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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Mario Quagliati</title>
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		<title>Lo strano caso dell&#8217;antenato pigmeo</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Quagliati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Considerazioni archeologiche e paleontologiche sui ritrovamenti antropici nell'isola di Flores]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/uomodiflores.html' addthis:title='Lo strano caso dell&#8217;antenato pigmeo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p align="justify"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8843030981" target="_blank"> <img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/vidaleetnoarcheologia.bmp" border="0" alt="Massimo Vidale, Che cos'è l'etnoarcheologia" width="95" height="147" align="right" /></a> Apprendiamo dal <em>National Geographic News</em> del 27 ottobre 2004 che un nuovo membro è stato inserito nella variegata famiglia del genere umano, portando lo scompiglio tra i paleoantropologi: si tratta infatti niente di meno che di un &#8220;<em>Hobbit</em>&#8220;. O almeno così lo hanno battezzato affettuosamente i ricercatori indonesiani e australiani che ne hanno rinvenuto l’esemplare in una caverna dell’isola di Flores, a est di Bali. Si tratta di una serie di scheletri senza precedenti, che hanno già ricevuto l’onore di una nuova denominazione specifica: <em>Homo floresienses</em>. Con 1 metro di statura (per 25 kg), e circa 0,4 litri di capacità cranica, possedevano, da adulti, le proporzioni di un bambino di tre anni. Lo sconcerto cresce se si pensa che questi esseri hanno un’età giovanissima, compresa tra 18.000 e 15.000 anni.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores5.jpg" alt="" width="166" height="167" /></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 471px"><img title="Confronto tra il cranio di Homo floresienses e uomo moderno." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores6.jpg" alt="" width="461" height="353" /><p class="wp-caption-text">Confronto tra il cranio di Homo floresienses e uomo moderno.</p></div>
<p align="justify">Peter Brown, tra i più noti paleoantropologi australiani, la considera una delle più spettacolari scoperte in mezzo secolo; l’omino di Flores è destinato a sollevare una quantità di problemi e di domande imbarazzanti poiché faticherà molto a trovare un posto logico sull’albero genealogico ufficiale dell’evoluzione umana.</p>
<p align="justify">Innanzitutto, questo reperto rappresenta la conferma definitiva che ominidi dalla morfologia anche molto diversa dalla nostra hanno convissuto con <em>Homo sapiens</em> praticamente fino all’altro ieri &#8211; in termini geologici &#8211; (in realtà l’<em>Homo erectus</em> di Giava era già stato post-datato a 30.000 anni, a metà degli anni ’90). Questo dovrebbe finalmente segnare l’abbandono definitivo del vecchio paradigma evoluzionista che prevedeva la successione/sostituzione graduale degli ominidi nella direzione evolutiva dell’uomo anatomicamente moderno. Al contrario, la nostra specie ha convissuto per decine di migliaia di anni con gli uomini di <em>Neanderthal</em> in Europa e con varianti di <em>H. erectus</em> nell’area australe.</p>
<p align="justify">Poi, fatto decisivo, demolisce completamente i criteri &#8220;volumetrici&#8221; (già lungamente criticati da molte parti) di distinzione tassonomica tra le specie ominidi. Pur avendo un cervello che occupa, in termini assoluti, un terzo del volume medio di <em>H. sapiens</em> (1250 cc) , gli antichi abitanti dell’Isola di Flores denotano statura eretta (che si evince da uno scheletro completo), hanno lasciato utensili, resti di fuoco e di cacciagione, per cui entrano a pieno titolo nel genere <em>Homo</em>. Sostanzialmente erano dei pigmei dalle caratteristiche estreme, ma con i tratti cranio-facciali tipici dell’<em>H. erectus</em>: arcate sopraorbitali sporgenti, cranio allungato e mento assente.</p>
<p align="justify">In terzo luogo si pone il quesito della provenienza e dell’origine filogenetica di questo gruppo (specie? sottospecie?). I ricercatori non possono far altro che postulare l’arrivo su Flores di una popolazione di <em>H. erectus</em> asiatico attorno a 800.000 anni fa, che si sarebbe sviluppato in miniatura, plausibilmente a causa di una pressione evolutiva &#8220;insulare&#8221; (si noti che sull’isola esisteva una specie di elefante nano, lo Stegodonte, estinto 12000 anni fa). Oppure si ipotizza che l’<em>H. floresienses</em> fosse già &#8220;pigmeo&#8221; prima di giungere sull’Isola. Ma questo non è cruciale, ciò che conta è che abbiamo un’ulteriore prova della grande plasticità delle popolazioni umane del pleistocene (1.700.000 &#8211; 12.000 anni fa), le cui caratteristiche fisiche suscitano, allo stato attuale della ricerca, una certa diatriba tra gli specialisti. Infatti è abituale considerare gli esemplari di quest’epoca, etichettati sotto le diverse denominazioni (<em>Homo erectus, neanderthalensis, sapiens &#8220;arcaico&#8221;</em>) come specie separate. Alcuni paleoantropologi invece le considerano adattamenti regionali di un’unica grande specie &#8220;politipica&#8221; diffusa su tre continenti, nella quale, si può ora presumere, andrebbe ad inserirsi il pigmeo indonesiano. Semplificando il discorso, l’<em>Homo pleistocenico</em> ha dato vita a morfologie estreme rispetto a quelle dell’uomo anatomicamente moderno: il neandertaliano era più robusto e muscoloso degli Inuit attuali, l’<em>Homo ergaster</em> (Kenya, 1,7 milioni di anni) era più longilineo dei più alti Turkana odierni, e i &#8220;nani&#8221; di Flores erano più minuscoli del più basso pigmeo che si conosca.</p>
<p align="justify">Non basta, vi è un ulteriore problema che rende decisiva tutta la questione, ed è proprio la posizione geografica dell’Isola di Flores nell’arcipelago indonesiano.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores7.gif" alt="" width="892" height="623" /></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 902px"><img title="L’isola di Flores, a circa 600 km a ovest di Giava, è separata da Bali da due bracci di mare profondo." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores8.gif" alt="" width="892" height="623" /><p class="wp-caption-text">L’isola di Flores, a circa 600 km a ovest di Giava, è separata da Bali da due bracci di mare profondo.</p></div>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 2. L’isola di Flores, a circa 600 km a ovest di Giava,  è separata da Bali da due bracci di mare profondo.</span></strong></p>
<p align="justify">Questa si trova isolata da ogni altra terra circostante da uno stretto di acqua profonda, denominato limite di Wallace, che separa la maggior parte della fauna asiatica da quella australiana. Chi colonizzò Flores nel passato doveva essere in grado di superare tale limite via mare, partendo da ovest (isola di Bali) superando due tratti di mare di una ventina di chilometri ciascuno, oppure da nord (Sulawesi) affrontando un viaggio ancora più lungo.</p>
<p align="justify">Incredibile a dirsi, data la frammentarietà dei fossili che documentano le tappe evolutive dell’uomo, proprio questo sito era già diventato protagonista di una scoperta inaspettata, che si tinse dei toni gialli della cosiddetta &#8220;archeologia proibita&#8221;. Nel 1968, vennero rinvenuti sull’Isola degli utensili di pietra nello stesso strato degli stegodonti, di cui si conosceva l’età approssimativa di 750.000 anni. Ma, dato che l’autore della scoperta, il missionario olandese Theodor Verhoeven, non era un professionista del campo, la scoperta venne ampiamente trascurata. Una presenza di ominidi produttori di utensili era da considerarsi del tutto fuori luogo in un’isola sperduta oltre la barriera biologica di Wallace.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 260px"><img title="Utensili litici sull’isola di Flores datati a circa 800.000 anni." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores9.gif" alt="" width="250" height="166" /><p class="wp-caption-text">Utensili litici sull’isola di Flores datati a circa 800.000 anni.</p></div>
<p align="justify">La datazione era assolutamente improponibile per una presenza umana (il quale, si sa, &#8220;deve&#8221; essere arrivato in Australasia non prima di 50.000 anni fa). Ed altrettanto problematica sarebbe stata l’attribuzione ad <em>H. erectus</em>, il quale, trenta anni fa, era ancora considerato un anello di congiunzione proto-scimmiesco, in grado sì di produrre utensili e, forse, comportamenti sociali rudimentali, ma ritenuto incapace di un’organizzazione e di una tecnologia sufficiente per affrontare il mare aperto, pur partendo dalla vicina Isola di Giava , in cui si trovava stanziato all’epoca.</p>
<p align="justify">Si è dovuto arrivare agli anni ’90 perché due misurazioni indipendenti, una paleomagnetica e una sulle ceneri vulcaniche, confermassero l’età dei reperti attorno a 840.000 anni. La situazione è così divenuta imbarazzante, con la comunità scientifica divisa tra gli estimatori delle inattese capacità di navigazione di <em>H. erectus</em> e chi invece tenta di minimizzare la scoperta.</p>
<p align="justify">In teoria si può ipotizzare l’emersione di ponti di terraferma dovuti dall’attività tettonica nell’area, in qualche momento del pleistocene, anche se fino ad oggi si suppone che in nessuna epoca geologica &#8220;recente&#8221; vi fosse un collegamento ininterrotto indo-australe: persino durante la massima escursione marina dell’ultima era glaciale quel tratto dell’arcipelago era coperto dal mare. Inoltre la fauna preistorica di Flores è composta da specie animali capaci di nuotare o, al limite, di andare alla deriva aggrappati a vegetazione galleggiante.</p>
<p align="justify">E’ stato anche suggerito che gli oggetti litici in questione non fossero effettivamente dei manufatti, insinuazione contro la quale Mike Morwood dell’Università australiana del New England è stato assolutamente categorico. Purtroppo quello di relegare potenziali utensili nella categoria dei &#8220;prodotti naturali&#8221;, quando questi vengano rinvenuti dove non dovrebbero stare, è un vizio secolare della paleoantropologia: con questa spiegazione di comodo, nella seconda metà dell’800, è passata sotto silenzio una solida evidenza della presenza umana nel pliocene e nel miocene europeo (vedasi Michael Cremo, <em>Archeologia proibita</em>, 1997).</p>
<p align="justify">Secondo i dati a disposizione sia i pigmei umani che la fauna pleistocenica caratteristica di Flores (oltre al suddetto stegodonte nano, la testuggine gigante e il varano gigante di Komodo) si sono estinti in seguito ad un’imponente eruzione vulcanica attorno a 12.000 anni fa. Anche se le evidenze archeologiche note di uomini moderni sulla nostra isola partono solo dal millennio successivo, è ora accertato che nell’area indo-australe vi sia stata una convivenza di almeno 20.000 anni tra uomini anatomicamente moderni e creature &#8220;nane&#8221;. Per cui l’ipotesi di relazioni culturali e di possibili incroci tra le diverse razze ha fatto subito capolino tra i ricercatori.</p>
<p align="justify">Il tema delle ibridazioni tra il sapiens e i suoi predecessori pleistocenici è tuttora ampiamente dibattuta e, nonostante i dati genetici tendano a escludere ibridi tra le razze arcaiche e quelle moderne, vi è una vasta letteratura di comparazioni ossee e craniometriche che documentano la persistenza di caratteri ancestrali nelle popolazioni regionali dei diversi continenti. (in proposito si rimanda a &#8220;<em>L’aborigeno australiano. un homo sapiens arcaico?</em>&#8221; del sottoscritto).</p>
<p align="justify">In quest’ottica, l’<em>H. floresienses </em>diventa allora un ritrovamento coerente, trovandosi proprio nel baricentro di un’area in cui sono insediati (o almeno sopravvivevano fino al secolo scorso) diverse popolazioni pigmee di colore, sparse su diverse isole dell’Oceano Indiano. Nel Golfo del Bengala, i &#8220;negritos&#8221; delle Isole Andaman presentano caratteri pigmoidi. Le zone montuose della penisola tailandese, malese e dell’Indonesia erano popolate, fino agli anni ’20, da etnie pigmee, oggi quasi completamente scomparse (i Semang della Malaysia, gli Yali dell’Indonesia).</p>
<p align="justify">Inoltre, fatto dimenticato dall’antropologia, anche in Australia, nel Queensland settentrionale, è stata ampiamente documentata la presenza di un’etnia pigmea. Le caratteristiche dei &#8220;Barrineans&#8221;, studiate da Norman B. Tindale and Joseph B. Birdsell negli anni’30, erano note agli antropologi e al vasto pubblico fino agli anni ’60. Si trattava di etnia di statura compresa tra 1,40 e 1,50 metri, con volti infantili, somiglianti agli estinti nativi della Tasmania (la popolazione più scura dell’Australia). Pare che la memoria di questa popolazione, così come un’interessante teoria alternativa sull’origine delle popolazioni aborigene australiane, sia scomparsa dalla letteratura a partire dagli anni ’60, per motivi sostanzialmente politici. La teoria di Birdsell del &#8220;triplice ibrido&#8221; (<em>trihybrid theory</em>) suggeriva che i variegati tratti somatici delle numerose etnie aborigene (statura e corporatura, colore della pelle, tipo e colore del pelame) fossero il risultato di un rimescolamento di lungo periodo tra popolazione di origine, rispettivamente, pigmea, Vedda (chiari di pelle, con pelo folto caucasico, e tozzi) e negroide longilinea. Questa tesi, per lo meno suggestiva, è stata completamente censurata in favore dell’origine singola attraverso la migrazione africana recente. Il modello standard risultava infatti più funzionale alle rivendicazioni (sacrosante) del movimento per i diritti politici degli Aborigeni degli anni ’60, per il quale era opportuno unificare la lotta delle diverse etnie sotto un’unica bandiera, identificare cioè il diritto ancestrale alla terra sulla base della comune origine genetica.</p>
<p align="justify">Eppure la scarsa popolarità dei pigmei isolani pare immotivata alla luce dell’origine africana recente. Non sarebbe forse un’ottima prova di una migrazione primitiva che partendo dal cuore tropicale-equatoriale dell’africa attraversò migliaia di chilometri toccando le coste e le isole dell’Indonesia fino alla Tasmania?</p>
<p align="justify">In realtà le cose non sono così semplici. Secondo le teorie ortodosse il primo uomo moderno (comparso tra 150.000 e 100.000 anni fa) dovrebbe essere un &#8220;normotipo&#8221; africano capace di adattarsi molto rapidamente ai diversi climi del mondo. Tanto rapidamente che la sua presenza è oggi attestata in Siberia, oltre il circolo polare artico già 40.000 anni fa. La statura pigmea dovrebbe essere quindi un adattamento evolutivo secondario, abbastanza eccezionale, tipico di ambienti insulari e forestali (perché quindi la pelle scura?). Trovare questi uomini in siti isolati e così distanti fra di loro difficilmente può essere imputato ad una improbabile riduzione corporea dei colonizzatori, intervenuta ripetutamente ad ogni successiva migrazione. Non è invece più logico ipotizzare un’antica stirpe umana originariamente distribuita su un ampio bacino tra Africa e Australasia? Non sarà casuale che le aree di sopravvivenza dei pigmei, siano zone marginali, distribuite a macchie di leopardo (montuose, forestali o completamente isolate come nel caso di Flores), come se queste etnie avessero già subito in passato una diaspora e una decimazione, probabilmente ad opera delle popolazioni che hanno colonizzato estensivamente il Pacifico.</p>
<p align="justify">Una prospettiva di questo tipo però implica la permanenza di tali caratteri fisici per molte generazioni, al di là di un estemporaneo &#8220;adattamento ambientale&#8221;, tanto da avvicinarla pericolosamente ad un concetto tabù della moderna antropologia, quello di &#8220;razza&#8221;. E’ risaputo che l’antropologia molecolare, ha minimizzato l’importanza delle differenze fisiche tra i tipi umani, per il fatto che il genoma sostanzialmente non le registra. Ma la fondamentale unità genetica della specie umana non è assolutamente incompatibile con il concetto di varietà umane: i &#8220;tipi&#8221;, in ogni specie, una volta manifestati, possono rimanere stabili per lunghi periodi, a meno di mescolamenti con altre razze interfeconde.</p>
<p align="justify">Proprio in relazione al pregiudizio razziale, possiamo trovare un altro dei motivi che hanno &#8220;cancellato&#8221; i pigmei dell’Oceania dalla memoria storica: si tratta di qualcosa che ha a che fare con la loro faccia. A guardare alcune foto d’epoca si notano frequentemente arcate sopraorbitali piuttosto sporgenti, indice di &#8220;primitività&#8221; quando si tratta di fossili, considerate una semplice ipertrofia ossea, quando invece si ha a che fare con uomini viventi. Purtroppo è noto il modo in cui questi caratteri sono stati fraintesi in senso razzista nel secolo scorso.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 98px"><img title="Semang della Malesia (1890)." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores10.jpg" alt="" width="88" height="264" /><p class="wp-caption-text">Semang della Malesia (1890)</p></div>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 603px"><img title="Tribù pigmea nei pressi di Cairns (1890)." src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomodiflores11.jpg" alt="" width="593" height="266" /><p class="wp-caption-text">Tribù pigmea nei pressi di Cairns (1890).</p></div>
<p><span style="font-family: Georgia;"> </span></p>
<p align="justify">Una vera rivoluzione culturale è in corso, nel giro di pochi anni sta cambiando radicalmente la stima dell’intelligenza del nostro presunto antenato diretto <em>H. erectus</em>, perfettamente bipede alla soglia dei due milioni di anni fa. Fino a ieri si sono sempre sottostimate le capacità tecniche e intellettuali del ramo asiatico di questa specie, rispetto a quello africano, a causa della sua robustezza e per la povertà di industria litica &#8220;evoluta&#8221; che ha lasciato. Adesso improvvisamente si presenta l’immagine di esseri simili a degli hobbit che costruiscono imbarcazioni per colonizzare le isole dell’oceano.</p>
<p align="justify">L’Indonesia rappresenta il nodo cruciale per il modello di popolamento dell’Oceania e qui si trovano una serie di ritrovamenti contraddittori che faticano sempre di più ad adattarsi alle idee classiche sulla migrazione degli esseri umani e ai preconcetti secondo cui il &#8220;gracile&#8221; e &#8220;moderno&#8221; deriva dal &#8220;robusto&#8221; e &#8220;primitivo&#8221;. I fossili conosciuti documentano la presenza di <em>H. erectus</em> in Asia a soli 300.000 anni dalla sua prima comparsa africana, la navigazione indonesiana di 800.000 anni fa, eppure non vi sono sue tracce nel continente australiano. Qui però stranamente sono stati trovati degli esseri umani recenti (10.000 anni) molto più robusti del normale. E’ plausibile pensare che molti buchi nella serie fossile umana non siano dovuti solo all’aleatorietà della fossilizzazione, ma anche ad un processo di selezione semi-intenzionale dei reperti che, a quanto pare è ancora in corso.</p>
<p align="justify">Man mano che ci si rende conto che l’uomo del pleistocene si comportava in maniera troppo umana per essere un gradino inferiore sulla scala evolutiva, potrebbe avvalorarsi la teoria della specie unica, secondo la quale i fossili degli ultimi 2 milioni di anni non sarebbero linee evolutive ramificate nella direzione di <em>Homo sapiens</em>, ma bensì adattamenti regionali di un’unica grande specie politipica, l’Uomo, nella quale includere i poli opposti, dal neandertaliano dei climi freddi al nuovo pigmeo dei tropici. Probabilmente i parametri di classificazione osteologici finora considerati validi per distinguere specie diverse dovrebbero essere riesaminati alla luce dell’estrema variabilità di questi antenati. Come si comporterebbe, si chiede la paleoantropologa Susan Anton, &#8220;<em>un ricercatore che, tra un milione di anni, guardasse i pochi resti fossili di un pigmeo africano e di un giocatore dell’NBA</em>&#8220;?.</p>
<p align="justify">Per concludere, va notato che questo episodio aggiunge un altro elemento ai già molti indizi, di carattere geologico e zoologico, che indicano nel periodo attorno al 10.000 a.C. la fine improvvisa di un equilibrio ecologico di lungo termine e probabilmente la fine della convivenza dell’uomo moderno con i membri più peculiari, forse specializzati, della famiglia. Alla luce di ciò si può suggerire che la denominazione convenzionale di &#8220;uomo anatomicamente moderno&#8221;, comprenda in realtà le razze fisicamente meno specializzate, che sono arrivate fino ad oggi.</p>
<p align="justify">Scampati alla grande crisi climatica della fine del pleistocene, sembra che i pigmei rimasti non sopravviveranno all’epoca moderna e alle politiche dei governi entro i cui confini sono capitati. Con la distruzione progressiva del loro ambiente nativo, l’omogeneizzazione culturale o il mescolamento con le popolazioni confinanti, in Africa come in Indonesia, questa antica Razza è destinata a lasciare la sua eredità solo sui libri di antropologia.</p>
<p><strong>Fonti</strong></p>
<p>Hillary Mayell, <em>&#8220;Hobbit&#8221; Discovered: Tiny Human Ancestor Found in Asia</em>, National Geographic News 27/10/2004.</p>
<p><em>Ancient mariners &#8211; Early humans were much smarter than we suspected</em>, New Scientist, 14/3/1998.</p>
<p>Ann Gibbons, <em>Ancient Island Tools Suggest Homo erectus Was a Seafarer</em>, Science 279,1998.</p>
<p>Keith Windschuttle, Tim Gillin, <em>The extinction of the Australian pygmies</em>, Quadrant, June 2002.</p>
<p><strong>* * *</strong><br />
Articolo pubblicato su <em>Hera</em> di dicembre 2004.</p>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2000 21:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Quagliati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Storia antica]]></category>
		<category><![CDATA[antichi liguri]]></category>
		<category><![CDATA[antropoide di Savona]]></category>
		<category><![CDATA[Arturo Issel]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[John Lubbock]]></category>
		<category><![CDATA[Liguri]]></category>
		<category><![CDATA[liguria preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Cremo]]></category>
		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Savona]]></category>
		<category><![CDATA[uomo pliocenico]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcune riflessioni di ordine paleontologico sull'antropoide di Savona appartenente all'epoca pliocenica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/uomopliocenico.html' addthis:title='L&#8217;Uomo del Pliocene di Savona '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p align="justify">
<p><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8843030981" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/vidaleetnoarcheologia.bmp" border="0" alt="Massimo Vidale, Che cos'è l'etnoarcheologia" width="95" height="147" align="right" /></a></p>
<p align="justify">
<p align="justify">Scoprire di abitare a pochi chilometri dal luogo della scoperta di uno dei più importanti esemplari dell&#8217;<em>Archeologia Proibita</em> italiana è stata una sorpresa inaspettata per il sottoscritto, appassionato sostenitore del lavoro di Michael Cremo.</p>
<p align="justify">Si tratta del cosiddetto <em>Antropoide</em> di Savona (cap.7, par. &#8220;Lo scheletro di Savona&#8221;), o almeno questo è il nome con cui lo aveva battezzato il geologo Arturo Issel (1842-1922), professore dell&#8217;Università di Genova, autore di numerose ricerche sulla geomorfologia e paleontologia dell&#8217;area mediterranea. Diverse fonti conservate nella Biblioteca Comunale e alla Società Savonese di Storia Patria hanno consentito di ricostruire in maniera più completa una storia interessante, che rappresenta il prototipo delle scoperte anomale del secolo scorso. Ma procediamo con ordine.</p>
<p align="justify">Nel 1852, nel centro di Savona, in Vico del Vento, si procedette ad un ampio sbancamento per la costruzione delle fondamenta della Chiesa delle Suore della Misericordia. Alla profondità di circa 3 metri, dove lo scavo aveva raggiunto il livello della marna pliocenica, gli operai incontrarono un teschio umano. La marna è una roccia sedimentaria di natura mista calcarea e argillosa, di media consistenza, a seconda del contenuto d&#8217;acqua. Su tutta la riviera ligure i sedimenti pliocenici costituiscono la testimonianza dell&#8217;antico livello del mare che, nel periodo compreso tra 2 e 5 milioni di anni fa, si spingeva oltre 100 metri sopra a quello attuale (il luogo del ritrovamento si trova a 15 s.l.m.).</p>
<p align="justify">Procedendo nello scavo affiorò uno scheletro completo impigliato nella marna, quasi a ridosso della roccia denominata &#8220;lo Sperone&#8221;, in posizione supina, con le braccia protese in avanti e la testa inclinata più in basso delle spalle. Intorno ad esso si trovarono pezzetti di carbone e molte ostriche e conchiglie fossili. Dato il contesto del ritrovamento, durante l&#8217;estrazione molte parti dello scheletro si frantumarono mentre, grazie all&#8217;interessamento di uno scultore presente sul cantiere, venne salvato il tronco e diverse piccole ossa della testa e degli arti. Purtroppo la cassa toracica completa di tutte le costole (una rarità per i ritrovamenti paleontologici) e la maggior parte del corpo principale andò perduta negli anni successivi, ma i frammenti rimanenti furono conservati da don Perrando, un parroco locale appassionato di storia naturale (cui è intitolato un Museo nell&#8217;entroterra savonese). Questi chiamò quindi in causa il prof. Issel perché esaminasse i reperti che consistevano in alcuni pezzetti di ossa parietali, mandibolari (Fig.1), mascellari, del bacino, diverse parti di due femori (Fig.2), di un omero, di un perone (Fig.3) e di una clavicola (Fig.4). Questo materiale si trova oggi conservato al Museo Civico di Archeologia Ligure di Villa Pallavicini a Genova Pegli.</p>
<p align="justify">Nel 1867, al Congresso internazionale d&#8217;antropologia e archeologia preistorica di Parigi, Issel (appena 25enne) presenta una relazione sui caratteri osteologici dei frammenti e sulla natura del terreno di provenienza, affermando che i fossili sono umani e della stessa età degli strati pliocenici: &#8220;queste ossa presentano tutti i caratteri propri ai fossili del medesimo giacimento, sono, cioè, di color bruno chiaro traente al cinereo, lucenti, leggere, fragili, allappanti alla lingua ed inquinate di marna fine ed omogenea la quale penetra nelle cavità midollari dell&#8217;omero e del perone e riempie ogni interstizio&#8221;. Infatti i campioni fossili della fauna e della flora pliocenica trovati nella zona di Savona sono numerosi e non solo forniscono un campione di paragone per l&#8217;aspetto delle ossa umane, ma permettono di collocare il deposito nel pliocene inferiore (arcaico).</p>
<p align="justify">Le reazioni dei colleghi furono di forte scetticismo, date le circostanze del ritrovamento (e data la giovane età del relatore), e si formò presto l&#8217;opinione che dovesse trattarsi di una sepoltura recente. Gli scettici sostenevano che se un uomo fosse annegato nel mare del pliocene le onde avrebbero sballottato il suo corpo e non si sarebbe dovuto trovare uno scheletro intatto, ma più probabilmente ossa sparse (Gabriel De Mortillet). Inoltre l&#8217;esame di un&#8217;anomalia riscontrata nella mascella fece dividere gli antropologi: alcuni (tra cui il celebre Paul Broca) ravvisavano in essa un segno di remota antichità, altri (tra cui Armand De Quatrefages) la consideravano analoga a quelle già osservate in uomini moderni molto anziani (un esame odontoiatrico successivo stabilì invece che l&#8217;uomo sembrava avere circa 30-40 anni al momento della morte).</p>
<p align="justify">L&#8217;ostilità della maggioranza degli studiosi verso l&#8217;idea di un uomo antico va inquadrata nell&#8217;ottica delle conoscenze dell&#8217;epoca. A pochi anni dalla pubblicazione de &#8220;L&#8217;Origine delle specie&#8221; (1859), le argomentazioni degli scienziati sull&#8217;antichità dell&#8217;uomo si basano esclusivamente su convinzioni personali e non su deduzioni dai riscontri fossili. Pur non essendo ancora in grado di attribuire al termine di &#8220;razza umana&#8221; del passato un significato tassonomico preciso, si è già radicata l&#8217;idea evoluzionista che gli antenati dell&#8217;uomo debbano presentare dei caratteri morfologici regrediti, scimmieschi.</p>
<p align="justify">Infatti già l&#8217;anno dopo, nel 1868, in una comunicazione fatta alla Società Italiana di Scienze Naturali, Issel sottolinea l&#8217;osservazione di Broca per dare maggior credito all&#8217;antichità del suo fossile.</p>
<p align="justify">Al successivo Congresso archeologico di Bologna del 1872, Don Perrando interviene a sostegno del professore genovese, sperando di rassicurare i presenti sulle effettive modalità del ritrovamento. Le sue osservazioni, più altre ripetute da Issel in diverse occasioni, sono valide ancora oggi per valutare l&#8217;antichità dello scheletro.</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978887305612" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/linguaggiodelladea.bmp" border="0" alt="Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea" width="95" height="119" align="right" /></a></p>
<li>L&#8217;eccessiva profondità a cui giaceva lo scheletro (3 m) e la sua posizione inclinata e distesa sono illogiche per una sepoltura recente (si intende di epoca romana o addirittura medievale). Il fatto di averlo trovato intatto è perfettamente compatibile con l&#8217;ipotesi che il corpo di un uomo annegato sia stato depositato e seppellito in un estuario dalle acque tranquille e poco profonde, come doveva essere il mare del pliocene in quella zona (in base all&#8217;obiezione di De Mortillet allora nessun fossile di animale marino dovrebbe conservarsi fino ai giorni nostri).</li>
<li>Nella zona della scoperta non vi erano fratture che permettessero ad oggetti superficiali di infiltrarsi in profondità, né segni di frane o di rimaneggiamenti artificiali. Se ci fossero stati, persino gli operai digiuni di geologia avrebbero potuto accorgersene, dato che in quel sito la marna grigia è coperta da uno strato di terreno ghiaioso giallastro che, mischiandosi con il sottostante, avrebbe lasciato una traccia di colore più chiaro. In caso di frane o movimenti di strati che avessero trasportato in profondità un corpo sepolto in superficie, sarebbe stato molto più probabile trovare ossa sparse.</li>
<li>Il grado di compattezza e la stratificazione della marna tutt&#8217;intorno e all&#8217;interno dello scheletro non sembrano compatibili con una sepoltura recente. Sull&#8217;assenza di vuoti nel terreno i testimoni oculari della scoperta sono concordi. In caso contrario bisognerebbe ammettere che il terreno con cui si è scavata e ricoperta la fossa si sia riconsolidato nel giro di pochi secoli in un modo tale da penetrare nelle cavità midollari. Quel tipo di riempimento può essersi verificato solo quando il sedimento fine era ancora sciolto e dopo che tutte le parti molli del corpo erano state completamente degradate. <a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978888732864" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/scritturaeuropa.bmp" border="0" alt="Marco Merlini, La scrittura è nata in Europa? Prehistoric Knowledge Project" width="95" height="133" align="left" /></a>
<p align="justify">Le osservazioni del 1° punto si basano inevitabilmente sui testimoni dell&#8217;epoca e, dato che al momento della scoperta non vi era alcun naturalista, costituiscono un punto debole nei confronti della critica. L&#8217;indagine geologica del sito (2) è invece documentata da Issel in persona, il quale nel 1874 procedette ad uno scavo esplorativo a fianco della chiesa suddetta, trovando, già ad 1 metro di profondità, la marna grigio-verdastra non rimaneggiata, ricca dei soliti gusci di ostriche. Naturalmente si potrebbe insinuare che Issel, nonostante fosse un&#8217;autorità proprio nel campo dei sedimenti marini, avesse commesso degli errori sull&#8217;onda dell&#8217;entusiasmo. A questo proposito vale la pena ricordare che nel 1885, in occasione della scoperta di ossa di un altro &#8220;antropoide&#8221;, in una cava d&#8217;argilla (pliocenica) presso Borgio-Verezzi (SV), Issel non esitò a constatare che il giacimento era rimaneggiato. Per cui non si può immaginare che l&#8217;obiettività del geologo si fosse offuscata di fronte ad una scoperta che gli aveva procurato forti confutazioni: egli non aveva alcuna teoria paleoantropologica preferita da difendere ed era solo interessato ai fatti stratigrafici.</p>
<p align="justify">Oggi purtroppo non si possono verificare questi dati, essendo la collinetta di Vico del Vento completamente urbanizzata, da non poter consentire l&#8217;esame di alcun orizzonte stratigrafico. Il punto (3) è invece quello su cui si possono ancora oggi fare delle valutazioni, analizzando i reperti conservati, le loro caratteristiche fisiche, i sedimenti racchiusi nelle ossa.</p>
<p align="justify">Proseguendo nella lettura di libri della seconda metà dell&#8217;800, si apprende che, proprio in quegli anni, gli antropologi e i geologi discutevano apertamente sull&#8217;ipotesi che gli antenati dell&#8217;uomo fossero vissuti nell&#8217;era Quaternaria o in quella Terziaria, senza conoscere l&#8217;età assoluta di questi periodi. La distinzione stratigrafica fondamentale tra le Ere geologiche risale a Charles Lyell (1835), il padre della geologia moderna, ed è in larga parte valida ancora oggi; l&#8217;attribuzione dell&#8217;età in milioni di anni sarà possibile nel secolo successivo grazie alle datazioni radiometriche. Quindi, in una certa misura, in quell&#8217;epoca, è ancora tutto possibile: si sa che l&#8217;ominazione deve aver seguito una scala progressiva, ma non si sa ancora in quale epoca geologica inizia e in quale finisce.</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978883595537" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uominiincenere.bmp" border="0" alt="Cesare Capone, Uomini in cenere. La cremazione dalla preistoria ad oggi" width="95" height="150" align="right" /></a></p>
<p align="justify">John Lubbock (1834-1913), naturalista e antropologo, convintissimo fautore del darwinismo, nella sua enciclopedica opera del 1875 <em>&#8220;Prehistoric Times&#8221;</em>, dedica un capitolo all&#8217;antichità dell&#8217;uomo. L&#8217;autore parla di alcune scoperte francesi e italiane che ritroveremo poi in Archeologia proibita: segni di lavorazione umana su ossa di animali pliocenici a Saint-Prest (Desnoyers-1864) e in Val d&#8217;Arno (Ramorino-1866), selci affilate da sedimenti miocenici a Thenay (Bourgeois-1867) e ad Aurillac (Tardy-1870). Argomenta che, nonostante le diverse opinioni di molti archeologi, le prove della presenza umana nel Terziario sono &#8220;assai concludenti&#8221;. Ci fa sapere inoltre che Sir Charles Lyell riteneva di tracciare una netta linea di demarcazione tra l&#8217;epoca miocenica (in cui non si erano trovati segni &#8220;frequenti&#8221; della presenza umana) e quella pliocenica (nella quale invece era &#8220;logico&#8221; aspettarsi di trovarli). Lubbock ribatte addirittura all&#8217;opinione dell&#8217;esimio maestro con le stesse argomentazioni usate da Charles <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>, &#8220;l&#8217;imperfezione degli archivi geologici&#8221;, facendo cioè capire che i pochi reperti del Terziario sono appena la punta dell&#8217;iceberg di quello che si riuscirà a trovare in futuro. Fa poi un&#8217;affermazione sorprendente: &#8220;se l&#8217;uomo costituisce una famiglia separata di mammiferi, allora, secondo tutte le analogie paleontologiche, egli deve essere rappresentato nell&#8217;età miocenica&#8221;. Auspica infine che le future ricerche sull&#8217;uomo antico siano condotte nelle regioni tropicali, dove vivono le scimmie antropomorfe.</p>
<p align="justify">In un breve paragrafo Lubbock espone il nucleo di discussioni teoriche capitali che hanno coinvolto la generazione di studiosi della seconda metà dell&#8217;800. I darwinisti dell&#8217;epoca non si aspettano di trovare gli antenati dell&#8217;uomo in Europa, ma piuttosto in Asia e in Africa, i luoghi delle controverse scoperte di Eugéne Dubois (Homo Erectus) e Robert Broom (Australopithecus), che all&#8217;inizio del &#8217;900 avranno cancellato la memoria di tutti gli altri reperti. Eppure, proprio uno dei campioni del Darwinismo ottocentesco era già giunto alle logiche conclusioni. Gli antropologi moderni giudicano queste asserzioni del passato degli errori dovuti alla carenza di dati, ormai superate dal livello di conoscenza oggi raggiunto sui fossili di ominidi e primati. Al contrario, come i lettori di <em>Nexus </em>sanno, la &#8220;chiarezza&#8221; nell&#8217;albero genealogico dell&#8217;uomo, è stata raggiunta al prezzo di scartare centinaia di reperti innominabili, la cui autenticità non è mai stata confutata dai contemporanei e della cui esistenza i posteri nemmeno sono a conoscenza.</p>
<p align="justify">In <em>&#8220;L&#8217;Uomo preistorico in Italia&#8221;</em>, appendice del suddetto <em>&#8220;Tempi preistorici&#8221;</em>, Issel denuncia l&#8217;intolleranza e la scorrettezza delle critiche che gli venivano rivolte: in un libro di geologia si affermava che i resti umani di Savona furono dati per terziari per il solo gusto di contraddire le credenze <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religiose</a> (la bassezza di certe accuse assomiglia molto allo stile forsennato con cui certi personaggi e comitati odierni si scagliano contro i ricercatori non ortodossi). Questo è ancor più paradossale se si pensa che l&#8217;incontrastato successo che la teoria dell&#8217;evoluzione ebbe, dopo un primo momento di incredulità, è in larga parte dovuto all&#8217;interpretazione completamente materialista della natura, che faceva piazza pulita del concetto di finalismo nell&#8217;adattamento delle specie e dell&#8217;ingerenza della <a href="http://www.centrostudilaruna.it/religione.html">religione</a> nel campo della scienza. Ripensando all&#8217;uso di termini come &#8220;antidiluviano&#8221;, usato ad esempio nell&#8217;anzidetta relazione di don Perrando, ci si accorge che nella mente di molti uomini di scienza di allora la consuetudine a pensare nei termini espressi dalla Bibbia era ancora forte. E&#8217; naturale che scienziati credenti non vedessero di buon occhio le prove di un&#8217;umanità troppo antica (Dio ha creato l&#8217;uomo per ultimo nella scala progressiva degli esseri viventi). Al contrario, studiosi materialisti non avevano nessun preconcetto nell&#8217;accogliere i reperti del Terziario; ed è sorprendente constatare come, in quel lasso di tempo in cui ancora non si era consolidata la teoria tutt&#8217;oggi in voga, l&#8217;Uomo del Pliocene poteva essere difeso proprio dai primi discepoli di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span>. Oggi la posizione è diametralmente ribaltata: darwinismo è sinonimo di evoluzione progressiva che è culminata nell&#8217;Homo Sapiens recente, mentre chi non si conforma al dettame è generalmente accusato di essere un creazionista oscurantista.</p>
<p align="justify">Quindici anni dopo Issel entra da protagonista nelle vicende di Castenedolo (BS), il luogo del ritrovamento del più importante scheletro anomalo italiano. Nel 1860 e nel 1880 il geologo Giuseppe Ragazzoni aveva dissotterrato diversi scheletri umani moderni (uno intero e molti frammenti) nelle argille plioceniche. Nonostante l&#8217;incontestabile posizione stratigrafica e il fatto che le ossa fossero ricoperte di conchiglie e coralli, l&#8217;autore della scoperta, che pure era un esperto, aveva incontrato le stesse difficoltà di Issel. Così, quando nel 1889 affiorarono ancora resti umani da scavi in zona, Ragazzoni convocò una squadra di colleghi per ricostruire dettagliatamente la geologia dell&#8217;area e documentare la scoperta senza possibilità di equivoci. Purtroppo il terzo scheletro era veramente una sepoltura recente e, ironia della sorte, toccò proprio a Issel metterlo per iscritto nella sua relazione geologica. Questo bastò a far dimenticare l&#8217;importanza delle altre due scoperte e da quel momento la recensione di Issel servì a screditare Ragazzoni, ben oltre le intenzioni del genovese (di nuovo, questo ci ricorda il gioco scorretto delle citazioni usato per screditare promettenti scoperte, esempio recente: il geologo Robert Schoch sulle strutture subacquee del Giappone).</p>
<p align="justify">E&#8217; curioso notare che l&#8217;antropologo Armand De Quatrefages si pronunciò nettamente a favore dell&#8217;antichità dello scheletro di Castenedolo, affermando che le obiezioni ai ritrovamenti umani pliocenici erano basate esclusivamente sul pregiudizio. Costui è la stessa persona che, tra i primi, aveva messo in dubbio l&#8217;autenticità dell&#8217;uomo di Savona nel 1867. Ancora più strana è la posizione dello studioso di preistoria Gabriel De Mortillet, il quale si convinse, con i paleoliti di Thenay, che l&#8217;uomo fosse vissuto nel miocene; eppure negli stessi anni affermò che i segni sulle ossa spezzate degli animali pliocenici di Saint-Prest erano prodotti da forze naturali ed espresse sempre opinioni negative su entrambi gli scheletri italiani. Sarebbe necessaria un ricerca bibliografica molto più ampia di quella qui esposta per chiarire l&#8217;evoluzione del pensiero di questi professori: è evidente però che inimicizie e gelosie personali (le stesse a cui si assiste anche oggi) non hanno consentito agli studiosi tra gli anni &#8217;60 e &#8217;80 del XIX secolo di fare chiarezza su queste fondamentali scoperte.</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://tracker.tradedoubler.com/click?p=10388&amp;a=915108&amp;g=0&amp;url=http://www.bol.it/libri/scheda/ea978881640660" target="_blank"><img style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/storiadelmediterraneo.bmp" border="0" alt="AA. VV., Storia del Mediterraneo nell'antichità. IX-I secolo a.C." width="95" height="133" align="left" /></a></p>
<p align="justify">Probabilmente anche Issel in quel periodo si convinse che non era &#8220;logico&#8221; aspettarsi uomini anatomicamente moderni in un passato così remoto, e il risultato lo leggiamo con la pubblicazione di <em>&#8220;Liguria preistorica&#8221;</em> nel 1908. Qui, forse anche influenzato dal clamore provocato dal presunto uomo scimmia di Giava (1894), ritrattò l&#8217;esame osteologico dei frammenti di Savona. Sottolineando il prognatismo delle ossa facciali e le piccole dimensioni delle ossa lunghe, se confrontate con quelle omologhe di un individuo ligure moderno maschio (comparazione statisticamente povera, falsata dalla variabilità anatomica della specie), decise di non annoverare più il fossile nella specie umana, ma di designarlo provvisoriamente con il termine di <em>&#8220;antropoide&#8221;</em>. Con questo Issel intendeva suggerire un termine della serie biologica non ben definito, dando prova perlomeno di un certo equilibrio professionale, in un frangente in cui altri suoi contemporanei e successori (anche dilettanti) battezzavano generosamente nuovi generi di ominidi in continuazione, basandosi su frammenti di calotta cranica (basti pensare a Davidson Black, che nel 1927 introdusse una nuova specie, il <em>Sinanthropus pekinensis</em> dopo aver trovato qualche dente sparso in una caverna vicino a Pechino).</p>
<p align="justify">Pur con questa nuova collocazione l&#8217;Antropoide passò inosservato per tutto il XX secolo e non suscitò più l&#8217;interesse dei ricercatori. Sembrava quasi che se ne fossero perse le tracce, almeno fino ad oggi. Infatti proprio in questi mesi è stato ultimato, ed è in procinto di pubblicazione, uno studio morfologico sulle controverse ossa. L&#8217;antropologo dell&#8217;Università di Pisa prof. Francesco Mallegni ed Emiliano Carnieri hanno esaminato i resti e hanno concluso che si tratta senza ombra di dubbio di ossa di un uomo anatomicamente moderno. Questo dimostra il clamoroso errore di Issel e scredita l&#8217;intera vicenda agli occhi di ogni archeologo moderno che non conosca i retroscena dei fatti e che, formato nell&#8217;inossidabile ottica evoluzionista, concluderà inevitabilmente che quello era una uomo sepolto in epoca storica.</p>
<p align="justify">Attualmente non ho potuto ancora prendere visione dei reperti conservati, come si diceva, al Museo Archeologico di Pegli, ma si può constatare una certa difficoltà nell&#8217;affrontare datazioni alternative. Ho recentemente interpellato sulla questione, un professore di geoarcheologia dell&#8217;Università di Genova, il quale sostiene che sia molto difficile giudicare l&#8217;antichità dei reperti solamente dalla compattezza della marna cementata nelle cavità ossee, e che di solito per reperti umani ci si affida alla morfologia. Anzi, oggi la morfologia anatomica basta a togliere ogni dubbio circa l&#8217;età del reperto. Nonostante ciò sono convinto che, facendo convergere sufficienti competenze, sarebbe possibile raccogliere dati geotecnici sul comportamento della marna pliocenica caratteristica del savonese, e stimare se il rammollimento e la successiva ricompattazione in un periodo di 2000 anni al massimo è compatibile con quello che si riscontra sui reperti in esame.</p>
<p align="justify">Non potendo giudicare dai sedimenti eventualmente contenuti nelle cavità ossee, non rimane che tentare con un metodo ai radioisotopi. Ma innanzitutto bisogna giustificare lo scopo di un&#8217;indagine di questo tipo presso l&#8217;autorità competente; e la richiesta di una conferma all&#8217;età presunta di 3-5 milioni di anni per un uomo moderno non è esattamente quello che vorrebbero sentire gli archeologi. Poi il radiocarbonio C<sup>14</sup>, generalmente usato per il materiale umano, risulterebbe inadeguato in questo caso, sia perché può arrivare correttamente fino a stime di circa 70000 anni al massimo, sia perché un campione organico dopo 150 anni di esposizione all&#8217;atmosfera può fornire datazioni molto più recenti. Più utile sarebbe il metodo della serie di Uranio o del Potassio-Argo, ma per procedere è necessario distruggere alcune parti del già frammentario scheletro (peraltro sacrificabili se l&#8217;uomo fosse effettivamente recente). In ultimo nessun istituto di ricerca sarebbe interessato a pagare per far effettuare un esame del genere ad un laboratorio.</p>
<p align="justify">Spero di riuscire, in tempi ragionevoli, a coinvolgere positivamente qualche esperto e fornirvi nuovi aggiornamenti sul controverso Uomo di Savona.</p>
<p><strong> * * *<br />
</strong></p>
<p>Pubblicato su <em>Nexus</em> (2001).</p>
<p>Fonti</p>
<p>Cremo M., Thompson R., <em>Archeologia proibita: la storia segreta della razza umana</em>, 1997 (orig. 1996).<br />
Issel Arthur, <em>Di alcune ossa provenienti dal terreno pliocenico di Savona</em>, Atti della Società italiana di Scienze Naturali, vol. XI, 1868.<br />
Perrando D.G., <em>Sur l&#8217;homme tertiaire de Savone</em>, Congresso internazionale di Antropologia e Archeologia preistorica, 5° sessione, Bologna 1872-1873<br />
Lubbock John, <em>Tempi Preistorici</em>, 1875.<br />
Issel A., <em>L&#8217;Uomo preistorico in Italia</em>, 1875.<br />
Issel A., <em>Cenni sulla giacitura dello scheletro umano recentemente scoperto nel pliocene di Castenedolo</em>, Bollettino di paletnologia italiana, 1889.<br />
Issel A., <em>Liguria preistorica</em>, Atti della Società ligure di Storia Patria, vol. XL, 1908.<br />
Walker A., Shipman P., <em>Il ragazzo del fiume</em>, 1999 (orig. 1996).</p>
<p>Si ringrazia il signor Francesco Loni, bibliotecario della Società Savonese di Storia Patria, per le preziose indicazioni bibliografiche.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico1.gif" alt="" width="406" height="196" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 1. Osso mandibolare.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p style="text-align: center;" align="justify"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico2.gif" alt="" width="496" height="127" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 2. Tibia.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> </span></p>
<p style="text-align: center;" align="justify"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico3.gif" alt="" width="652" height="139" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 3.  Perone.</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><img class="aligncenter" src="http://www.centrostudilaruna.it/immagini/uomopliocenico4.gif" alt="" width="631" height="329" /></p>
<p align="center"><strong><span style="font-size: x-small;">Figura 4. Clavicola.</span></strong></p>
</li>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/uomopliocenico.html' addthis:title='L&#8217;Uomo del Pliocene di Savona ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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