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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Nuccio D&#8217;Anna</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Spiritualità cosmica nell’Ellade arcaica</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 16:44:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La religione ellenica si presenta come un insieme di culti e di riti che intendono trasmettere nella storia e nella vita quotidiana lo stesso impulso spirituale personificato dalla complessa varietà delle figurazioni divine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/spiritualita-cosmica-nell%e2%80%99ellade-arcaica.html' addthis:title='Spiritualità cosmica nell’Ellade arcaica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8969" style="margin: 10px;" title="sounion" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sounion-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" />La <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> ellenica si presenta come un insieme di culti e di riti che intendono trasmettere nella storia e nella vita quotidiana lo stesso <em>impulso spirituale</em> personificato dalla complessa varietà delle figurazioni divine. La sua rappresentazione religiosa è usualmente costituita dalla mitologia, ossia da un complesso di narrazioni di vicende divine che intendono “spiegare” in una prospettiva mito-poetica il significato del mondo o di singoli momenti di esso. I vari cicli mitologici non sono altro che proiezioni drammatizzate di quegli impulsi spirituali, una loro formulazione plastica che tende a restituire una visione “teologica” all’esperienza che i vari aedi, cantori, indovini o estatici hanno contemplato contemporaneamente come vita cosmica e ritmo divino.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo particolare carattere mitico-rituale ha comportato l’inesistenza di un qualsiasi Fondatore divino dal quale possa essersi originata la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> ellenica o che abbia in qualche modo “riformato” alcuni suoi caratteri fondamenti. Da ciò anche il fatto che la vasta rappresentazione mitologica e il complesso dei rituali non si trovano codificati in un insieme di testi sacri da cui poter sviluppare una dottrina religiosa o presso i quali tale dottrina potesse essere custodita e trasmessa senza alterazione. Tale assenza di libri rivelati ha poi permesso che si sviluppasse nell’Ellade la particolare funzione dei poeti i quali nelle loro opere hanno sostituito ciò che altrove veniva esplicato dagli scribi, esaltando particolarmente ciò che si potrebbe chiamare la “visione mitica” a detrimento di una qualsiasi rivelazione divina che potesse essere codificata e, appunto, “scritta”. Questo carattere fa sì che la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> ellenica si presenti non come un <em>corpus </em>dottrinale al quale aderire o al limite convertirsi, ma come una <em>forma spirituale</em> connaturata naturalmente a quel popolo, una “forma formante” che si invera nelle varie  espressioni di vita e dalla quale si può evadere non con un rifiuto, ma cambiando la stessa identità nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ulteriore conseguenza tutto ciò ha comportato il tipico atteggiamento di perpetuazione di usi, costumi e rituali ancestrali, di conservazione di un patrimonio religioso che viene trasmesso come elemento di identità e di custodia di un ordine la cui origine si confonde con quella stessa del popolo ellenico. Da ciò anche il carattere fondamentalmente conservatore di questa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>, presso cui l’aderenza alla tradizione esprimeva l’unico criterio di ortodossia e che rendeva “attuale” e “storica” la lotta per l’ordine tradizionale contro ogni forma di disordine. Questa storicità è una delle peculiarità della <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> ellenica ed è determinata dallo stesso scenario mitologico tradizionale. Qui, infatti, la nascita del popolo ellenico va a confondersi con la stessa religione. Le origini nazionali non sono altro che un momento dello svolgimento della genealogia divina, una sua modalità di determinazione storica che ad un certo punto, come sembra indicare in modo specifico il mitologema di <em>Hellenos </em>sul quale torneremo, ha visto il “trapasso” del divino nell’umano di una particolare essenza divina, per di più tesa ad esplicitare la funzione di un ordine cosmico che il nuovo ciclo aperto da <em>Deucalione</em> dovrà realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-gioco-cosmico/705" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8966" style="margin: 10px;" title="il-gioco-cosmico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-gioco-cosmico1.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>La funzione del mito all’interno della spiritualità ellenica appare fondamentale. Il termine <em>mythos</em> si ritrova con significati vari all’interno della storia religiosa ellenica con utilizzazioni diverse e spesso persino opposte. Secondo molti esegeti diventa meno evidente rispetto a quanto ritenevano i classicisti dell’Ottocento una derivazione semantica di <em>mythos</em> da <em>my</em><em>ē</em><em>o,</em> anche se ovviamente tale derivazione continua ad avere una sua forza dimostrativa di non poco rilievo e di forte persuasione. Ultimamente, però, alcuni studiosi appoggiandosi a diverse giustificazioni linguistico-formali, hanno pensato che si possa risalire ad un radicale indoeuropeo *<em>m</em><em>ē</em><em>udh-, *mudh- </em>col significato speciale di “ricordarsi”, “aspirare a”, “riflettere”. Si avrebbe perciò il <em>mythos </em>quale “pensiero”, ma non riferito al pensare meramente cerebrale che si determina in un discorso logico-esplicativo, quanto piuttosto ad un “pensiero che si rivela”, che viene comunicato da una dimensione superiore a quella del tempo nella quale si consuma la vita umana. In particolare, sarà Omero che in entrambi i suoi poemi ci darà un “pensiero” (= <em>mythos</em>) che viene elaborato, un’idea, un “principio” che deve essere svelato.  Si entra così in un’area sacrale che vede il mito in rapporto strettissimo con il rito, con la dimensione “narrativo-esplicativa” di una condizione spirituale che è possibile esperire nell’atto rituale o nell’ispirazione estatica. E’ l’esperienza del veggente omerico che svela ciò che “ha visto con meraviglia”, quando lo spettatore, la cosa contemplata e l’atto del vedere diventano una <em>th</em><em>ē</em><em>oria,</em> una “visione” la cui condizione l’aedo omerico esprime sì con la parola (è uno dei significato di <em>mythos</em>), ma con una parola che recita e “rappresenta” l’essere del mondo, tesa più ad incantare l’ascoltatore trasportandolo nel pieno dell’età eroica che a “raccontare” fatti, cosa che dà significato non transeunte all’uso ellenico di recitare brani di Omero durante alcune rappresentazioni rituali.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra i tanti mitologhemi più antichi dell’Ellade un interesse particolare può avere la constatazione che assieme ad <em>Helios</em>, quali figlie di <em>Iperion</em> e di <em>Tia</em> (“la divina”) troviamo anche <em>Selene </em>ed <em>Eos</em>, l’Aurora celeste. Va detto subito che i miti relativi ad <em>Helios</em> sono giunti in modo frammentario a tal punto che si è autorizzati a pensare che ci si trovi di fronte a cicli diversi intersecantisi e confusi l’un l’altro. Tale per es. la curiosa storia riportata da Ateneo che raccontava del viaggio di <em>Helios</em> fatto al tramonto in una coppa d’oro fino a raggiungere la mitica Etiopia. Quello che può interessare è che etimologicamente “etiopia” deriva dalla radice *<em>aith- </em>col significato di “bruciare” e di ”risplendere”, dato che qui tale radice include il senso di “fuoco che brucia” e perciò “risplende”. Si allude perciò ad una terra dove sì la luce risplende, ma di uno splendore di tipo vespertino, occidentale, evidenziato dal fatto che il viaggio di <em>Helios</em> si svolge al tramonto e che il popolo etiope era ritenuto essere non di razza nera, ma rossa, posta dal <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> tradizionale sempre ad occidente, al crepuscolo del percorso del sole.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora più ricco di significati è il mito riportato da Omero nell’<em>Odissea</em>, là dove si fa menzione delle due figlie di <em>Helios</em>: <em>Lampetia</em>, “colei che illumina” e <em>Faetusa</em>, “colei che risplende”, le due divinità che custodiscono i 350 buoi del sole nell’isola di Trinacria. Secondo Bâl G. Tilak qui si ha una precisa allusione ad un antico anno di 350 giorni che verosimilmente doveva essere seguito da una notte cosmica di 10 giorni, ossia la durata dell’anno propria ad alcune regioni circumpolari, “<em>là dove si compiono le rivoluzioni del sole</em>”, ricorda ancora Omero (<em>Od</em>. XV, 403 e sgg.). E l’ipotesi acquista maggiore luce ove si consideri che queste due figlie di <em>Helios</em> presentate da Omero come le custodi dell’anno artico, personificano rispettivamente la luce che ne “illumina” l’inizio e la luce che “risplende” al suo compimento, ossia la luce dei due solstizi, quello estivo e quello invernale. Nel mitologhema le due sorelle si trovano ad esplicare la loro funzione di custodia nell’isola di Trinacria che è stata sempre concepita come la proiezione della mitica “terra del sole”. Persino lo stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> del <em>triskel</em> che graficamente la definisce, secondo le pittografie studiate da Dechélette, non esprime altro che lo stesso movimento del sole considerato nella prospettiva del suo rivelarsi secondo modalità cicliche che si srotolano attorno ad una divisione triadrica dell’anno che ha sostituito quella binaria risalente ad epoche molto più antiche, e ancora non si è stabilizzato nella divisione quaternaria, quella propria all’anno del periodo “classico” dell’Ellade. In un suo aspetto la Trinacria appare come il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della potenza cosmica creativa che si dispiega nel tempo, la sua forza di manifestazione, perciò come uno dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> stessi che rivelano come tale potenza si sia inverata in una “terra primordiale”, una “terra originaria”, “solare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-divino-nellellade/706" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8967" style="margin: 10px;" title="il-divino-nell-ellade" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-divino-nell-ellade1-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>I miti relativi ad <em>Eos, </em>l”’Aurora” o la “luce aurorale”, sono molto più poveri e già risentono dell’influsso della leggenda eroica. Un altro nome della dèa dell’aurora fu <em>Emera,</em> “il Giorno”, che forse vuole esprimere l’idea di un’intera epoca umana. E sono note le storie di questa dèa della luce aurorale in connessione alla <em>Syria</em>, “la terra del sole” di Omero, oppure quelle relative ai suoi rapporti con <em>Kephalonia</em>, “la terra del centro” dove <em>Kephalos</em>, il <em>Caput </em>celeste, il “punto” cosmico di orientamento di una carta stellare molto antica (e comunque precedente  i rivolgimenti celesti cui accennava <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> per spiegare il passaggio del sole dal suo primordiale percorso sulla Via Lattea a quello attuale), si era “sposato” con l’Orsa celeste. Secondo questi miti alle origini gli sposi <em>Kephalos</em> e la Grande Orsa (con i suoi <em>septem triones</em> che trascinano il Grande Carro e lo fanno girare perpetuamente attorno al “perno” del cielo, il polo) si trovavano congiunti nello stesso quadrante cosmico secondo una direttrice che doveva risultare perpendicolare all’asse dell’osservatore allocato nella <em>Kephalonia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle confraternite degli aedi itineranti, dei t<em>h</em><em>ē</em><em>ologoi</em> e dei cosmologi arcaici, quelli che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> radunava sotto la dizione di <em>pr</em><em>ō</em><em>toi th</em><em>ē</em><em>ologesantes</em> (“i primordiali <em>th</em><em>ē</em><em>ologoi</em>”), probabilmente sono emerse tutti quei veggenti che si esprimevano attraverso il canto e la poesia sacra e, dunque, anche i due massimi cantori dell’antica Ellade, Omero ed <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span>. Il caso di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> è molto particolare. Non solo trasmette tutta una serie di elementi mitologici di un passato che rimanda ad epoche difficili da determinare, ma il personaggio appare pienamente consapevole del proprio ruolo di Aedo sacro, un cantore ispirato al quale era stato concesso il dono della poesia (= sapienza) che lo scettro d’oro donatogli dalle Muse sembra aver sanzionato in modo definitivo, dato che è detto che sono proprio loro che gli hanno insegnato “<em>uno splendido canto, mentre pascolava gli agnelli ai piedi del sacro Elicona</em>”, e addirittura in una gara poetica vince l’insegna dell’ispirazione apollinea, il sacro tripode che egli poi dedicherà alle Muse. E’ tutto un mondo che può essere ricondotto a forme di conoscenza ispirate che permettono di risalire oltre il transeunte, al “principio”, là dove le varie figurazioni divine hanno preso forma.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887615667/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887615667" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8968" style="margin: 10px;" title="da-orfeo-a-pitagora" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/da-orfeo-a-pitagora.jpeg" alt="" width="188" height="267" /></a>Lo stesso Omero può darci indicazioni importanti in questa direzione. Il suo nome, infatti, nel dialetto eolico cumano fu spesso interpretato come “il cieco” e rimanda più che ad un epiteto individuale, ad una attività più generale legata alle ispirazioni divine e alle estasi arcaiche. “Omero” personifica la funzione sacra dell’archegeta delle confraternite degli Aedi, colui che ha ricevuto la capacità di “vedere” oltre i limiti delle apparenze e, come gli indovini guardano al futuro, egli sotto l’ispirazione del dio canta il tempo passato, l’età eroica, “creandone” le espressioni, le gesta, lo scenario. La sua attività rimanda ad una funzione demiurgica tesa ad ordinare la visione ricevuta in uno stato di ispirazione divina e la rivela agli uomini, esattamente come hanno fatto gli Omeridi dell’isola di Chio, quella straordinaria confraternita di cantori la cui fisionomia rimanda agli aedi ispirati che hanno percorso la Grecia in ogni tempo e la cui qualificazione più importante era quella di essere “discendenti” di Omero, più esattamente gli eredi della tradizione dei veggenti omerici.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> ha conservato anche altri mitologhemi che possono essere fuorusciti da una cosmologia arcaica. Nell’enunciazione delle ère che descrivono il processo di impoverimento che dalla pienezza della spiritualità primordiale conclude nell’età del ferro, egli ci dà il senso di un loro rapporto non meramente cronologico, di successione temporale, ma quale espressione di “qualità” storiche, quali cicli che per la loro completezza, per il loro riflettere un determinato tipo di spiritualità rivelatasi in un tempo preciso, “storico”, in sé non sono legati ai cicli successivi. Questo fondamentale disegno unitario delle ère esiodee è rilevabile anche da un altro punto di vista che riconduce il mito riportato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> alle più arcaiche speculazioni <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropee</a> sulle origini del cosmo. Se, infatti, si considera la successione delle età e delle varie razze che incarnano via via i valori spirituali delle singole ère, avremo il seguente quadro. Prima di tutto si avrà la razza aurea caratterizzata da una pienezza biologica propria al tipo di spiritualità di quel “tempo-fuori-del-tempo”, a-cronico, che in sé delinea la condizione di perfezione originaria cui devono tendere tutte le altre razze da lui individuate come specifiche dei diversi cicli temporali che si svilupperanno dopo la scomparsa della razza aurea. Questa razza primordiale appare perciò come una “totalità” all’interno della quale si realizza l’armonia e la giustizia, mentre la sua perfezione  in modo eminente consente l’espressione piena delle tre attribuzioni classificate da Georges Dumézil come funzioni cosmico-sociali [sacerdozio, forza guerriera e fecondità] che nella prospettiva esiodea sintetizzano ogni gerarchia sociale: gli uomini dell’età aurea saranno “buoni”, “guardiani giusti” e “dispensatori di ricchezza” (<em>Erga,</em> vv. 123-126).</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la fine dell’età aurea e della razza che ne aveva incarnato l’essenza di luce, si succedono altre ère in una progressione che scivola sempre più verso il disordine e una onnipervadente empietà. Dall’età argentea a quella ferrea si ha perciò la delineazione di uno svolgimento progressivo che inizia da uno stato <strong><em>fanciullesco</em></strong><em> </em><strong>e <em>puerile</em></strong><em>, </em>poi diventa una dura e spietata <strong><em>giovinezza</em></strong><em> </em>(gli uomini dell’età del bronzo nascevano “<em>con una grande forza e mani invincibili spuntavano dagli omeri al loro corpo gagliardo</em>”; <em>Erga, </em>vv.<em> </em>143-149), si stabilizza per un po’ come l’equilibrata <strong><em>maturità</em> </strong>degli Eroi e si conclude infine con l’età del ferro, l’èra della <strong><em>vecchiaia</em></strong> (“<em>quando verranno al mondo gli uomini con le tempie candide fin dalla nascita</em>”; v. 181), il crepuscolo del tempo cosmico ed umano. Dall’alba al tramonto dell’essere cosmico. La figura delineata appare quella di un <strong><em>Macrantropo</em></strong><em>,</em> il prototipo mitico dell’esistenza che in sé contiene <em>in principio</em> le varie possibilità che si svilupperanno nel corso del tempo. Dal suo sacrificio rituale, ossia dalla sua “scomposizione” in ère cosmiche, si determina l’essere del mondo e degli uomini, mentre le razze che secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> si susseguono l’una all’altra appaiono come le modalità diversificate di un tutto unitario, le “membra” dell’essere cosmico che si distende nel tempo e i suoi quattro stadi di esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">La concezione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/esiodo" target="_blank">Esiodo</a></span> non deve essere considerata una sua creazione originale ed individuale, ma va collocata all’interno di teorie cicliche di grande importanza e variamente articolate. La tradizione ellenica, infatti, ci parla di tre successivi cataclismi relativi alla sparizione di <em>Ogygia</em>, al diluvio di <em>Deucalione</em> e a quello di <em>Dardano</em> che avrebbero via via distrutto terre o continenti sui quali regnava l’empietà più profonda. Prescindendo da quelli di <em>Ogygia</em> e di <em>Dardano</em> sui quali ci siamo intrattenuti altrove, qui interessa soffermarci sul diluvio di <em>Deucalione </em>per gli accostamenti e gli sviluppi cui può dar luogo. Esso, infatti, ci riporta al ciclo dei titani per il semplice fatto che <em>Deucalione</em> risulta essere il figlio di <em>Prometeo</em> il quale, a sua volta, era stato concepito dal titano <em>Giapeto </em>e dall’oceanina <em>Climene</em>. Da questa unione era nato anche un secondo figlio di <em>Giapeto, </em>un<em> </em>fratello<em> </em>di <em>Prometeo, </em> il famoso <em>Atlante</em> considerato il padre delle Esperidi, di Maia e della Plèiadi, ossia tutto un gruppo di esseri divini che si appoggiavano a precise costellazioni celesti poste sempre ad Occidente, mentre la tradizione ci dice che Zeus, a chiusura del ciclo spirituale precedente, pose entrambi i fratelli a presiedere i due poli opposti del mondo. <em>Atlante</em> presidiava l’Occidente e <em>Prometeo </em>l’Oriente, secondo un asse equinoziale che sostituisce il più antico asse solstiziale nord-sud e costituisce una precisa indicazione sull’esistenza nell’Ellade arcaica di dottrine sui cicli cosmici formulate secondo una narrazione che interpretava in termini mito-poetici un’antica tradizione sacra sulla strutturazione dei movimenti celesti.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine dell’età del bronzo, a causa della tracotanza ed empietà di quella razza Zeus volle un diluvio che ne cancellasse ogni traccia. Su consiglio del padre <em>Deucalione</em> e sua moglie <em>Pirrha</em> costruirono un’arca nella quale posero ciò che doveva essere salvato dal diluvio. Dopo nove giorni e nove notti durante i quali il diluvio distrusse la civiltà della razza bronzea, approdarono finalmente sul Parnaso dove finalmente sacrificarono a Zeus e così diedero inizio ad un nuovo ciclo. La titanessa <em>Themis</em>, la stessa che sarà soppiantata da Apollo a Delfi, enuncia in forma di enigma un oracolo che, avveratosi, costituirà l’origine stessa del genere umano. Gli elementi fondamentali del mito si possono considerare:</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>L’arca che custodisce i germi della sapienza dei cicli spirituali precedenti;</li>
<li><em>Deucalione</em> e <em>Pirrha</em> che per la loro genealogia perpetuano in qualche modo anche aspetti importanti dell’età primordiale e perciò impediscono che ci sia una vera e propria rottura col mondo precedente;</li>
<li>Il sacrificio a Zeus sul monte, l’<em>axis mundi</em> che diventa il luogo originario della nuova civiltà;</li>
<li>L’oracolo di <em>Themis</em>, che permetterà la nascita del genere umano;</li>
<li>La forma di enigma dell’oracolo.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Secondo la forma più conosciuta del mito, il figlio della coppia <em>Deucalione-Pirrha</em> (= il “Bianco” e la “Rossa”) scampata al diluvio sarà <em>Hellenos</em> il cui nome etimologicamente può essere ricondotto a “splendere”, “luce”, che secondo <a title="Jean Haudry" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/jean-haudry/">Jean Haudry</a> darà come significato “colui che ha il viso solare” e perciò la sua discendenza, quella che formerà il nucleo essenziale delle diverse tribù greche, sarà propriamente il “popolo del sole”. Se ora poniamo mente al fatto che <em>Helios</em> è spesso rappresentato con sette raggi e che in India il settimo <em>Aditya</em> è <em>Surya</em>, il sole, ci si accorgerà che il parallelismo India-Ellade arcaica ha più di un punto di contatto e trova la sua ragione d’essere probabilmente nelle condizioni spirituali originarie dalle quale ha preso forma l’Ellade come noi la conosciamo in piena epoca del ferro.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ambito di questi cicli mitologici antichissimi può porsi anche l’orfismo la cui struttura misteriosofica ricalca forme di spiritualità cosmica del tipo che è possibile rinvenire per es. anche nell’India vedica o in certi aspetti della soteriologia tantrica. Le dottrine orfiche appaiono strutturate già a partire dal VII-VI sec., quando il <em>bìos orphikòs</em> costituirà un riferimento costante nel patrimonio speculativo dei filosofi e persino dei molti ciarlatani, ed è facile trovare quei <em>th</em><em>ē</em><em>ologoi</em> e quegli <em>orfeotelesti</em> accennati da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> che ci documentano una massiccia presenza orfica nel mondo religioso e nella società dell’Ellade storica.</p>
<p style="text-align: justify;">Una versione delle tante cosmogonie orfiche ci presenta quale entità primordiale la <em>Notte</em> dalla quale scaturiscono gli esseri divini, perciò in qualche modo una sorta di originaria scaturigine del tutto. E’ da questo principio che procede l’Uovo cosmico che, simile al <em>Brahmanda</em> indù, col suo scomporsi rende manifesti il cielo e la terra e, soprattutto, <em>Phanes</em>, l’Essere Primordiale “luminoso”, lo “splendente”, l’archetipo universale da cui promana ogni esistente, il <em>Protogonos</em> colui che contiene in sé la stesso i germi della manifestazione universale. Lo straordinario di questa struttura teo-cosmogonica estremamente arcaica è il fatto che tali concezioni furono concepite come supporti di una elaborata misteriosofia che affascinò personaggi come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> e che appare piuttosto distante dalle usuali convinzioni elleniche sugli dèi olimpici e sulla relativa loro vita rituale. Ma c’è di più. Un’antica testimonianza riportata da Otto Kern (fr. 21a) e sviluppata nelle sue implicazioni escatologiche da Richard Reitzenstein, ci dice che secondo gli orfici l’universo era ritenuto il “corpo visibile” di Zeus, il quale perciò era ritenuto l’inizio, il mezzo e il fine del cosmo. Tale figurazione orfica di Zeus (che evidentemente non ha nulla dello Zeus olimpico) è contemporaneamente “uomo e donna”, un principio androginico dal quale si origina autonomamente per autogenesi il cielo, la terra e gli elementi fondamentali della vita cosmica, il vento, l’acqua, il fuoco, il sole, la luna. Come ha fatto notare Ugo Bianchi, questa concezione deve riflettere idee molto antiche se ancora nel VII sec. Terpandro testimonia la loro vitalità, forse come idee scaturite da forme rituali da riferirsi addirittura al passato indoeuropeo ove si accetti l’ipotesi di Anders Olerud, poi sviluppata da Geo Widengren nel capitolo sul panteismo del suo poderoso manuale di fenomenologia religiosa, sull’arcaicità dell’idea di microcosmo e di macrocosmo e sulla corrispondenza simbolica di queste due sfere in una struttura formale che abbia ben chiari i diversi stati molteplici dell’essere.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ la dottrina del Macrantropo dal cui sacrificio rituale si origina il cosmo, la stessa che abbiamo visto serpeggiare anche nella visione esiodea dei cicli cosmici e che, formulata in vario modo, si ritrova nelle cosmogonie e nelle dottrine sacrificali di molti popoli indoeuropei. Ma questo è un altro discorso che si intende riprendere in un apposito studio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per approfondire:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">F. Vian, <em>La guèrre des Geants. </em><em>Le mythe avant l’èpoque hellènistique</em>, Paris 1952.</p>
<p style="text-align: justify;">N. D’Anna, <em><a title="Da Orfeo a Pitagora" href="http://www.amazon.it/gp/product/8887615667/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887615667" target="_blank">Da Orfeo a Pitagora. Dalle estasi arcaiche all’armonia cosmica</a>,</em> Simmetria, Roma 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">N. D’Anna, <a title="Il gioco cosmico" href="http://www.libriefilm.com/il-gioco-cosmico/705"><em>Il Gioco cosmico. Tempo ed eternità nell’antica Grecia</em></a>, Mediterranee, Roma 2006.</p>
<p>[Tratto, col gentile consenso dell’Autore, da “Atrium” 2/2011].</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/spiritualita-cosmica-nell%e2%80%99ellade-arcaica.html' addthis:title='Spiritualità cosmica nell’Ellade arcaica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Wolfram von Eschenbach e i Custodi del Graal</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 14:29:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una precisa analisi del simbolismo presente nel Parzival di Wolfram von Eschenbach e in particolare sul Graal e i suoi custodi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html' addthis:title='Wolfram von Eschenbach e i Custodi del Graal '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><div id="attachment_8182" class="wp-caption alignright" style="width: 228px"><img class="size-medium wp-image-8182 " title="Wolfram Von Eschenbach (Codex Manesse, Fol. 149)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/WolframVonEschenbach-218x300.jpg" alt="Wolfram Von Eschenbach (Codex Manesse, Fol. 149)" width="218" height="300" /><p class="wp-caption-text">Wolfram Von Eschenbach (Codex Manesse, Fol. 149)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fra gli autori dei racconti del Graal Wolfram von Eschenbach occupa un posto speciale dovuto non solo al particolare impianto narrativo della sua opera, ma soprattutto ai numerosissimi elementi dottrinali che l’arricchiscono di un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> e di prospettive spirituali persino islamiche non sempre emerse con chiarezza negli altri compositori del ciclo del Graal.</p>
<p style="text-align: justify;">Wolfram intende dare voce ad una speciale tradizione spirituale sulla quale addirittura dichiara di aver costruito il suo<em> <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773">Parzival</a>. </em>Questa tradizione è personificata in “Kyot il Provenzale”, un personaggio straordinario al quale difficilmente potrà essere data una fisionomia precisa. Nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> appare poche volte (VIII, 417, 431, IX, 453-454, 455, XVI, 827), tutte tese a dare importanza a questa fonte e a rimarcare la diversità di molti <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simboli</a> del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> rispetto a quelli emersi nel <em>Perceval</em> di Chrétien de Troyes. Ciò che rende particolarmente interessante la funzione di “Kyot il Provenzale”, di questo maestro “cantore”, o forse e più esattamente “incantatore” [= <em>schianture</em>], è il contatto che tramite lui sembra essersi stabilito fra la tradizione cristiana, quella giudaica e l’Islam, con tutto ciò che questi contatti hanno potuto comportare sul piano dottrinale, simbolico e, forse, rituale. I cenni a Toledo, alla Spagna, alla Provenza, a Baghdad, al <em>Baruc</em>, a Feirefiz, così come il legame fra Flegetanis, Kyot e Salomone, sono a questo riguardo molto significativi e richiamano la presenza eccezionale di kabbalisti, sufi e contemplativi cristiani presso le corti musulmane di Spagna e in quelle della Provenza trovadorica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8183" style="margin: 10px;" title="parzival" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parzival-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Senza supporre una fonte islamica diretta resterebbe enigmatica la presenza nel <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>di termini e di dottrine astrologiche sicuramente arabe. Si potrebbe anche menzionare l’enigmatico riferimento di Wolfram a quel cavaliere musulmano che in un duello con Anfortas, “<em>re e patrono del Graal</em>”, ferisce inguaribilmente il sovrano cristiano con la sua lancia, un cavaliere “<em>nativo di Ethnise </em>[=“la terra originaria”],<em> là dove scorre il Tigri giù dal Paradiso”</em> (IX, 479)<em>. </em>Come chiarisce Wolfram subito dopo (IX, 481), questo Tigri è uno dei quattro fiumi del Paradiso terrestre e perciò assume un rilievo simbolico rilevante la correlazione fra <em>Ethnise</em>, il Paradiso e l’Islam che rimanda ai tanti cenni similari contenuti in quasi tutte le composizioni di questa materia. La ferita di Anfortas è provocata da un cavaliere islamico “<em>nativo di Ethnise</em>” e la sua “insufficienza” come re del Graal scaturisce dal “colpo di lancia” di un rappresentante dell’Islam. Con apparente casualità, Wolfram presenta l’Islam come una tradizione radicata nella rivelazione “originaria” (=<em>Ethnise</em>), ma nel contempo evidenzia caratteri “escatologici” che sembrerebbero indicare nell’Islam la tradizione più idonea a combattere contro le perversioni dei tempi ultimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro elemento fondamentale che mostra la profondità della presenza islamica in Wolfram è lo strano destino di Feirefiz, “Bianco-Nero”, che accompagnerà il fratello Parzival a <em>Munsalvaetsche</em> e dopo il suo battesimo sposerà la Fanciulla del Graal, <em>Repanse de Schoye</em>, “la Dispensatrice di Gioia”, la personificazione della <em>Sedes Sapientiae</em>. Un terzo dato è la descrizione del palazzo reale che si trova in XIII, 589-590, tanto precisa ed articolata da convincere Hermann Göetz che qui si ha la trasposizione dello schema-base del palazzo dei Califfi di Baghdad e, forse, persino un cenno ad un famoso <em>stûpa</em> del re <em>kushana</em> Kanishka. Da parte sua Lars-Ivar Ringbom ha mostrato che anche la pianta architettonica del Tempio del Graal descritta da Albrecht von Scharfenberg nel suo poema può essere compresa solo comparandola alla struttura del palazzo di <em>Taxt-i Sulayman,“</em>il Trono di Salomone”, l’antico santuario mazdeo del fuoco chiamato <em>Taxt-i Taqdis, </em>”il Trono degli Archi”, costruito dal re Chosroe II e poi distrutto dall’imperatore bizantino Eraclio nel 629, quando inseguì le truppe sassanidi sconfitte e recuperò la “Vera Croce” razziata precedentemente dai Persiani a Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lislam-e-il-graal/9774" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8184" style="margin: 10px;" title="lislam-e-il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lislam-e-il-graal-171x300.jpg" alt="" width="171" height="300" /></a>L’insieme di questi dati e la loro articolazione attentamente contessuta con l’intreccio cristiano e con il sostrato antico-celtico della saga, mostra molto più di una semplice, vaga “influenza” islamica e ci conduce invece nell’ambito di una realtà teofanica, l<em>’âlam al-mithâl</em> che secondo Henry Corbin sostanziava la <em>futuwwa</em>, la “cavalleria spirituale” iranica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per designare il “Paradiso perduto” mèta di ogni cavaliere, Wolfram introduce lo strano termine di <em>Munsalvaetsche, </em>“Monte Selvaggio”, introvabile nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> precedente. <em>Munsalvaetsche</em> si ritrova almeno una trentina di volte nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> e addirittura in V, 251 è associato ad una straordinaria dinastia regale. Esso è poi ripreso senza nessuna variazione nello <em>Jüngerer Titurel</em> del suo continuatore Albrecht von Scharfenberg, fra i compilatori di questi scritti l’unico ad evidenziare con forza elementi dottrinali rapportabili al mondo spirituale iranico e, più in generale, al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> islamico-orientale che sembrerebbe trovarsi sotteso nell’opera di Wolfram. Anche Albrecht pone il Tempio del Graal a <em>Munt Salvaesch, </em>nel cuore di <em>Salvaterre</em>, una regione protetta dall’impenetrabile <em>Foreist Salvaesch.</em> Aggiunge poi che dopo che gli angeli lo hanno trasportato a <em>Munt Salvaesch,</em> Titurel decide di costruirvi un tempio per intronarvi degnamente il Graal.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> della montagna è ben conosciuto. La particolare strutturazione di ogni montagna ne fa per eccellenza un’immagine dell<em>’axis mundi </em>che congiunge la terra e il Cielo, il mondo del divenire e delle apparenze con la realtà dell’essere immutabile e “lucente”. Per questa sua “assialità” la montagna cosmica non può trovarsi che al centro della manifestazione universale, nel punto dal quale si dipartono tutti i raggi che come infiniti lampi di luce si riverberano sui vari piani cosmici. E’ il luogo privilegiato di ogni teofania, là dove il divino si svela e si fa riconoscere dagli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’Islam la montagna <em>Qâf, </em>considerata inaccessibile agli uomini comuni, è detta la “montagna della saggezza”, un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che accosta la sapienza divina e la montagna. Nei Vangeli si usa distinguere il monte dove il Cristo si ritira spesso a pregare, dalla pianura in cui si trovano i semplici fedeli. La Trasfigurazione  si compie sul Tabor, un “<em>alto monte</em>” dice <em>Matteo</em> 17, 1. È il luogo in cui il Cristo si mostra “così come Egli è”, nello Splendore divino che da significato alle tradizioni concernenti Mosé e Elia e nel quale si svela la Volontà celeste. Il <em>Sermone delle Beatitudini </em>viene pronunciato su un monte (<em>Matteo</em> 5, 1 sgg.; <em>Luca</em>, 6, 17 sgg.), ed è qui che si ha l’indicazione delle basi spirituali della dottrina cristiana, la rivelazione delle condizioni per accedere alla stessa realtà “immacolata” delle origini. Secondo una tradizione molto diffusa nell’Oriente Ortodosso, anche il Golgota era una montagna posta “al centro del mondo” dove fu sepolta “la testa” del Primo Uomo e nel quale verrà piantata la croce del Cristo: la rivelazione primordiale “ferita” dal peccato di Adamo, viene riscattata dal Cristo “nuovo Adamo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luce-del-graal/9777" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8186" style="margin: 10px;" title="luce-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/luce-del-graal.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Wolfram aggiunge (V, 251) che <em>Munsalvaetsche</em> si trova al centro di un regno posto nella <em>Terra de Salvaetsche</em>, “la Terra Selvaggia”  nella quale “<em>non è stato mai tagliato albero o pietra”, </em>ossia un luogo che gode di una condizione immacolata, la proiezione nel tempo e nello spazio della “gioia” perpetua che regna a <em>Munsalvaetsche</em>, nella perfetta rispondenza fra la condizione spirituale sperimentata dal re Titurel e l’ambiente cosmico nel quale si riversano le “qualità divine”, quelle che dal punto di vista umano vengono colte come semplici virtù. Per la sua particolare ambientazione molto prossima a quella riferita al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> del Paradiso perduto, risulta impossibile che con “selvaggia” si volesse indicare la sede del Graal caratterizzandola come “brutale”, “istintiva”, etc. La stessa sua collocazione <em>in medio mundi, </em>il suo custodire il Graal e le “virtù” che esso veicola ne rende assurda l’ipotesi. In realtà, nelle opere del XII e del XIII secolo, al nascere delle varie letterature cosiddette nazionali, si trovano abbastanza diffusamente espressioni similari che danno un’indicazione preziosa su quello di cui si tratta. L’esempio più conosciuto è senza dubbio il “<em>vulgare illustre</em>” di Dante, un’espressione enigmatica ed in sé persino contraddittoria. Nel suo <a title="De vulgari eloquentia" href="http://www.libriefilm.com/de-vulgari-eloquentia/2269" target="_blank"><em>De vulgari eloquentia</em></a> Dante precisa che con tale formula intende riferirsi alla <em>lingua naturale, </em>quella parlata allo origini stesse della creazione, alla “<em>forma locutionis creata dallo stesso Dio insieme alla prima anima”, </em>la lingua appresa da Adamo nell’Eden per comunicazione diretta dello stesso Creatore. Una lingua rivelata direttamente da Dio costituisce di per sé una particolare forma di teofania ed un veicolo di salvezza, ed è perciò evidente che l’espressione “<em>vulgare illustre</em>” non può indicare una lingua priva di radicamenti nella dimensione del sacro, parlata dal “volgo”, “popolare”. Al contrario, designa lo stesso “linguaggio primordiale” che nei termini medievali è la tradizione primigenia, la condizione spirituale dell’umanità delle origini, prima che il peccato originale allontanasse gli uomini dall’Eden.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo, l’accostamento del <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della montagna all’aggettivo “selvaggio” in un contesto complessivo nel quale è centrale il Graal e il suo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>, non intende indirizzare verso l’”istintivo” o il “brutale”, ma completa il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della montagna cosmica con l’indicazione di un tipo di spiritualità aurorale. L’aggettivo “selvaggio” si trova usato come l’equivalente di “originario”, “primordiale”, “naturale”, esattamente come il “<em>vulgare</em>” di Dante. La “Montagna Selvaggia” di Wolfram è perciò la “Montagna originaria” nella quale il cavaliere che ha potuto contemplare il Graal si ritrova in condizioni spirituali “naturali”, reintegrato nella stessa “interezza” goduta da Adamo, in un Eden che questi testi indicano non come un giardino, ma come una montagna inaccessibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8193" style="margin: 10px;" title="parzival" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parzival-285x300.jpg" alt="" width="285" height="300" />E tuttavia <em>Munsalvaetsche </em>è solo uno dei tanti termini criptici di cui abbonda il testo di Wolfram, termini e nomi costruiti secondo necessità d’ordine simbolico. Si è sostenuto che Herzeloyde, Condwiramurs, Gahmuret, Shoye de la Kurte, Feirefiz, Terdelaschoye, etc., corrispondano ad esempi di virtù cavalleresche, a particolari ideali raccomandati agli ascoltatori dei racconti, a sentimenti capaci di rendere universale il dramma vissuto da questo o quel protagonista. In realtà, il tecnicismo e lo stesso valore ermeneutico con il quale si caratterizzano i tanti nomi dei personaggi, dei luoghi o delle ambientazioni, risponde a necessità di un ordine completamente diverso da quello di un semplice ideale cavalleresco. Nell’intento di Wolfram si tratta di vere e proprie personificazioni di “entità spirituali” tese a determinare comportamenti, “modi di essere” che incidono nelle profondità dell’anima umana, trasformazioni interiori che scaturiscono da una dimensione superiore, precedente a quella del mondo fenomenico, “forme formanti” che rivelano modalità dell’”agire divino” nella storia, “epifanie” che indirizzano verso il significato veritiero dell’essere cosmico ed umano.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso ritmo narrativo sembra essere ordinato attorno ad un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> onnipervadente. Si pensi per esempio al significato di <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>(XVI, 822) inteso a raccontare l’origine della dinastia del “prete Gianni”: “<em>Repanse de Schoye fu lieta del suo viaggio. In India ella diede alla luce un figlio che si chiamò Giovanni. I re di quelle terre da allora presero quel nome”, </em>una frase che potrebbe essere resa così: “<em>La “Dispensatrice di Gioia=Grazie” dà alla luce Giovanni </em>[=”Grazia di Dio”]<em> dal quale si origina una linea di sovrani-sacerdoti che elargiscono “gioia-grazie” sino alla fine dei tempi”.</em> Dalla grazia, attraverso la grazia, grazie infinite. Questo tipo di costruzione ritmica si trova ovunque nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a>, tocca i dialoghi, le dispute, la configurazione dell’<em>iter</em> narrativo, l’ambientazione, le spiegazioni dottrinali, il significato attribuito ad un dato personaggio e indica un intero universo simbolico, rimanda ad un ordine di valori originatisi dall’<em>âlam al-mithâl, </em>il <em>mundus imaginalis</em> delle dottrine shiite, il “luogo” delle teofanie e degli archetipi divini dal quale si originano le “forme formanti” che danno consistenza alla manifestazione cosmica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/perennia-verba-il-deposito-sacro-della-tradizione-vol-10/3915" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8194" style="margin: 10px;" title="perennia-verba" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/perennia-verba-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a>Un tale <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> affiora in modo determinante nei due capitoli iniziali del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a>, quelli più estranei all’opera di Chrétien e nei quali Wolfram sembra volere precisare il significato del suo racconto distinguendolo completamente da quelli dei narratori precedenti, compresi i quattro autori delle <em>Continuations.</em> Sono le pagine nelle quali appare Gahmuret l’<em>Anschouwe, </em>”l’Angioino”,<em> </em>assolutamente sconosciuto a Chrétien, ai compositori franco-normanni e al ciclo del <em>Lancelot-Graal</em>.<em> </em>Alla morte del padre Gahmuret va a combattere al servizio del califfo di Baghdad e dopo una serie interminabile di avventure, da un fuggevole amore con la regina musulmana Belakane, “Nera come la notte”, senza neanche sospettarlo ha un figlio di nome Feirefiz, “Bianco-Nero”. Le sue successive avventure lo portano in Spagna dove apprende la morte del fratello, diventa l’erede della propria dinastia, vince un torneo e ottiene in sposa Herzeloyde, “Cuore doloroso”, la regina di Valois “Bianca come la luce del sole”, che 14 giorni dopo la morte di Gahmuret darà alla luce Parzival: “<em>il nome significa</em> <em>trapassare </em>[o<em> “penetrare”</em>]<em> nel mezzo</em>”, dice Wolfram (<em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a>, </em>III, 140) con un evidente gioco fonetico costruito sull’antico francese <em>percer</em>, “trapassare”, “penetrare”, fatto perchè Parzival, il re del Graal, diventi il simbolico “Colui che passa per il centro”, l’Asse cosmico.</p>
<p style="text-align: justify;">Gahmuret discende da Mazadan e dalla “fata” Terdelashoye, “la Terra della Gioia”, che nei termini indù corrispondono al “re divino” e alla sua <em>shakti </em>= sposa-potenza. Mazadan è il Primo Uomo, il prototipo dell’umanità che necessariamente deve personificare una forma di perfetta sovranità universale, mentre Terdelaschoye in virtù del suo <em>status</em> di “fata”, di entità del mondo intermedio, incarna la “potenza divina”, la “gioia celeste” divenuta la stessa creazione immacolata di Dio, la manifestazione cosmica nella sua purezza originaria, prima che a causa della ribellione di Lucifero fosse imprigionata nella sfera temporale e transeunte. Questa linea di cavalieri-sovrani si concluderà col “prete Gianni”, colui che più di tutti dovrà perpetuare anche nei tempi ultimi la “pienezza” spirituale attribuita al tempo di Mazadan.</p>
<div id="attachment_8195" class="wp-caption alignright" style="width: 209px"><img class="size-medium wp-image-8195" title="Wolfram von Eschenbach, Parzival (manoscritto), Hagenau, Werkstatt Diebold Lauber, circa 1443-1446, Cod. Pal. germ. 339, primo libro, fol. 27r." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Wolfram_von_Eschenbach-199x300.jpg" alt="Wolfram von Eschenbach, Parzival (manoscritto), Hagenau, Werkstatt Diebold Lauber, circa 1443-1446, Cod. Pal. germ. 339, primo libro, fol. 27r." width="199" height="300" /><p class="wp-caption-text">Wolfram von Eschenbach, Parzival (manoscritto), Hagenau, Werkstatt Diebold Lauber, circa 1443-1446, Cod. Pal. germ. 339, primo libro, fol. 27r.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Dall’unione di Mazadan e Terdelaschoye si sviluppa una continuità dinastica che si concluderà con i due figli di Gandin, il cui cadetto sarà Gahmuret restato “cavaliere errante” fino alla morte del fratello. Il passaggio dalla dimensione individuale di Gahmuret alla sua condizione di centralità cosmica tipica di ogni sovrano universale è indicata da Wolfram con un particolare che doveva risultare chiarissimo agli ascoltatori del suo romanzo. Quando ancora era un “cavaliere errante” il blasone raffigurato sulle sue armi e sullo scudo era l’<em>anker</em> (=l’àncora, “<em>che conviene ad un cavaliere errante”, </em>II, 99; forse un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di “radicamento” volutamente opposto allo <em>status</em> di “cavaliere errante” del giovane Gahmuret), ma poi avendo acquisito la dignità di sovrano dopo la morte del fratello, eredita l’insegna araldica della pantera<em> </em>(<em>“Sul suo scudo fu incisa sull’ermellino la </em>pantherther<em> che portava suo padre”,</em> II, 101). Il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che in questo caso Wolfram inserisce per caratterizzare il passaggio di Gahmuret da “cavaliere errante” a “sovrano” riproduce sotto molti aspetti quello, con caratterizzazioni archetipali, del viaggio spirituale intrapreso da ogni “pellegrino-straniero” che alla fine delle proprie vicissitudini raggiunge una sorta di “terra promessa”. È lo schema di trasformazione interiore che si ritrova in una molteplicità di racconti, tutti mirati all’ottenimento di un nuovo e diverso <em>status </em>spirituale e al raggiungimento di una straordinaria Terra Santa. Il particolare termine usato da Wolfram per indicare il blasone di Gahmuret illumina sul significato della sua “centralità sovrana” e sui motivi della sua adozione di un emblema appartenuto da sempre agli <em>Anschouwe</em>. Secondo gli studiosi di araldica, infatti, <em>pantherther</em> significa “tutto divino”, ”ciò che unisce molteplici forme divine”, mentre la stessa picchettatura del manto dell’animale è stata interpretata come l’immagine del cielo stellato. La pantera del blasone degli <em>Anschouwe </em>che adorna lo scudo di Gahmuret, nipote di Uther Pendragon e lontano prozio del “prete Gianni”, sembrerebbe confermare perciò la condizione di un re con attribuzioni cosmiche, un Sovrano Universale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché Wolfram insiste tanto sulle radici angioine della famiglia di Gahmuret ? Persino a proposito di suo figlio Feirefiz, “Bianco-Nero”, si trova una inusuale insistenza su questo casato che non trova alcuna giustificazione in una, d’altronde molto vaga, eventuale sua influenza e forza politica nei territori imperiali nei quali si muoveva Wolfram. L’importanza storica degli Angioini non può essere misconosciuta. La più antica insegna araldica del casato era una pantera. Il nonno di Enrico II, Folco d’Anjou, fu uno dei primi cavalieri templari e amico del fondatore dell’Ordine Ugo de Payns, e addirittura nel 1131 divenne re di Gerusalemme. Il figlio Goffredo sposò Matilde, l’unica erede del re d’Inghilterra, un matrimonio dalle conseguenze fatidiche che dopo una serie interminabile di guerre dinastiche portò al trono il giovane Enrico II. Con una intuizione straordinaria che affondava le proprie ragioni nelle tradizioni più arcaiche del suo regno, Enrico si sposò con la potentissima Eleonora d’Aquitania e favorì una forma di cultura che s’incentrava sulla sintesi del patrimonio spirituale antico-celtico, con quegli aspetti delle dottrine cristiane che affondavano le proprie radici in una esperienza mistico-visionaria, sino a fare emergere tutta una serie di scritti fortemente pervasi di un <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che nell’opera di Chrétien de Troyes trovò il modo più adeguato per esprimersi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-graal-i-testi-che-hanno-fondato-la-leggenda/9780" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8196" style="margin: 10px;" title="il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-graal-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" /></a>E tuttavia l’insistenza di Wolfram sul ruolo degli <em>Anschouwe</em> può essere spiegata anche senza il ricorso alla storia dello straordinario casato degli Anjou, ma restando all’interno della stessa ambientazione dottrinale del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> e al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> che lo permea. In una memoria che ha perduto pochissimo della sua importanza nonostante il tempo trascorso, Bodo Mergell faceva notare che nel <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>il termine <em>anschouwe, </em>pur essendo con ogni evidenza costruito sul francese Anjou, non indica sempre il casato francese. Seguendo anche in questo caso la particolare tecnica di strutturazione dei fonemi e del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> delle parole a lui così congeniale, <em>anschouwe </em>appare costruito sul termine <em>das schouwen</em> o <em>beschouwen,</em> “visione”, che si riferirebbe non ad un casato, ma più coerentemente con la struttura complessiva del <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a>,</em> alla “visione” del Graal. Lo stesso musulmano Feirefiz, pur fratello di Parzival ed erede come lui di Gahmuret, per non aver ricevuto il battesimo manca della necessaria “grazia” e perciò non può “vedere” il Graal. Giocando sull’ambivalenza simbolica del termine, Gahmuret l’<em>Anschouwe</em>, il capostipite della dinastia che custodirà il Graal, diventa contemporaneamente l’“Angioino” e “Colui che vede il Graal”, “il Contemplativo del Graal”.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il romanzo è percorso dalla presenza del Graal che giustifica la “cerca” e dà significato all’intera impostazione del racconto. In V, 232 Wolfram descrive il Corteo del Graal sostanzialmente ordinato ancora attorno allo stesso schema del <em>Perceval</em>, ma aggiunge una serie di particolari assenti in Chrétien. Il Graal non è più un piatto, un <em>gradalis,</em> un vaso o una coppa, ma una straordinaria “pietra preziosa” (“<em>di un tipo purissimo</em>” dice Wolfram) che viene chiamata <em>lapsit exillis </em>(<em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a>,</em> IX, 469) assimilabile sotto tutti gli aspetti al <em>Cintamani</em> buddhista, “il gioiello perfetto”, “la pietra pura” o “splendente” dalla quale si riverbera la Luce spirituale, l’”Aureola di Gloria” che risplende dalla persona dei Buddha e da quella di ogni Sovrano Universale. Nelle iconografie il <em>Cintamani</em> appare spesso coronato da una triplice fiamma radiante che ha il potere di preservare da tutti i mali e di esaudire ogni desiderio. È lo stesso “Splendore di Luce” emanato dalla “Roccia di smeraldo” (=<em>Sakhra</em>) che nelle dottrine islamiche sfolgora sulla sommità di <em>Qâf</em>, la montagna cosmica identica in tutto a <em>Munsalvaetsche</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-via-del-sacro-graal/9779" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8197" style="margin: 10px;" title="la-via-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-via-del-graal-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Nei settantacinque manoscritti che hanno conservato l’opera di Wolfram a volte si trovano altre formulazioni grafiche, come <em>lapis exilis </em>oppure<em> lapis exilix; </em>nello stesso <em>Jüngerer Titurel </em>di Albrecht von Scharfenberg, che si dispiega sull’idea ispiratrice centrale di Wolfram e ne sviluppa le implicazioni più “orientaleggianti”, si trova <em>jaspis exilis, jaspis und silix, </em>“<em>diaspro e silice</em>”. René Nelli privilegiava la dizione <em>lapis exillis </em>dalla quale sarebbe derivato poi <em>lapis e coelis</em> (“pietra caduta dal cielo”), un’espressione comunque facilmente derivabile dalle spiegazioni dottrinali sviluppate da Wolfram nel suo racconto. La tesi di René Nelli ha il pregio di mostrare la sostanziale “macchinosità” dell’ipotesi di un <em>lapsit exillis</em> ottenuto per contrazione fonetica di un <em>lapis lapsus ex</em> <em>coelis</em> cui pensavano gli studiosi francesi d’inizio Novecento, o del più recente e troppo elaborato <em>lapis lapsus in terram ex illis stellis</em> di Bodo Mergell.</p>
<p style="text-align: justify;">Un <em>lapsit exillis, </em>un <em>lapis e coelis, </em>una “pietra caduta dal cielo”, stabilisce un rapporto fra il cielo e la terra, introduce una scintilla di “sacralità celeste” nel mondo, è il veicolo di una rivelazione, una ierofania che trasforma lo stesso luogo in cui cade in uno <em>spazio sacro</em> totalmente differente da ogni altro esistente al mondo, diventa la “sede” di un’attività rituale intesa a “fare parlare” la pietra sacra, ad interrogarla sui misteri del cosmo. D’altronde, cos’altro è l’oracolo se non una modalità per stabilire un rapporto con i ritmi del cosmo, “farlo parlare” e ordinare su quei ritmi ogni pur insignificante aspetto della vita umana? La dimensione oracolare del <em>lapsit exillis </em>è evidente e rimanda ad un mondo arcaico, ai ritmi<strong> </strong>di un’umanità primordiale. Le scritte che appaiono sulla pietra e spariscono appena comprese ricordano con stupefacente somiglianza i riti oracolari delle tradizioni più antiche dell’umanità, quando il <em>Verbum Dei </em>si riteneva potesse essere compreso nei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> che coprivano il cosmo e nei segni con i quali si svelava agli uomini. Anche le sue “virtù” mostrano aspetti arcaici. La sua luce folgorante, l’inesauribile capacità di fornire cibo e bevande ai convenuti, il dono di non fare invecchiare “le ossa e la carne”, di restituire la giovinezza, i poteri di guarigione, le connessioni con i ritmi astrologici, la stessa sapienza oracolare, indirizzano verso quella “<em>radice e coronamento di ciò</em> <em>che si anela in Paradiso” </em>che secondo Wolfram contrassegna gli aspetti fondamentali del Graal.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-libro-del-graal-giuseppe-di-arimatea-merlino-perceval/9782" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8199" style="margin: 10px;" title="libro-del-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/libro-del-graal-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Ogni Venerdì Santo una colomba depone un’Ostia bianca sul Graal e lo rende capace di elargire le sue virtù “eucaristiche”: lo Spirito Celeste dà<em> “ai cavalieri quanto vive di selvaggio, vola, corra o nuoti, sotto il cielo. La virtù del Graal dà vita a tutta la Compagnia dei Cavalieri” </em>(IX, 470).<em> </em>Come si vede, il <em>lapsit exillis</em> non è solamente il sacro Oggetto che in una pura contemplazione stacca l’eletto dal mondo e lo “assorbe” in uno splendore senza fine. Nella prospettiva di Wolfram la dimensione contemplativa e la sua “grazia agente” appaiono in una specie di sintesi principiale, il Graal “ritorna nel mondo”, “ridiscende nel creato”, esercita i suoi poteri, alimenta la vita cosmica con una specie di “azione immobile” all’interno del mistico Castello, a <em>Munsalvaetsche</em>, <em>in medio mundi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Graal è custodito da cavalieri che vengono mantenuti sempre giovani, in pienezza di salute e nutriti solo e soltanto dalla sua luce radiante: “<em>A Munsalvaetsche, presso il Graal, si trova una schiera di cavalieri armati. Questi Templari spesso cavalcano lontano in cerca di avventure. Sia che acquistino gloria o danno, compiono le loro gesta come espiazione dei loro peccati. Questa Compagnia è bene armata. Ma voglio dirvi come si nutrono: vivono di una pietra di tipo purissimo. Se non ne avete mai sentito parlare vi dico il nome: </em>lapsit exillis<em> si chiama. </em>[<em>…</em>]<em>. La pietra è anche chiamata Graal” </em>(IX, 469). Più avanti (IX, 471), Wolfram aggiunge che questa straordinaria “<em>pietra sempre pura</em>”, questo “<em>gioiello splendente</em>” dopo la caduta degli angeli ribelli è affidata “<em>a coloro che furono destinati da Dio, ai quali mandò un angelo. Ecco cos’è il Graal”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cerchiamo di capire i molteplici elementi che emergono da questo conosciutissimo brano:</p>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li>viene stabilito un rapporto fra il Graal e <em>Munsalvaetsche</em>, la “Montagna originaria” immagine del Paradiso terrestre;</li>
<li><em>Munsalvaetsche</em> è custodita da una Compagnia di cavalieri;</li>
<li>questi cavalieri vengono chiamati <em>Templaisen,</em>“Templari”; spesso questi cavalieri-templari vanno in cerca di avventure;</li>
<li>la gloria che ne deriva o l’eventuale sconfitta costituisce una forma di “espiazione” di colpe;</li>
<li>i cavalieri sono “bene armati” e contemporaneamente sono “nutriti” dalla luce della “pietra splendente” che essi sono chiamati a custodire e che dà significato alla loro vita;</li>
<li>Dio ha inviato ai cavalieri del Graal un angelo la cui funzione “conoscitiva” e “selettiva” rende intellegibile la loro condizione di “custodi eletti”.</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Come si vede, Wolfram stabilisce un legame strettissimo da un lato fra il Graal, il Paradiso perduto, una Compagnia di cavalieri i cui combattimenti vengono presentati come offerte sacrificali, e dall’altro con la duplice dimensione del loro <em>status</em>, l’essere “bene armati” e il vivere “nutriti” perpetuamente dal <em>lapsit exillis, </em>dal Graal.<strong> </strong>Non solo, ma Wolfram aggiunge che a questa schiera di cavalieri custodi del Graal non si accede per un qualsiasi merito “umano” che, anzi, sembra costituire un limite insuperabile, ma quando “<em>sulla superficie della Pietra appare una scritta che indica il nome e la schiatta di colui che farà il viaggio fortunato, fanciullo o ragazzo; nessuno cancella la scritta perché subito scompare” </em>(IX, 470). <strong> </strong>Questa “pietra caduta dal cielo” come i meteoriti dei tempi primordiali è carica di sacralità celeste, perciò è anche una “pietra parlante” capace di indicare il nome degli Eletti, di rivelarne il ruolo nella storia, di nutrirli con la propria luce radiante e di elargire l’Ostia santa portata dalla Colomba. La sua ricchezza simbolica è evidente e sottolinea l’esistenza di una specie di confraternita di Custodi del Graal dagli attributi assolutamente non comparabili con l’etica individualistica dei cavalieri di quel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto stabilito fra i membri di questa straordinaria confraternita nella quale viene assorbita la loro individualità in una sorta di “funzione collettiva”, lo stesso loro <em>status</em> di cavalieri “sempre in guardia”, sono aspetti che riconducono alla corte di re Arthur e ai cavalieri della Tavola Rotonda e ne fanno una specie di suo equivalente simbolico. Anche qui, una esigua consorteria di Eletti va in cerca del Graal, affronta prove estenuanti, riesce finalmente a trovarlo e considera un privilegio la sua custodia. Non tutti i nomi di questi cavalieri sono stati preservati. Oltre Parzival e Galahad<strong>,</strong> i puri contemplativi del Graal, e ser Lancillotto del Lago, la cui personalità presenta caratteri molto vari con le sue attribuzioni derivate da un complesso mitologico arcaico assai diversificato, troviamo un gruppo di personaggi veramente particolari. Keu, il siniscalco del re, è chiaramente una trasposizione del personaggio di Kai del racconto gallese <em>Kulhwch e Olwen,</em> dove appare con alcuni tipici poteri sciamanici: respira sott’acqua per “<em>nove notti e nove giorni</em>”  e, come una particolare classe di asceti dell’India vedica che grazie alle loro tecniche yoghiche erano in grado di evocare il <em>tapas </em>(=calore interiore; cfr. lat. <em>tepor</em>), il “calore naturale” emanato dal corpo di Keu asciuga l’acqua, riscalda i compagni e può trasformare il proprio corpo sino a farlo crescere indefinitamente. Girflet, corrisponde al gallese Gilvaethwy, il fratello di un mago e figlio di una dèa; la sua figura appartiene ad una dimensione non umana, scaturisce dal mondo intermedio degli incantatori e delle “fate”. La leggenda collega sempre Yder<strong> </strong>di Northumbria con i cervi e gli orsi; lo stesso famoso Yvain, figlio di Uryen, può contare su uno stormo di corvi [il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> della casta guerriera] che corre sempre in suo aiuto. Infine Galvano, riadattazione del Gwalchmai del<em> Kulhwch e Olwen, </em>ha il nome composto su <em>gwen</em>, “bianco” e <em>gwalc’h</em>, “falcone”, perciò si chiama “Falcone bianco”. I poteri attribuiti ad alcuni di questi personaggi sul proprio corpo, sugli elementi, su animali caratteristici come l’orso, il cervo, il corvo, il falcone, dei quali sono patroni o assumono il nome, ci portano nel mondo dei guerrieri antico-celtici, evidenziano <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> correnti nelle confraternite dei guerrieri primordiali prima della conversione della Celtide al Cristianesimo, quei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> che sembrano indirizzare verso l’armonizzazione di poteri sciamanici, forza guerriera, magia e sacralità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-templari-e-il-graal/9784" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8201" style="margin: 10px;" title="i-templari-e-il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-templari-e-il-graal.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Il ciclo irlandese della provincia di Leinster che racconta le gesta del re <em>Finn</em> e della consorteria degli arcaici guerrieri <em>Fiana,</em> sembra costituire lo sfondo rituale e la forma mitologica che sostanzia questi aspetti della saga arthuriana. Il vero nome di <em>Finn,</em> re e guida di questa consorteria di guerrieri-predoni, è <em>Demné</em>, “il Daino”, suo figlio <em>Oisin </em>è “il Cerbiatto”, suo nipote <em>Oscar</em> è “il Cervo”, mentre la stessa moglie di <em>Finn</em>, la figlia del fabbro-sciamano Lochan dal quale l’eroe riceve le straordinarie armi che lo rendono invincibile, si dice fosse stata trasformata da un druido in una cerva. I <em>Fiana</em> erano straordinari guerrieri-cervi che cacciavano e vivevano una vita semi-nomade. Avevano il compito di sorvegliare le entrate delle case e dei villaggi ed erano persino incaricati di riscuotere le imposte. In estate si trasformavano in feroci cacciatori-guerrieri e andavano a scovare i malfattori, i briganti, i trasgressori delle leggi che regolavano la vita sociale. Il <a title="simbolismo del cervo" href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodelcervo.html">simbolo del cervo</a> che li caratterizza, la loro azione sociale e il ruolo di custodia li rendono simili a quel tipo di consorteria di guerrieri sacri diffusi in tutta l’enorme area geografica coperta dalle invasioni <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei/">indoeuropee</a>, ed ha lasciato consistenti tracce archeologiche persino nei territori del Nord Europa, nell’area che ha conservato le vestigia e i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> della preistorica “civiltà della renna” del periodo magdéleniano. Esattamente come i loro confratelli di altre culture, i membri di questi gruppi erano usi indossare maschere di cervo durante le processioni rituali e coprivano un ruolo, ad un tempo sacro e “sociale”.</p>
<p style="text-align: justify;">La preistoria, i miti irlandesi e la saga graalica sembrano indicarci un unico filo che lega i più antichi guerrieri irlandesi, i cavalieri di Arthur e i Custodi del Graal di Wolfram.</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente dopo la prima metà del suo romanzo, all’inizio della seconda parte, quando Parzival riesce ad accostarsi al saggio eremita Trevrizent, vero e proprio erede degli asceti, dei monaci e degli eremiti dell’Irlanda celtica, e riceve una serie d’insegnamenti che finalmente lo avviano verso la comprensione della “cerca” e del vero significato del Graal, con apparente ovvietà Wolfram dà per ben due volte di seguito ad un cavaliere l’appellativo di <em>Templaise von Munsalvaetsche</em>, “Templare del Monte Selvaggio” (IX, 445). Subito dopo (IX, 446) si accenna ad “<em>una schiera dei cavalieri di Munsalvaetsche</em>” la cui formulazione è congegnata in modo da identificare “naturalmente” questi cavalieri con i Templari dei capoversi appena precedenti. Segue il celebre passo (IX, 469) che parla del Graal e del <em>lapsit exillis.</em> Qui la schiera di cavalieri armati che va in cerca di avventure sono <em>sic et simpliciter</em> i Templari e la formulazione espressiva non ammette dubbi: “<em>die selben Templaise”.</em> Il termine ritorna in XVI, 818. Al momento del battesimo di Feirefiz sul <em>lapsit exillis</em> appare una scritta che identifica ancora i cavalieri del Graal con i Templari: ”<em>Il Templare sul quale si posa la mano di Dio per farlo signore di una gente straniera, non deve permettere domande sul nome o sulla sua schiatta. Deve aiutare quella gente”</em>[…]<em>“I cavalieri del Graal non volevano che si ponessero loro domande”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887625395/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887625395" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8206" style="margin: 10px;" title="il-santo-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-santo-graal.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>La prima notazione da fare è che l’appellativo di “templari” dato ai cavalieri del Graal emerge senza nessuna motivazione narrativa, senza nessun ordinamento preventivo del racconto e senza alcun riferimento precedente ad un eventuale tempio, chiesa o monastero, qui assolutamente inesistenti. La stessa ambientazione complessiva che privilegia la presenza di un eremita, esclude l’eventuale richiamo ad un tempio o ad una comunità di contemplativi e tutto il contesto essenzialmente cavalleresco richiederebbe, piuttosto, la presenza di un castello. Il particolare appellativo, pur usato con molta parsimonia, non è certo secondario e riprende lo strano modo di Wolfram di comporre le parole e di specificare il loro significato simbolico. Il secondo aspetto che emerge con chiarezza è l’accostamento dei Templari assimilati ai Cavalieri del Graal con il <em>Munsalvaetsche</em>. Ne scaturisce la delineazione di una precisa <em>funzione</em>: i Templari sono i custodi del “Monte Selvaggio” e sono “nutriti” dalla luce radiante che si effonde dal <em>lapsit exillis.</em> Il terzo elemento che emerge in questi brevi cenni è l’assimilazione dei “templari” con i Cavalieri del Graal fatta derivare direttamente “<em>dalla mano di Dio”.</em> Quando, infatti, sul Graal appare la solita scritta “oracolare” viene detto che è lo stesso Dio a stabilire la sovranità di un determinato cavaliere templare su una “gente straniera”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assimilazione dei Templari ai Cavalieri del Graal comporta l’assunzione di un preciso compito: con la custodia di <em>Munsalvaetsche, </em>“la Montagna originaria” sulla quale troneggia il Graal, i Templari diventano i custodi del “Centro sacro” che regge il cosmo. E’ qui che il Graal li nutre, li guarisce, garantisce la loro eterna giovinezza e di volta in volta designa qualcuno di loro ad assumere funzioni sovrane quando le circostanze della storia lo richiedono. Per usare il <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a> di Wolfram, quando occorre i Cavalieri del Graal “<em>escono in cerca di avventure</em>”, ossia intervengono nello svolgimento delle vicende umane e offrono<strong> </strong>al Sovrano Celeste gli eventuali insuccessi o le vittorie come una specie di “offerta sacrificale” della loro insufficienza nell’adempimento del compito affidato. Si tratta dell’indicazione piuttosto precisa di un particolarissimo “rituale di espiazione” comprensibile pienamente solo nell’ambito di una dottrina assimilabile a quella ecclesiale della “Comunione dei Santi”, che qui sostanzia la strutturazione a Confraternita di questi cavalieri e dà significato anche al chiaro intento di Wolfram di statuire, pel tramite di questi Templari, forme di relazione con le tre tradizioni spirituali (celtica, cristiana e islamica) che hanno trovato una loro espressione simbolica, una specie di “armonia unitaria”, nel suo <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">A causa della ripetuta menzione dei Templari nei suoi scritti, delle modalità con le quali vengono menzionati questi straordinari cavalieri-monaci che hanno percorso i due secoli “centrali” del <a title="medio evo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medio Evo</a>, del ruolo da essi coperto accanto al Graal, al  Castello del Graal e a <em>Munsalvaetsche</em>, si è pensato che Wolfram fosse un membro dell’Ordine e che nel suo poema si trovino esposte alcune delle dottrine che i Templari consideravano essenziali per spiegare il significato della loro particolare funzione spirituale. Il suo statuto di cavaliere e cantore che vagava di corte in corte non può essere considerato un vero ostacolo alla sua eventuale ammissione a questo misterioso Ordine: anche Folco d’Anjou fu un templare, sposato e poi diventato re. Pur non possedendo attestazioni nette di una simile possibilità, l’uso di una terminologia tecnica non certo usuale negli scrittori del tempo che con precisione delinea la funzione dei Templari, e il costante richiamo ad enigmatici  “maestri” che lo avrebbero ispirato, costringe a dare giusto rilievo alle ripetute attestazioni di Wolfram che il <em><a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank">Parzival</a> </em>non è una sua creazione assolutamente personale o originale, tesa ad arricchire il gaudio di questa o quella corte, ma affonda le proprie ragioni in una speciale tradizione che nella saga del Graal ha trovato il veicolo più adatto per svelare una complessa <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbologia</a> spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe impossibile riuscire a provare con esattezza se i <em>Templaisen </em>di Wolfram siano effettivamente i cavalieri-monaci dell’Ordine del Tempio. Qualcuno ha pensato persino che la loro menzione nel <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><em>Parzival</em></a> possa essere la semplice eco di un Ordine che spesso assumeva contorni leggendari; altri, che si sia voluto evidenziare nettamente la natura profonda dei rapporti dell’Ordine del Tempio con il Graal e con il Paradiso perduto, il “Centro del mondo”. È possibile che queste ipotesi siano vicine alla realtà. Il rilievo assunto dall’assimilazione dei <em>Templaisen </em>con i “Cavalieri del Graal” nella seconda parte del romanzo, dopo le indicazioni sul ruolo centrale di Gahmuret e dell’Islam, è troppo circostanziato, attento ai particolari e alle funzioni simboliche perché si possa pensare ad una semplice casualità. Pur in un linguaggio criptico, come se i vari <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> dovessero essere compresi solamente da una esigua <em>èlite</em>, l’assimilazione fatta da Wolfram fra i Cavalieri del Graal e i Templari sembra indicare una direzione precisa, un enigmatico legame fra la realtà storica dei Cavalieri-monaci e il Graal.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, attorno allo sfondo dottrinale incentrato nella “cerca” di una misteriosa Pietra sacra “caduta dal cielo”, a poco a poco emerge il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di un “Luogo sacro” dal quale s’irradia la Luce del Graal, un specie di “Tabernacolo radiante” posto <em>in medio mundi</em> e protetto da una speciale Confraternita di Cavalieri. E d’altronde, la stessa espressione <em>Templaisen von Munsalvaetsche</em> non è l’equivalente esatto dell’attribuzione più famosa dei Templari, “Custodi della Terra Santa” ?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato con la cortese concessione della Redazione di “Arthos” e dell’Autore.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/wolfram-von-eschenbach-e-i-custodi-del-graal.html' addthis:title='Wolfram von Eschenbach e i Custodi del Graal ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La corrispondenza tra Julius Evola e Mircea Eliade</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 15:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’epistolario lascia intravvedere un rapporto non occasionale e probabilmente ricco di risvolti umani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-corrispondenza-tra-julius-evola-e-mircea-eliade.html' addthis:title='La corrispondenza tra Julius Evola e Mircea Eliade '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/evola48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Julius Evola" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/eliade48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Mircea Eliade" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lettere-a-mircea-eliade/9554" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8020" style="margin: 10px;" title="lettere-a-mircea-eliade" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lettere-a-mircea-eliade1-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>I rapporti di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> con <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span> sono sempre stati oggetto di analisi di vario valore e significato perché mancava una documentazione adeguata che potesse dare fondamento alle molte congetture che a poco a poco hanno costituito il tramite di una vera e propria tradizione poco fondata e spesso solamente ipotetica. Un recente libro edito dalle Edizioni Controcorrente di Napoli che pubblica ben 16 lettere inviate da <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a> a Mircea <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Eliade</a></span> contribuisce a rendere finalmente intellegibile la loro relazione. Le lettere toccano un arco piuttosto ampio, dagli anni precedenti la seconda guerra mondiale fino alla metà degli anni Sessanta e perciò costituiscono uno strumento senza eguali per seguire un itinerario culturale e umano che ha attraversato ben trenta anni. L’epistolario lascia intravvedere un rapporto non occasionale e probabilmente ricco di risvolti umani. In più di un’occasione Evola addirittura si permette di rimproverare il suo corrispondente rumeno per quelle che ritiene alcune trascuratezze culturali (assenza di citazioni del proprio lavoro, poca attenzione al mondo culturale da cui entrambi provengono, un eccessivo interesse erudito per studiosi che non mostrano interesse per la spiritualità tradizionale, ecc.), senza che dall’altra parte si accenni ad una reazione, ad una protesta o ad una rettifica dei rilievi mossigli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il testo è ottimamente prefato da <a title="Giovanni Casadio" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giovanni-casadio/">Giovanni Casadio</a> dell’Università di Salerno che non solo elenca tutta una serie di problemi sorti nel mondo accademico, ma tende a rettificare i troppi svarioni che dalla morte del grande storico rumeno corrono sulla sua persona con malevole insinuazioni che non hanno nessun fondamento reale. Molto importante per es. è la critica serrata che Casadio muove alle tesi dell’americano Urban che in un suo libro sul tantrismo ha cercato non solo di limitare il sostrato dottrinale e culturale del libro di Evola sullo yoga tantrico, ma ne ha profittato per attaccare qua e là anche il noto celeberrimo manuale di Eliade sullo yoga.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatta con una cura d’altri tempi e con una attenta sequela di rilievi culturali che farebbero arrossire i molti improvvisati (ma sostanzialmente sprovveduti) critici dei due studiosi che solitamente si attengono al “sentito dire” e ad una lettura limitatissima delle molte opere di <a title="Julius Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Julius Evola</a>, l’<em>Introduzione</em> di <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/">Claudio Mutti</a> tende a rendere intellegibile il rapporto culturale che ha legato Evola ed Eliade e ne chiarisce i vari risvolti e la reale portata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libretto che presentiamo è molto importante. Attesta un rapporto non episodico, forse persino radicato in una relazione che, stando ai vaghi cenni contenuti nelle lettere, ha toccato non solo la cultura e l’erudizione, ma lo stesso sostrato spirituale ai quali entrambi avevano fatto riferimento nella loro giovinezza e per il quale entrambi si erano battuti con forza.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p><a title="Lettere di Julius Evola a Mircea Eliade" href="http://www.libriefilm.com/lettere-a-mircea-eliade/9554" target="_blank"><em>Lettere di Julius Evola a Mircea Eliade</em></a>, con una Premessa di Giovanni Casadio e una Introduzione di Claudio Mutti, Edizioni Controcorrente, Napoli 2011, pp. 80, € 10.</p>
<p>Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, da Area, giugno 2011.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-corrispondenza-tra-julius-evola-e-mircea-eliade.html' addthis:title='La corrispondenza tra Julius Evola e Mircea Eliade ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>In morte di un samurai</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 10:44:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Curato da Edoardo Quarantelli, responsabile della Libreria Aseq di Roma, è uscito un libro che raccoglie poesie in francese edi in italiano del famoso scrittore e diplomatico Pierre Pascal.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/in-morte-di-un-samurai.html' addthis:title='In morte di un samurai '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6116" style="margin: 10px;" title="mortesamurai" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mortesamurai.jpg" alt="" width="89" height="128" />Curato da Edoardo Quarantelli, responsabile della Libreria Aseq di Roma, è uscito un libro che raccoglie poesie in francese edi in italiano del famoso scrittore e diplomatico Pierre Pascal.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale Pascal fu un simpatizzante dell’Action Française finché divenne un frequentatore assiduo della casa di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/">René Guénon</a></span>. La sua presenza nelle sedi diplomatiche di Persia e del Giappone gli consentirono non solo di padroneggiare le lingue di quei paesi, ma anche di conoscerne direttamente e profondamente la cultura e la spiritualità. Dopo la guerra si stabilì a Roma dove la sua vita veniva scandita dalla frequentazione nella casa di <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> del quale divenne un amico profondo e in tutte le biblioteche che Roma poteva offrire. Frutto di studi isolati, ma ricchi di analisi esegetiche poco comuni, fu una splendida edizione dell’<em>Apocalissi</em> di san Giovanni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> In morte di un samurai</em> è un libro che parla della “vittoria dello sconfitto”. La figura del samurai in cui si identifica l’Autore stesso, è una figura titanica che sfida il termpo, la storia e il giudizio degli uomini. Egli è inerme, ma potente nel suo valore; è reietto, ma è superiore nell’animo; è sconfitto, ma vittorioso nella condanna subita. E’ proprio questa contraddizione che fa unico il samurai di fronte al momento fatale: la consapevolezza di esserer contro la Storia lo rende gigante sugli uomini, portatore di una verità che è redenzione e fierezza. Non c’è odio, ma compassione; non c’è rancore, ma compostezza; non viltà, ma temperanza. L’Autore narra una vicenda che assume i contorni di una tragedia, eppure la trama è soffusa da un senso di piena comprensione del tutto, in cui egli si riconosce nella propria parte perché scelta, voluta, amata. Questa <em>katastophé </em>ribalta i valori con i quali siamo soliti giudicare i porotagonisti della Storia e ci induce a riflettere sulla vera essenza dell’uomo, sulla realtà del suo animo.</p>
<p style="text-align: justify;">È soprattutto quando sembra che tutto sia perso che ritroviamo la pienezza del nostro Io: solo allora siamo vittoriosi sul tempo e sull’oblio. Questo è l’insegnamento lasciatoci da Pierre Pascal: che è il suo tributo alla vita e al contempo il suo canto del cigno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> (dal risvolto di copertina).</em></p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Pierre Pascal, <em>In morte di un samurai</em>, Il settimo sigillo, Roma 2007.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/in-morte-di-un-samurai.html' addthis:title='In morte di un samurai ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il cristianesimo celtico</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 16:53:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fra il IV e il VII secolo in Irlanda si è dato origine ad un monachesimo che ha costituito uno dei fenomeni più complessi e ricchi fra quanti ne sono fioriti nel continente]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html' addthis:title='Il cristianesimo celtico '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-cristianesimo-celtico/8694" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6050" style="margin: 10px;" title="il-cristianesimo-celtico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-cristianesimo-celtico.jpg" alt="" width="200" height="284" /></a>Durante la sua bimillenaria storia il Cristianesimo ha sempre mostrato un’attenzione speciale per la dimensione più elevata della vita spirituale e a questo fine nel corso dei secoli ha presentato aspetti molto vari che secondo modalità diverse hanno teso ad avviare gli asceti verso l’esperienza di quella che può essere agevolmente definita, semplificando, la visione di Dio. Non si è trattato di un fenomeno uniforme ed omogeneo, ma di modalità ascetiche a volte diversissime fra loro, di forme non sempre comparabili anche se, ovviamente, il richiamo agli stessi fondamenti evangelici ne fa aspetti di un’unica, grandiosa realtà ecclesiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Accanto ai notissimi monaci della Tebaide, agli eremiti della Siria, ai tanti solitari che a Lérins o nei cenobi scaturiti dall&#8217;insegnamento di Cassiano intendevano seguire il dettato evangelico “Lascia tutto e seguimi!”, fra il IV e il VII secolo in Irlanda si è dato origine ad un monachesimo che ha costituito uno dei fenomeni più complessi e ricchi fra quanti ne sono fioriti nel continente. Non si è trattato di un evento trascurabile o circoscritto ad una realtà geografica limitata, ma di una presenza massiccia che in breve tempo ha raggiunto molta parte delle regioni europee, ha alimentato gli ambiti dottrinali più diversi e ha sostanziato la contemplazione, la cultura, l’arte, la miniatura, l’oreficeria, i monumenti, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e le forme sacramentali che hanno costituito la base di una ricchissima vita spirituale. Il monachesimo organizzatosi nelle isole del Nord del continente ha avuto una sua specificità che lo ha reso completamente diverso rispetto a quanto conosciamo dei monasteri benedettini, qui arrivati proprio quando quelli di rito celtico cominciavano a perdere la loro forza propulsiva e tendevano ad essere assorbiti nelle fondazioni “latine”. Non solo le diverse, asprissime forme di austerità, ma la stessa loro considerazione sul significato della vita sacramentale scaturiva da una particolare condizione che faceva percepire il cosmo e i ritmi temporali come una continua teofania che il monaco doveva, semplicemente, contemplare come il riflesso della “presenza” di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio della spiritualità cristiano-celtica ha conosciuto negli ultimi anni un&#8217;attenzione e un&#8217;estensione che ha toccato aspetti vari di quell’antica struttura ecclesiale e per la prima volta non si è limitata alla stretta cerchia élitaria degli specialisti anglo-irlandesi. Si è trattato di una vera e propria riscoperta di un mondo fin qui analizzato in modo limitato che però alcuni autori hanno condotto avventurosamente, senza una conoscenza adeguata dei valori specifici di quella realtà, in certi casi addirittura presumendo di trovare impossibili rispondenze con fantasiosi cicli mitologici. Nei moltissimi manuali che studiano il Cristianesimo dei primi secoli, nonostante la grande diffusione e la capillare presenza in ogni ambito della vita sociale, il monachesimo celtico viene spesso considerato un fenomeno “quasi spontaneo”, non paragonabile in nessun modo a quanto si è sviluppato altrove. Si è voluto sostenere che tale importante fenomeno possa essere considerato solo una specie di intermezzo provvisorio che avrebbe fatto seguito alle numerose comunità eremitiche fiorite nel sud della Gallia e nelle isole tirreniche, un&#8217;esperienza ritenuta funzionale al successivo arrivo dei Benedettini che con la loro Regola molto articolata, organizzata, più attenta alle necessità di una vita comunitaria e con i loro ricchi monasteri, sarebbero stati gli autentici iniziatori della civiltà conventuale fiorita in tutta Europa. E tuttavia, questa specie di convinzione acritica seguita dagli studiosi del mondo alto-medievale e continuatasi fino ai nostri giorni senza eccessive smentite, non solo non corrisponde affatto alla realtà, ma sostanzialmente ignora la peculiarità dell’esperienza mistica dei monaci e dei contemplativi celtici e, da un punto di vista strettamente erudito, sembra persino trascurare la pur copiosa letteratura critica fiorita in Irlanda e in Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6051" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><img class="size-full wp-image-6051" title="San Colombano. Abbazia di Brugnato (SP)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/san-colombano.jpg" alt="San Colombano. Abbazia di Brugnato (SP)." width="240" height="262" /><p class="wp-caption-text">San Colombano. Abbazia di Brugnato (SP).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per meglio evidenziare le profonde diversità che distinguono i monaci di rito celtico da tutte le altre forme contemplative emerse nella storia del Cristianesimo, nel corso del libro ci siamo soffermati solo quando era strettamente necessario sulla struttura amministrativa, sulle specificità organizzative o sulla storia episcopale delle isole del Nord, e abbiamo preferito approfondire le particolarità liturgiche, i tipi di preghiera e le modalità “tecnico-realizzative” che hanno sostanziato le chiese celtiche, quelle che sembrano differire sotto moltissimi punti di vista dalla più conosciuta vita ascetica dei Benedettini. È il sostrato mistico-contemplativo nel quale si muovevano questi solitari asceti, e molto meno la storia ecclesiale, a mostrare la loro peculiarità. I monaci celtici che fra il IV e il VII secolo peregrinavano senza sosta nel mondo insulare del Nord non sono stati grandi protagonisti nel campo dottrinale e, pur saldamente ancorati alla “mistica della Luce” del Vangelo di san Giovanni, non hanno elaborato sistemi speculativi in grado di costituire il fondamento di scuole o comunità di studi teologici come quelle che poi fioriranno sul continente. D’altronde, lo stesso maldestro tentativo fatto da alcuni nostalgici del folklore druidico di ricondurre le dottrine di un eretico come Pelagio alla spiritualità degli asceti irlandesi e scozzesi è solo il frutto di una povertà interpretativa che mostra, fra l&#8217;altro, di non conoscere affatto le concrete radici dalle quali ha preso consistenza il pelagianesimo, la sua negazione del significato ontologico del peccato o la riduzione della preghiera e della stessa vita sacramentale ad una vuota vestigia priva di ogni portata “realizzativa”, tutte cose che avrebbero fatto inorridire qualsiasi monaco del  tempo dello splendore dell’”isola santa” di Iona.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, l’attenzione di questi asceti del Nord era rivolta alla conversione del mondo e i loro ritmi di vita si modulavano essenzialmente sulla purificazione dell&#8217;anima, sulla mistica, sulla contemplazione, sull’<em>imitatio Christi</em>. Le loro forme sacramentali, le preghiere così singolari, la salmodia onnipervadente, i rigidi penitenziali e i canti ci conducono verso una realtà arcaica, rocciosa, spesso aspra; parlano di un mondo lontano, irraggiungibile, silenzioso, quasi incomprensibile per dei moderni. Tutto un ordinamento liturgico e “tecnico-realizzativo” fra i più complessi svela un modo diversissimo di affrontare i temi sacramentali e quelli che si è abituati ad elencare all&#8217;interno dell’ampia e variegata area della mistica. Da questi lontani monasteri emerge una quantità di pratiche ascetiche, di dure austerità, di invocazioni, di lodi, di inni, di regole e strutture organizzative che appaiono estremamente differenti rispetto a quanto si è abituati a vedere in altre aree del continente. La stessa singolare organizzazione ad un tempo cenobitica, eremitica ed “itinerante” del loro monachesimo ha permesso che affiorassero quelle straordinarie figure di asceti e di instancabili <em>peregrini Dei</em> conosciuti come <a title="culdei" href="http://www.centrostudilaruna.it/i-culdei.html">Culdei</a>, una comunità di misteriosi contemplativi le cui caratteristiche di fondo non sono certo assimilabili ad altre esperienze conventuali e probabilmente costituiscono lasignatura più autentica di tutto il monachesimo celtico. La loro forma spirituale rivela una profondità che per la sua specificità e per la sua aderenza ad una realtà immacolata può essere definita solo “primordiale”, rimasta fin qui sostanzialmente poco analizzata nella sua dimensione più autentica, ma che dal punto di vista della Storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">Religioni</a> indirizza verso un sostrato mistico-contemplativo dalle somiglianze straordinarie con aree lontane dall’Europa quali il Tibet buddhista, l’India delle prime <em>Upanishad</em>, l’Islam dei sufi eredi dell’insegnamento di Muhyiddin Ibn ‘Arabi, le foreste siberiane dei pustynniki, il Monte Athos degli esicasti, la Cina di alcune fra le più chiuse confraternite taoiste, il Giappone degli  yamabushi, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lirlanda-e-gli-irlandesi-nellalto-medioevo/8728" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-6092" style="margin: 10px;" title="irlanda-e-irlandesi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/irlanda-e-irlandesi.jpg" alt="" width="161" height="240" /></a>Studiando l’attività apostolica dei monaci e di quegli innumerevoli <em>peregrini Dei</em>, i Deoradhs  che con instancabile zelo missionario hanno percorso il continente europeo, non si può non rilevare l’enorme importanza che nei loro <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e nella loro spiritualità hanno avuto le radici antico-celtiche dei popoli dai quali provenivano. Non si è trattata della solita, consolatoria e vaga “influenza” che resta sempre in superficie e non tocca il cuore dei fenomeni religiosi, ma della dimensione più profonda della <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> druidica. D’altronde, mentre nel resto del continente le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> antiche si trovavano al limitare estremo di un ciclo che andava a spegnersi in un crepuscolo senza luce, in Irlanda i missionari cristiani si sono trovati davanti una classe sacerdotale ancora molto vitale nonostante l&#8217;antichissimo passato e le radici “primordiali”, pienamente consapevole dei valori di cui era la portatrice, in grado di competere con i nuovi arrivati sul piano spirituale, dottrinale e rituale. Si è trattato perciò di un evento nuovo, sostanzialmente sconosciuto agli altri missionari che percorrevano il continente, ma che potevano affrontare solo apostoli cristiani perfettamente consapevoli della ricchezza del patrimonio rituale che si trovavano di fronte. La loro instancabile attività alimentata da una intensa vita liturgica e da un sostrato mistico-contemplativo molto profondo, condusse alla conversione della quasi totalità della casta sacerdotale della vecchia <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> druidica e addirittura nel breve volgere di pochi decenni molti di quei cantori sacri, austeri veggenti e maghi-incantatori sono diventati famosi asceti cristiani, santi autorevoli, vescovi irreprensibili, abati illuminati e apostoli infaticabili. È un avvenimento unico nella storia delle conversioni che non autorizza affatto ad ipotizzare l&#8217;improbabile e, d’altronde, mai esistita “acculturazione latina dell&#8217;Irlanda” cui ha pensato qualche studioso prigioniero di uno schema mentale ottocentesco che lo costringe a ripetere, in modo improprio e senza adeguati approfondimenti culturali, formule tratte dall&#8217;etnologia o dalla sociologia, ed è sostanzialmente sfuggito nel suo vero significato e nelle sue implicazioni a molti storici delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> e del Cristianesimo che hanno preferito considerare semplicisticamente il monachesimo celtico una anticipazione barbara e rozza di quello benedettino.</p>
<p style="text-align: justify;">La particolare articolazione di questa forma tradizionale, risultato della confluenza eccezionale nel Cristianesimo dei <em>filid</em>, gli autorevoli rappresentanti di una delle più antiche <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> dell’umanità che in Irlanda e in Scozia avevano conservato intatti i loro fondamenti dottrinali e rituali, è rimasta praticamente sconosciuta ai tanti ricercatori che hanno studiato la conversione dei popoli dell’impero romano senza minimamente accennare a ciò che succedeva nelle isole dell’estremità Nord dell’Europa. Proprio questa simbiosi delle forme più elevate ed “essenziali” del mondo celtico con la spiritualità cristiana, che qui ha teso sempre a preservare gli impulsi più profondi e creativi del druidismo, ha impedito persino lo svilupparsi in quelle terre di fenomeni di autentica persecuzione dall&#8217;una o dall&#8217;altra parte ed autorizza a parlare di un “monachesimo celtico” con una sua precisa identità dottrinale, liturgica e contemplativa. D&#8217;altronde, la locuzione “monachesimo irlandese” usata da alcuni specialisti, appare troppo circoscritta ad una determinata area geografica e non tiene conto che il tipo di spiritualità e lo stesso ordinamento conventuale che sottende si è estesa profondamente anche alla Scozia, alla Bretagna, al Galles, alla Cornovaglia, all&#8217;Armorica e persino a molte regioni del continente. Così come è ormai usuale distinguere per le loro peculiarità un “monachesimo siriaco”, un “monachesimo della Tebaide”, un “monachesimo copto”, un “monachesimo benedettino” o un “monachesimo athonita”, tutte forme contemplative sostanziate da ben distinte dottrine, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> fra i più complessi e specifiche metodologie ascetiche, l&#8217;estrema articolazione e la sostanziale diversità delle forme spirituali fiorite nelle isole del Nord Europa rispetto alle altre, autorizza a parlare di un “monachesimo celtico” con una sua precisa identità mistico-contemplativa e con tutta una serie di metodi di preghiera e di sistemi liturgico-sacramentali che rendono la sua esistenza per molti aspetti un sostanziale affioramento di una religiosità primordiale, originaria.</p>
<p style="text-align: justify;">È in quest’ambito che trova significato il sottotitolo del libro, <em>I pellegrini della Luce</em>. Esso intende evidenziare la speciale attitudine “mistico-visionaria” e le molte indicazioni di questi straordinari monaci. Non solo sentivano di seguire come pochi altri la dottrina della luce spirituale e le infinite articolazioni contemplative del rapporto suono-luce quali possono dedursi dalle indicazioni contenute nel <em>Vangelo di Giovanni</em>, ma ritenevano che la stessa luce fisica e il tracciato celeste del sole non facessero altro che costituire una sorta di veicolo di manifestazione della luce divina che già il <em>Genesi </em>(2, 8: “Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, ad Oriente, e qui pose l’uomo che aveva formato”) aveva indicato come lo “specifico” del Paradiso terrestre, quell’”Oriente” che non si trova nelle carte geografiche, ma è il luogo teofanico nel quale risplende la “luce primordiale” di cui parlava Dionigi l’Areopagita (CH, I, 2), la <em>Lux Matutina </em>sperimentata da molti mistici, quella che secondo Meister Eckhart conduce alla “conoscenza aurorale” (<em>morgenbekentnus</em>), l’”Oriente” di una luce “originaria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo evitato di soffermarci sui motivi e sulle modalità che condussero il monachesimo celtico ad essere assorbito, lentamente, ma inesorabilmente, nelle varie famiglie scaturite dall&#8217;Ordine benedettino, e abbiamo toccato questo complesso problema solo quando era strettamente necessario ai fini di una opportuna chiarificazione. Questo processo di assimilazione è durato molto tempo, almeno dal VII al XII secolo, è stato lento, ma continuo ed inesorabile, ed ha condotto alla sparizione di quasi tutte le forme sacramentali, i ritmi liturgici, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>, i tipi di preghiera e di meditazione che costituivano la caratteristica specifica del mondo che dall&#8217;Irlanda si era diffuso fra le popolazioni del Nord e poi si era riversato sul continente con una infaticabile forza di penetrazione definita efficacemente da alcuni studiosi come ”invasione mistica” dell’Europa che ha dato vita ad un numero inverosimile di fondazioni monastiche dalle quali si è irradiata una raffinatissima cultura. E tuttavia, alcuni elementi di quell&#8217;antica spiritualità devono essere rimasti tenacemente vivi anche quando sembrava che la tradizione cristiano-celtica fosse irrimediabilmente sparita se ancora in pieno XII secolo san Bernardo di Clairvaux, questo grande mistico e teologo cistercense considerato l’ultimo dei Padri della Chiesa, rimaneva ammirato di fronte all&#8217;elevatezza spirituale di quello che si presentava esteriormente come un semplice asceta ed un umile abate, uno dei tanti Patres che avevano fecondato la tradizione monacale celtica, san Malachia O’Morghair, l’arcivescovo di Armagh, l’erede di san Patrizio nella sede “primaziale” d&#8217;Irlanda.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-cristianesimo-celtico.html' addthis:title='Il cristianesimo celtico ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Forme della personalità umana nell&#8217;Ellade</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 20:18:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo sviluppo del sentimento e della concezione della personalità nella Grecia antica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/forme-della-personalita-umana-nellellade.html' addthis:title='Forme della personalità umana nell&#8217;Ellade '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8806174975" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/luniversoglideigliuomini.bmp" border="0" alt="Jean-Pierre Vernant, L'universo, gli dèi, gli uomini" width="95" height="145" /></a>Uno degli aspetti più caratterizzanti nello studio dell&#8217;<em>Iliade </em>e dell&#8217;<em>Odissea </em>è la scoperta delle modalità da parte di tutti i personaggi che hanno un rilievo narrativo, di &#8220;entrare&#8221; in se stessi e di dialogare non solo con gli dèi che si svelano in ogni aspetto dell&#8217;accadere umano, ma anche di scrutare i propri sentimenti, di &#8220;guardare&#8221; il vasto mondo che si muove nella vita interiore. E&#8217; una realtà particolare, non facilmente rinvenibile in altre <a title="Civiltà antiche" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">civiltà antiche</a> e tale da spingere alcuni studiosi del mondo ellenico ad ipotizzare una particolare capacità percettiva, probabilmente caratterizzante l&#8217;intero popolo ellenico, tesa a dare significato al senso vivo della personalità umana che già alle origini di quella civiltà ne ha reso unica la visione del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli albori del mondo ellenico l&#8217;uomo rappresentato da Omero ci rivela immediatamente quello che è stato definito <em>&#8220;il suo vigile e chiaro pensiero</em>&#8220;, una speciale capacità di guardare il mondo in modo impersonale pur avendo consapevolezza del valore del proprio Io in quell&#8217;atto essenziale, e poi di esprimere un giudizio che tiene conto contemporaneamente della realtà esteriore, della libertà insita in ogni scelta, del fatto che ciò che ne sostanzia il significato è la persona del singolo, l&#8217;uomo libero. Per esprimere questa tendenza profondamente connaturata, gli Elleni usavano il termine εύλάβεια = &#8220;circospezione&#8221;, &#8220;cautela&#8221;, che invitava ad un atteggiamento di prudente azione, di misurato rapporto prima con gli dèi, poi con il vasto mondo, infine con la comunità degli uomini. Un atteggiamento profondamente vissuto di misurato equilibrio rendeva ogni Elleno incapace di mostrare una eccessiva espansività e dava forza ad ogni loro atto nel quale si riteneva che i sentimenti dovessero dimorare come la sostanza dell&#8217;agire umano.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; la tragedia greca che rivela questo aspetto particolare del vivere. Qui l&#8217;uomo è continuamente messo di fronte a se stesso, alla grandiosità di sentimenti in grado di abbracciare il vasto mondo, ad emozioni che molto spesso sembrano caricarsi di un peso insopportabile, ma che nel punto in cui il protagonista li incanala nell&#8217;alveo della tradizione e li articola nella complessa sua vita interiore, risultano essenziali per la valorizzazione di sé, diventano la base per capire il significato del mondo e lo stesso &#8220;agire&#8221; degli dèi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8802071764" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/tucididelestorie.bmp" border="0" alt="Tucidide, Le storie vol. 1-2. Testo greco a fronte (2 vol.)" width="95" height="151" /></a>Nella stessa poesia lirica i vari poeti manifestano per la prima volta un senso della propria individualità che è un segnale della vivacità intellettuale di quel tempo. Essi parlano di sé, fanno persino conoscere il proprio nome, &#8220;esistono&#8221; come persone individuabili, con aspirazioni e ideali che differenziano ognuno di loro dagli altri e li caratterizzano come individui coscienti di una personalità irripetibile. Non basta dire che la lirica greca è strettamente legata a forme poetiche pre-letterarie, forse derivate dalla tradizione compositiva scaturita dal mondo del sacro, le cui radici affondano nei canti dei danzatori sacri, nei peana che arricchivano la vita rituale dei vari santuari, oppure nelle stesse canzoni popolari e contadine &#8220;ordinate&#8221; attorno a ritmi di un mondo antichissimo, tutto un insieme tradizionale che, come ha fatto notare Louis Gernet, costituiva l&#8217;elemento fondamentale della vita rituale del primitivo mondo ellenico. Quando la poesia lirica giunge al suo momento di maturità, l&#8217;individualità del poeta è chiara, non c&#8217;è nessuna possibilità di confondere le poesie di un Alceo con quelle di Saffo, le nitide descrizioni di un Anacreonte con quanto scrivono Bacchilide, Simonide o Stesicoro. Ognuno di loro canta ciò che lo distingue dagli altri e lo rende unico, irrepetibile; il canto è il frutto di una individualità che esprime un mondo interiore e un fluire di sentimenti assolutamente &#8220;personale&#8221;. La coscienza della propria personalità e del proprio mondo interiore non solo è chiaramente affermata, ma diventa il segno distintivo capace di valorizzare ogni uomo, anche coloro che ascoltano solamente questi canti, ognuno vi ritrova aspetti fondanti della propria vita interiore. Non c&#8217;è destino o fato che possa impedire all&#8217;Elleno di attingere a questo suo pulsare interiore, dove i sentimenti, gli impulsi e i valori tradizionali sono vissuti secondo modalità irripetibili, si incontrano, danno vita alla personalità individuale, ad un essere umano &#8220;completo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La grande filologia dell&#8217;Ottocento riteneva che nei due grandi poemi delle origini elleniche la coscienza dell&#8217;Io fosse poco evidente, qualcuno addirittura ne negava la presenza anche se l&#8217;ira di Achille, il ruolo di Ulisse, quello di Patroclo, di Ettore e di tanti altri sembravano smentire con ogni evidenza queste affermazioni, verosimilmente scaturite da una visione evoluzionistica della vita incapace di ammettere che poemi tanto antichi contenessero già tutto ciò che i filologi positivisti ritenevano caratteristico dell&#8217;uomo razionale ed &#8220;evoluto&#8221;, insomma, &#8220;moderno&#8221;. Ma la primitiva esperienza filosofica greca, la lirica, la tragedia e la stessa commedia ci dicono che la percezione dell&#8217;Io per l&#8217;Elleno era un fattore essenziale del suo modo di vedere l&#8217;universo, di percepire la vita del cosmo, di sperimentarne i ritmi, di guardare con un occhio che andava a penetrare lo stesso significato del vasto mondo.  Da ciò la varietà di termini, tipica del vocabolario ellenico, per esprimere l&#8217;atto del &#8220;vedere&#8221;, verbi che da una percezione puramente fisica a poco a poco ci trasportano in un ambito carico di significati astratti,  poi di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>, di valori, di spiritualità. L&#8217;Elleno classico riteneva che questo suo sentimento dell&#8217;Io doveva essere vissuto fino in fondo, percepiva una distanza incolmabile fra ciò che lo caratterizzava in modo irripetibile e gli uomini che vivevano attorno a sé e sperimentavano un identico sentimento della propria specificità. Non concepì l&#8217;Io come un limite da controllare o da sopprimere, ma come un valore fondamentale capace di rendere irripetibile la stessa esistenza, caratterizzante anche le personalità divine, persino il modo di essere degli stessi dèi olimpici.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragedia ci rappresenta spesso un personaggio-eroe di fronte all&#8217;enigma di  sconosciute potenze estranee alla propria vita quotidiana che vorrebbero condizionarne l&#8217;esistenza, obbligarlo a scelte non appartenenti alla sua interiorità, al suo naturale atteggiarsi come un essere libero posto di fronte al vasto mondo. In questi momenti l&#8217;Elleno attinge al suo Io che &#8220;vuole&#8221;, alla volontà di determinare la stessa esistenza, di restare fedele al destino che gli è stato assegnato, di non abbandonarsi, di esigere da sé non solo il totale controllo della propria vita, ma anche di affrontare la morte, il momento ultimo dell&#8217;esistenza, con la consapevolezza di aver vissuto l&#8217;&#8221;attimo&#8221; irripetibile che è l&#8217;essere se stessi forgiando il proprio capolavoro, la propria esistenza. Per questo la sua appartenenza alla <em>polis</em>, ad una comunità completa ed organica, non diminuiva il senso dell&#8217;Io, il valore assegnato ad una interiorità ricca e variegata, ma si riteneva che la persona umana e la &#8220;ricchezza&#8221; di valori che ne distingueva il modo di essere, doveva essere in grado di completarsi nella vita sociale, non di spegnersi o annegare in un  &#8220;collettivo statale&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8817172847" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/costituzionedegliateniesi.bmp" border="0" alt="Aristotele, La costituzione degli Ateniesi" width="95" height="157" /></a>Questo spiccato senso dell&#8217;Io ha una particolarità: il differenziare il soggetto da  un oggetto posto fuori da chi contempla la natura con sue leggi specifiche, non assimilabili a quelle dell&#8217;uomo, comporta la capacità di interpretare le leggi di quel mondo, di enucleare una loro formulazione, di astrarre dall&#8217;esperienza unica ed irripetibile del singolo delle definizioni logico-razionali che ne dovranno fare capire il significato e le costanti valide non solo per chi ha sperimentato questa capacità, ma anche per coloro che non ne sono consapevoli e restano ai margini della sua ricchezza analitica e descrittiva. Nasce la volontà di astrarre concetti logici, e dunque leggi valide universalmente quand&#8217;anche non se ne sappia comprendere il processo costruttivo. La filosofia e la scienza ellenica, il primo risultato di questa attitudine astrattiva, presuppongono un Io che analizza, si pone come soggetto riflessivo che astrae dall&#8217;esperienza contenuti ormai spesso persino estranei all&#8217;etica e al mondo del sacro. Affiora la prima esperienza di un pensiero laico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella civiltà ateniese che raggiunge il sua apogeo al tempo di Pericle, la consapevolezza del valore della libertà umana è piena e condivisa. La libertà viene considerata un valore oggettivo al quale non è assolutamente possibile rinunciare se non perdendo la propria identità di uomo. E tuttavia Pericle non teme di proclamare che il limite di questa libertà sta nelle leggi che strutturano l&#8217;ordinamento giuridico e danno definizione appropriata alla libertà civica, che indirizza ognuno ad essere non solo un uomo libero, ma un cittadino libero che assieme ad altri suoi eguali esercita il proprio diritto. Il rischio di un ordinamento politico come quello dell&#8217;Atene del V secolo era che nel punto in cui cessava di essere tutelato da una personalità eccezionale come quella di Pericle, si potevano verificare forme di sfaldamento verso un individualismo esasperato che poteva condurre non solo alla decadenza dello stato, ma al suo diventare preda di avventurieri affascinanti. E&#8217; quello che accadde alla morte di Pericle nella temperie particolare succeduta alla fine delle guerre peloponnesiache, la &#8220;guerra civile&#8221; del mondo ellenico che condusse gradatamente alla perdita della libertà e alla sottomissione all&#8217;impero macedone.</p>
<p style="text-align: justify;">La consapevolezza del valore dell&#8217;individualità umana, il dovere di agire secondo coscienza e in piena libertà, non porta l&#8217;Elleno a staccarsi dai valori religiosi che ne sostanziano l&#8217;esistenza e nel quotidiano arricchiscono la sua vita comunitaria, i ritmi della convivenza cittadina. Quella &#8220;legge divina&#8221; il cui valore fu potentemente tratteggiato nelle tragedie di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/eschilo">Eschilo</a></span>, attraversa ogni aspetto della vita del singolo e della comunità cittadina (<em>&#8220;tutte le leggi umane traggono nutrimento dall&#8217;unica legge</em> <em>divina&#8221;,</em> egli ci dice), e non c&#8217;è abitante della Grecia arcaica, dal più umile dei contadini al più arrogante dei governanti che non ne sia stato consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788838921773" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/sparta-senofonte.bmp" border="0" alt="Senofonte, Sparta. Storie e protagonisti" width="95" height="137" /></a>Anche se i Sofisti cercarono con i mezzi della dialettica e con una parola onnipervadente di fare sperimentare una diversa dimensione dell&#8217;Io completamente staccata dai valori tradizionali; anche se molti membri dell&#8217;<em>élite </em>nobiliare ateniese pensarono di aderire a questa nuova realtà capace di svincolare l&#8217;Io da ogni legame rituale, di appartenenza o di eredità, la gran parte degli Elleni non si riconobbe in questa nuova predicazione che commisurava ogni cosa alla capacità di persuadere con la parola, di ammaliare, di rendere non significante ogni valore, il vivere individuale e la stessa comunità cittadina tutta. In un&#8217;epoca nella quale sembrava trionfare la ricchezza e il potere, Socrate volle ricordare che i valori reali non stavano nell&#8217;apparenza e nell&#8217;arbitrio individuale, ma nel valore che l&#8217;uomo assegnava a se stesso. Socrate valorizza il sentimento dell&#8217;Io in rapporto all&#8217;interiorità umana, alla ricchezza che riteneva di trovare nell&#8217;animo umano e alla possibilità di scoprire il Bene come un elemento essenziale e assolutamente primario nella vita dei singoli e della realtà comunitaria. Certo, il suo insistere nel dialogo con tutti per cercare quella che sembrava l&#8217;irraggiungibile verità, poteva farlo sembrare simile ai Sofisti, apparentarlo al loro modo di essere, alla loro sfrenata dialettica, e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristofane" target="_blank">Aristofane</a></span> non mancò di ridicolizzare questi aspetti del metodo educativo di Socrate. E tuttavia la sua ricerca ha un fine, mira a stabilire una precisa condizione interiore dell&#8217;uomo, a fare emergere una certezza nella quale il Bene si identifica con la coscienza dell&#8217;uomo retto. E&#8217; una scoperta dalle conseguenze importanti che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> non mancherà di sviluppare. Il giusto non può più sottrarsi alla verità che affiora nella propria anima, una verità che vive della certezza di azioni pure e rette, si alimenta nel rispetto della propria interiorità, si nutre di una giustizia non più delegata alle istituzioni, ma resa viva da una vita vissuta come conformità al Vero e al Bene. La grandezza della morte di Socrate, il Giusto che affronta il proprio destino pur nella consapevolezza della sentenza ingiusta decretata da un tribunale ostile e di parte, conclude una vita vissuta secondo giustizia e senza tentennamenti: l&#8217;ingiustizia (=la fuga dalla prigione preparata dai suoi discepoli) non può sostituire l&#8217;altra ingiustizia, quella che hanno orchestrato i suoi nemici condannandolo a morte. Socrate dimostra con la propria morte accettata consapevolmente e con virilità, che il rispetto delle leggi della patria non deve ridursi ad un atto esteriore &#8220;obbligato&#8221; dalla forza dello stato, ma è un &#8220;modo di essere&#8221; scaturente da una forma interiore, dalla consapevolezza che il Giusto coincide con il Bene e dimora nell&#8217;animo dell&#8217;&#8221;uomo nobile&#8221;. La legge non è una norma empirica creata per regolamentare una astratta comunità, ma è la &#8220;forma formante&#8221; della vita degli uomini liberi. L&#8217;uomo che vive della propria ricchezza interiore, si nutre di un&#8217;etica capace di rendere la vita degna di essere vissuta, non può eludere il richiamo della giustizia. Anche quando ogni cosa parrebbe giustificare la trasgressione e gli altri uomini approverebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia, per quanto attento al valore della persona, alla ricchezza dell&#8217;interiorità umana, alla consapevolezza che ogni uomo vive in rapporto con una comunità cittadina, in Socrate non troviamo una compiuta dottrina dello Stato e dei rapporti fra i cittadini. Pur nella viva e straordinaria attenzione al senso della comunità e al valore delle leggi comunitarie che l&#8217;uomo libero ha scelto, non c&#8217;è in Socrate una dottrina dello Stato, almeno non ne è rimasta traccia nelle testimonianze arrivate fino a noi. La sua attenzione al Bene come valore essenziale che giustifica il significato dell&#8217;esistenza umana, non si traduce in una riflessione compiuta sul &#8220;bene comune&#8221;, sulla società e le sue istituzioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875459886" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/divinoellade.bmp" border="0" alt="Nuccio d'Anna, Il divino nell'Ellade" width="95" height="145" /></a>L&#8217;arcaica società ellenica era arrivata alle forme di vita nella <em>polis </em>dopo un lungo processo che aveva trasformato antichissime tradizioni cui erano legati tutti i popoli dell&#8217;Ellade. Al centro della vita familiare troviamo il padre che nell&#8217;età arcaica copriva aspetti pontificali connessi alla sua funzione di sacerdote domestico. La madre, invece, era la garante della perpetuità del recinto familiare, del prolungamento nel tempo della famiglia, non una somma di individui legati da sentimenti, ma un tipo particolare di confraternita sacra diretta dal capo-famiglia che ne officiava i riti ancestrali conservati con cura e gelosamente custoditi e trasmessi da padre in figlio. Più all&#8217;esterno c&#8217;era il <em>genos,</em> costituito da tutti i &#8220;rami&#8221; che praticavano lo stesso rituale e spesso si riunivano attorno ad una tomba-ara gentilizia. La tribù riuniva una serie di <em>genos </em>attorno ad un culto unitario che veniva celebrato da tutti i membri nell&#8217;anniversario dell<em>&#8216;eroe eponimo. </em>Quando le tribù elleniche cominciarono ad urbanizzarsi è evidente che tali ordinamenti poggianti su strutture gentilizie e familiari, non potevano più reggere e fu necessario un riadattamento sfociato in quella particolare struttura sociale da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> definita il governo dei &#8220;liberi governati&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La prospettiva politica di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> muove dalla constatazione che l&#8217;organizzazione statale è la condizione stessa del vivere civile. E&#8217; all&#8217;interno della <em>polis</em> che l&#8217;uomo può soddisfare non soltanto i suoi bisogni materiali, ma anche quelli morali solo che riesca ad equilibrare la libertà della comunità cittadina con la norma o costituzione che regola la vita civile, realizzando la concordia fra i membri dello stato, concordia che permette la partecipazione di &#8220;diritto&#8221; e di &#8220;giustizia&#8221; alla vita pubblica. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> non fa altro che teorizzare la vita cittadina nella sua dimensione etica, analizzando oggettivamente una realtà politica ritenuta ormai &#8220;normale&#8221;. Nella vita comunitaria l&#8217;uomo può adempiere a funzioni altrove impossibili; solo nella realtà sociale si concretizza interamente una armonica maturazione della persona umana; solo in rapporto agli altri è possibile commisurare la grandezza di un essere libero. E&#8217; questa dimensione che rende &#8220;vera&#8221; la celebre definizione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> secondo cui &#8220;<em>l&#8217;uomo è un</em> <em>animale sociale&#8221;,</em> nella sua interezza concepibile solo in rapporto agli altri uomini e alle istituzioni datesi liberamente da tutti i cittadini. Si tratta di una prospettiva particolare, che in sè rappresenta una novità rispetto ad altre elaborazioni di tipo politico che i vari pensatori greci non avevano mancato di elaborare. Si pensi a questo proposito a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> e ai fondamenti dello stato da lui delineati, alle tre &#8220;classi sociali&#8221; che sostanziano il suo ideale di uno stato armonico, un ideale che G. Dumézil ha ritrovato in tutte le civiltà derivate dalla preistoria <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropea</a>. Si pensi a questo proposito ai vari legislatori ellenici che in età arcaica, al sorgere delle città, ne hanno dettato i fondamenti giuridici e hanno costituito molto spesso l&#8217;elemento fondante delle molte colonie nate dalle ondate migratorie condotte all&#8217;insegna della spiritualità apollinea.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è in <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> una preminenza dello stato rispetto ai cittadini giustificata nella prospettiva dello &#8220;stato ideale&#8221;, di un ordinamento ideale che si ritiene possa essere il solo a conservare l&#8217;eredità più antica dell&#8217;Ellade, agli occhi di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> l&#8217;unico in grado di garantire l&#8217;equilibrio del corpo sociale. Nelle sue tre opere politiche, la <em>Repubblica, Le Leggi </em>e il <em>Politico,</em> lo stato è la &#8220;forma&#8221; capace di dare ordine ad una sostanza=demos che lasciata a se stessa rischia di restare amorfa poichè in sé contiene elementi di dispersione e di disordine che impediscono ogni pur piccolo tentativo di erigere una società ordinata. E&#8217; anche per questo motivo che lo stato ideale di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> diviso nelle sue tre &#8220;classi sociali&#8221;, non fa che riflettere le tre &#8220;potenze dell&#8217;anima&#8221; che costituiscono il complesso della vita interiore di ogni uomo retto. L&#8217;ordinamento dello stato ideale, quello che probabilmente doveva attualizzare sul piano filosofico una arcaica consuetudine un tempo ben viva presso tutti i <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">popoli indoeuropei</a>, oggettiva l&#8217;armonia che regge la vita dell&#8217;uomo arcaico, un &#8220;corpo sociale&#8221; capace sul proprio piano di riprodurre la gerarchia delle &#8220;potenze&#8221; che ritmano la vita interiore dell&#8217;organismo umano.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827218475" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/ilgiococosmico.bmp" border="0" alt="Nuccio D'Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell'antica Grecia" width="93" height="130" /></a>La prospettiva delle <em>Leggi </em>è diversa. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> qui sembra più attento a dare indicazioni perché si formi uno stato che nella realtà delle condizioni decadenti della Grecia del suo tempo possa adempiere alla sua funzione formativa, uno stato capace <em>hic et nunc</em> di enucleare le leggi e gli ordinamenti che devono essere come la &#8220;spina dorsale&#8221; di un corpo vivo il cui compito continua ad essere quello di dare &#8220;forma&#8221; all&#8217;informe. Proprio per queste ragioni qui è possibile trovare alcuni cenni a tradizioni antichissime nelle quali predominavano aspetti iniziatici che intendevano trasformare il giovane in un guerriero pienamente integrato nella propria comunità. A questo proposito è forse utile fare un cenno a Sparta e alla sua struttura cittadina per le oggettive similitudini che è possibile rinvenire con alcuni aspetti delle dottrine platoniche. L&#8217;ordinamento elaborato da Licurgo, che si incentrava sulla supremazia degli Spartiati e sulla selezione più rigorosa per ottenere un&#8217;élite dirigente presso la quale le caratteristiche guerriere dovevano essere assolutamente predominanti, non era altro che il tentativo di perpetuare in una società urbanizzata, strutture iniziatiche appartenenti al passato guerriero delle tribù doriche che in un&#8217;epoca ormai confinata nel mito avevano invaso il Peloponneso. Non si tratta solo della rigida educazione guerriera che, d&#8217;altronde, anche le altre città elleniche possedevano e aveva formato quei magnifici combattenti che avevano fermato l&#8217;assalto dei Persiani salvando la civiltà ellenica. Il fondamento statale spartano restava il rigido senso della comunità, la preminenza data allo stato e alla patria, la consapevolezza che la libertà del singolo non significava nulla fuori di quel contesto comunitario, il senso della custodia di valori antichissimi trasmessi mediante metodi educativi i quali, quanto ai fini, in parte è possibile trovare anche in altre aree culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">La prospettiva di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, questo straordinario discepolo sostanzialmente &#8220;infedele&#8221; di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, tuttavia è cambiata. Al centro della sua riflessione non c&#8217;è più lo stato, il <em>genos, </em>la fratrìa o le arcaiche famiglie con i loro culti e i loro rituali ancestrali. Lo stesso stato acquista un rilievo particolare, perde la sua preminenza sulla società e diventa l&#8217;elemento di coesione e di identità della comunità cittadina. Al centro ora troviamo il cittadino di una città che molto spesso ha eliminato tutte le tracce degli ordinamenti antichi e che non intende più ordinarsi attorno alle tradizioni custodite dalle famiglie patrizie. E&#8217; un rivolgimento che rende molto diversa la prospettiva aristotelica e giustifica la sua attenzione al cittadino senza radici di una città cosmopolita e tesa ad aperture verso mondi nuovi che necessariamente in antico non era possibile neanche concepire. Il cittadino deve esplicare la sua libertà individuale nell&#8217;ambito di ordinamenti liberamente accettati e condivisi, deve vivere una vita sociale che è come il segno distintivo della sua ricchezza creativa, deve concorrere ad ordinare il mondo circostante e i suoi concittadini con piena aderenza allo spirito e alla lettera delle leggi, ormai diventate la vera  &#8220;ossatura&#8221; dello stato, alle quali egli stesso ha concorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> l&#8217;unità dello stato e la concordia dei cittadini, ossia l&#8217;equilibrio dell&#8217;organismo che egli ha in vista, non può essere conservata a lungo se le famiglie e i gruppi sociali sono economicamente dipendenti, se vige un sistema economico incapace di garantire l&#8217;autonoma esistenza dei vari corpi sociali e dei singoli cittadini. L&#8217;enucleazione del principio della proprietà privata come elemento assolutamente indispensabile per il libero esercizio della libertà individuale è uno degli elementi che danno alla dottrina aristotelica dello stato quei caratteri di &#8220;modernità&#8221; che da sempre ne hanno reso importante lo studio e la riflessione. I proprietari, sostiene <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, proprio per la loro attività amministrativa, sono abituati a rispettare il diritto, a chiedere che le leggi abbiano una definizione chiara e non discussa, a decidere autonomamente e liberamente l&#8217;utile per se stessi e per la comunità cittadina tutta. L&#8217;attenzione aristotelica per questi aspetti della libera espressione della personalità umana, in sé una forma di &#8220;allargamento&#8221; e di consolidamento dello spazio di libertà individuale, si potrebbe definire come una prima delineazione di forme di sussidiarietà che solo le moderne encicliche papali hanno sviluppato in modo consequenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia il cittadino-proprietario che intende rimanere estraneo alla vita politica della propria città non può far parte del sistema politico che <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> ha in mente. Il cittadino deve partecipare delle decisioni politiche, il suo contributo alla vita comunitaria costituisce uno dei momenti essenziali della sua stessa vita di uomo libero, ne contrassegna il modo di essere e alcune delle stesse finalità esistenziali. L&#8217;ideale pan-ellenico del &#8220;governo dei governati&#8221; non può realizzarsi se non nel presupposto di un cittadino libero che esprime il proprio punto di vista, partecipa alla vita sociale e concorre alle decisioni dello stato. L&#8217;assunzione di responsabilità è insita in questa condizione di libertà individuale. Non potrebbe esserci per <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> un governo rappresentativo al quale delegare la vita legislativa. Non c&#8217;è delega che il cittadino della <em>polis</em> possa accettare, egli deve concorrere liberamente alla formazione delle leggi, ne deve vedere i risvolti, persino convincere gli altri di eventuali errori: il dialogo sociale è la forma della partecipazione diretta in un organismo che ha eretto al centro della propria esistenza un sistema di valori da tutti condivisi.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/forme-della-personalita-umana-nellellade.html' addthis:title='Forme della personalità umana nell&#8217;Ellade ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il Santo Graal. Mito e storia</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2009 11:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prefazione di Nuccio d'Anna all'omonimo libro sulla storia e il simbolismo del Graal]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-santo-graal-mito-e-storia.html' addthis:title='Il Santo Graal. Mito e storia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>Col gentile permesso dell&#8217;Editore, pubblichiamo di seguito la <em>Prefazione</em> al testo di <a title="Nuccio D'Anna" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/nuccio-d-anna/">Nuccio D&#8217;Anna</a> <em>Il Santo Graal. Mito e Storia</em>, Archè-Pizeta, Milano 2009. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875459886" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/divinoellade.bmp" border="0" alt="Nuccio d'Anna, Il divino nell'Ellade" width="95" height="145" /></a>Per più di un secolo gli studi sulla saga del Graal hanno costituito la fatica di attenti eruditi appartenenti ad una esigua cerchia accademica, ma nel corso degli ultimi anni si è assistito ad una vera e propria inondazione di libri che in vario modo hanno preteso di accostarsi a questa complessa leggenda. Senza minimamente avere una preparazione filologica adeguata molti improvvisati ricercatori hanno tentato di interpretare la famosa coppa vedendo in essa di tutto, dall’Arca Santa alla metafora di una dinastia reale, da un veicolo di pura potenza materiale al calice che Cristo avrebbe avuto in mano concretamente durante l’ultima Cena. Una serie innumerevole di indagatori si è data la pena di spiegare perché è importante ritrovare questa coppa e quali benefici materiali ne possono derivare a coloro che riescono nel compito. Qualcuno è arrivato persino a negare che nella saga del Graal la cosa più importante sia… il Graal e ha tentato d’indicare vaghi percorsi di ricerca che lascerebbero pietrificati profondi eruditi di scuola antica come Gaston Paris, Eduard Wechssler, Adolf Birch-Hirschfeld o Edmond Faral. Si è scritto di tutto e il contrario di tutto, sino a far perdere al Graal le caratteristiche che la leggenda gli ha attribuito e si è delineata una astratta “cerca” senza alcuna meta, priva di qualsiasi significato spirituale. A poco a poco lo stesso <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> che affiora attraverso la cornice cavalleresca e sostanzia in modo inequivocabile le diverse versioni della leggenda, è stato annegato in una serie di ipotesi personali scaturite solo dalle elucubrazioni mentali di alcuni improvvisati scrittori digiuni di ogni pur minima conoscenza della spiritualità e della mistica medievale, ma che si dicono preoccupati di mostrare “nuove” ed “originali” tesi interpretative, peraltro non suffragate da nessun appoggio testuale oppure da elementi dottrinali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=882721383X" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/lucedelgraal.bmp" border="0" alt="Luce del Graal" width="95" height="133" /></a>Il compito che ci siamo proposti non è quello di partecipare a questa specie di fiera para-culturale, ma di riportare la saga del Graal innanzitutto alle sue basi storiche e compositive indispensabili per comprendere quello di cui si tratta, procedendo ove necessario anche ad una comparazione fra le varie versioni della leggenda. Poi abbiamo tentato di studiare l’autentico e complesso <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> che emerge nei diversi cicli narrativi per verificarne la consistenza, il significato e i valori di riferimento. Infine abbiamo cercato di farne vedere i risvolti dottrinali che non possono essere studiati come se il Graal non appartenesse al mondo medievale, ma devono essere soppesati in rapporto all’orizzonte spirituale e alle aspettative più elevate di quel tempo. Il tema viene affrontato secondo l’ottica di uno studioso di Storia delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">Religioni</a> che intende profittare dei molti studi accademici di filologia romanza e pensa che non si deve affatto trascurare la tradizione nella quale si collocano le leggende del Graal col loro sottofondo ecclesiale e persino liturgico che in sé sembra avere costituito l’<em>humus</em> del quale si sono nutriti molti racconti. La nostra ricerca ha fatto emergere un sostrato ricco di tutta una serie di arcaiche tradizioni, di rituali antichi, di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> universali, di oggetti di devozione, di luoghi di culto e di pellegrinaggio presso i quali la Coppa e il Sangue di Cristo hanno costituito un punto di riferimento diretto, sono stati la vera cornice storica, sociologica, dottrinale e spirituale del Graal, hanno sostanziato alcuni degli elementi fondanti che ne hanno permesso la diffusione in ogni ambito della vita medievale e spesso il <em>floruit</em> di questi centri spirituali ha coinciso con la diffusione della saga in regioni nelle quali quelle forme liturgiche hanno avuto il loro punto di forza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827218475" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/ilgiococosmico.bmp" border="0" alt="Nuccio D'Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell'antica Grecia" width="93" height="130" /></a>Per poter comprendere le radici spirituali dalle quali scaturisce il complesso <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> del Graal non è sufficiente limitarsi ad una approfondita indagine dei testi, oppure agli eventuali fondamenti folkloristici di un insieme di leggende che in realtà affondano le proprie ragioni in un complesso <a title="Simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> scaturito dal modo stesso dell’uomo di porsi di fronte al divino. Né si possono trascurare i legami con l’eredità antico-celtica o quelli, più particolari, con il monachesimo cristiano presente nelle regioni in cui verosimilmente è stata formulata la prima versione del Graal. Pensiamo che la complessa ambientazione dottrinale, molti personaggi della saga, lo stesso Merlino o quegli enigmatici eremiti la cui immagine appare poco collegata col mondo ecclesiale, ma che, tuttavia, nei racconti spesso danno la chiave interpretativa del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> e di molti aspetti del rituale, possono trovare una loro spiegazione in quel misterioso retroterra ad un tempo culturale e spirituale che ha fecondato quella particolare forma tradizionale che è conosciuta come Cristianesimo celtico, i cui monaci e i cui eremiti hanno costituito il tramite per la preservazione degli elementi “essenziali” della spiritualità druidica e la loro “trasfigurazione” nella tradizione cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827205020" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/misterodelgraal.bmp" border="0" alt="Julius Evola, Il mistero del Graal" width="95" height="132" /></a>Per dare significato al <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> spirituale che sostanzia l’intero ciclo del Graal ci si è perciò preoccupati di seguire le diverse formulazioni della leggenda quali emergono prima in Chrétien de Troyes, le cui opere in vario modo appaiono fortemente radicate nelle forme spirituali derivate dal mondo antico-celtico e hanno conservato aspetti importanti del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> religioso precedente la conversione di quei popoli al Cristianesimo; poi nelle lunghe quattro Continuations che sviluppano una materia e una complessa <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologia</a> quasi completamente assente nello scrittore della Champagne derivata da una molteplicità di fonti variamente articolate; poi ancora nella “trilogia” di Robert de Boron e nel variegato, vasto ciclo del Lancelot-Graal, dove le dottrine contemplative cristiane e i simboli formulati dai monaci cluniacensi di Glastonbury e dai cistercensi di Citeaux diventano fondamentali e rivelano una ricca serie di temi che a poco a poco riconducono il Graal e il suo mondo spirituale all’interno della Storia della Salvezza; infine in alcuni importanti testi compilati in area tedesca (Wolfram von Eschenbach e Albrecht von Scharfenberg), i quali mostrano chiaramente un’enigmatica presenza di dottrine islamiche, molto probabilmente mediate dall’Ordine del Tempio, che completano il sostrato antico-celtico e quello cristiano del Graal. Rivelano una incredibile osmosi di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> armonicamente ordinati e appartenenti a mondi diversissimi che certo non è possibile rinvenire con tale chiarezza e completezza in altre forme compositive medievali.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-santo-graal-mito-e-storia.html' addthis:title='Il Santo Graal. Mito e storia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Simboli e spiritualità apollinea</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 17:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Studio sul culto apollineo, le sue origini e le sue peculiarità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/simboli-e-spiritualita-apollinea.html' addthis:title='Simboli e spiritualità apollinea '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div id="attachment_886" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-886" title="1apollofidia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/1apollofidia-300x264.png" alt="Apollo di Fidia. Particolare. Museo del Louvre, Parigi." width="300" height="264" /><p class="wp-caption-text">Apollo di Fidia. Particolare. Museo del Louvre, Parigi.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ambito della spiritualità ellenica il ruolo del dio Apollo è certamente uno dei più complessi. Ma proprio per la sua complessità, permettetemi di limitare questa nostra conversazione a tratteggiare solamente alcune funzioni poco note del dio, quelle che hanno attinenza essenzialmente con la &#8220;dimensione mistica&#8221; del suo culto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le origini di Apollo sono complesse e va certamente rifiutata la vecchia tesi di Wilamowitz-Moellendorf che ne faceva un dio medio-orientale diventato ellenico. In realtà, le cose sono molto più complicate. In un suo famoso articolo del 1975 Walter Burkert annotava la vicinanza filologica del nome del dio con le <em>Apéllai, </em>le feste annuali dei Dori durante le quali i giovani venivano ammessi nella comunità degli adulti. E&#8217; un fatto importante. Non solo perché Apollo viene ricondotto ad uno dei suoi ruoli fondamentali, ossia a quello di protettore della gioventù, ma soprattutto perché nel mondo dorico questo ruolo viene associato ad un particolare momento dell&#8217;adolescenza, al compimento dei rituali iniziatici che trasformavano il giovinetto in un uomo adulto. Ad Atene questo aspetto della vita spirituale diventava particolarmente chiaro durante il rituale dell&#8217;efebìa, quando gli efèbi venivano ammessi tra gli adulti e la <em>polis </em>cominciava un &#8220;nuovo anno&#8221;, dava inizio ad un nuovo stadio della vita comunitaria. In tal modo Apollo diventava anche uno dei protagonisti principali della vita della <em>polis</em>, custodiva la vera ricchezza di un popolo, la giovinezza, le sue forme educative e la trasformazione interiore dei giovani attuata nei rituali iniziatici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788845917301" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1613" style="border: 0pt none; margin: 10px;" title="apollo-con-il-coltello-in-mano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/apollo-con-il-coltello-in-mano-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Questa competenza ci fa capire perché Apollo ha sempre un ruolo importante quando nasce il diritto. Nelle sue linee generali il diritto sacro, il <em>nomos, </em>intendeva essere il riflesso del <em>kosmos</em>; l&#8217;ordine celeste e quello della polis dovevano entrambi rispecchiare l&#8217;unico Ordine esistente nell&#8217;universo, risuonare di un&#8217;unica euritmia sacra.  Non si trattava perciò di un qualsiasi diritto teso a regolare la convivenza, ma di una &#8220;ordine sacro&#8221; formalizzatosi in modo particolare nell&#8217;attività dei legislatori che durante il periodo delle grandi<strong> </strong>colonizzazioni andarono a creare quella sorta di &#8220;civiltà parallela&#8221; che fu la Magna Grecia. Sotto questo aspetto le ondate migratorie elleniche somigliano molto da vicino al <em>Ver sacrum</em> italico e ad alcune forme delle &#8220;migrazioni giovanili&#8221; che caratterizzarono aspetti della <em>Völkerwanderung</em> germanica. Quando gli Elleni si accingevano a formare una nuova colonia su indicazione del centro apollineo di Delfi, si trattava di un evento che andava molto oltre la semplice conquista territoriale. Proprio in virtù della &#8220;assialità&#8221; spirituale di Delfi nel mondo ellenico, i loro spostamenti assurgevano al ruolo di vere e proprie &#8220;migrazioni giovanili&#8221;, &#8220;classi di età&#8221; che sotto la protezione di Apollo, il dio della giovinezza, fuoruscivano dalla <em>polis</em>-madre e si incamminavano verso un mondo sconosciuto che veniva assimilato ad una specie di caos. L&#8217;arrivo di questi giovani guerrieri su un territorio mai sperimentato comportava rituali particolari che ripetevano gesti originari, accadimenti appartenenti all&#8217;<em>illud tempus</em> del mito, riattualizzavano il primordiale gesto creatore divino. La presa di possesso della nuova terra era equiparata alla trasformazione del <em>caos </em>in un <em>kosmos</em>, in un &#8220;universo ordinato&#8221;, e il loro arrivo veniva assimilato alla stessa creazione divina. Lo stanziamento dei coloni assumeva i contorni di una cosmogonia, il nuovo territorio era assimilato alle &#8220;tenebre&#8221; che precedono la luce e il prenderne possesso veniva assimilato all&#8217;atto stesso della creazione degli esseri all&#8217;origine del cosmo, alla creazione della <a title="simbolica" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolica</a> &#8220;terra originaria&#8221;. Solamente dopo aver compiuto il complesso rituale della costruzione dell&#8217;altare del sacrificio, oppure della consacrazione di un <em>omphalos</em> sacro, assimilato ad un vero e proprio <em>umbilicus mundi</em>, i coloni cominciavano a formare l&#8217;embrione della <em>polis </em>attorno a quello che ritualmente era diventato un vero e proprio &#8220;centro del mondo&#8221;, l&#8217;<em>acropolis</em>, il cuore, il nucleo centrale ed essenziale della nuova città. Finalmente, il <em>nomos</em> poteva ricondurre ogni aspetto della vita comunitaria alle sue radici e ai suoi fondamenti celesti, al divino <em>kosmos</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875459886" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/divinoellade.bmp" alt="Nuccio d'Anna, Il divino nell'Ellade" width="95" height="145" border="0" /></a>Un aspetto della spiritualità apollinea troppo spesso trascurato dagli studiosi della Grecia, ma che sarà enormemente popolare nel periodo ellenistico, è quello che concerne l&#8217;Apollo Pastore. Tutta una quantità di raffigurazioni iconografiche e di componimenti bucolici, da Teocrito fino a Mosco e allo stesso Virgilio, ne hanno celebrato la funzione e la spiritualità. La diffusione più ampia di questa particolare epìclesi apollinea si è avuta molto probabilmente in Sicilia e in particolare presso le colonie doriche. Qui, è esistito tutto un vasto insieme di canti bucolici che hanno costituito il vero retroterra mitologico e sacrale cui attingevano i poeti pastorali e molto probabilmente giustifica anche lo stesso uso del dialetto dorico negli <em>Idilli</em> di Teocrito, cosa certamente inusuale in un poeta bucolico. Si tratta di una tradizione molto forte radicata nei canti rituali delle arcaiche confraternite giovanili legate in modo speciale ai culti dell&#8217;Artemide dorica e di Apollo, una tradizione che si è continuata sino ad un&#8217;epoca relativamente recente soprattutto nelle colonie doriche siciliane. Il poeta e compositore Epicarmo, che visse per molti anni alla corte di Gerone di Siracusa, in alcuni dei suoi drammi ricorda che a Siracusa esisteva da tempi antichi un&#8217;importante tradizione pastorale comprendente canti sacri che si accompagnavano al suono della siringa e menziona persino alcuni <em>bukòloi </em>famosi,<em> Tityrus</em> e <em>Tyrsis</em>.<em> </em>E poichè <em>Tityrus</em> nel dialetto dorico significa &#8220;montone&#8221;, &#8220;ariete&#8221;, questo epiteto potrebbe alludere al <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> dell&#8217;Archegeta di qualche confraternita pastorale. <em>Thyrsis </em>è invece il &#8220;portatore del tirso&#8221;, il bastone sacro sul quale troneggiava una pigna sacra ad Artemide-Diana. Lo <em>Scoliaste</em> di Teocrito, e i commentatori più tardi Probo, Servio e Filargirio attestano l&#8217;esistenza di canti bucolici siciliani legati alle tradizioni doriche, tradizioni che quasi sicuramente ha conosciuto lo stesso Virgilio durante i suoi frequenti ritiri in Sicilia attestati, fra altro, nel cap. 13 della <em>Vita di Virgilio</em> di Donato, e che hanno potuto determinare il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> che fa da sottofondo alle sue <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è sottovalutato o marginalizato il valore di questi canti rituali pensando che fossero troppo primitivi per arrivare ad influenzare poeti raffinati come Mosco, Bione o Teocrito. Si è preferito pensare che essi esprimessero i valori di un mondo ingenuo, semplice, capace di affascinare chi, come Virgilio, avrebbe amato una vita pastorale rozza, ma autentica e lontana dalle turbolenze della politica romana. Qualcuno si è anche fatto prendere la mano differenziando i pretesi rozzi canti del pastore solitario che si sarebbero accompagnati al suono di strumenti primitivi, da quelli più dotti, una forma poetica pastorale &#8220;riflessa&#8221; o &#8220;d&#8217;arte&#8221; fiorita essenzialmente in Arcadia. Si dimentica però che in ogni società arcaica gli inni sacri hanno sempre avuto un valore essenziale che andava a toccare ogni pur piccolo ed apparentemente insignificante aspetto dell&#8217;esistenza, e il loro canto serviva spesso sia a perpetuare la memoria di importanti mitologhemi che nascondevano una sapienza ancestrale, sia ad accompagnare i vari rituali. È una realtà che non può essere ignorata e che radica gli antichi canti pastorali di cui parla la tradizione, non in una astratta vita silvestre, ma in una vissuta ed intensamente partecipata liturgia sacra. Mentre poi di queste pretese &#8220;rozze canzoni&#8221; non abbiamo nulla, la tradizione al contrario ricorda i canti sacri delle processioni dei <em>bukòloi </em>siciliani,<em> </em>le confraternite di giovani mascherati da animali e armati di bastoni che, con i loro simbolici dolci a forma di animali, andavano di casa in casa a portare le sementi per iniziare l&#8217;&#8221;anno nuovo&#8221; cantando inni ad Artemide ed invocando una prole numerosa, greggi ricchi, raccolti abbondanti. Queste confraternite profondamente radicate nella spiritualità apollinea non costituivano un fatto eccezionale nel mondo antico. I raggruppamenti di <em>bukòloi </em>si accompagnavano a tutta una serie di consorterie religiose di vario tipo e &#8220;radicamento&#8221; spirituale che comprendevano anche confraternite guerriere, corporazioni di vasai, fabbri-sciamani, tessitori, medici, cantori, danzatori, asceti solitari e una varietà non piccola di tiasi dionisiaci. In questo complesso sistema di organismi iniziatici primeggiavano per la loro importanza anche culturale e para-filosofica quelli che si richiamavano all&#8217;insegnamento di Orfeo, correntemente considerato un&#8217;epiclesi del dio Apollo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8827218475" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/ilgiococosmico.bmp" alt="Nuccio D'Anna, Il gioco cosmico. Tempo ed eternità nell'antica Grecia" width="93" height="130" border="0" /></a>Il tema centrale dei canti rituali che i <em>bukòloi </em>solevano indirizzare ad Artemide o ad Apollo era quello dell&#8217;amore sfortunato di una dèa  (Artemide, ma a volte anche Afrodite) per un pastorello: Acteone, Paride, Peleo e, più importante di tutti, l&#8217;apollineo Dafni, &#8220;il portatore d&#8217;alloro&#8221;. Si diceva che l&#8217;origine di questi canti sacri risaliva all&#8217;<em>illud tempus </em>nel quale i <em>bukoloi</em> avevano invocato Artemide e la dèa Liea (&#8220;Colei che allontana dai mali&#8221;) perché ponessero fine ad una terribile pestilenza che affliggeva la Sicilia. Al culmine di quel rito di invocazione la confraternita dei <em>bukòloi</em> entrò improvvisamente nel teatro elevando canti ad Artemide. Da quel momento, perpetuando e riattualizzando le condizioni spirituali narrate dal mito, il teatro diventerà una <em>imago mundi</em> e perciò continuerà ad essere considerato il &#8220;luogo sacro&#8221;, lo &#8220;spazio liturgico&#8221; nel quale venivano rappresentate le composizioni pastorali fin nel periodo alessandrino e poi nella stessa Roma. Secondo Stesicoro ed Ermesianatte, che attingono ad una tradizione conosciuta anche da Eliano e da Diodoro Siculo, il primo ad intonare i canti sacri, i <em>bukolismōi, </em>fu proprio Dafni che fondò così la tradizione seguita poi da tutti gli altri <em>bukòloi. </em>È la stessa tradizione raccontata dal poeta Parthenios, poi ripresa anche da Servio, il commentatore di Virgilio: Dafni è contemporaneamente un Cantore dall&#8217;insuperabile talento e un innamorato sfortunato o infedele, un cacciatore il cui canto ritmato sul suono della siringa incantava la stessa Artemide.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ambientazione essenzialmente rituale di questi antichissimi canti ci conduce ad Atene dove esistevano canti rituali similari. Qui erano notissime le invocazioni e le lodi elevate durante quelle feste ateniesi nelle quali corteggi di giovinetti mascherati accompagnavano la processione che si snodava attorno a quello che veniva considerato uno dei più caratteristici &#8220;veicoli di manifestazione&#8221; del dio Apollo: un ramo d&#8217;ulivo rivestito di striscette di lana che con i suoi <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> di rinnovamento e di &#8220;ricchezza&#8221; universale, evidenziava questo aspetto particolare del culto apollineo.</p>
<div id="attachment_880" class="wp-caption alignleft" style="width: 269px"><img class="size-medium wp-image-880" title="1apollo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/1apollo-259x300.jpg" alt="Apollo" width="259" height="300" /><p class="wp-caption-text">Apollo del Belvedere. Particolare. Musei Vaticani, Roma.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Come si vede si tratta di un insieme molto vario ed esteso di rituali sacri che probabilmente giungeva fino in Beozia e in Eubea, là dove ancora al tempo della poesia alessandrina erano vive le tradizioni conservate nelle feste delle <em>Daphnephorie</em> i cui canti esaltavano la figura di un Dafni-Fanciullo i cui caratteri fondamentali sembrano essere convogliati nelle vicende concernenti „<em>la Passione di Dafni</em>&#8220;, così importante nella poesia teocritèa. È in questo arcaico contesto rituale che Richard Reitzenstein pensava di poter ricondurre le composizioni dei compositori epigrammatici (Anite di Tegea, Nicia, Mnesalca di Sicione, etc.), alla cui tradizione poi avrebbero attinto i poeti pastorali alessandrini. Dopo aver analizzato attentamente i significati spirituali del termine βουκόλος, considerato come l&#8217;attribuzione dell&#8217;iniziato ai &#8220;misteri di Dafni&#8221;, Reitzenstein riteneva di potere affermare che si tratta di frammenti di una poesia derivata da un retroterra mistico, le cui basi possono essere rinvenute in tutta una serie di confraternite di <em>bukòloi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nè il culto di Apollo Pastore ha costituito una specie di prerogativa poetica che narrava antichi miti senza radicamento rituale. Al contrario, l&#8217;Apollo Pastore ha costituito una delle forme simboliche più diffuse nel periodo alessandrino. Lo stesso Virgilio menziona una sua epìclesi nell&#8217;<em>Egloga </em>VI (vv.72-73), quando accenna al <em>&#8220;bosco di Gryneios&#8221;, </em>il noto santuario del dio Apollo situato nell&#8217;Eolide. Questo cenno è importante. Scaturisce da una ambientazione che si conclude con l&#8217;apparizione di Lino considerato <em>divino carmine pastor, </em>una formula che riprende integralmente il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> elegiaco cantato nei mitologhemi che narravano le storie di Apollo-Pastore. È il medesimo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> che affiora in <em>Egl., </em>VI, 4 quando <em>Apollo Cynthius</em> si rivolge ad un &#8220;pastore&#8221; e lo ammonisce a non comporre la poesia eroica, ma un <em>deductum carmen, </em>&#8220;un canto sacro dimesso&#8221; (= &#8220;composto da umili versi&#8221;), quello che Virgilio ha reso immortale come <em>bucolicum carmen</em>. In tal modo Virgilio ordina l&#8217;intera sua poesia pastorale attorno alla spiritualità apollinea, anzi più precisamente attorno a quel particolare aspetto del culto di Apollo che sembra essersi espresso nel santuario del <em>Grynei nemus, </em>&#8220;il bosco sacro di Gryneios&#8221;, un santuario cantato spesso dalla poesia elegiaca, famoso per il suo tempio e per il bosco sacro, le stesse realtà la cui ricchezza simbolica permea tutta la tradizione oracolare proto-latina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che può risultare importante per capire le connessioni che esistono fra questa moltitudine di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> pastorali, il culto dell&#8217;Apollo Pastore diffuso nelle colonie doriche siciliane e un poeta come Virgilio, è il fatto che il &#8220;mito di fondazione&#8221; di questo straordinario santuario apollineo, secondo quanto riferisce Servio nel suo commento alle <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em>, era stato cantato in un poema perduto da Euforione di Calcide, il cantore di una serie di mitologhemi di tipo arcadico-pastorale seguiti da tutti i poeti del periodo augusteo. Non si è trattato di uno scritto marginale o poco noto (al contrario, i suoi componimenti fecondarono la cultura antica tanto che il suo poema su Dioniso ispirò l&#8217;opera di Nonno), ma di una composizione che dovette avere un&#8217;amplissima circolazione nelle élites culturali imperiali nella traduzione che ne aveva fatto uno degli amici più stretti di Virgilio, un generale <em>inizialmente</em> molto apprezzato da Ottaviano, il futuro governatore dell&#8217;Egitto Gaio Cornelio Gallo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8887625379/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8887625379" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8422" style="margin: 10px;" title="nigidio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/nigidio.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Tutto ciò può indurci a comprendere altri aspetti della complessa spiritualità apollinea. I legami di Orfeo con Apollo sono troppo noti per riprenderli in questa sede ed emergono da una molteplicità di testimonianze. Il suo nome, che secondo Karoly <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/karoly-kerenyi" target="_blank">Kerényi</a></span> scaturisce dallo stesso radicale da cui si è formato il termine ορφανός<em>,</em> darebbe il significato di &#8220;Solitario&#8221;, &#8220;l&#8217;asceta solitario&#8221;, per cui molto probabilmente è un epiteto, un appellativo che designa una funzione, l&#8217;attributo di uno <em>status</em> spirituale dal quale è scaturita una tradizione, non il nome vero e proprio di una personalità &#8220;quasi-storica&#8221;. E&#8217; un particolare che dà consistenza alla realtà altrimenti evanescente di una sorta di confraternita di asceti itineranti che si richiamavano all&#8217;insegnamento di questo mitico cantore apollineo. Orfeo è sempre posto al centro di selve immacolate o in ambientazioni quasi parusiache. Spesso viene esaltata la sua maestrìa compositiva perché egli è sempre stato considerato il fondatore del canto aureo, il maestro della musica liberatrice che ripristina l&#8217;equilibrio del cosmo e ne &#8220;interpreta&#8221; i ritmi originari. Orfeo era l&#8217;archegeta delle primitive confraternite di cantori-pastori le cui condizioni di vita nelle foreste e negli antri più nascosti si ritenevano simili a quelle degli Oracoli, dei veggenti e dei profeti primordiali. In tutta una lunga tradizione che non è mai cambiata questo Cantore ha goduto di uno <em>status </em>particolare, legato ai primordi e ad una umanità &#8220;originaria&#8221;, perfetta. Si pensava che il ritmo del suo canto fosse in grado di &#8220;interpretare&#8221; il tessuto del mondo e di ripristinare arcani equilibri alterati, persino di permettere agli animali di &#8220;ritornare&#8221; allo stato originario, quando comunicavano fra di loro e con gli uomini, uno <em>status</em> che il <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> traduceva con le note espressioni &#8220;il lupo stava con gli agnelli&#8221; e &#8220;il leone con gli armenti&#8221;. Il canto aureo di Orfeo tendeva a riportare il cosmo alle stesse condizioni di perfezione originaria custodite da Apollo, il dio dell&#8217;equilibrio e dell&#8217;armonia cosmica.</p>
<p style="text-align: justify;">Come testimoniava <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span>, tutto il sostrato spirituale, mitico e rituale che arricchisce l&#8217;Orfismo è connesso con il Pitagorismo. Per capire queste relazioni occorre ricordare che Pitagora (572-500 circa) fu considerato una specie di &#8220;riformatore&#8221; della spiritualità orfica e la confusione che spesso emerge fra i due movimenti deriva proprio da questa vicinanza spirituale. Pitagora &#8220;riforma&#8221; e &#8220;riadatta&#8221; le arcaiche forme spirituali cosmico-visionarie del tempo mitico in una prospettiva più etica, nella quale l&#8217;esperienza del divino non è più la condizione di estatici vaganti e solitari appartenenti ad un passato mitico irripetibile, ma viene consegnata ad un movimento che custodisce tutto un sistema rituale ed in sé misterico, con una solida dottrina in grado di spiegare il significato dell&#8217;uomo e del mondo, e con un insieme di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> che si ritiene essere contessuti con l&#8217;universo e con i ritmi di cui è pervaso. Non è un caso che Pitagora è quasi contemporaneo di altri grandi riformatori spirituali. In India il Buddha (563-483 circa) e il Jina  (m. nel 527); in Iran Zarathustra (n. 630); in Cina Confucio (551-479) e Lao-Tse; in Israele i profeti Daniele, Geremia e il &#8220;Deutero-Isaia&#8221;; nella stessa Grecia emergono gli Eleati e Eraclito di Efeso. Si tratta di quello che qualcuno ha definito &#8220;<em>climaterium</em> delle civiltà&#8221;, un evento di carattere epocale che trasforma il rapporto dell&#8217;uomo col mondo e determina forme nuove di approssimazione al divino.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso vorremmo analizzare alcune forme poco conosciute delle tecniche di meditazione pitagoriche. Si tratta essenzialmente di spiegare come anche in questa corrente spirituale così profondamente legata al culto apollineo, sia possibile rinvenire un sistema meditativo che associa il controllo meditativo sulla memoria e sul pensiero con tecniche respiratorie, nel loro complesso somiglianti a quelle conosciute in tutte le scuole contemplative indiane come le diverse varietà di yoga.</p>
<p style="text-align: justify;">Un testo significativo a questo proposito è costituito dalle <em>&#8220;Memorie</em>&#8221; di Alessandro Polyistore, un&#8217;epitome del 1° secolo a.C. conservata da Diogene Laerzio (VIII, 24, 33). Secondo Polyistore, nel processo di formazione dell&#8217;essere umano l&#8217;anima si trova come &#8220;dispersa&#8221; nei vari organi vitali e sensitivi, ma ha il suo supporto per eccellenza nel sangue<strong>, </strong>concepito come il veicolo di manifestazione del calore &#8220;pneumatico&#8221; che circola attraverso tutto il corpo e che al livello più basso determina le percezioni sensitive. Questa particolare forma di vitalità ha i suoi &#8220;canali&#8221;, &#8220;<em>i vincoli dell&#8217;anima</em>&#8221; li chiama Polyistore, ossia le vene, le arterie e i nervi che &#8220;legano&#8221; l&#8217;anima agli organi vitali e la &#8220;obbligano&#8221; in una incessante attività emotiva ed astrattiva che ne disperde la potenza creativa. Questo complesso sistema costituisce una specie di &#8220;rete&#8221; di circolazione del &#8220;sangue caldo&#8221; che sembra un preciso riferimento a primordiali tecniche meditative basate sulla concentrazione sul flusso sanguigno. Nelle tradizioni di molti popoli, infatti, il sangue è concepito come il veicolo di quel calore &#8220;psichico&#8221; che certe tecniche meditative tendono a percepire mediante una visualizzazione del suo percorso nel corpo umano. Tali metodi sembrano legati a teorie arcaiche sul respiro che lo collegano col pensiero, cosa che Polyistore esprimerà dicendo che <em>&#8220;i ragionamenti sono i soffi dell&#8217;anima</em>&#8221; e che perciò quando &#8220;<em>l&#8217;anima acquista forza e si riposa concentrata in se stessa, suoi legami diventano i ragionamenti e le sue operazioni&#8221;. </em>Alessandro<em> </em>Polyistore sta visibilmente distinguendo uno <em>status</em> nel quale l&#8217;anima-soffio è condizionata dalla sua stessa attività logico-razionale e dal flusso delle sensazioni, da un altro nel quale essa sperimenta l&#8217;attività logica come altro da sé, come &#8220;un atto non originario&#8221;, nel quale essa si svincola dal condizionamento razionale e sperimenta una specie di &#8220;puro essere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò potrà farci capire il famoso fr. 129 di Empedocle su Pitagora: &#8220;<em>C&#8217;era tra essi un uomo di straordinaria sapienza, che possedeva ricchezza di ingegno e quando tendeva la potenza del suo spirito, distingueva facilmente ognuna delle cose che sono in dieci, venti vite umane&#8221;.</em> L&#8217;espressione che usualmente viene tradotta come &#8220;<em>tensione della potenza del suo spirito&#8221; </em>poggia sul termine<em> prapìdes, </em>il cui arcaico significato è <em>diaframma</em>, documentato da Omero nell&#8217;<em>Iliade</em> almeno in tre casi precisi. La frase di Empedocle mette in evidenza Pitagora mentre &#8220;<em>tendeva la potenza del suo diaframma</em>&#8220;, quando faceva leva sull&#8217;organo fisico che regola i ritmi della respirazione e perciò esercitava un controllo sul respiro che lo portava ad abolire il tempo e a &#8220;<em>vedere le cose che sono in dieci, venti vite umane</em>&#8220;, tanto che altrove Empedocle potrà esclamare &#8220;<em>Felice colui che ha acquistato la ricchezza di </em>prapìdes<em> divine&#8221;.</em> E&#8217; così che Pitagora, come ogni <em>theìos anèr</em>, ogni &#8220;uomo divino&#8221; dell&#8217;età arcaica, poteva &#8220;risalire&#8221; indietro nel tempo, &#8220;vedere&#8221; gli accadimenti passati, &#8220;ritornare&#8221; alle proprie radici spirituali, &#8220;ricordare&#8221; la realtà originaria, quando era naturale congiungere <em>&#8220;la fine e il principio</em>&#8220;, come diceva Alcmeone di Crotone, un&#8217;immagine visibilmente vicina a quella dell&#8217;&#8221;uomo a forma di sfera&#8221; del notissimo mito platonico. Siamo nello stesso contesto dottrinale nel quale <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> collocava la dottrina dell&#8217;<em>anàmnesi</em><strong>,</strong> identica in tutto a quello che gli <em>Yoga Sutra </em>chiamano<em> prâtiloman </em>(= &#8220;a contropelo&#8221;), quando Patanjali suggerisce di <em>&#8220;ripercorrere il tempo all&#8217;indietro </em>[<em>="a contropelo"</em>].</p>
<p style="text-align: justify;">Ci troviamo di fronte a tecniche di controllo del respiro che si accompagnano ad arcaiche forme di controllo del pensiero e di vivificazione di quella che nel linguaggio mitico era <em>Mnemosyne, </em>la Memoria, la dèa che aboliva il flusso del divenire e riportava il miste alle condizioni di una stasi sovra-temporale. D&#8217;altronde, cos&#8217;altro è la &#8220;memoria&#8221; se non uno stabilizzarsi in un presente intemporale? Riportando un mito antichissimo, Pausania (IX, 29, 2-3) ci dice che ancora prima di essere la madre delle nove Muse classiche, <em>Mnemosyne</em> fu la madre di tre Muse: <em>Meleté,</em> &#8220;l&#8217;esercizio&#8221;, <em>Mnéme, </em>la &#8220;memoria&#8221; e <em>Aoide</em>, il &#8220;canto&#8221;, i tre momenti di ogni forma contemplativa: 1. l&#8217;esercizio meditativo;<strong> </strong>2.<strong> </strong>il<strong> </strong>risveglio del proprio principio spirituale; 3. la &#8220;rivelazione&#8221; di una condizione spirituale così simile al latino <em>Carmen,</em> quello che Walter Otto nel suo celebre libretto sulle Muse ha indicato come la parola divina che canta il significato del cosmo. Lo &#8220;incanta&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota bibliografica</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Nuccio D'Anna" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/nuccio-d-anna/">N. D&#8217;Anna</a>, <em>La Disciplina del Silenzio. Mito, mistero ed estasi nell&#8217;antica Grecia, </em>Il Cerchio, Rimini 1995;</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Nuccio D'Anna" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/nuccio-d-anna/">N. D&#8217;Anna</a>, <em>Mistero e Profezia. La IV egloga di Virgilio e il Rinnovamento del mondo</em>, Lionello Giordano, Cosenza 2007;</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Nuccio D'Anna" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/nuccio-d-anna/">N. D&#8217;Anna</a>, <a href="http://www.centrostudilaruna.it/publio-nigidio-figulo.-un-pitagorico-nella-roma-del-1%c2%b0-secolo-a.c..html"><em>Publio Nigidio Figulo. Un pitagorico a Roma nel 1° secolo</em></a>, Archè, Milano 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/simboli-e-spiritualita-apollinea.html' addthis:title='Simboli e spiritualità apollinea ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Un re orso e a volte corvo</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 16:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione del saggio di Philippe Walter 'Artù. L'orso e il re', sulle tradizioni letterarie e i simboli legati al mitico sovrano del Ciclo del Graal]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/un-re-orso-e-a-volte-corvo.html' addthis:title='Un re orso e a volte corvo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/croce-celtica_thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Celti" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><div id="attachment_1464" class="wp-caption alignleft" style="width: 205px"><a href="http://www.libriefilm.com/artu-lorso-e-il-re/3831" target="_blank"><img class="size-medium wp-image-1464 " title="artu-orso-e-re" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/artu-orso-e-re-195x300.jpg" alt="Philippe Walter, Artù. L'orso e il re" width="195" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Philippe Walter, Artù. L&#39;orso e il re</p></div>
<p style="text-align: justify;">Lo studio delle varie leggende concernenti il ciclo di re Artù e del mondo cavalleresco ha ricevuto negli ultimi anni una notevole estensione, dovuta anche ad una serie fortunata di films che hanno riproposto al grande pubblico un insieme di narrazioni prima destinate solamente agli specialisti e ad una ristretta cerchia di lettori “affascinata” dal mondo della cavalleria. Tuttavia, i personaggi più importanti e rilevanti del ciclo, come Artù e il mago Merlino, restavano sostanzialmente confinati in un alone di leggenda che rendeva difficile la comprensione della dimensione <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolica</a> da essi coperta. Su Merlino, poi, i libri di interesse serio e di buona dottrina si possono contare sulle dita di una mano e non sono mancati anche in questo caso tentativi dilettanteschi di trasformare questo personaggio sconcertante delle leggende medievali, in una personalità molto vicina alle attese fantasiose del grande pubblico odierno. Ma è il re Artù che ha affascinato generazioni di studiosi e di dilettanti, sempre pronti a farlo uscire dalle nebbie del puro racconto leggendario e capaci di addentrarsi in ipotesi sconcertanti che, come alcune fra le più recenti, ne hanno fatto avventurosamente un eroe scaturito dalle leggende dei popoli delle steppe che dalle nebbie delle terre eurasiatiche ha potuto finalmente approdare in Britannia dopo millenni di vicissitudini. Ci sono stati persino alcuni volenterosi che hanno sottoposto le testimonianze in nostro possesso ad una serrata indagine per provare la realtà storica del personaggio, in questo caso diventato un eroe della resistenza bretone contro i tanti invasori succedutisi nell’isola del Nord. Queste sono solo alcune delle infinite ipotesi fatte per cercare di dare consistenza ad un personaggio che in vario modo e secondo modalità diverse, ha contribuito a formare il modo di vivere di generazioni di nobili e aristocratici medievali che intendevano identificarsi con qualcuno dei tanti cavalieri del seguito di Artù.</p>
<p style="text-align: justify;">È merito di Philippe Walter avere ripreso il <em>dossier </em>concernente questa straordinaria figura di sovrano, avere riesaminato tutte le testimonianze e tentare di delinearne i contorni ad un tempo mitici e simbolici. Walter non è un avventuroso dilettante come se ne trovano ovunque. Prima di affrontare il personaggio di Artù ha studiato il mondo cortese e la letteratura d’oil scrivendo due libri su Chrétien de Troyes e sul complesso mondo letterario nel quale affondano le proprie radici le tante opere dello scrittore dello Champagne. Ha esaminato poi alcuni <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> di quel ciclo narrativo evidenziando l’importanza del corvo e di animali “solari” che spesso emergono da un passato antichissimo. Lo stesso suo studio sul mago Merlino è andato molto oltre i limiti accademici che per es. mostra il saggio di Paul Zumthor, e si è soffermato invece sulla dimensione “sapienziale” di questo straordinario personaggio e sugli aspetti sacrali che traspaiono in molte delle sue azioni. Ultimamente ha analizzato la figura di Galaad e i suoi rapporti con il Graal soffermandosi su aspetti del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> e sull’ambientazione sacra che illuminano molti forme narrative del ciclo in questione. Come si vede, si tratta di uno studioso che da anni conosce la materia e che non indugia sulle mode del momento per ottenere un facile riconoscimento alle eventuali ambizioni.</p>
<div id="attachment_1465" class="wp-caption alignright" style="width: 168px"><img class="size-medium wp-image-1465" title="artu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/artu.gif" alt="Raffigurazione di Artù. Particolare. Basilica di Otranto" width="158" height="173" /><p class="wp-caption-text">Raffigurazione di Artù. Particolare. Basilica di Otranto</p></div>
<p style="text-align: justify;">In questo suo libro Philippe Walter ha il merito di aver analizzato tutto ciò che è stato scritto su Re Artù e sulla Tavola Rotonda tentando un’interpretazione non limitata ai soliti aspetti letterari e narrativi. Ha cercato di penetrare in profondità analizzando il significato di questo personaggio, i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> che lo concernono, le sue modalità di azione, il tipo di regalità che egli ha incarnato, il rapporto che le leggende stabiliscono con tutta una serie di situazioni e di miti che aiutano a decifrare <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> molto antichi, alcuni addirittura senz’altro precedenti lo stesso mondo celtico. È evidente che un simile metodo di indagine, ricco di riferimenti alle più attente delle recenti metodologie, fa giustizia di interpretazioni al limite della sopportabilità culturale come quelle che caratterizzano certi recenti autori francesi troppo legati al folklore delle loro regioni, nei quali la fantasia spesso prende la mano e si dispiega in personalissime interpretazioni che trasformano i dati folkloristici in quelli che a loro appaiono come strumenti inoppugnabili di indagine culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Walter è molto prudente, non si abbandona ad ipotesi azzardate, saggia la consistenza del materiale giunto fino a noi, lo compara con quello che emerge in altre aree culturali affini, analizza <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> arcaici, in qualche caso risale fino a rituali preistorici, verifica la consistenza del retroterra celtico che alcuni racconti hanno perpetuato. Ne emerge uno studio che dà consistenza al significato simbolico della figura di Artù e le sue attribuzioni diventano mezzi per delimitarne le competenze. Si scopre così il valore dell’orso-Artù e del corvo-Artù, <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> della forza guerriera e in molti casi dell’autorità sovrana dell’eroe; acquistano spessore quei miti che lo riconducono ad un “luogo santo” posto al centro del mondo, là dove si trova un’enigmatica isola che “ruota su se stessa” eternamente irradiata dalla Grazia divina. Lo studio di Walter, senza mai nominarle, toglie consistenza oggettiva alle tesi avanzate recentemente da C.S.Littleton e L.A.Malcor, relative ad un Artù emerso dalle steppe, dalla Scozia a Camelot, come recita il loro libro. Gli eventuali punti di rassomiglianza non sono altro che le caratteristiche di chi combatte a cavallo e ne è necessariamente condizionato nelle forme di combattimento, nel tipo di armatura e nello stesso rapporto con l’animale.</p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando poi il tipo di temporalità che ritma le storie e la vita di Artù, Walter scopre che ci troviamo davanti ad una condizione originaria: il tempo di Artù e delle sue gesta non è quello dello scorrimento o del quotidiano, non delimita una “storia”, ma riconduce ad una dimensione nella quale i <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> della “ruota solare” e del “centro del mondo” rivelano uno stadio di felicità perfetta, l’<em>illud tempus</em> delle origini, quando lo scorrimento sembrava essersi fermato, una primordiale montagna edenica dal quale il “Re Orso”, come certi guerrieri-veggenti dell’India tradizionale, è fuoruscito e nela quale, dopo un duello che lo renderà gravemente infermo, il re dovrà essere “riassorbito” in attesa che tempi propizi permettano il suo “ritorno” nel mondo del divenire per condurre la sua ultima battaglia contro le forze del male.</p>
<p style="text-align: justify;">Philippe Walter ha dato gli elementi essenziali per capire il complesso mondo e le leggende che hanno ascoltato generazioni di cavalieri e di nobili.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Philippe Walter, <a title="Artù. L'orso e il re" href="http://www.libriefilm.com/artu-lorso-e-il-re/3831" rel="nofollow" target="_blank"><em>Artù. L’orso e il re</em></a>, Edizioni Arkeios, Roma 2006, pp.215.</strong></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/un-re-orso-e-a-volte-corvo.html' addthis:title='Un re orso e a volte corvo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Zarathustra e il mazdeismo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 17:42:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nuccio D'Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione dell'omonimo studio di Pio Filippani-Ronconi sulla storia religiosa dell'Iran]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/zarathustra-e-il-mazdeismo.html' addthis:title='Zarathustra e il mazdeismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/buddha.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Religione" /><br/><p style="text-align: justify;">Gli studi sull&#8217;antico Iran del tempo pre-islamico in Italia sono sempre stati limitati ad una esigua <em>élite </em>di studiosi. Quando Raffaele Pettazzoni pubblicò il primo profilo italiano su Zarathustra inaugurando così la collana di &#8220;Storia delle Religioni&#8221; da lui diretta (<em>La religione di Zarathustra nella storia religiosa dell&#8217;Iran</em>, Zanichelli, Bologna 1920, rist. anast. presso Forni di Bologna, e poi riproposto con una presentazione di Pio Filippani Ronconi per le Edizioni del Senato di Torino), la sua opera costituiva una vera e propria novità culturale che ebbe anche il privilegio di indicare un indirizzo di ricerca alle nostre università afflitte dalla filosofia idealistica e dal positivismo trionfante. Dopo il 1930 cominciarono ad apparire le opere, apprezzate in tutto il mondo scientifico, del p. Giuseppe Messina  (fra i tanti altri ricordiamo <em>Der Ursprung der Magier und die zarathustrische Religion</em>, Roma 1930; <em>Cristianesimo, Buddhismo, Manicheismo nell&#8217;Asia antica</em>, Roma 1947; i saggi sull&#8217;apocalittica iranica, etc.), assieme ai primi approcci iranisti del notissimo linguista Antonino Pagliaro che poi nel dopoguerra pubblicò una serie di ricerche, di articoli e di studi culminati nella stesura della parte relativa all&#8217;antico Iran pre-islamico della <em>Storia della letteratura persiana</em>, Milano 1960. Fra gli scritti di Antonino Pagliaro qui è utile menzionare anche il dotto profilo su Alessandro Magno pubblicato dalle ERI, contenente una serie di argute analisi delle condizioni spirituali dell&#8217;impero achemenide al tempo dell&#8217;invasione macedone.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788873100218" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/zarathustra-mazdeismo.bmp" border="0" alt="Pio Filippani Ronconi, Zarathustra e il mazdeismo" width="95" height="146" align="right" /></a>La seconda parte di questa <em>Storia delle letteratura persiana</em>, quella relativa alla Persia islamica, fu compilata da Alessandro Bausani, uno dei più eruditi orientalisti italiani, poliglotta come pochi e maestro insuperabile di dottrina, al quale si deve addirittura una pionieristica trilogia sull&#8217;Iran (<em>Testi religiosi zoroastriani</em>, Milano 1957; <em>Persia religiosa</em>, Milano 1959, rist. nel 2005 da Lionello Giordano di Cosenza; <em>I Persiani</em>, Firenze 1962). Seguiva un&#8217;opera di Ugo Bianchi (<em>Zaman I Orhmazd</em>, Torino 1962) che pur non possedendo le necessarie basi filologiche (Bianchi non conosceva le lingue iraniche), intendeva studiare dal punto di vista di uno storico delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> lo zervanismo e le correnti dottrinali tardo-iraniche. A concludere queste breve rassegna degli iranisti italiani troviamo Gherardo Gnoli, attuale presidente dell&#8217;ISIAO [che, fra i moltissimi saggi disseminati nelle riviste di tutti i continenti, può vantare anche un'importante trilogia comprendente <em>Zoroaster's Time and Homeland</em>, Roma 1980, <em>The Idea of Iran</em>, Roma 1989 e un profilo su <em>Zoroaster in History</em>, New York 2000], seguito dal più giovane Antonio Panaino, autore di autorevoli interventi in riviste varie e in molti Convegni internazionali e della traduzione, presentazione ed esteso commento degli inni avestici relativi alla stella Sirio, due importanti volumi pubblicati nel 1990 e nel 1995 a cura dell&#8217;allora ISMEO di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ristrettissimo elenco di studi italiani viene adesso arricchito dall&#8217;ultimo libro di Pio Filippani Ronconi, <em>Zarathustra e il Mazdeismo</em>, pubblicato dalle Edizioni Irradiazioni di Roma nel 2007. Filippani Ronconi è un orientalista italiano fra i più affermati nel panorama accademico mondiale. Non solo la quantità stupefacente di lingue da lui conosciute non trova eguali in Italia e pochissimi corrispettivi altrove, ma la dottrina che supporta il suo impegno scientifico ha dell&#8217;incredibile per la sua capacità di scendere in profondità, di penetrare i significati più arcani delle religioni che illustra, per la sua consuetudine con i sistemi spirituali più diversi che ne fanno uno studioso particolarmente idoneo a cogliere la radice profonda delle <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religioni</a> orientali.</p>
<div id="attachment_1446" class="wp-caption alignright" style="width: 173px"><img class="size-medium wp-image-1446" title="zarathustra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/zarathustra-163x300.jpg" alt="Ritratto di Zarathustra. Tempio mitraico a Dura Europus (attuale Siria), III secolo d.C." width="163" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ritratto di Zarathustra. Tempio mitraico a Dura Europus (attuale Siria), III secolo d.C.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Questo suo profilo sulla spiritualità iranica si aggiunge agli altri testi che l&#8217;Autore ha dedicato all&#8217;India, al Buddhismo, al Tantrismo, al pensiero cinese e agli aspetti meno conosciuti di quel complesso fenomeno spirituale che fu l&#8217;Ismaelismo. Ma Filippani Ronconi ha scritto moltissime altre cose e ha toccato ambiti spirituali che in vario modo possono essere ricondotti al suo interesse per le correnti più arcane ed elevate dell&#8217;esperienza mistico-estatica. Di lui qui menzioniamo la traduzione delle 13 principali <em>Upanishad</em>, di alcuni testi canonici del buddhismo pâli, del <em>Libro dello Scioglimento e della  Liberazione</em>, dell&#8217;<em>Ummu&#8217;l-Kitab</em>, del <em>Roseto di Sa&#8217;di</em>. E&#8217; intervenuto con una serie molteplice di studi sul <em>Vajrayana</em> (ricordiamo solamente i saggi dedicati ai primi due capitoli dell&#8217;arcano <em>Guhyasamajatantra</em> e il profilo sulla &#8220;preghiera&#8221; nel lamaismo); non si contano i suoi scritti sparsi in autorevoli riviste che toccano aspetti particolari dell&#8217;Islam, delle sue dottrine o di Sohrawardî (Filippani Ronconi in gioventù ha studiato ad Isfahan presso i maestri Ishrâqiyûn e, fra l&#8217;altro, è stato uno degli allievi prediletti di Henry Corbin e di W. Ivanow, i massimi esperti mondiali di Ismaelismo). A tutti noto è poi il suo interesse per il bushido e le forme spirituali che ne costituiscono la ragion d&#8217;essere (è stato fra i primi praticanti di ai-ki-do in Italia già nell&#8217;immediato dopoguerra ed apprezzato allievo del M° Tada, della &#8220;cerchia interna&#8221; del fondatore di quest&#8217;arte marziale, il M° Morihei Ueshiba).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo testo su Zarathustra ha i pregi di tutti gli altri suoi libri: ampia conoscenza diretta delle fonti, attenta esegesi linguistica, capacità di spaziare in mondi spirituali assimilabili a quello oggetto dell&#8217;analisi, studio profondo delle dottrine, dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a>, della vita liturgica e rituale, comparazione con dottrine similari o &#8220;vicine&#8221;. In questo caso, addirittura, la perfetta conoscenza del vedico e del sanscrito permette all&#8217;Autore di fare delle comparazioni con la spiritualità indiana che illuminano in profondità, come in pochi altri studi, la spiritualità originaria di quei popoli, quando era possibile ancora parlare di genti &#8220;ario-iraniche&#8221;. Il libro ha una sua storia. Scritto parecchi anni fa per le Esperienze di Fossano che chiesero all&#8217;Autore un&#8217;impossibile, corposa riduzione del testo, programmato fra le pubblicazioni dell&#8217;Accademia Imperiale di Teheran (la rivoluzione khomeinista abolendo l&#8217;Accademia, impedì la realizzazione del progetto), tenuto nel cassetto da un editore milanese che ha rimandato indefinitamente la stampa, può ora finalmente essere proposto agli studiosi in una veste editoriale dignitosa e con una presentazione di Alessandro Grossato.</p>
<p style="text-align: justify;">È diviso in quattro parti che tratteggiano:</p>
<p style="text-align: justify;">1) la situazione del vasto territorio che si chiamerà Iran, la varietà delle civiltà che ne hanno contrassegnato la storia prima dell’arrivo delle genti iraniche, le forme spirituali che ne hanno arricchito la vita e la storia;</p>
<p style="text-align: justify;">2) un tipo di Mazdeismo antecedente alla predicazione di Zarathustra che Filippani Ronconi chiama “mazdeismo preter-zarathustriano”, quel complesso spirituale che, ancora legato alle più arcaiche consuetudini indo-iraniche, in epoca storica sembra essersi perpetuato essenzialmente nel <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> e nelle forme divine vicine alla casta guerriera, in quei complessi rituali spesso combattuti dal “Riformatore”, ma che non saranno mai debellati nonostante il rigore morale e liturgico della nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a>;</p>
<p style="text-align: justify;">3) il Mazdeismo di Zarathustra con le sue dottrine, la forte moralità, l’attenzione ai principi spirituali, la convinzione che la lotta fra il Bene e il Male è il compito affidato a coloro che qui ed ora, sulla vasta scena del mondo corporeo, sono capaci di lottare contro lo spirito di Menzogna assumendo un compito che ha il proprio “luogo” nelle rarefatte “regioni del cielo”, accettando virilmente e fino in fondo il proprio destino;</p>
<p style="text-align: justify;">4) la leggenda di Zarathustra, quella “tipologia mistica” sulla quale si sofferma in modo particolare Filippani Ronconi, che la rende molto simile alle similari leggende indiane di Rama e di Krishna. Due appendici concludono il testo. La prima traccia un attento profilo storico ed esegetico della “letteratura religiosa mazdaica” e la seconda indica gli elementi fondamentali del rituale mazdaico praticato ancor oggi dagli zoroastriani.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella che rende particolarmente ricca questa trattazione è la capacità di esaminare i testi con un’attentissima esegesi linguistica e la loro interpretazione in un ambito di spiritualità che non si esaurisce nell’elencazione di dati e fatti cultuali o in un elenco di divinità, ma penetra il loro significato simbolico, ne spiega la rilevanza rituale, delinea il ruolo formante che la tradizione mazdaica ha avuto per l’insieme dei popoli che poi andranno a costituire l’impero achemenide prima, il regno dei Parti dopo ed infine l’impero sassanide. Ma c’è di più. Filippani Ronconi è uno dei pochi studiosi che sviluppando i temi sui <em>Männerbunde</em> ampiamente studiati da George Dumézil e dalla scuola svedese di iranistica (Widengren e Wikander), ritrova il sostrato “religioso” pre-zarathustriano nel complesso di riti e nel <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> spirituale che ha contrassegnato il modo di essere della casta guerriera, mentre gli elementi più propriamente consequenziali alla predicazione di Zarathustra possono essere rinvenuti nelle forme spirituali degli arcaici Maga (già studiati con maestrìa da Gherardo Gnoli in un saggio che ha fatto epoca e che Filippani Ronconi utilizza ripetutamente) e nelle dottrine di quello che con molta approssimazione può essere definito il sacerdozio mazdeo. Tutte le differenze rituali, dottrinali e simboliche che si ritrovano nel vasto mondo cultuale dei “Magi ellenizzati” (per usare la celebre e fortunata espressione coniata da J.Bidez e F.Cumont in un loro famoso libro), trova in queste differenziazioni indicate da Filippani Ronconi, in questa tipologia di divinità che assegna un ruolo importante al dio Mithra e al “sistema” spirituale che ne consegue, una loro spiegazione poggiante sulle radici spirituali dalle quali sono scaturite le complesse figure divine che hanno contrassegnato l’antica storia spirituale dell’Iran.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/zarathustra-e-il-mazdeismo.html' addthis:title='Zarathustra e il mazdeismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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