese) è addirittura assurto a lingua ufficiale. &#8211; In quasi tutto i Sud del Mondo si sono solidamente radicate le cosiddette &#8220;<em>non-native varieties of english </em>[varianti non-aborigene dell'inglese]&#8221; che, pure essendo divenute lingua materna solo dele classi privilegiate/&#8217;colte&#8217;, sono anche, a seconda dei luoghi, lingue ufficiali, seconde lingue comuni oppure mezzi di comunicazione con tutti gli stranieri fra le classi infime: nell&#8217;Indostan (là, le classi veramente colte, razzialmente distinte da quelle servili, parlano ancora le lingue indiane di origine sanscrita), in Pakistan, Malesia, Tailandia, Filippine, Ghana, Nigeria, Uganda, Tanzania, Zimbabwe, ecc. (14).</p>
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<p align="justify">Una crescente americanizzazione linguistica del Sud del Mondo sta certamente prendendo piede; ed è da attribuirsi al fatto che l&#8217;americano &#8211; magari sotto forma &#8216;rettificata&#8217;, come &#8216;papiamento di secondo grado&#8217; &#8211; è l&#8217;espressione idiomatica appropriata per quel tipo di popolazioni.</p>
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<p align="justify"><strong><em> 4. Confronto con le lingue boscimanesche </em></strong></p>
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<p align="justify">L&#8217;americano regge confronto non solo con il bantù, ma anche con le lingue boscimanesche. Questo studio fu intrapreso dallo scrivente già durante il suo primo soggiorno nell&#8217;Africa meridionale (15), quando ebbe occasione di acquistare una certa dimestichezza sia con l&#8217;americano che con il boscimanesco (16).</p>
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<p align="justify">Le lingue boscimanesche hanno in comune con tutte quelle degli altri selvaggi l&#8217;indefinizione fonetica, soprattutto nella pronuncia delle vocali che sono intercambiabili, e l&#8217;indeterminatezza sintattica e grammaticale (almeno da un punto di vista indoeuropeo) &#8211; questi tratti, che le accomunano con l&#8217;americano, sono stati menzionati più sopra. Lo spesso citato Isaac Schapera (17) faceva notare come la costruzione delle proposizioni in lingue boscimanesche spesso coincidesse esattamente con quella delle proposizioni dello stesso significato in lingua americana &#8211; cosa che lui, americanofono, trovava strana e interessante.</p>
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<p align="justify">Specificamente, le lingue boscimanesche hanno la caratteristica lessicale degli schiocchi, posti quasi invariabilmente all&#8217;inizio della parola; mentre nella &#8216;declinazione&#8217; dei sostantivi, oltre al nominativo, le uniche forme che esistono e che in certo e qual modo possono essere interpretate secondo un paradigma europeo sono il vocativo e un &#8216;nominativo enfatico&#8217;. L&#8217;una e l&#8217;altra di queste caratteristiche indicherebbero che nelle lingue boscimanesche c&#8217;è una banalizzazione degli enfatici, per cui ogni altra parola viene a essere detta come se l&#8217;oggetto a cui si riferisce fosse causa di sorpresa o di ammirazione (lo schiocco viene a essere un&#8221;interiezione fonetica&#8217;). Questo ha un riscontro nell&#8217;americano: chiunque lo conosca avrà notato che molto spesso il tono con cui vengono dette le cose indica un&#8217;enfasi del tutto fuori luogo. &#8211; La banalizzazione degli enfatici è quella forma linguistica degenerativa per cui essi entrano a fare parte normale del linguaggio corrente e perdono la loro forza, per cui quando si voglia enfatizzare qualcosa per davvero bisogna mettere mano a circonlocuzioni. L&#8217;americano ci da un esempio perfetto di questo fenomeno nell&#8217;uso della particella <em>do </em>nelle negazioni, che in questo caso non c&#8217;entra con il verbo <em>do </em>[fare = germanico <em>tun</em>]: l&#8217;identità delle parole viene a essere una coincidenza fonetica. Il <em>do </em>della negazione è piuttosto, con il massimo di probabilità, una corruzione del germanico <em>doch</em>, particella enfatizzante usata molto poco in tedesco e solo quando ne valga veramente la pena. Se anche nell&#8217;americano, quando si tratta di affermazioni, essa ha mantenuto il suo uso corretto (<em>I do want </em>[voglio per davvero]), nelle negazioni il suo uso si è banalizzato, e mentre <em>I do not want </em>dovrebbe volere dire &#8216;non lo voglio assolutamente&#8217;, questa frase non viene a essere se non una normale negazione.</p>
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<p align="justify">(1) L&#8217;isola inglese, da almeno il 1940, fa parte dell&#8217;America.<br />
(2) Claude Hagège, <em>Le souffle de la langue</em>, Odile Jacob, Paris, 1992.<br />
(3) Gustave Le Bon, nel suo classico <em>La psychologie des foules</em>, tr. it. Longanesi, Milano, 1992 (originale 1895).<br />
(4) Alice Werner, <em>Introductory sketch of the bantu languages</em>, Kegan Paul, London (Inghilterra), 1919.<br />
(5) Julius Evola, <em>L&#8217;arco e la clava</em>, Scheiwiller, Milano, 1971.<br />
(6) Charles A. Doke, <em>Outline of grammar of bantu, Department of African Languages</em>, Rhodes University, Grahamstown (Sud Africa), 1982 (originale 1943).<br />
(7) Sul fanakalò c&#8217;è poca letteratura, ma una buona messa a punto è data da D. W. Sparks, <em>Translation programs for construction and mining</em>, testo di una conferenza data al simposio &#8220;Computing in the new South Africa&#8221;, Midrand (Sud Africa), 1992.<br />
(8) Cfr. Alain de Benoist e Giorgio Locchi, <em>Il male americano</em>, LEDE, Roma, 1978.<br />
(9) In spagnolo moderno la parola <em>algarabía </em>esiste ancora e sta a indicare un caos di urlamenti sconclusionati.<br />
(10) Martin Gusinde, <em>Von gelben und schwarzen Buschmännern</em>, Akademische Druck, Graz, 1966.<br />
(11) La frase è del compianto storico e politologo francese Henry Coston, che onorò lo scrivente della sua amicizia nei primi anni Ottanta.<br />
(12) Se l&#8217;isola inglese faccia veramente parte dell&#8217;Europa, è certo discutibile. Topograficamente essa ne fa, in quanto è un&#8217;isola posta al largo, e non lontano, delle sue coste.<br />
(13) Hans F. K. Günther, <em>Rassenkunde des jüdischen Volkes</em>, Lehmann, München, 1931.<br />
(14) Cfr. Claude Hagège, <em>Le souffle de la langue</em>, Odile Jacob, Paris, 1992; ottimo anche l&#8217;articolo di Aldo Braccio <em>Aspetti culturali della colonizzazione angloamericana</em>, rivista &#8220;L&#8217;uomo libero&#8221; (Milano), N. 54, ottobre 2002.<br />
(15) Primi anni Settanta e poi fine anni Ottanta e primi anni Novanta.<br />
(16) Sulle lingue boscimanesche, cfr. le riferenze bibliografiche date nella nota (39) qui sopra. Le grammatiche e i dizionari americano-italiani si sprecano, le grammatiche e i dizionari boscimanesco-italiani mancano del tutto. Un breve glossario tedesco-boscimanesco è dato in appendice da Carl Meinhof, <em>Versuch eines grammatischen Skizze einer Buschmannsprache</em>, Zeitschrift für Eingeborenen-Sprachen, Band XIX, 1928-1929 und XX, 1929-1930.<br />
(17) Isaac Schapera, <em>The khoisan peoples of southern Africa</em>, Routledge and Kegan Paul, London (Inghilterra), 1930.</p>
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<p align="justify">Il presente scritto costituisce il paragrafo 3, capitolo 1 della prima parte del libro di S. Lorenzoni <em>Involuzione. Il selvaggio come decaduto</em>, di prossima pubblicazione da parte delle Edizioni Ghénos di Ferrara.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/americanobantu.html' addthis:title='L&#8217;americano, &#8216;bantù&#8217; del futuro ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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