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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Luca Leonello Rimbotti</title>
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		<title>La teozoologia di Jörg Lanz Von Liebenfels</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 10:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Jörg Lanz von Liebenfels fu capace di immaginare fantastici mondi da apocalisse: spesso è additato come principale precursore ideologico dell'esoterismo nazionalsocialista]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4004" style="margin: 10px;" title="teozoologia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/teozoologia.jpg" alt="" width="192" height="274" />Si è ritagliato un suo piccolo posto nella storia. Lo troviamo in tutti i  libri più importanti che si occupano delle primissime origini  ideologiche del Nazionalsocialismo. A volte viene descritto addirittura  come quello che fornì a Hitler le idee: Jörg Lanz von Liebenfels, a metà  strada fra il monaco erudito e il visionario psichedelico, fu capace di  immaginare fantastici mondi da apocalisse. Dipinse lo scenario della  storia come una lotta manichea tra la razza ariana luminosa e quella  tenebrosa degli uomini-bestia, attingendo dalla <em>Bibbia</em>, da antichi testi  gnostici, aramaici, greci, da dimenticati libri apocrifi e da  un’infinità di dettagli archeologici e filologici, nella certezza che  l’Età dell’Oro, popolata in origine da un’umanità bella e nobile, fosse  degenerata nel caos della modernità a causa degli incroci umani con gli  animali. In questa sua «rappresentazione zoomorfa del principio del  male», come l’ha definita lo storico Goodrick-Clarke, in realtà si  ritrovano antichi incubi dell’uomo. La paura della bestia, e della  bestia che è in noi, ha dato vita nel tempo ad ogni sorta di proiezione.</p>
<p style="text-align: justify;">In materia, ci sono dei piccoli classici. Ad esempio, <em>Il Bello della  Bestia</em> di Silvia Tommasi, in cui si è ripercorso l’immaginario  “bestiale” da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/howard-phillips-lovecraft" target="_blank">Lovecraft</a></span> a Karen Blixen. Oppure, il famoso <a title="Bestie, uomini e dei" href="http://www.libriefilm.com/bestie-uomini-dei/767"><em>Bestie,  uomini, dèi</em></a> di Ossendowski, in cui l’Asia viene popolata di presenze  oscure e terribili, fino a <em>Bestie o dei? L’animale nel simbolismo  religioso</em>, in cui, tra l’altro, Grado G. Merlo sottolineava la pratica  cristiana di attribuire agli eretici i tratti dell’immondo animale.  Impostazione foriera di radicalismo tra opposte fazioni ideologiche, che  avrà le sue ricadute nel <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a>. E proprio a questa mentalità  giudeo-cristiana di associare la bestia al demoniaco, drammatizzando  così al massimo il suo già robusto dualismo di fondo, si può far  risalire la febbrile volontà di Lanz von Liebenfels di giudicare la  vicenda storica come un continuo processo di corruzione, attraverso la  promiscuità sessuale tra uomo superiore e uomo imbestiatosi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_4008" class="wp-caption alignleft" style="width: 171px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-4008" title="liebenfels" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/liebenfels.jpg" alt="" width="161" height="190" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Jörg Lanz von Liebenfels</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Adesso le Edizioni Thule Italia ripropongono il testo certo più  caratteristico di Lanz, <em>Teozoologia. La scienza delle nature scimmiesche  sodomite e l’elettrone divino</em>, a cura e con la traduzione di Marco  Linguardo. Si tratta di un vero <em>unicum </em>editoriale. Il bizzarro titolo ci  rimanda direttamente all’epoca, il 1905, in cui il libro fu scritto. Le  recenti scoperte scientifiche dei raggi X e della radioattività, di cui  Lanz fu un appassionato studioso, lo portarono a diventare egli stesso  uno sperimentatore, ottenendo anche svariati brevetti di motori e  sistemi elettrici. Ne trasse le immagini del Theozoon, l’uomo divino  fornito di poteri magnetici superumani, e del suo speculare  semibestiale, l’Anthropozoon.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa nota futuristica, unita al tradizionalismo <em>völkisch </em>di cui Lanz  era imbevuto e all’erudizione teologica, costituirono l’esplosiva  miscela di una formula ideologica pericolosamente in bilico tra  fantascienza e millenarismo pangermanista. Non sarà stato comunque un  caso che il giovane viennese Lanz, assunti nel 1897 i voti monacali  presso l’abbazia cistercense di Heiligenkreuz, si fosse dedicato non  solo alla severa esegesi biblica, ma anche all’apprendimento di un  sapere razzialista direttamente appreso dal suo istitutore conventuale,  l’erudito Nidvard Schlögl, biblista e orientalista allora di fama. La  teoria che «la radice di tutti i mali del mondo avesse effettivamente  una natura animale subumana», come dice Goodrick-Clarke, si stilizzava  in Lanz nel rappresentare la lotta cosmica tra l’ordine, di cui erano  detti portatori i popoli bianchi dominatori, e il caos ingenerato invece  dagli orgiasmi sessuali, con cui i popoli di colore avrebbero sedotto i  signori, conducendoli a crescente rovina bio-psichica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-radici-occulte-del-nazismo/6891" target="_blank"><img class="size-full wp-image-4005 alignright" style="margin: 10px;" title="radici-occulte-nazismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/radici-occulte-nazismo.jpg" alt="" width="200" height="310" /></a> Questa idea fissa si era rafforzata in occasione del ritrovamento,  avvenuto nel 1894 nello stesso monastero in cui Lanz ricoprì anche ruoli  di insegnante, di una pietra tombale medievale, in cui compariva la  scena di un antico aristocratico che teneva sotto i piedi una specie di  animale. Da qui insorse nell’immaginario di Lanz una ricerca ossessiva  di prove, che attraverso l’arte antica, certi obelischi e bassorilievi  assiri, o i bestiari medievali, testimoniassero di quella pratica di  ibridazione universale, che a un certo punto si saldò a idee di  rigenerazione situate in un mitico futuro, in cui l’uomo &#8211; non  diversamente da quanto tratteggiato da Nietzsche, che per il suo  Superuomo usò il termine di <em>Züchtung</em>, che significa allevamento &#8211; si  sarebbe purificato da ogni impurità attraverso la pratica di una  selezione dei tipi migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciate entro pochi anni la tonaca e l’abbazia, Lanz dal 1900 entrò in  contatto con  ambienti del pangermanesimo, come quelli legati a Guido  von List, Theodor Fritsch e Ludwig Woltmann. Non si sa come, riuscì ad  entrare in possesso del castello di Werfenstein, sul Danubio, facendone  la sede dell’Ordine del Nuovo Tempio, da lui fondato. Quanto poi alla  sua rivista <em>Ostara</em>, che veicolava l’ideologia ariosofica in un misto di  teosofia, cristianesimo ariano e pangermanesimo razzista, noi sappiamo  da numerosi storici, a cominciare da Fest e Kershaw, che il periodico  venne letto dal giovane Hitler. E, molto probabilmente, i due, che  furono a Vienna e a Monaco in anni vicini, ebbero anche modo di  conoscersi. Ma Hitler divenne ben presto un politico moderno e realista,  e una volta al potere lasciò indisturbato Lanz, ma fece chiudere molti  circoli dell’occultismo <em>völkisch</em>, giudicandoli confusionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Effettivamente, occorre dire che esiste da sempre nell’arte e nella  psicologia umana un’associazione tra la bestia e l’uomo, che è  circonfusa di pesanti inquietudini. Gli studiosi si sono spesso  interrogati su quelle presenze animalesche così ricorrenti un po’  ovunque, dalle divinità egizie alla tavoletta di Narmer, in cui una  figura di dominatore aggioga una forma subumana, alle cattedrali  gotiche, sovrabbondanti di mostruose creature animali, alle placche  dorate vichinghe, in cui si vedono bestie umanoidi, fino alle  rappresentazioni legate al lupo, da alcuni studiosi rovesciate in miti  sovrumani: per dire, anni fa Chiesa Isnardi studiò il lupo mannaro  presente nelle tradizioni europee come un’immagine del Superuomo. In  ogni caso, la strana figura del monaco Lanz &#8211; che ebbe tra i suoi  estimatori personaggi come Lord Kirchner, August Strindberg  e  autorevoli biblisti del suo tempo &#8211; rimane ancorata a un’epoca in cui il  progresso scientifico e il riemergere di arcaismi occulti si fusero in  maniera impensata. Creando i presupposti di un’ideologia di massa che di  lì a pochi anni avrebbe salito la ribalta mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 21 febbraio 2010.</p>
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		<title>Il magico mistero del nazismo</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 15:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La svastica e le streghe di Giorgio Galli ripropone il rimasticamento di considerazioni già esposte più volte da altri circa il fenomeno esoterico all’interno del Nazionalsocialismo, col metodo non esattamente scientifico della “citazione dalla citazione”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a title="Giorgio Galli" href="http://www.libriefilm.com/category/autori/giorgio-galli"></a><a href="http://www.libriefilm.com/la-svastica-e-le-streghe/6876" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3956" style="margin: 10px;" title="svastica-streghe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/svastica-streghe.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>Giorgio Galli, il politologo conosciuto soprattutto per il suo libro <a title="Hitler e il nazismo magico" href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889"><em>Hitler e il nazismo magico</em></a> (Rizzoli), uscito in prima edizione nel  1989, che è stato uno dei maggiori successi editoriali di saggistica  degli ultimi vent’anni, si confronta di nuovo con l’argomento in gran  voga: i rapporti tra Nazionalsocialismo ed esoterismo. E oggi pubblica  per Hobby&amp;Work un libro-intervista, curato da Luigi Sanvito, che si  intitola <a title="La svastica e le streghe" href="http://www.libriefilm.com/la-svastica-e-le-streghe/6876"><em>La svastica e le streghe. Intervista sul Terzo Reich, la magia  e le culture rimosse dell’Occidente</em></a>. Il titolo, in linea con il  sensazionalismo da rotocalco tipico del <em>bric-a-brac </em>che da anni esce a  getto continuo in materia, non rende giustizia a questa operazione  editoriale. La quale, se non attinge a memorabili vette storiografiche,  per lo meno evita di cadere nell’invenzione oppure nell’occultismo di  maniera.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, si continua a volare abbastanza basso. Lo stesso <a title="Hitler e il nazismo magico" href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889"><em>Hitler e il  nazismo magico</em></a>, lo confessiamo, non ci entusiasmò per profondità di  indagine, legandosi a un’attrezzatura scientifica labile e collocandosi  molte lunghezze indietro rispetto, ad esempio, al lavoro scritto nel  1985 da Nicholas Goodrick-Clarke <a title="Le radici occulte del nazismo" href="http://www.libriefilm.com/le-radici-occulte-del-nazismo/6891"><em>Le radici occulte del nazismo</em></a> (tradotto in Italia da Sugarco nel 1993), ben altrimenti documentato.  Vogliamo essere sinceri: questo <a title="La svastica e le streghe" href="http://www.libriefilm.com/la-svastica-e-le-streghe/6876"><em>La svastica e le streghe</em></a> ripropone il  rimasticamento di considerazioni già esposte più volte da altri, ben  prima che Galli iniziasse a interessarsi di questo argomento. Come del  resto nella sua fatica precedente, oggi Galli non propone una sua  compiuta e motivata interpretazione circa il fenomeno esoterico  all’interno del Nazionalsocialismo, limitandosi &#8211; come fece allora &#8211; a  riprendere una serie di spunti da libri precedenti, da decenni noti agli  specialisti e anche ai normali lettori. E procedendo, per di più, col  metodo non esattamente scientifico della “citazione dalla citazione”.  Per esempio, le citazioni di seconda mano da Mosse (che attingeva dai  vari Chamberlain o List o Gobineau), sono ancora presenti imperterrite,  certo utili a soddisfare un’occasionale curiosità del pubblico “grosso”,  ma del tutto inutili all’approfondimento di un tema che, senza nuove  acquisizioni oppure senza nuove interpretazioni, rimane nella condizione  di un decrepito “già detto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/hitler-e-il-nazismo-magico/6889" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3957" style="margin: 10px;" title="hitler-e-il-nazismo-magico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/hitler-e-il-nazismo-magico-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a> Come oltre vent’anni fa, Galli ripete, ad esempio, che secondo lui il  momento in cui la vena esoterica nazionalsocialista sarebbe venuta allo  scoperto in vicende di portata storica sarebbe stato il volo di Hess in  Scozia nel 1941. L’abbiamo capito. Ma non abbiamo capito perchè dovrebbe  bastare il fatto che Hess fu affiliato in gioventù alla  Thulegesellschaft e che avesse amici britannici con qualche interesse  esoterico, per concluderne con Galli &#8211; senza portare l’ombra di una  prova &#8211; che si tratterebbe di un avvenimento influenzato  dall’occultismo. Non può bastare.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi fu senza dubbio, nell’ideologia e nella ritualistica  nazionalsocialista (ma non nel campo del decisionismo politico) una  corposa sfera esoterica. Basta dare uno sguardo a quanto scrissero  Rosenberg o Wirth o <a title="Guenther" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/hans-f.-k.-guenther/">Günther</a>, oppure fare un salto a Wewelsburg o alle  Extersteine. I teorici del mito del sangue che furono attivi durante il  Terzo Reich ebbero alle spalle una lunga e articolata tradizione <em> völkisch</em>, tutta innestata sulla cultura misterica. A titolo di esempio,  ci permettiamo di suggerire a Galli di sfogliare la prima traduzione  italiana della <em>Teozoologia</em> di Jörg Lanz von Liebenfels &#8211; che  certamente già conoscerà nell’edizione originale &#8211; risalente in prima  edizione tedesca al 1905, e recentemente pubblicata dall’Editrice Thule  Italia. Un libro di ariosofia, tipico esempio di quell’occultismo  pre-nazionalsocialista su base razzialista cui lui attribuisce  indimostrabili influenze politiche sul Terzo Reich.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Nazionalsocialismo non vi fu una sfera esoterica che abbia avuto un  qualche ruolo su decisioni di portata politica. Almeno, stando ai  documenti in nostro possesso. E si sa, la storiografia si basa sui  documenti, tutto il resto appartenendo al vasto mondo dell’illazione.  Hitler, come è a ognuno noto, non appena pervenuto al potere, si premurò  di far chiudere all’istante tutti i sodalizi esoterici attivi in  Germania, relegando le speculazioni misteriche, ricorrenti nell’ambiente  vicino a Himmler, nell’ambito delle stravaganze impolitiche, da lui  tollerate solo per personale amicizia verso il capo delle SS. Il Führer,  che in gioventù ebbe documentati contatti con i circoli del  pangermanesimo esoterico, e che incarnava egli stesso aspetti di magismo  “sacerdotale”, già nel <em>Mein Kampf</em> condannò come sterili tali cerchie.  Il suo terreno era quello politico, e qui ragionava freddamente,  presentandosi come capo di un moderno partito di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma neppure riguardo alle streghe &#8211; l’altro argomento affrontato dal  libro di Galli &#8211; ci pare che si sia colpito nel segno. Galli afferma  che, a suo parere, la secolare persecuzione delle streghe sarebbe stata  una lotta degli uomini, padroni del potere, contro il sesso femminile,  al fine di annientarne la libertà in almeno tre ambiti: «La gestione  femminile del parto, l’uso terapeutico delle erbe, la rivendicazione  esplicita della propria libertà sessuale». Le cose non andarono così. A  dar retta ai maggiori storici mondiali del fenomeno stregonico, la  maggioranza degli individui accusati di stregoneria nel corso di  svariati secoli furono infatti di sesso maschile. Gli “stregoni”, più  ancora delle streghe, furono le vittime di quella lotta ai relitti del  paganesimo pre-cristiano. Nella cultura tradizionalista del mondo  contadino gli oscurantisti cristiani e i primi teorici del pensiero  scientista &#8211; per l’occasione alleati &#8211; videro un tenace nemico pagano da  estirpare, uomo o donna che fosse.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa, un noto libro di  Luciano Parinetto (<em>Solilunio. Erano donne le streghe?</em>, Pellicani  Editore) si occupò del tema proprio in questo senso, portando cifre e  documenti sostenuti da una ricca mole bibliografica. Eminenti studiosi  come Ginzburg e Monter da gran tempo hanno dimostrato questo dato con  studi scientifici di vasta notorietà: le “streghe” erano donne e uomini,  ma più spesso i secondi delle prime. Eliminare la stregoneria &#8211; con le  sue pagane culture antagoniste: medicina tradizionale, naturalismo  panteista, accesso alla sfera della <em>trance</em>, di antica ascendenza  dionisiaca &#8211; significava per la Chiesa e i suoi alleati sradicare le  ultime tracce di un sapere ostinatamente anti-moderno. E alleato della  Chiesa, in quei secoli, fu per l’appunto il pensiero razionalista,  economicista, infine liberale e progressista, oggi egemone più ancora di  allora. Tutti sanno che Francis Bacon, il padre scientista del moderno  progressismo, era un fanatico nemico della stregoneria e un fautore  della sua repressione. Nessuna fantastica guerra tra i sessi, dunque. Ma  una guerra di sterminio delle ultime resistenze della paganità  tradizionale da parte della Chiesa e degli alfieri della cultura  razionalista e illuminista. Che è poi la medesima cui appartiene Galli,  come apertamente attesta egli stesso nel libro segnalato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 7 febbraio 2010.</p>
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		<title>Dino Campana, l&#8217;ultimo germano</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 16:29:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Un profilo biografico del poeta Dino Campana, nietzscheano confesso, ammiratore della cultura tedesca sovrumanista, esempio di irrazionalismo a rotta di collo… insomma un fascista]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div id="attachment_3756" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dino-campana.jpg"><img class="size-full wp-image-3756" title="dino-campana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dino-campana.jpg" alt="" width="200" height="279" /></a><p class="wp-caption-text">Dino Campana (20 agosto 1885 – 1 marzo 1932)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La celebrazione del 124mo anniversario della nascita di Dino Campana, lo scorso 23 agosto, ci permette di fare il punto su una delle più straordinarie personalità letterarie del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> italiano. Anche in questo caso, dobbiamo registrare il lungo lavoro di sabotaggio operato dall’egemonia culturale progressista-comunista, che per decenni ha tenuto basso il tono delle celebrazioni del poeta, ha intralciato riedizioni e convegni, ha in ogni modo cercato di far dimenticare, minimizzare, edulcorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo è presto detto. Campana era in odore di fascismo. Quasi un antesignano. Un pericoloso imperialista. Della cerchia Papini-Soffici, quindi da tenere in sospetto. E poi era un nietzscheano confesso, un ammiratore della cultura tedesca sovrumanista, un wagneriano, un egocentrico titanista, un esempio di irrazionalismo a rotta di collo… insomma, appunto, un fascista. Ma per noi, oggi più che mai, proprio questi sono i connotati che di un semplice poeta fanno un punto fermo ideale, di un letterato un indicatore di valori, di un visionario irrazionale un perfetto ideologo della fuga da questa imbastardita società. Campana fu un irregolare se mai ce ne fu uno. Il tipico vagabondo-viandante fuori e contro la sua epoca, appartenente a un mondo interiore fatto di atavismi e contatti con l’assoluto. E proprio come Nietzsche coltivò un Io dilagante e sofferente, come il tedesco venendo alle prese con una tensione psichica insostenibile, che alla fine lo condusse alla tragica follia. Spregiatore del borghesismo, disgustato dalla decadenza e dalla miseria morale della società del suo tempo, Campana formulò un pensiero traboccante di lampi e visioni. E fece grande poesia. Gettò profondi fasci di luce su un’anima che non ci stava a sfiorire nella mediocrità della decadenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel bel mezzo del 1914, come nulla fosse, nel pieno della bagarre tra interventisti e socialisti, se ne uscì dedicando il suo capolavoro, gli <a title="Inni orfici" href="http://www.libriefilm.com/canti-orfici-e-altre-poesie/5694"><em>Inni orfici</em></a>, uscito a Marradi in prima edizione tipografica e a sue spese, nientemeno che «a Guglielmo II imperatore dei germani». Non basta. A mo’ di sottotitolo si leggeva tra parentesi: «<em>Die Tragödie des letzten Germanien in Italien</em>», come dire: la tragedia dell’ultimo dei germani in Italia. Due colpi in uno. Il primo è la dedica al Kaiser nel momento in cui il germanesimo veniva vissuto dai nazionalisti come ostile: a torto, poiché la Prussia fu sempre amica del nostro Risorgimento e ad esempio a Bismarck si dovette se il Veneto diventò italiano nel 1866, nonostante la sconfitta italiana. Ma, comunque, così era e gli interventisti non andavano tanto per il sottile, equiparando il Kaiser austriaco, nostro secolare nemico, a quello tedesco, nostro secolare alleato. Quindi, dedica enigmatica e provocatoria, intorno alla quale i critici si sono a lungo arrovellati. Poi, col secondo richiamo, Campana si rifà nella scelta delle parole a un immaginario insieme nietzscheano e germanofilo, collocandosi <em>ipso facto</em> al di fuori delle melense tendenze dell’epoca – del tipo della scapigliatura – e ben dentro invece al gesto sovrumanista già celebrato in Italia soprattutto dai romanzi e dalla poesia di D’Annunzio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/canti-orfici-e-altre-poesie/5694" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-3757" style="margin: 10px;" title="canti-orfici" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/canti-orfici-184x300.jpg" alt="" width="184" height="300" /></a>Il critico Silvio Ramat scrisse a suo tempo che, col dirsi “l’ultimo germano”, era leggibile in Campana la volontà di segnalare la propria purezza barbarica e originaria, non corrotta dalle derive della società moderna convenzionale, e che era all’opera chiaro e tondo il mito del superuomo, rielaborato con intendimenti non religiosi in senso confessionale, ma mistici, tali da farne un coltivatore di <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> di audacia e di radicalismo. Campana infatti, se non fu uomo d’azione, ma poeta fuori del tempo e spaesato rispetto ai codici borghesi, invocante la notte, l’abissale, il misterico, fu senz’altro un poeta della lotta, della vita sanguigna, della fede fanatica in sé contro tutte le avversità esistenziali. Poesia eroica, la sua, come è stata definita, che veicolava un valore di differenziazione all’epoca assai raro in Italia, e che sinora non è stato abbastanza considerato, soprattutto dal punto di vista di un’ideologia della rivolta contro il mondo moderno. «Guardava al Kaiser – scriveva dunque Ramat introducendo un’edizione Vallecchi degli anni Settanta – come al <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> coagulante estremo di quella stirpe barbarica, potenzialmente incontaminata alle origini, quale venivano rivelandogliela l’opera grandiosa di Wagner con quella di Nietzsche che ne costituiva l’attivo complemento, da seguire con religioso ardore».</p>
<p style="text-align: justify;">Interrotti gli studi di chimica a Bologna per il precoce sopravvenire di disturbi psichici, afflitto da una costante tensione interiore, Campana fu tuttavia uomo di studi profondi, anche se caotici, conosceva due o tre lingue, sapeva delle novità culturali della sua epoca – ad esempio, seguiva il futurismo, al quale per un periodo fu anche vicino – e in ogni caso si nutrì di Carducci e di Pascoli e, come lui stesso confidò, di Edgar Allan Poe e della musica classica tedesca, di Verdi, di Rossini… era in costante clima di esaltazione, di febbrile accumulo di sensazioni, irrequieto, mai in pace. In questa condizione partoriva di getto la sua poesia, come un subitaneo aprirsi della vena.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel dicembre del 1913, dal suo paese natale di Marradi, lontano tra i monti dell’Appennino, si recò a piedi a Firenze passando per i campi, senza dormire, camminando giorno e notte. Giunse in città lacero e allampanato ed entrò alla redazione di “Lacerba”, dove sapeva di poter trovare le punte di lancia della controcultura dell’epoca: Papini e Soffici. Recava con sé un brogliaccio affastellato con il testo manoscritto dei <a title="Canti orfici" href="http://www.libriefilm.com/canti-orfici/2651"><em>Canti orfici</em></a>, che consegnò ai due famosi letterati, per averne un giudizio. In quei giorni frequentò il celebre caffè delle “Giubbe Rosse”, cuore della cultura italiana e punto d’incontro delle migliori intelligenze, poi, così com’era venuto, sparì e nessuno lo rivide più in giro per un pezzo. È noto poi che, tornato a Marradi e richiesto a Soffici l’unico esemplare consegnatogli per pubblicarlo, il famoso pittore gli rispose di averlo smarrito… e fu così che il povero Campana, con uno sforzo mnemonico che gli causò un vero trauma, ricompose il suo poemetto a memoria, facendolo stampare a sue spese da un tipografo locale. Ricomparve a Firenze verso l’estate del 1914 quando, con sotto il braccio pacchi del suo libretto, lo si poteva vedere agli angoli delle strade o nei luoghi pubblici regalar copie ai passanti: e a una copia strappava delle pagine, a un’altra altre, a seconda del personaggio più o meno simpatico cui dedicava il suo libro, così, con un fare da matto così bizzarro che a lungo i fiorentini ne serbarono la memoria.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/un-po-del-mio-sangue/5855" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3758" style="margin: 10px;" title="un-po-del-mio-sangue" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/un-po-del-mio-sangue-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a> Matto lo fu certamente, ma geniale. Si nutrì di quella follia che spesso è la matrice prima della grandezza che rompe gli schemi acquisiti e crea un nuovo stile. Va detto anche che Campana – come documentò il critico Enrico Falqui, curatore delle sue opere – conobbe a fondo il pensiero dell’esoterista francese di fine Ottocento Édouard Schuré, celebre autore de <a title="I grandi iniziati" href="http://www.libriefilm.com/i-grandi-iniziati-vol-1/6785"><em>I grandi iniziati</em></a>, un libro che fece epoca, subendone un’influenza diretta. In quella filosofia iniziatica di Schuré trovavano punto d’incontro mitemi neo-pagani, misteriosofie orientaleggianti, ma soprattutto un sovrumanismo mistico e faustiano che è rintracciabile con precisione nella poesia di Campana. Lo stesso rimando all’orfismo appartiene a questi influssi. La poesia come accesso al segreto dell’esistere che è prova, lotta anche bella con il tormento, continua tensione al sapere e al volere. E si è voluta vedere l’immagine della notte, che apre gli <a title="Inni orfici" href="http://www.libriefilm.com/canti-orfici-2/5856"><em>Inni orfici</em></a>, proprio come un’elaborazione iniziatica della femminilità, che racchiude in sé tutti gli opposti, la dolcezza e la volgarità, la bellezza e la degradazione, la vergine e la puttana… secondo schemi di unione tra i contrari che impegnerebbe uno Jung non meno della lirica classica: la notte solare, cui si perviene attraverso un’alterazione dei modelli psichici. Nella infuocata e tempestosa relazione con Sibilla Aleramo, lungo pochi mesi alla fine del 1916, si è potuta adombrare anche questa ideologia “olistica”, nel senso di una ricerca di assoluto impossibile al di fuori della costante esaltazione. Tanto che la giovane letterata se ne fuggì da quella gabbia di immagini troppo vorticose anche per lei. Materia incandescente, come questi versi da Spada barbarica, una delle poesie dei Quaderni:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Idolo, nel mio sangue di cristiano<br />
Io sento la vertigine colare<br />
Idolo, il fuoco della distruzione<br />
Mi prende. Sulla vostra testa mozza<br />
Idolo il vostro sangue pagano<br />
Paradisiaco io beverò…</em></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quello di Campana è davvero un universo di profondità e di vertigine, una psichedelìa ad alto tasso culturale, in grado di racchiudere, per impulso visionario e non per concentrazione razionale, tanta parte della tradizione europea. Nel 1932 Campana, ricoverato presso l’ospedale psichiatrico di Castel Pulci a Badia a Settimo, nei pressi di Firenze, aggredito da una febbre altissima, morì improvvisamente, ponendo fine a un susseguirsi di allucinazioni, deliri di magnetismi e telepatie, squarci di lucidità, e poi di nuovo crisi sensoriali nelle quali si diceva in possesso di poteri straordinari, in grado di suscitare catastrofi, resurrezioni, cataclismi. Venne sepolto nel vicino cimitero di San Colombano da dove, nel 1942, alla presenza di Bottai, Papini, Sironi, Berti, Vallecchi, Rosai e tanti altri, fu traslato nella chiesa di Badia a Settimo, dove ancora si trova sotto una lapide spartana. Piero Bargellini nel 1938, su “Il Frontespizio”, aveva scritto che quella sarebbe stata la sede giusta per il riposo di Campana, poiché Badia a Settimo, monastero fortificato sin dal <a title="Medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, era antica terra dei Cadolingi, stirpe longobarda feudataria di una vasta zona tra Pistoia e la Val di Pesa. Che forse il poeta pazzo, “l’ultimo germano”, che aveva gli occhi azzurri e la barba rossiccia… che forse Campana, si chiedeva in quello scritto Bargellini, aveva lo stesso sangue della contessa Gasdia oppure della contessa Cilia, nobili germaniche che erano state signore di quelle terre?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 28 agosto 2009.</p>
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		<title>Renato Ricci e lo squadrismo di sinistra</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 17:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La figura di Renato Ricci appartiene a quel novero di fascisti “minori” di cui sarebbe augurabile una più approfondita conoscenza presso il grande pubblico]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/renato-ricci-fascista-integrale/6780" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3728" style="margin: 10px;" title="renato-ricci" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/renato-ricci-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>La figura di Renato Ricci appartiene a quel novero di fascisti “minori” di cui sarebbe augurabile una più approfondita conoscenza presso il grande pubblico. Al fine, se non altro, di correggere una volta per tutte la vulgata resistenziale che ha appiccicato allo squadrismo l’etichetta di “servo del padrone”, dedito alla brutale violenza e composto da energumeni. Questo ritornello comunistoide resiste all’usura del tempo, nonostante che, ormai da un pezzo, la storiografia sostanzialmente abbia messo a posto le cose, stabilendo la natura non di rado anticapitalista, rivoluzionaria e antiborghese dello squadrismo in generale, e di quello toscano in particolare. Non occorre ricordare, poi, che allo squadrismo aderirono come veri militanti attivi alcune personalità culturali di gran rilievo: pensiamo a Malaparte, Maccari, Rosai, Gallian, Marinetti… ciò che fa dello squadrismo una singolare combinazione tra impegno culturale e attivismo politico, quale non si rintraccia in alcuno dei movimenti politici coevi. Quanto poi all’uso della violenza, ognuno sa, ma i comunisti più degli altri, che le rivoluzioni non si fanno con le buone maniere. E, in ogni caso, tutti sanno ugualmente che quella fascista è stata la rivoluzione meno sanguinosa degli ultimi due secoli a livello mondiale. Renato Ricci, in questo contesto, si presenta come una figura radicale, ma equilibrata di capo, di organizzatore e di fedele esecutore dei principi del Fascismo delle origini, mantenendo inalterate le sue posizioni per tutto l’arco della sua vicenda politica. Fino alla Repubblica Sociale quando, messo a capo della Guardia Nazionale Repubblicana, cercò di interpretare anche in quell’estrema stagione gli ideali movimentasti e “di base” delle origini.</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente è uscito il libro di Giuseppe Zanzanaini <a title="Renato Ricci fascista integrale" href="http://www.libriefilm.com/renato-ricci-fascista-integrale/6780"><em>Renato Ricci. Fascista integrale</em></a> (Mursia) che tuttavia, lo diciamo subito, non rende un buon servizio storiografico. Ritagliato passo passo sul ben più consistente lavoro di Sandro Setta <em>Renato Ricci, dallo squadrismo alla Repubblica Sociale Italiana</em>, pubblicato nel 1986 da Il Mulino ed esaurito da tempo, di cui segue scolasticamente le argomentazioni, spesso usufruendo dei medesimi concetti e addirittura delle stesse parole, il testo di Zanzanaini si presenta come un’occasione perduta. Modesto lavoro di taglia-e-incolla, di facile assemblaggio, spoglio di nuove interpretazioni, di una sua angolazione, di originali prospettive, si riduce a un sunto, neppure sapientemente condotto, dello studio di Setta. Di cui costituisce, diciamolo con franchezza, la brutta copia. Dispiace, perché con questo genere di iniziative di nessun rilievo scientifico si getta al vento la possibilità di fare alta divulgazione, recando a un più vasto pubblico, con opere possibilmente di livello, i risultati delle acquisizioni più serie ed elaborate, altrimenti destinate a rimanere nella chiusa cerchia degli specialisti. Forse l’incauto autore è stato attratto da Ricci in quanto anch’egli nativo di Carrara… ma è una troppo esile motivazione, per dar corpo a qualcosa di appena accettabile. E dispiace di più, trattandosi, nel caso di Renato Ricci, di una personalità storica generalmente trascurata, meritevole invece di più attenta considerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Combattente e legionario fiumano, Ricci è nel primo dopoguerra il tipico rappresentante dell’Uomo nuovo su cui il Fascismo cercherà di ritagliare il carattere nazionale italiano: dinamico, giovane, entusiasta, fermo nei principi e saldo nel carattere. Così è stato descritto da amici e avversari. Giunto relativamente in ritardo – in virtù della sua militanza fiumana – al Fascismo, Ricci fondò il Fascio di Carrara nel maggio del 1921 con appena una decina di altri giovani. E subito si trovò coinvolto nella spirale di violenza che caratterizzò tutto il dopoguerra italiano. Il problema se, sul terreno della violenza, il Fascismo sia stato il primo ad agire, oppure abbia solo reagito a un predominio socialista, è stato da tempo risolto: il “biennio rosso” non fu rose e fiori, non fu una stagione pacifista e umanitaria, ma lo scatenamento razionale di un programma pre-rivoluzionario, in cui intimidazione, sopruso, violenza e sovente esecuzione del “nemico di classe” erano cronaca quotidiana. Quando Setta ricorda che Ricci, nella Carrara accesamente “rossa” del 1921, al suo esordio come leader della piccola formazione squadrista locale, reagì sparando insieme ai suoi camerati contro un nucleo di anarco-socialisti che avevano appena assassinato un brigadiere della Finanza, causando la morte di un socialista, ha già detto tutto: a Carrara come ovunque, il Fascismo prese le armi contro il sovversivismo, ma soltanto dopo che questo aveva dato ampia prova della sua determinazione a non fermarsi di fronte alle iniziative più irreparabili. Anzi, le cronache del tempo registrano che fu proprio Ricci a fare opera di mediazione, ad esempio «invitando alla tolleranza» un gruppo di repubblicani e socialisti, decisi a interrompere un comizio tenuto dal Blocco Nazionale a Marina di Carrara. Secondo una pratica di violenta intolleranza che la “sinistra” evidentemente ha nel suo gene, dato che, allora come oggi, ad esempio nei confronti di un Giampaolo Pansa, quando a parlare è qualcuno che non piace lo si interrompe con la forza e lo si estromette con metodi tutto fuori che “democratici”.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo questo episodio, ecco la seconda iniziativa del Fascio carrarese: dopo la bastonatura di un fascista da parte degli anarchici, alcuni squadristi che si recavano «per rappresaglia» verso il circolo anarchico locale «vengono accolti a colpi di rivoltella da una cinquantina di anarchici», innescando l’inevitabile reazione… e dopo pochi giorni, ancora il ferimento da arma da fuoco di un fascista provoca la riposta degli squadristi… e la “devastazione” di Fosdinovo, di lì a poco, da parte degli squadristi, non fu che una risposta all’uccisione il 15 giugno del fascista Procuranti… e così via, fino ai ben noti fatti di Sarzana. Qui si ebbe uno degli episodi che meglio si prestano alla contestazione della <em>vulgata</em> antifascista: i carabinieri aprirono il fuoco contro i fascisti che si erano recati a manifestare in favore di Ricci, detenuto per un precedente scontro con i “rossi”, e da cui si era salvato solo grazie al fermo. Risultato: quattro fascisti uccisi e numerosi feriti, cui si aggiunsero altri dieci fascisti ammazzati da una turba di popolani imbestiati. Setta precisava che questi fascisti, aggrediti di sorpresa mentre rientravano da Sarzana, «trovarono la morte a volte in maniera atroce, dopo torture e tremende mutilazioni». Questo sinistro episodio rimase a lungo nella memoria dei fascisti e degli antifascisti: e molte orrende violenze commesse reciprocamente dalle due parti anche all’epoca della guerra civile 1943-45, traevano origine proprio da quel genere di imbarbarimento dello scontro che si palesò a Sarzana. Nei modi voluti dai “democratici”, che aizzarono quel popolaccio al quale i fascisti – come dunque documenta la storia – non fecero che rispondere per le rime.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia, lo squadrismo di Ricci fu quanto di più popolare si possa immaginare. Il Fascio di Carrara fu la punta di lancia contro la concentrazione di potere dei “baroni del marmo”, che in città faceva il bello e il cattivo tempo. Setta ha puntualizzato che il Fascismo carrarese dimostra sin dall’inizio «di saper coinvolgere, in termini di consenso, aliquote non irrilevanti di operai del marmo, strappandole al tradizionale anarchismo». L’unico atto politico di attacco al prepotere grande-capitalistico della zona, rappresentato dalle poche famiglie di magnati del marmo, fu lo sciopero fascista del novembre 1924, gestito da Ricci coi toni dell’intransigenza e passando all’azione in maniera molto più concreta di quanto anarchici, repubblicani o socialisti – tradizionalmente egemoni nella zona – avessero mai fatto. Il discorso tenuto da Ricci al teatro Politeama di Carrara il 23 novembre 1924 – con Mussolini al potere &#8211; è tipico della coscienza politica del fascismo “di sinistra”, deciso a scrollarsi di dosso la taccia malfamante di essere al servizio del padronato, agrario o industriale. Esso dimostra che quel tipo di interpretazione è falsa oggi, così come era falsa allora. Ricci denunziò «la politica degli industriali, tesa in passato a servirsi dello squadrismo allo scopo esclusivo di difendere la propria “prepotenza feudale”, ed ora ostile al fascismo per la sua volontà insospettata di difendere le masse operaie». Si trattò insomma, come ha puntualizzato Setta, di «un ennesimo attacco contro l’egoismo degli industriali colmo, nonostante la ribadita fede nel principio della collaborazione, di toni classisti, fino all’aperta minaccia di occupazione delle cave…». Il socialismo apuano non si azzardò mai a compiere un atto così radicale nei confronti del padronato… Ma fu forse un’iniziativa isolata di Ricci? Niente affatto. Il PNF erogò sussidi in danaro a favore dei lavoratori, e il capo dei sindacati fascisti, Rossoni, si schierò a lato degli scioperanti. L’episodio rimase negli annali del fascismo rivoluzionario, e fornì anche in seguito un concreto esempio di lotta sociale fascista. Durante il Regime, Ricci fu come noto l’organizzatore dell’Opera Nazionale Balilla, che portò solidarismo, aggregazione, igiene, miglioramento sociale alle masse popolari, e durante la RSI, in qualità di comandante della GNR, che era su base volontaria, si scontrò con Graziani, che volle il malaugurato esercito di leva: fonte prima, come gli storici ricordano, del fenomeno della renitenza che ingrossò le file dei partigiani. Un esercito politico, come Ricci voleva, al contrario, anche se piccolo, avrebbe garantito tenuta ideale, efficienza e combattività, anziché fornire – coi famigerati “bandi Graziani” – manovalanza partigiana a getto continuo. Ricci, per la verità, vide giusto in più occasioni. Se non fu un’aquila politica, fu uomo onesto e convinto delle sue idee, per le quali si espose dal 1921 al 1945. Caso non frequentissimo, conveniamone, di politico fedele ai propri ideali. Anche solo per questo, la sua figura meriterebbe un inquadramento storiografico più degno della sciatta e superficiale rievocazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>dell&#8217;11 settembre 2009.</p>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 17:56:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I goffi tentativi della storiografia marxista e liberale di far apparire Gabriele d'Annunzio come un antifascista ante-litteram]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3596" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><img class="size-full wp-image-3596" title="mussolini-dannunzio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/mussolini-dannunzio.jpg" alt="Benito Mussolini e Gabriele d'Annunzio" width="180" height="204" /><p class="wp-caption-text">Benito Mussolini e Gabriele d&#39;Annunzio</p></div>
<p style="text-align: justify;">Che le rivoluzioni nazionali europee del <a title="XX Secolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">XX secolo</a> abbiano regolarmente avuto alle loro spalle il meglio dell’intellettualità dei rispettivi Paesi, e che tale prestigioso palladio non abbia l’eguale in altri contesti ideologici, costituisce una delle maggiori frustrazioni per l’<em>intellighentzia</em> liberalgiacobina. Nel caso del Fascismo italiano, la galleria dei padri nobili più lontani, come quella degli immediati profeti e antesignani, è sterminata. Di qui, l’ingrato lavoro cui si sottopongono da decenni i poligrafi antifascisti: nascondere se possibile, altrimenti mettere in sordina e depistare, al fine di limitare il danno che reca alla credibilità democratica il fatto che il Fascismo possa impunemente godere del prestigio postumo di tanti geni nazionali che lo precorsero. Senza andare più indietro, i casi di un Carducci, di un Oriani, di un Pascoli, di un <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, di un Pareto, di un Marinetti sono conosciuti: qui si concentra sovente lo sforzo dei nuovi “negazionisti”: le assonanze, le precise rispondenze, le plateali coincidenze tra il loro pensiero ideale, sociale e politico e l’ideologia fascista vengono appunto negate o minimizzate, contestando l’incontestabile attraverso la pratica abituale del cavillo cabalistico oppure della semplice deformazione.</p>
<p style="text-align: justify;">D’Annunzio è un caso a sé. Il grande poeta è stato a lungo ridicolizzato dai progressisti come esteta da burla, in virtù del suo “decadentismo borghese”. E a lungo è stato giudicato come nulla più che una manifestazione retorica di interessi di classe. Molti ricorderanno i frasari paramarxisti che per lunghe stagioni relegarono D’Annunzio tra i servi del capitalismo. Un solo esempio a caso: quel libro einaudiano con cui Angelo Jacomuzzi nel 1974 definiva il pensiero del Vate «funzionale all’affermazione dell’ideologia del capitalismo avanzato». Oggi, che il febbrone marxistico è degenerato in pandemìa liberista, sciocchezze del genere non sono più somministrabili. Oggi questo particolare tipo di “negazionismo” viaggia su binari meno rozzi, più sfumati. Eppure, qua e là, vediamo ancora riaffiorare con altri argomenti l’antica tendenza alla mistificazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/litalia-e-la-%c2%abgrande-vigilia%c2%bb/6505"><img class="alignright size-full wp-image-3597" style="margin: 10px;" title="italia-grande-vigilia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/italia-grande-vigilia.jpg" alt="italia-grande-vigilia" width="200" height="298" /></a> Stavolta, infatti, non si vuole enfatizzare il D’Annunzio reazionario, ma piuttosto fabbricarne addirittura uno antifascista. Si passa, insomma, da una forzatura a un’invenzione di sana pianta. È il caso, ad esempio, di un breve scritto di Vito Salierno, intitolato non a caso <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">Gabriele d’Annunzio</a></span>: il disprezzo per i fascisti e il rapporto con Mussolini</em>, che compare nel libro a più mani <a title="L'Italia e la 'Grande vigilia'" href="http://www.libriefilm.com/litalia-e-la-%c2%abgrande-vigilia%c2%bb/6505"><em>L’Italia e la “grande vigilia”. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">Gabriele d’Annunzio</a></span> nella politica italiana prima del fascismo</em></a>, a cura di Romain H. Rainero e Stefano B. Galli (Franco Angeli editore). Il saggetto in parola, sin da titolo, si picca di voler dimostrare che D’Annunzio e i fascisti non avevano nulla a che spartire. Due mondi diversi. A riprova, si cita la famosa lettera che il Comandante inviò a Mussolini il 16 settembre 1919, rimproverandolo di non aver mobilitato i Fasci a sostegno dell’impresa fiumana. E si cita anche l’ordine dato ai legionari, a Marcia su Roma appena terminata, di «mantenersi assolutamente estranei all’attuale situazione politica». Il fatto che D’Annunzio e Mussolini avessero la medesima ideologia non conta. Contano le occasionali divergenze sulla tattica politica. Poco importa, ad esempio, che D’Annunzio si fosse affacciato al balcone di Palazzo Marino a Milano il 3 agosto 1922 – in piena fase insurrezionale fascista – per arringare una folla nazionalista e avendo a fianco fior di squadristi e neri gagliardetti&#8230; e poco importa che in occasione della Marcia, D’Annunzio, se non si sperticò in elogi, neppure si pronunciò contro: si sa infatti che il Vate, quell’ingresso a Roma, avrebbe voluto farlo lui, mancandogli tuttavia i talenti politici per scegliere il come e il quando. Suscettibile com’era, ci rimase male quando la “rivoluzione nazionale” fu portata a compimento da altri, relegandolo ai margini della scena.</p>
<p style="text-align: justify;">E si sa anche che certe sue rampogne a Mussolini erano figlie più di un antagonismo tra caratteri forti che non tra divergenti vedute di fondo. Mussolini aveva la capacità politica che sfuggiva completamente al Comandante, tutto avvolto nelle sue potenti evocazioni simboliche. D’Annunzio, da parte sua, ebbe il talento estetico necessario per fondare la liturgia celebrativa e la mistica comunitaria, poi ereditate dal Fascismo e socializzate su scala nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/arditi-e-legionari-dannunziani/6506" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3598" style="margin: 10px;" title="arditi-e-legionari-dannunziani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/arditi-e-legionari-dannunziani.jpg" alt="arditi-e-legionari-dannunziani" width="200" height="290" /></a>Non potendo contestare <em>in toto </em>la coincidenza ideologica tra Mussolini e D’Annunzio, oggi, per confutare il primo e salvare il secondo da una fratellanza ideologica che disturba, si preferisce pestare sul pedale delle marginali divergenze: ad esempio, quelle immaginate tra il corporativismo fascista e il corporativismo della Carta del Carnaro. Che effettivamente, se guardata col microscopio, rigirata in controluce, ai raggi X, proprio volendo, in alcune sfumature è un po’ diversa, che so, dalla Carta del Lavoro&#8230; Oppure, come ha fatto Ferdinando Cordova – in un suo <a title="Arditi e legionari dannunziani" href="http://www.libriefilm.com/arditi-e-legionari-dannunziani/6506">vecchio libro recentemente ristampato</a> –, si preferisce cavillare su certe differenze di scelta politica tra alcuni arditi e legionari dannunziani e gli arditi e gli squadristi fascisti&#8230; Insomma, una letteratura bizantina che gode ancora buona salute. Gli storici più equilibrati e meno corrivi hanno da tempo liquidato questi tentativi di imbrogliare le carte.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pensiero politico dannunziano, presente non solo negli scritti e discorsi politici, ma nella sua intera produzione letteraria, poetica e giornalistica, era quanto mai chiaro. L’Immaginifico possedeva il dono divino, assente nei tardi glossatori democratici, della brutale schiettezza. La sua ideologia? Ce l’ha riassunta anni fa un insospettabile come Paolo Alatri: «il principio della completa libertà d’azione dell’uomo superiore&#8230; la polemica antidemocratica e antiparlamentare, la celebrazione delle virtù della razza, l’esaltazione della guerra, l’esaltazione della romanità e la celebrazione del Risorgimento&#8230; un socialismo di superuomini&#8230;». Cos’altro aggiungere? Questa ideologia dannunziana proprio non fa venire in mente nessuna assonanza, a quanti accarezzano un improbabile D’Annunzio anti-fascista o a-fascista?</p>
<p style="text-align: justify;">I vecchi storici marxisti erano in fondo più onesti degli attuali “revisionisti” democratici. Lo stesso Alatri – ma come lui anche i vari Ernesto Ragionieri o Gabriele De Rosa – rimarcavano per l’appunto che D’Annunzio «preparò il terreno al fascismo», proprio perché, se non fascista (un carattere come quello era maldisposto per natura a inquadrarsi in un partito comandato da un altro&#8230;), fu quanto meno protofascista. E, inoltre, proprio quegli storici ricordavano il debito che l’ideologia nazionalpopolare di D’Annunzio aveva col socialismo nazionale di Corradini, col suo imperialismo sociale e con il sindacalismo rivoluzionario: tutti elementi che furono alla base dell’ideologia fascista. Dice: ma nella Carta del Carnaro si parla di libertà, si afferma che tutti i cittadini sono uguali&#8230; e poi a capo della Reggenza il Vate mise De Ambris, un libertario antifascista. Sì, ma che dire del fatto che alla prima occasione D’Annunzio se ne sbarazzò a favore di Giuriati, che era fascista e che diventò un gerarca? Ma poi, non si parla nella Dottrina del Fascismo proprio dello “Stato etico” come manifestazione della vera libertà e dell’eguale dignità di tutti gli Italiani? E che dire poi della stragrande maggioranza dei legionari fiumani, che dal 1921 confluirono in blocco nel PNF? Senza contare che, se ci fu, come ci fu, una forte vena “di sinistra” nella Carta del Carnaro, essa fu preceduta e di molto dal programma sansepolcrista dei Fasci di Combattimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/fiume-lultima-impresa-di-dannunzio/6503" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3599" style="margin: 10px;" title="fiume" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fiume.jpg" alt="fiume" width="200" height="264" /></a> Per la verità, la leggenda di un D’Annunzio “di sinistra” (ma di una sinistra estrema, non tanto nazionale, quanto addirittura internazionalista e para-comunista) venne malauguratamente diffusa da De Felice e poi rinforzata da qualche suo allievo. In un famoso convegno di storici tenutosi a Pescara nel 1987, De Felice pensò bene di provare questo fantasioso schieramento del poeta, ricordando che D’Annunzio invitò a Fiume sia Gramsci che il commissario sovietico agli esteri Cicerin. Questa presa di posizione di De Felice è alla base dei tentativi della storiografia contemporanea di rinverdire la mitologia di un D’Annunzio estraneo alla politica e ai valori del Fascismo e con l’unico occhio rimastogli volto alla sinistra estrema. Ma, anche qui, si tratta di argomenti facilmente smontabili. Un conto sono le tattiche o gli atti politici contingenti, un altro conto è l’ideologia politica di fondo che sostiene un’azione. Basterà ricordare, per chiarire la faccenda, che, ad esempio, il primo Stato occidentale che riconobbe diplomaticamente l’URSS fu l’Italia, ma nel 1923 e per iniziativa di Mussolini, e senza che per questo diventasse comunista&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto sta che è su mitologie di tale inconsistenza che ancora oggi si lavora. Una volta conosciuta l’opera dannunziana, una volta letta la sua straripante prosa estremistica, se ne riconoscono le tracce che anticiparono il Fascismo fin dai primi scritti giovanili negli anni Ottanta dell’Ottocento. Se il punto di partenza dell’ideologia di D’Annunzio fu il superomismo nietzscheano, a questo il poeta aggiunse col tempo quella sensibilità sociale che già era da un pezzo nell’aria sia nel nazionalismo corradiniano, sia nelle scelte dei sindacalisti rivoluzionari in favore dell’interventismo: confluiti poi l’uno e gli altri nel Fascismo. Il Vate si esprimeva a favore della energia dominatrice che agisce tanto nell’arte quanto nell’arte politica di un capo carismatico; esaltava le glorie italiane e affidava alla nazione una missione da realizzarsi attraverso i trionfi guerrieri; celebrava il destino della stirpe formulando una delle rivendicazioni imperialistiche più radicali del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a>: a questo aggiunse l’idea di una nobiltà del popolo presente anche nell’umile lavoro quotidiano. Da Giovanni Rizzo, il prefetto che il Duce inviò al Vittoriale per sorvegliare non tanto D’Annunzio quanto la fauna di parassiti che lo circondava, sappiamo che Gardone pullulava di faccendieri e mestatori: «avversari di varia tinta, partigiani, zelatori e gelosi si davan da fare per attizzare il fuoco della discordia». Ma invano: D’Annunzio confermò fino alla fine l’identità di ideali col Fascismo. Dev’essere stata una ben strana inimicizia, quella tra i due, se ad esempio nel 1936 D’Annunzio poté inviare a Mussolini – che chiamava spesso il grande Capo &#8211; parole che non lasciano scampo: «Tutta la mia arte migliore si tendeva dal mio profondo nell’ansia di scolpire la tua figura grande, mentre tu solo contro gli intrighi de’ vecchi, contro la falsità degli ipocriti&#8230; difendevi la tua patria, la mia patria, l’Italia, l’Italia, l’Italia, tu solo, a viso aperto!&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 27 giugno 2008.</p>
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		<title>Fascismo, regime della competenza</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 17:36:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcuni libri recenti dimostrano che il Fascismo perseguì con tenacia obiettivi di rinnovamento, di efficienza e di funzionalismo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Se con sano occhio revisionista diamo uno sguardo alla realtà vera del Fascismo, alla sua incidenza sulla cultura alta e su quella popolare, all’insieme delle sue capacità di stimolare le arti e le scienze, l’iniziativa sociale, quella economica o in genere il sentimento comunitario dell’appartenenza, non possiamo non notare che c’è un abisso tra l’immagine propagandata dalla divulgazione democratica e la verità che appare evidente dalla letteratura scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">La storiografia che, a getto continuo, da decenni ci propone sempre nuove inquadrature, sempre nuovi approfondimenti, sia pure entro le solite formule obbligate dell’antifascismo di facciata, poi finisce per fornire un quadro davvero impressionante della complessità strutturale e della capacità pratica del Fascismo di muovere le intelligenze, di stimolare creazioni politiche innovative, di guidare insomma un progetto di reale mutamento sociopolitico, in Italia mai pensato né prima né dopo su così vasta scala.</p>
<p style="text-align: justify;">Scorrendo gli studi che, negli ultimi anni, si sono succeduti ad esempio sul problema dei rapporti tra Fascismo e scienza, si vede che, anche qui, il Fascismo non fu affatto un dominio dell’improvvisazione, ma, al contrario, un sistema che fece del mutamento programmato e del perseguimento di precisi obiettivi ideologici di rinnovamento e di funzionalismo il centro di un’intera visione politica e sociale. È soprattutto in questi contesti che si verifica con evidenza la caratteristica ideologica del Fascismo: la sua capacità di fondere in un insieme complementare sia la conservazione che l’innovazione, sia il pensiero mitico che quello scientifico, sostenendo, al massimo limite possibile all’epoca, tanto il rilancio dei tessuti sociali rurali quanto la ricerca tecnologica. Il casolare e il podere contadino accanto agli esperimenti televisivi o a quelli sugli aerei a reazione. In questo senso, parlare di un Fascismo “di destra” o “di sinistra” non ha alcun senso. Molti decenni prima che le due vecchie categorie del parlamentarismo liberale perdessero per strada ogni significato, il Fascismo aveva già per suo conto provveduto ad andare “al di là della destra e della sinistra”, dimostrando che una <em>Weltanschauung </em>totale aveva già allora la capacità di pensare in simultanea principi solo in apparenza oppositivi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esempio più evidente di quanto andiamo dicendo è proprio il rapporto tra moderne dinamiche manageriali e politica nazionalpopolare, che il Fascismo fuse in un unico aggregato decisionista. Per dire, non sarà stato un caso che proprio il più radicale sostenitore del Fascismo “di sinistra”, Ugo Spirito, teorico della proprietà socializzata e del protagonismo pubblico in economia, sia stato al tempo stesso uno dei principali assertori del corporativismo come aristocrazia dei tecnici, cioè un’impostazione che dovrebbe essere “di destra”. Si trattava, in realtà, di un’idea che andava a completare la concezione del Fascismo come gerarchia della competenza, che già negli anni Venti Bottai aveva messo a fondamento del nascente Stato corporativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, gli studi sui rapporti tra tecnocrazia e Fascismo sono giunti a un punto talmente avanzato da permettere giudizi definitivi. Nel campo dei valori ideali, il Fascismo usò la mitopoietica popolare come collante sociale di base. Ma nel campo dei valori realizzativi, non si ebbero esitazioni nel propugnare il funzionalismo, l’efficientismo e il decisionismo più spinti. E a tutta una serie di tecnici di alto valore professionale vennero consegnati interi comparti sociali da assicurare all’innovazione. Pensiamo a personaggi come Serpieri o Tassinari, per quanto riguarda i riassetti rurali, geologici e territoriali. Le loro moderne concezioni di vero e proprio ecologismo d’avanguardia e al contempo di meccanizzazione dell’agricoltura, ne fanno dei casi ancora oggi studiati di funzionalismo agrario. Per dire, ancora recentemente, uno dei più prestigiosi organismi del settore, come l’Accademia fiorentina dei Georgofili, ha voluto rendere omaggio alle storiche realizzazioni di Tassinari. Incentrate sul primato sociale della piccola proprietà contadina, altamente produttiva e insieme elemento di conservazione dei patrimoni ecosistemici tradizionali. Oppure, si pensi al lavoro innovativo di tecnici di punta come Freddi, gestore della cinematografia italiana e creatore degli studi di Cinecittà, secondo metodi e indirizzi professionali e industrialisti per quei tempi decisamente rivoluzionari. Senza il tecnocratico Freddi, non ci sarebbero stati Blasetti, Visconti, Rossellini, Antonioni, il neo-realismo&#8230; insomma il “<a title="cinema" href="http://www.libriefilm.com/category/generi/tempo-libero/cinema">cinema</a> italiano”, quello che negli anni Cinquanta-Sessanta raccolse i frutti &#8211; culturali ed economici &#8211; della semina fascista.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-fascismo-razionale-corrado-gini-fra-scienza-e-politica/6466" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3528" style="margin: 10px;" title="fascismo-razionale" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/fascismo-razionale.jpg" alt="fascismo-razionale" width="200" height="292" /></a> Ma poi: Beneduce, Cianetti, Gini&#8230; Proprio a Corrado Gini, il primo presidente dell’Istat dal 1926 al 1932, poi sociologo e demografo di fama mondiale, è stato dedicato il libro di Francesco Cassata <a href="http://www.libriefilm.com/il-fascismo-razionale-corrado-gini-fra-scienza-e-politica/6466"><em>Il fascismo razionale. Corrado Gini fra scienza e politica</em></a> (Carocci), utile per mettere a fuoco tutto un settore d’importanza capitale per l’ideologia fascista. Si tratta delle politiche demografiche e nataliste, incentrate sull’espansionismo popolazionista, sull’igiene sociale e sulla protezione dei caratteri psicosomatici della stirpe. Il cuore della vita del popolo. Qualcosa a cui, oggi, il metodo mondialista ha sostituito la catastrofica denatalità bianca e il suicidio dell’identità biostorica della nazione, imposto attraverso il favoreggiamento dell’aggressione etnopluralista. Secondo quanto ricorda Cassata, il lavoro di Gini fu espressione della categoria di <em>élite</em> tecnica o <em>élite</em> strategica, in base alla quale gli studiosi hanno raggruppato la nuova sociologia integrale fascista, basata sul riconoscimento dei valori solidaristici, e tale da suscitare interesse in quegli anni anche in studiosi di gran nome, a cominciare da Sorokin e Talcott Parsons.</p>
<p style="text-align: justify;">Gini, che fu uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti del 1925 e che collaborò con gli innovativi laboratori di psicologia e statistica di Agostino Gemelli, fu un tipico rappresentante di quel clima di indipendenza di ricerca e di analisi che, con qualche sorpresa, gli storici oggi rintracciano nella prassi politica fascista. Come sottolinea Cassata, il sistema fascista, al di sotto della patina dittatoriale, rivela tutti i suoi «livelli di mediazione e di autonomia esistenti fra classe politica e classe intellettuale». Anche gli scienziati, come i letterati, ebbero dunque i loro spazi. E la loro adesione ideologica al Fascismo, lungi dall’essere conculcata con la forza o con il ricatto, come in altri contesti, sorse spontanea per un convergere naturale di studio scientifico e obiettivi politici. Lo sostiene, oltre a Cassata, anche la studiosa Anna Treves, che in proposito ha scritto che il consenso degli intellettuali derivava dalla «condizione straordinaria in cui si trovarono studiosi che vedevano il regime attribuire una tale centralità a quelli che erano i temi e le opzioni cui essi giungevano in sede scientifica».</p>
<p style="text-align: justify;">Questi risultati raggiunti dalla storiografia sono importanti. Essi mostrano che il disegno fascista di fare della scienza e della cultura in genere uno specchio dell’ideologia non era frutto di forzatura o di astrazione, ma una sinergia creatasi spontaneamente. Nel caso di Gini – che sostenne tutti i principali progetti fascisti, dall’incentivazione demografica all’eugenica popolare, dall’imperialismo sociale e di popolamento fino al razzismo –, Cassata aggiunge che la convergenza tra la scienza e il Regime non fu «soltanto il frutto di convenienze politiche, ma anche di una comune concezione organicistica». Quale tipico rappresentante della concezione tecnocratico-politica che il Fascismo aveva riguardo alle scienze di punta, Gini è stato affiancato ai suoi omologhi che, negli stessi anni, stavano facendo in Germania un lavoro simile, godendo di un equivalente tasso di autonomia nei confronti del potere. Non fu un caso, infatti, che lo stesso Gini collaborasse – oltre che con scienziati sociali americani, da lui incontrati in un viaggio nel 1936, durante il quale la sua teoria dei “cicli delle nazioni” riscosse grande attenzione – anche con studiosi come Hans Freyer (capofila della sociologia tedesca rivoluzionario-conservatrice) o come il demografo Friedrich Burgdörfer, studioso dei fenomeni della natalità e direttore dell’Ufficio statistico del Terzo Reich.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi scienziati sociali, tra l’altro, si davano da fare per mettere un freno alla caduta demografica che dagli anni Venti stava minacciando la popolazione mondiale bianca – segnalata con allarme anche da Spengler – e in questo trovarono accoglienza anche tra taluni sociologi nordamericani, come ad esempio Robert K. Merton, che delle teorie di Gini apprezzò soprattutto l’aspetto funzionalista ed organicista. Secondo il quale, se opportunamente stimolato, ogni sistema sociale e biologico, pur minacciato, tende ottimisticamente a ricostituire il proprio equilibrio naturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/scienza-e-fascismo/6467" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3527" style="margin: 10px;" title="scienza-e-fascismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/scienza-e-fascismo.jpg" alt="scienza-e-fascismo" width="200" height="294" /></a> Si trattava di realizzare una razionalizzazione programmata di tutte le attività (dalla ricerca scientifica al ciclo economico, dall’industria al commercio), che sotto la guida politica avrebbe dovuto garantire efficienza e modernizzazione. Fu così che in Italia si avviarono programmi economici tutt’altro che risibili, come quello autarchico, verso il quale, nei tardi anni Trenta, mostrarono curiosità persino fior di liberisti pentiti. È in questo senso che, ad esempio, vennero creati istituti come l’IRI o il CNR. Del secondo si è occupato Roberto Maiocchi nell’ambito della sua ricerca su <a title="Scienza e fascismo" href="http://www.libriefilm.com/scienza-e-fascismo/6467"><em>Scienza e fascismo</em></a> (Carocci), uno studio in cui, ancora una volta, si precisano i contorni dello sforzo fascista di plasmare élites dirigenti di alta qualità professionale. Secondo il principio-base della gerarchia della tecnica. Era la teoria paretiana delle avanguardie dirigenti selezionate dal popolo. Come dire: la competenza al potere.</p>
<p style="text-align: justify;">
Sintetizza Maiocchi: «Nel comando della fabbrica, ordinava il fascismo, al capitalista doveva subentrare il tecnico della produzione, dunque l’organizzazione del lavoro doveva avvenire alla luce delle cognizioni tecniche più avanzate. Il corporativismo avrebbe dovuto assicurare l’armonia tra capitalista, direttore e operai».</p>
<p style="text-align: justify;">Tra l’altro, il libro di Maiocchi chiarisce anche come mai questa struttura creata dal Fascismo ebbe i suoi intoppi. A cominciare, per dirne una, dal boicottaggio delle competenze del CNR da parte della casta militare, che per gelosie o insipienza disinnescò gran parte della preparazione bellica. Il metodo fascista non sarà certo stato il paradiso terrestre, ma ancora oggi, a distanza di tanto tempo, si presenta come un buon esempio storico di come si faccia – magari con una dose di buona fortuna in più – a uscire dalle secche liberiste attivando tanto la protezione dell’identità comunitaria quanto la razionalizzazione del lavoro e il potenziamento delle moderne tecnoscienze.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 25 luglio 2008.</p>
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		<title>Le origini usurarie dell&#8217;Europa liberale</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 11:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una lettura critica e polemica del saggio di Luciano Pellicani intitolato Le radici pagane dell'Europa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-radici-pagane-delleuropa/6315" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3441" style="margin: 10px;" title="radici-pagane-europa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/radici-pagane-europa.jpg" alt="radici-pagane-europa" width="200" height="322" /></a>Oggi parliamo dell’ultimo libro di Luciano Pellicani, <a title="Le radici pagane dell'Europa" href="http://www.libriefilm.com/le-radici-pagane-delleuropa/6315"><em>Le radici pagane dell’Europa</em></a> (Rubbettino). Il titolo trae in inganno. In realtà, si tratta di un atto d’accusa contro il Cristianesimo e di un’esaltazione del “libero pensiero” laico e democratico. Il quale, del tutto fuori luogo, viene associato addirittura al paganesimo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Leggiamo dunque che l’affermazione della Modernità con tutti i suoi straordinari “progressi” – individualismo, liberazione dall’oppressione teologica cristiana, trionfo della Ragione, libera critica, secolarizzazione, etc. &#8211; sarebbe il frutto di una lotta intrapresa dal mercato, sin dal <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo">Medioevo</a>, contro la teocrazia. Il <em>mercator</em>, devoto alla legge laica del profitto, avrebbe smantellato l’edificio religioso e piantato le basi della società moderna. Insomma, dovremmo esser grati al mercante: il suo lavoro, attraverso le tappe del libero Comune medievale, del Rinascimento laico e dell’Illuminismo, ci avrebbe donato tutti i “benefici” della Modernità. Siamo dunque, ancora una volta, all’elogio veteromarxista della borghesia. Un’altra apoteosi dell’ideologia del profitto e dello spirito laico. Ma non è questo il punto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che adesso l’attuale società individualista e laica, per il solo motivo che si sarebbe emancipata dalla teologia cristiana, viene assurdamente chiamata “neo-pagana”. Una società – quella pagana antica &#8211; che era radicalmente comunitarista e sacrale viene spacciata come la diretta anticipatrice del suo contrario. Le radici pagane dell’Europa vengono fatte coincidere dunque con l’utilitarismo agnostico, con l’egoismo economico e di classe. <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/platone">Platone</a></span> e <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> si rivolteranno nella tomba&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Questo propagandistico esercizio di manomissione ideologica e di incultura storica va segnalato come reperto che documenta, una volta di più, l’identità genetica tra capitalismo e progressismo democratico. Immancabilmente, infatti, alla fine, venga da destra o da sinistra, il progressista è un sostenitore del liberalismo e dell’economia di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pellicani, direttore della sopravvissuta rivista del PSI “Mondoperaio”, studioso delle profezie gnostiche rivoluzionarie (dalle sette puritane al bolscevismo), rappresenta al meglio quell’infaustissimo pensiero <em>lib-lab</em>, in cui si saldano dialettiche libertarie e fissazioni globalizzatrici di marca liberal-laburista. Siamo nel cuore del Pensiero Unico e dell’intolleranza democratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il laico Pellicani, infatti, ha una fede assoluta: l’Illuminismo. Egli narra che è grazie al suo prevalere sul dogma ecclesiastico che la luce del progresso un bel giorno è apparsa, rivelando all’uomo moderno tutte le “grazie” dell’individualismo liberale. Lo studioso si oppone a quella storiografia che – sulla scorta di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/max-weber" target="_blank">Max Weber</a></span> – vide nel settarismo puritano e nella sua religione dell’accumulo l’origine dell’utilitarismo capitalistico. Da avversario ideologico del Cristianesimo, l’autore non tollera che si attribuisca a una scheggia cristiana il “merito” di aver costruito l’etica capitalistica e, con questa, il grande “capolavoro” liberista. E sentenzia: non furono i puritani calvinisti a creare l’individualismo. Fu la borghesia laica. E questo lavoro può ben definirsi “neo-pagano”. <em>Ipse dixit</em>. Sembra un incubo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-3432" style="margin: 10px;" title="ratti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ratti.jpg" alt="ratti" width="313" height="414" /> La grande borghesia globalista che gestisce la finanza mondiale, davvero non ha un <em>background </em>ideologico fortemente religioso, e per la precisione giudaico-cristiano? Allora chiediamoci: e i <em>teo-con</em> al potere a Washington, perfetta incarnazione della “società dei giusti” di matrice settaria? Non sono forse dei fanatici e aperti divulgatori del messaggio biblico di dominazione mondiale? E le appartenenze massonico-anabattiste dei vari Bush? E le logge quacchero-evangeliste che dominano in lungo e in largo l’economia e la politica <em>liberal</em>? E la promessa di un Millennio di liberazione democratica del mondo, circa il quale ci giungono quotidiane assicurazioni da parte dei turbocapitalisti? E il legame occulto tra il potere finanziario mondialista e il templarismo di matrice ebraico-biblista? Ma poi: non era forse l’inventore stesso del liberismo, John Locke, soprattutto un prete riformato? E non dicono da sempre gli Stati Uniti, patria del capitalismo <em>liberal</em>, di essere per l’appunto la “nuova Sion”? Anche i ciechi vedono che il capitalismo cosmopolita attinge i suoi valori da un grumo ideologico universalista per nulla laico. Per dire: che ci sta a fare il triangolo massonico – traslato del dogma trinitario «che illumina il vasto universo» – sulla banconota da un dollaro?</p>
<p style="text-align: justify;">Paganesimo? Che c’entra in tutto questo il paganesimo? Forse si parla di quel mondo fondato sulla Tradizione, sulle gerarchie sacre, sull’anti-egualitarismo, sul politeismo, sul primato della stirpe nei confronti dell’individuo, sul relativismo culturale, sulla concezione eroica e anti-utilitaria della vita, ciò che fece grandi le antiche civiltà, prime tra tutte la Grecia e Roma? Se è così, cosa c’entra il mondo moderno con il paganesimo?</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo moderno, come conferma Pellicani, è individualismo, desacralizzazione, tradimento dell’<em>ethnos</em>, sovvertimento della Tradizione. Il mondo antico, se non andiamo errati, è il suo esatto contrario. Dice Pellicani che l’<a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antichità</a> pagana è assimilabile alla Modernità, poiché la filosofia greca era «interamente dominata – quanto meno nelle sue punte più alte – dalla ragione e dal libero esame». E dice anche che grazie all’Illuminismo liberale, finalmente l’Atene del libero pensiero ha oggi trionfato sulla Gerusalemme teocratica&#8230; Castroneria più enorme non era davvero pensabile. Il razionalismo ellenico, lungi dall’avere qualcosa a che spartire con quello moderno, ne rappresenta anzi l’antitesi geometrica. Il razionalismo ionico non è quello illuminista&#8230; A dimostrazione di quanto poco contasse per i Greci l’individuo in confronto alla <em>polis</em>, ricordiamo che persino Socrate il dialettico accettò la propria condanna a morte, riconoscendo lui per primo la prevalenza dell’etica comunitaria tradizionale sulle sue libere opinioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La Grecia pagana non conobbe mai un primato della ragione autonoma. In essa, al contrario, fu sempre egemone l’incanto per il mondo, al punto che il mito – ben più del <em>logos </em>– determinava i valori della <em>polis </em>comunitaria. Il razionalismo ellenico era quanto mai religioso e devoto ai sacrali risvolti della vita, quanto mai rispettoso del differenzialismo che è in natura&#8230; al punto da trovare perfettamente naturale l’onnipotenza dello Stato schiavile su ogni condizione individualistica&#8230; Questi sono concetti scontati e a tutti noti. Il differenzialismo razzialista delle costituzioni ateniese o spartana, come pure il generale disdegno per le pratiche speculative del commercio, erano indiscussi tra i Greci. La partecipazione politica del cittadino greco – definita democrazia totalitaria dagli studiosi, a cominciare da Finley &#8211; era talmente poco individualista, talmente incentrata sul primato della stirpe e delle tradizioni, talmente ignara di inauditi “diritti” individuali, che l’individuo sradicato, astratto dal retaggio del clan familiare o dalla <em>synghéneia</em>, cioè la comunità di sangue, e avulso dal contesto di una sacrale autoctonìa sul suolo dei padri, in Grecia rimase sempre inconcepibile. Ciò che unicamente contava era il radicale prevalere della legge comunitaria sul singolo. Figurarsi, poi, se il singolo era un mercante&#8230; figura, questa, senz’altro sottoposta a disprezzo sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">A quanto pare, il solo Pellicani non sa che, come ha scritto ad esempio lo storico dell’economia antica Thomas Pekàry, ad Atene «gli affari finanziari erano considerati indegni e poco puliti dai liberi cittadini, così come più tardi dai senatori romani». In Grecia, il mestiere del banchiere privato era riservato ai meteci e ai liberti, cioè agli stranieri e agli schiavi riscattati, esclusi gli uni e gli altri dalla cittadinanza e pesantemente discriminati dalla società&#8230; e le banche esistevano, certo – nel IV secolo ad Atene se ne contavano otto – ma non esisteva il sistema dell’investimento commerciale privato, essendo la banca – specialmente quella “centrale” statale, situata nel santuario sull’isola di Delo – una riserva di ricchezza da utilizzare comunitariamente, e sottoposta alla garanzia divina assicurata dal patrocinio del Dio Apollo&#8230; dica un po’ Pellicani dove rintraccia il laicismo e il “libero pensiero” individualista nella Grecia pagana!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma neppure il Comune medievale o il Rinascimento furono mai luoghi grazie ai quali il borghese affermò le sue logiche sovversive. Egli le affermò contro quei sistemi. Nel Comune e nella Signoria – lo si sa almeno dai tempi del Burckhardt – divenne egemone, tutto all’opposto, proprio «la funzione affatto moderna dell’onnipotenza dello Stato». Col protagonismo politico dei Comuni, per un attimo si ruppe il predominio ecclesiastico&#8230; ma in nome di una “modernità” ben diversa da quella che piace a Pellicani. Una “modernità” che ribadiva la Tradizione sull’esempio degli antichi: il primato della politica sull’economia, la comunità giurata (si vedano gli studi di Paolo Prodi sul giuramento politico alla base del sacramento del potere in epoca umanistica), il popolo in armi, la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> della Patria&#8230; Basta pensare a Machiavelli – che definì demoniaco il potere finanziario – e all’ideologia comunale repubblicana&#8230; E il Rinascimento? Ma cos’altro fu, se non una riproposta del vero paganesimo antico, garantito non dalla ragione, ma al contrario dalla fede nel magico e nel misterico? Ficino, Poliziano, Pico della Mirandola, la cultura ermetica rinascimentale: tutti elementi estranei al laicismo mercantile&#8230; Piuttosto, dia Pellicani un’occhiata agli studi di Quinzio sulle radici ebraiche del moderno&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La catastrofe europea cominciò per l’appunto non appena tutti i poteri tradizionali medievali e rinascimentali vennero scalzati dalla borghesia commerciale, in asse col potere ecclesiastico: dal Trecento in poi, sull’<em>élite</em> guerriera si ebbe il crescente prevalere del potere economico-finanziario, non di rado gestito dai vescovi e dagli Ebrei non meno che dai borghesi. Segnaliamo che molti papi rinascimentali provenivano giusto da quelle famiglie laiche di banchieri (ad esempio i Medici) che assicurarono il dominio usurario su quello comunitario. Dalla “donazione di Sutri” nel secolo VIII fino a Marcinkus e alla finanza vaticana, la Chiesa ha sempre conciliato a meraviglia apostolato e capitalismo&#8230; Contrariamente a quanto afferma Pellicani, oggi registriamo proprio la schiacciante vittoria di Gerusalemme su Atene. Quanto sia violento questo dominio del Pensiero Unico a guida usuraria, lo sanno bene quei popoli che sperimentano ogni giorno il vero messaggio “libertario” della democrazia liberale ebraico-cristiana: speculazione finanziaria ed etnocidio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 4 luglio 2008.</p>
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		<title>La civiltà greco-romana e la caduta dell&#8217;impero</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 11:23:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rassegna critica di numerosi libri di divulgazione storica su Roma e la Grecia antiche pubblicati negli ultimi anni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;">Il rinnovato interesse che la storiografia recente dimostra per l’antichità greco-romana è senz’altro un indice positivo. Al di là di singole interpretazioni anche discutibili, esso è la prova che l’ideologia artefatta della globalizzazione non è sufficiente a dare credibilità, se non ai livelli sociali già interiormente minati dal cosmopolitismo. I ceti di “nuovi ricchi” e le masse borghesi che aspirano a integrarsi nel modello consumistico occidentale non si pongono problemi di identità. Chi invece vede con chiarezza la portata dell’inganno universalista ed egualitario va in cerca delle radici e le trova proprio nel mondo classico e nelle sue propaggini barbariche. Che insieme, costituiscono un <em>unicum</em>. Il luogo in cui l’identità tribale delle gentes europee e l’ideologia dell’Impero si incontrarono, interagendo l’una con l’altra, è il luogo di nascita dell’Europa quale intendiamo preservare dalla finale distruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Impero romano non fu, in fondo, che l’espressione massima – in termini civili e territoriali – di una <em>gens</em> tribale, nata guerriera e contadina nel piccolo spazio della terra dei padri. Dalla <em>res publica</em> laziale all’<em>Imperium</em> mondiale si ha solo una modificazione di quantità, non di qualità. Gli Dei abbattuti da Teodosio e maledetti da Tertulliano o Ambrogio con accenti di inaudita violenza, erano nel IV-V secolo dopo Cristo gli stessi di mille anni prima. Anche la figura nobile e accorata del <em>vir </em>romano arcaico rimase sostanzialmente la stessa nella tarda <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antichità</a>. Gli accenti di amore per Roma di un Rutilio Namaziano sono molto da vicino paragonabili a quelli di un Catone, vissuto sei secoli prima. La tarda Romanità, fino a quando non sopraggiunse il collasso finale, presenta grandi esempi di continuità ideale con la tradizione arcaica. Prendiamo un caso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-storie/167" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3274" style="margin: 10px;" title="ammiano-marcellino-storie" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ammiano-marcellino-storie.jpg" alt="ammiano-marcellino-storie" width="200" height="312" /></a>Chi si desse la briga di dare uno sguardo alle <a title="Storie" href="http://www.libriefilm.com/le-storie/167"><em>Storie</em></a> di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/ammiano-marcellino" target="_blank">Ammiano Marcellino</a></span> – vissuto a metà del IV secolo d.C. &#8211; noterebbe un tragico sentimento di angoscia di fronte al vacillare dell’Impero, tale da fornire grandi insegnamenti ancora oggi a chi sia in grado di percepire i chiari segni del dissolvimento della nostra civiltà. Forse presente alla rovinosa battaglia di Adrianopoli, che con la morte dell’imperatore Valente sancì anche l’inizio della fine di Roma, e pur nel mezzo della catastrofe, Ammiano spese parole di fanatica fedeltà alla tradizione romana. Amico dei barbari quando integrati nell’Impero o pacificamente insediati sul loro suolo, ne comprese tuttavia il potenziale distruttivo quando lasciati liberi di infiltrarsi senza posa all’interno dei confini. Esasperato alla vista del costante sfaldamento della sua civiltà, Ammiano concepì un radicale disegno di salvezza. Ciò che gli storici hanno definito semplicemente come “realismo politico”: «egli giudica così forti, pericolosi e soprattutto imprevedibili questi barbari e così disarmato l’impero di fronte ad essi, esposto com’è alle loro minacce ormai non solo dall’esterno ma anche dall’interno, avendoli accolti nel proprio territorio, da ritenere che l’unica soluzione sia quella di eliminarli con tutti i mezzi&#8230;», ha scritto Matilde Caltabiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-caduta-dellimpero-romano/1428" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3273" style="margin: 10px;" title="caduta-impero-romano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/caduta-impero-romano.jpg" alt="caduta-impero-romano" width="200" height="339" /></a>Un libro recentemente uscito, <a title="La caduta dell'impero romano" href="http://www.libriefilm.com/la-caduta-dellimpero-romano/1428"><em>La caduta dell’Impero romano</em></a> di Peter Heather (Garzanti), ci conferma che il giudizio di Ammiano, lungi dall’essere il delirio di un conservatore in preda al panico, colse esattamente nel segno. Heather infatti, contraddicendo la vecchia lezione del Gibbon – che considerò il cristianesimo quale causa primaria del crollo di Roma – scrive che, più ancora della nuova fede, che pure veicolava valori opposti a quelli della <em>romanitas</em>, valse a portare Roma al disastro per l’appunto la suicida politica di gestione dell’immigrazione barbarica. A far data da un certo momento – probabilmente la metà del IV secolo – Roma non gestì più il fenomeno della pressione barbarica associando e romanizzando sul posto popoli vinti in battaglia, come sin lì aveva fatto con risultati politici di stabilizzazione. Ma lasciò che intere masse penetrassero entro il limes senza ordine né criterio. «Nel 376 sulle rive del Danubio, frontiera dell’impero – scrive ad esempio Heather –, arrivò un grosso gruppo di profughi in cerca d’asilo. Caso assolutamente eccezionale nella politica estera di Roma, a quei profughi fu permesso di entrare senza che fossero stati sconfitti». Furono gli stessi “profughi”, precisa lo storico, che Valente si trovò di fronte due anni dopo ad Adrianopoli, saldati a quel coacervo di popoli della steppa sotto guida goto-unna la cui massa determinò lo sfondamento della frontiera e la disintegrazione politica, sociale e culturale di Roma. Una disintegrazione simultanea, e all’interno più ancora drammatica che all’esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">L’enormità della perdita fu allora avvertita soltanto da pochi. E quanto grande fosse l’eredità che si stava sbriciolando sotto i colpi di una prassi di “accoglienza” criminale e suicida, gli europei tornano ad accorgersene oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/limpero-greco-romano-le-radici-del-mondo-globale/6163" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3272" style="margin: 10px;" title="impero-greco-romano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/impero-greco-romano.jpg" alt="impero-greco-romano" width="200" height="295" /></a>Ad esempio, nel recente <a title="L'impero greco-romano" href="http://www.libriefilm.com/limpero-greco-romano-le-radici-del-mondo-globale/6163"><em>L’Impero greco-romano. Le radici del mondo globale</em></a> (Rizzoli), lo storico francese Paul Veyne (che per altro opera malposti paragoni tra l’universalismo romano e l’attuale globalizzazione), riconosce all’antichità il dato fondamentale di aver costruito una società organica e naturale. Le gerarchie sorte in ambito greco-romano erano il risultato del realismo politico: «le società antiche assemblavano le particolarità come fossero tante complementarità, anziché abolire le differenze in un astratto piano egualitario». Anziché formulare diritti universali, che “formattano” gli individui, «definendoli in termini astratti, giuridici, come fanno i moderni che assicurano in tal modo un’eguaglianza dei diritti secondo cui un uomo vale quanto un altro», la gerarchia greco-romana riteneva giusto ciò che è al suo posto, in un ordine che concepiva la sovranità popolare secondo la visuale aristocratica, unanimista ed etnocentrica, fondata sull’onore e nemica per istinto della mentalità commerciale. Per il senso della partecipazione militante alla politica comunitaria – presente sia in Grecia che a Roma, sia nell’ideologia platonica che nella prassi quotidiana – gli storici, fin dai tempi di Benjamin Constant, hanno definito non a caso la società antica col termine di totalitaria. Anche solo per il fatto di non essere fondato su un’illusione propagandistica come l’eguaglianza, ma sulla realtà della differenza tra gli uomini e i popoli, il mondo greco-romano costituisce l’opposto simmetrico della società liberale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-mondo-classico-storia-epica-di-grecia-e-di-roma/1775" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-3275" style="margin: 10px;" title="il-mondo-classico" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/il-mondo-classico.jpg" alt="il-mondo-classico" width="200" height="273" /></a> Ed è vero quanto sostiene Veyne, che l’Impero romano fu soprattutto un sistema greco-romano, veicolando una visione del mondo, una socialità e un insieme di ideali del tutto omogenei e di straordinaria tenuta. Fino al momento in cui cominciò la crisi delle <em>élites </em>e lo sgretolamento della volontà politica imperiale, valse un unico modello sociale, che rimase sostanzialmente inalterato per un millennio. A sottolineare la profonda affinità tra Grecia e Roma è ad esempio Robin Lane Fox, che ne <a title="Il mondo classico" href="http://www.libriefilm.com/il-mondo-classico-storia-epica-di-grecia-e-di-roma/1775"><em>Il mondo classico. Storia epica di Grecia e di Roma</em></a> (Einaudi) rimarca l’evoluzione politica parallela in atto nei due contesti. E fin dall’epoca più arcaica: «Fino al tardo VI secolo a.C. I Romani furono governati da re, anche se non ereditari. La società era organizzata in “clan” (<em>gentes</em>) e in “tribù”, con trenta unità locali (<em>curiae</em>) che un greco poteva tranquillamente assimilare alle <em>fratrie </em>della sua città». Il rovesciamento dei re e quello dei tiranni, la creazione delle magistrature, il regime di spartizione della terra, la rigida legislazione che regolava debiti e adozioni, matrimoni ed eredità, fino all’idea di colonia e di impero civilizzatore: in questo, come nelle grandi scuole filosofiche (un nome per tutte: lo stoicismo), Grecia e Roma costituirono un fronte unico e compatto, una realtà armonica unitaria. Un formidabile monumento di volontà politica ad un tempo gerarchica e comunitaria.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-parola-ai-barbari/1116" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3276" style="margin: 10px;" title="parola-ai-barbari" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/parola-ai-barbari.jpg" alt="parola-ai-barbari" width="200" height="301" /></a>La civiltà greco-romana fu realtà evidentemente etnocentrica e razzialista. Da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> ad Adriano, la consapevolezza di incarnare il meglio e l’ottimo sulla terra, sotto tutti i punti di vista, è costante e mai modificata. Ad Atene come a Roma si ha la consapevolezza di partecipare a un ordine politico e civile di qualità nettamente superiore ad ogni altro. Tuttavia, anche in questo contesto di suprematismo – del resto, ben giustificato dai fatti – la concezione relativista e il politeismo dei valori permisero che la conquista non si risolvesse in distruzione materiale e annichilimento coscienziale del nemico vinto. Ma, semmai, in una sua protezione e in un suo inserimento nel quadro imperiale, ma senza che venissero perdute le rispettive identità. Nessun omologazionismo del tipo dell’attuale globalizzazione era in gioco. «Testimonianze di vario tipo mostrano che per un lungo periodo, protrattosi attraverso varie generazioni, gruppi diversi di indigeni in diverse parti delle terre conquistate continuarono a mantenere le usanze tradizionali e a riprodurre la propria cultura materiale, anche quando gli usi romani si stavano affermando tutt’intorno», scrive Peter S. Wells in <a title="La parola ai barbari" href="http://www.libriefilm.com/la-parola-ai-barbari/1116"><em>La parola ai barbari. Come i popoli conquistati hanno disegnato l’Europa romana</em></a> (il Saggiatore).</p>
<p style="text-align: justify;">Se la comunità di villaggio barbarica poté mantenere intatti i suoi caratteri di cultura popolare anche all’interno del <em>limes</em>, il barbaro romanizzato dette costantemente la prova che il passaggio dalla cultura etnica territoriale alla cultura etnica imperiale era cosa quanto mai spontanea, oltre che diffusa. Per dire: personaggi-chiave come uno Stilicone o un Ezio – due barbari cui Roma dovette la propria difesa in momenti cruciali – erano passati nel giro di una generazione da membri di una società arretrata e illetterata a esponenti d’alto rango della politica militare romana. Non sarà stato che esisteva latente proprio quell’affinità primordiale, ad esempio richiamata da <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola">Evola</a> nel dire che la grandezza romana era «contrassegnata da <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simboli</a> nordici e iperborei quali l’<a title="simbolismo dell'ascia" href="http://www.centrostudilaruna.it/ascia.html">ascia</a>, il lupo e l’<a title="simbolismo dell'aquila" href="http://www.centrostudilaruna.it/simbolismodellaquila.html">aquila</a>»?</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte del perfetto integrazionismo che si ebbe tra stirpi germaniche o illiriche e Impero greco-romano, la storia riporta casi di totale inassimilabilità. Parlando delle invasioni degli Unni, molti anni fa lo storico inglese E. A. Thompson citava un particolare, che giudichiamo eloquente: quando gli Unni entrarono in Crimea e di lì irruppero in Europa erano analfabeti. Quattro secoli dopo, «quando essi scomparvero nello scompiglio del sesto e settimo secolo, essi erano ancora analfabeti». Il secolare contatto con Roma passò sovente su quelle primitive genti asiatiche come acqua fresca. Il vecchio studioso di storia antica Ernst Robert Curtius affermò un giorno che «classico è termine che segna un primato di qualità e si candida a un futuro memorabile». Appunto. Noi difendiamo la nostra antichissima Tradizione, ma è per quel futuro memorabile che ci piacerebbe lottare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 19 settembre 2008.</p>
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		<title>La strategia militare di Hitler</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 08:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I verbali stenografici delle conferenze militari di Hitler dimostrano che il Führer era dotato di eccezionali doti di stratega militare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788861020429" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2992" style="margin: 10px;" title="verbali-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/verbali-di-hitler-200x300.jpg" alt="verbali-di-hitler" width="200" height="300" /></a>È stato appena pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana il primo volume dei <a href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=9788861020429"><em>Verbali di Hitler. Rapporti stenografici di guerra, 1942-1943</em></a>, cui seguirà un secondo tomo, relativo agli ultimi due anni di guerra. Per la verità, tali rapporti, presentati come «prima edizione italiana dei verbali stenografici delle riunioni di Hitler», erano in buona parte già noti da decenni al lettore italiano. Di essi venne infatti pubblicata in Germania sin dal 1962 una sostanziosa raccolta, tradotta da Mondadori nel 1966 sotto il titolo <em>Hitler stratega</em>. L’introduzione era di Helmut Heiber, il curatore di tutto il materiale dattiloscritto, rinvenuto in gran parte bruciato nel maggio 1945 in una grotta a Berchtesgaden. Le risultanze di questa eccezionale documentazione erano dunque a disposizione degli storici da molto tempo anche in Italia: ma da noi non esiste una seria tradizione storiografica militare, e i giudizi sulla condotta tedesca nella Seconda guerra mondiale e sulle decisioni strategiche di Hitler vengono ostinatamente affidati, anziché ai documenti disponibili, per lo più ai soliti <em>cliché</em> propagandistici e a una divulgazione quasi sempre di infimo profilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più classico di questi <em>cliché</em>, che cioè Hitler fosse un dilettante di pratiche militari e alla fine un povero pazzo che vaneggiava davanti alle mappe, è stato da un pezzo demolito dagli storici stranieri. A cominciare da quelli ostili – quasi tutti – come Hillgruber, che nel suo monumentale studio su <em>La strategia militare di Hitler </em>(uscito nel 1965) riconobbe tra i primi che, ad esempio, nel 1939 Hitler non volle affatto la guerra, impostagli dagli anglo-francesi. Risultava inoltre che era in possesso di un’organica strategia mondiale, fortemente realista nel considerare inevitabile non solo la resa dei conti con l’URSS, immediata, ma anche quella con gli USA, da attuarsi in un secondo stadio. E che, una volta costretto alla guerra, condusse le operazioni militari dando prova di ricorrenti «intuizioni geniali», che spiazzarono spesso il suo stesso <em>Oberkommando</em>, legato a concezioni tradizionali e sovente dedito a intralciarne gli ordini.</p>
<p style="text-align: justify;">Le considerazioni circa le capacità di Hitler al comando militare sono state espresse da molti decenni anche dall’illustre storico militare Percy Ernst Schramm, compilatore del “Giornale di guerra” dell’OKW e curatore, nel 1961, di una piccola parte degli stenogrammi di “conferenze sulla situazione” e di singoli colloqui di Hitler con lo Stato Maggiore, relativamente all’ultimo anno di guerra. Questi documenti vennero tradotti nel 1965 dalla Sansoni col titolo <em>Hitler capo militare</em>. Bene: nonostante l’aperta ostilità di Schramm nei confronti del dittatore tedesco, egli scrisse senza remore che «sarebbe errato sminuire Hitler come stratega. Non si può negare che durante la prima metà della guerra egli aveva concezioni ben determinate, che ottennero il riconoscimento anche da parte di esperti piuttosto scettici; senz’altro esse erano impostate in maniera più ardita di quanto i tecnici avrebbero considerato giustificabile». Fu Alfred Jodl, Capo di Stato Maggiore della <em>Wehrmacht</em>, a testimoniare a Norimberga che si dovettero esclusivamente a Hitler almeno tre sensazionali imprese strategiche: la fulminea occupazione della Norvegia nell’aprile 1940, la travolgente vittoria sul fronte francese del maggio seguente, dovuta all’inedita combinazione tra mezzi corazzati e aviazione, e infine l’ordine draconiano di non indietreggiare a Est nell’inverno 1941-42, che risparmiò ai tedeschi una rotta colossale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-2993" style="margin: 10px;" title="keitel-jodl-hitler.preview" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/keitel-jodl-hitler.preview-300x200.jpg" alt="keitel-jodl-hitler.preview" width="300" height="200" />A questo si aggiunga quanto affermato più di recente dallo storico Bevin Alexander. Nel suo libro <em>Hitler poteva vincere </em>(pubblicato in Italia da Piemme nel 2002), in un contesto di radicale accusa a Hitler di aver compiuto imperdonabili errori strategici, pure si afferma che «è facile dire che Hitler era pazzo»: più realistico è dire che egli era «anche sensato, possedeva una grande intelligenza e un’abilità politica superiore», e che «aveva collezionato una serie di vittorie che non aveva precedenti nella storia mondiale». Lo studioso ha documentato che l’idea della “penetrazione in un singolo punto” coi Panzer e gli Stukas, allora ignota ai più, era sua, come suo era l’uso di intervenire anche in singoli dettagli operativi: come la presa del forte belga di Eben-Emael, che contribuì in maniera decisiva a scardinare il sistema difensivo alleato nel maggio del 1940. Tale azione di moderno commando venne attuata secondo un piano steso da Hitler in persona, fino al punto di scegliere uno ad uno gli ufficiali e il plotone di genieri da paracadutare sul posto. Sarà stato anche un “dilettante”, avrà avuto anche una “invasata” fiducia in se stesso, fatto sta che, come ha scritto Heiber, «non si possono che considerare fondati molti giudizi espressi da Hitler su questioni militari, sino alla fine della guerra&#8230; comunque più assennati di quanto lascerebbero intendere certe versioni date abitualmente da parti interessate». È noto infatti che la pratica di buttare sulle spalle del <em>Führer </em>tutto il peso delle sconfitte, e quella di minimizzarne il ruolo nelle precedenti vittorie, nacque nell’immediato dopoguerra con l’intensa memorialistica cui si dedicarono molti alti ufficiali tedeschi, nell’intento di sottrarsi a giudizi e di risparmiarsi critiche.</p>
<p style="text-align: justify;">I documenti mettono ordine in maniera definitiva in questa materia. Smascherano la fandonia di un Hitler-macchietta e ci restituiscono un personaggio storicamente credibile. Lucido e presente fino alla fine: «non conduce un monologo e non sottrae la parola a nessuno dei presenti», attesta il generale Fabio Mini, che firma l’introduzione all’edizione goriziana dei verbali&#8230; Ma come, non mordeva i tappeti? E non schiumava di rabbia? Niente affatto: «Hitler lascia parlare liberamente e ascolta attentamente». E sempre Mini aggiunge: «Dai verbali&#8230; Hitler appare come un gigante&#8230; si vede chiaramente che è di una spanna al di sopra di tutti i suoi interlocutori&#8230; ciò che viene detto ai generali tedeschi è di una perspicacia e di una lucidità eccezionali. Ai comandanti che sul terreno si confrontano con la disfatta Hitler impartisce lezioni di morale, di politica e di strategia pura&#8230;». Chiaro e tondo. Anche per quanto concerne il comportamento di Hitler negli ultimi anni di guerra, le cose vengono aggiustate. Nessun vaneggiamento, non più il paranoico che sbraita a casaccio: fino agli ultimi giorni si riconosce a Hitler – nonostante la spaventosa pressione psicologica, la vita da recluso condotta per anni, l’inevitabile declino fisico e le quotidiane notizie di rovesci – una fredda capacità di giudizio che è nota agli specialisti, ma ignorata dalla divulgazione di massa. Se Mini, sulla scorta di quanto detto da Heiber, scrive che «si può affermare senza timore di esagerare che Hitler fu uno dei più competenti e versatili specialisti di tecnica militare del suo tempo», tali attitudini appaiono intatte fino alle ultime ore nel Bunker di Berlino: «sa che la vittoria può essere perseguita fino all’ultimo, e lo spiega: la vittoria non è mai di chi conquista, ma di chi induce l’avversario a cedere&#8230; Per questo anche l’ultimo uomo e l’ultimo ragazzo chiamato a combattere può essere determinante. È una lezione tardiva che tuttavia non si basa sulla retorica o sulla lucida follia, ma su un calcolo razionale&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, come scrisse Hillgruber anni fa, se la fanatica tenuta del fronte orientale permise a milioni di civili tedeschi di sfuggire alla mattanza dell’Armata Rossa, la strategia di resistere ovunque e comunque per guadagnare tempo aveva uno scopo: aerei a reazione, sommergibili a lunga percorrenza, missili del tipo “V” e soprattutto l’atomica erano argomenti concreti. Queste armi sarebbero state in grado di rovesciare l’esito della guerra se solo la Germania avesse potuto contare ancora su una manciata di mesi. Gli studi più recenti (si veda per tutti Rainer Karlsch, <em>La bomba di Hitler</em>) hanno documentato che gli scienziati tedeschi, nella primavera del 1945, erano a un passo dal completamento del lavoro, e che la bomba “americana” di Hiroshima, in realtà, era semplicemente la bomba tedesca di von Braun e Heisenberg, catturati nel maggio ‘45 e messi a lavorare per gli USA. Cosa c’era dunque di “folle” nella strategia della tenuta a oltranza su tutti i fronti? Cosa c’era di “demenziale” nel resistere in una situazione solo apparentemente disperata? E, alla luce di questi dati, non era logica la tattica dei “frangiflutti”, che dichiarava “fortezza” ogni città, rallentando così l’avanzata nemica? Ed era davvero così insensato aspettare, là sotto nel Bunker, che Wenck arrivasse a rompere l’accerchiamento di Berlino ancora il 27 e 28 aprile 1945, se i documenti dimostrano che veramente i resti della 12a armata arrivarono fino ai sobborghi di Berlino e dovettero fermarsi solo perchè mancò loro qualche tanica di benzina per i Panzer?</p>
<p style="text-align: justify;">Hitler pazzo, Hitler che muove divisioni inesistenti, Hitler che blatera di impossibili controffensive&#8230; quante volte abbiamo sentito martellare questa pedestre disinformazione storiografica&#8230; Poi si legge (è stato Schramm a scriverlo) che l’impensata ricostruzione del fronte occidentale dopo l’invasione della Normandia fu il frutto degli ordini impartiti da Hitler, che l’evacuazione miracolosa dei Balcani nel 1944 lo stesso, che lasciare una ventina di divisioni in Curlandia era giusto, che fermare i russi a Budapest nel ‘45 ebbe del prodigioso, che Berlino avrebbe potuto esser difesa&#8230; e poi gli storici militari riconoscono che il superamento della crisi del 1943 per la defezione italiana fu dovuto solo alla rapidità di decisione di Hitler, che sferrare l’ultima offensiva a Occidente (le Ardenne) e non a Oriente era sensato, che il successo tattico ad Arnhem nel settembre 1944 portava lo zampino di Hitler&#8230; che insomma questo “pazzo” che vaneggiava riuscì a fare per anni quello che a Napoleone non riuscì in poche settimane nel 1812 in Russia: evitare che una ritirata sull’onda delle emozioni si trasformasse in collasso rovinoso&#8230; considerare il terreno strumento bellico e dunque intendersi di tattica e di strategia. Hitler aveva le sue idee e commise certamente gravissimi errori: la mancata distruzione del corpo di spedizione inglese a Dunkerque (per romantica generosità verso gli inglesi, che non voleva umiliare), la sottovalutazione dello scacchiere nordafricano (anche per deferenza verso l’alleato italiano&#8230;), la sopravvalutazione della forza tedesca, che non poteva raggiungere tutti gli obiettivi in un colpo solo&#8230; Questi errori gli costarono la guerra. Ma Hitler era talmente preda dei suoi isterismi che, come scrive Mini, «quando si tratta di interessi nazionali e vitali e quando sono in gioco i parametri fondamentali della visione politica della Germania, Hitler dimostra di avere le idee chiare e soprattutto dimostra che nessun altro ha idee migliori».</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’uomo fatto da sé, che non aveva frequentato le accademie militari, ma che aveva come unico riferimento quattro anni di prima linea da caporale, «conosce l’informazione come strumento di guerra, i generali no. Egli conosce l’antropologia sociale dei popoli che ha sottomesso, i generali non se ne curano». Questo “dilettante” aveva «efficaci qualità di comando: fermezza ed energia trascinante. A queste vanno aggiunti un talento quasi fenomenale per memorizzare la letteratura specialistica militare e la padronanza della teoria del sapere storico-militare. Egli possedeva anche intuito per le questioni tecniche e capacità di capire le possibilità d’impiego delle armi moderne&#8230;». Ce n’è abbastanza per finirla con la storiografia da rotocalco e per mettersi a riscrivere da cima a fondo la storia della Seconda guerra mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 18 ottobre 2009.</p>
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		<title>La resurrezione europea</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 11:47:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il saggio di Domenico Conte Albe e tramonti d'Europa affronta il pensiero di Oswald Spengler e Ernst Jünger tra le due guerre]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/ernstjunger48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Ernst Jünger" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rivoluzione-conservatrice.PNG" width="48" height="48" alt="" title="Rivoluzione conservatrice" /><br/><p style="text-align: justify;">Quando, nei primi anni Trenta, <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> vedeva la crisi della borghesia superata dall’avvento di una nuova civiltà, guidata dall’<em>Arbeiter</em>, era decisamente ottimista. Oggi siamo costretti a registrare che il borghesismo è la classe universale che organizza in prima persona il processo di sgretolamento dell’Europa. Quando invece vaticinò «la fine di contesti millenari», volendo dire che era giunta la fine della tradizione europea, vide giusto. Solo che, in luogo del nuovo dominatore metallico dei tempi di rivolgimento, abbiamo più modestamente il protagonismo di un materiale umano di infimissima specie, un “tipo” antropologicamente di lega povera. Le note “caste” oggi al potere rappresentano il contrario di quella razza della nuova “età del ferro” preconizzata dall’intellettuale tedesco, essendo il frutto dell’inopinata affermazione di un’epoca plastificata. Gestita da elementi eticamente e culturalmente inferiori e in base a ideali non eroici, ma da termite.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2828" style="margin: 10px;" title="operaio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/operaio-185x300.jpg" alt="operaio" width="185" height="300" /></a>E dire, però, che quando <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> faceva le sue ipotesi tutto un mondo ribolliva per davvero di volontà di rovesciamento degli idoli borghesi. La stagione jüngeriana, tuttavia, se misurata in tempi spengleriani, durò un attimo. Il 1932 – anno in cui fu scritto <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’operaio</em></a> – è passato da un pezzo, morti e sepolti sono i tentativi storici di rianimare l’Europa con cure radicali attinte da quello stesso bacino eroicizzante, e tutto ormai riposa sulla quiete di un dominio mondiale di energie corrosive ben paludate da ideali positivi. Lo stesso <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, col passare dei decenni, abbandonò le sue immagini faustiane e i suoi affondo nichilistici e si mise ad argomentare in termini di “fine della storia”, di difesa ecologica della Terra, acconciando il suo genio letterario a belle riproduzioni <em><a title="fantasy" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/fantastico">fantasy</a></em> del romanzo metastorico. Disse di non comprendere i catastrofismi che erano stati di Spengler. Però scrisse che si aspettava una prossima epoca “dei Titani”, «molto propizia alla tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura». Titani magari no, ma questo pare proprio il mondo in cui viviamo, in cui il tecnocrate, il politicante e l’uomo-massa di annunci come quelli di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e di Spengler non sanno che farsene.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è a personaggi come i due dioscuri tedeschi che l’Europa deve il fatto di avere ancora un’anima. Sfaldata e minacciata da vicino, ma viva. Non è possibile immaginare una ripresa europea sul ciglio dell’abisso, se non tornando a imbracciare quell’ideologia – poiché proprio di idee armate si trattava – che accomunò <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e Spengler come in un sogno europeo di rinascita a tutti i costi. Persino dietro al “tramonto” preconizzato da Spengler, difatti, c’era una promessa di nuovo inizio. E ovunque in Jünger si coglie la volontà di indicare la forma che si imporrà, una volta gestito e fatto placare il caos nichilista.</p>
<p style="text-align: justify;">Dinanzi alla crisi provocata – oggi come allora – da uno scomposto e distruttivo procedere della modernità, l’anelito dell’uomo in ordine con le leggi della vita non può che essere verso «l’esigenza di una vita nuovamente ordinata e strutturata all’interno di una dimensione di compattezza e stabilità». Ha scritto queste parole Domenico Conte, autore di <a title="Albe e tramonti d'Europa" href="http://www.libriefilm.com/albe-e-tramonti-deuropa-ernst-junger-e-oswald-spengler/5785"><em>Albe e tramonti d’Europa. Ernst Jünger e Oswald Spengler</em></a>, appena pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/albe-e-tramonti-deuropa-ernst-junger-e-oswald-spengler/5785" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-2980" style="margin: 10px;" title="albe-e-tramonti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/albe-e-tramonti.jpg" alt="albe-e-tramonti" width="200" height="292" /></a>È una frase chiave. Solo apparentemente innocua. Essa infatti mostra come il pensiero del realismo eroico, della mobilitazione totale e del cesarismo militante non fosse espressione anch’esso dell’epoca del nichilismo e dell’aggressione delle masse, ma, al contrario, intendesse utilizzare gli strumenti della modernità per abbatterla e costruire in sua vece un nuovo ordine gerarchico. «Questo mondo della mobilitazione e del movimento non è che un interludio», scrive Conte, e con questo ci fa capire che la fase della lotta è necessaria non in sé, ma per raggiungere ciò che egli definisce la «utopia della stabilità». Insomma: la <a title="Rivoluzione Conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Rivoluzione Conservatrice</a> – e con loro i regimi nazionalpopolari che bene o male ne misero in pratica i presupposti – è una macchina moderna, d’accordo, ma antimodernista. Oltrepassati i confini della storia e della politica, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e Spengler, ognuno per suo conto, ma con idee sovente intrecciantesi, guardarono al di là, immaginando forme ulteriori, stili post-moderni, accadimenti di primordiale potenza rifondatrice. Osservato fino in fondo l’incubo della tecnica e della società moderne, questi due artigiani dell’idea europea di dominio non hanno fatto filosofia reazionaria, non hanno espresso conservatorismi inetti, ma hanno dato strumenti di rivolta: «con l’impazienza e il radicalismo – soggiunge Conte &#8211; di chi non credeva più nella storia o vi credeva solo nel senso del vedervi l’imperare e l’agitarsi di più alte potenze, votarsi alle quali parve cosa necessaria e bella».</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, se <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> fu il collaboratore dei fogli di punta del nazionalismo politico post-bellico e vicino agli ambienti dell’oltranzismo nazionalrivoluzionario, Spengler non gli fu da meno: in rapporti con personaggi come Franz Seldte, futuro ministro nazionalsocialista, era ammiratore del mondo dei <em>Männerbünde</em>, le milizie armate al seguito di un capo tipiche dell’epoca, dagli squadristi italiani alle SA e allo <em>Stahlhelm</em>, nelle quali vedeva l’affermarsi di un prosssimo cesarismo carismatico. Contestualmente, <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> osservò ne <a title="L'Operaio" href="http://www.libriefilm.com/loperaio/301"><em>L’operaio</em></a> che «la massa comincia a secernere dal proprio corpo organi di autodifesa». Questo considerare le cose dal punto di vista dell’organico, del vitale, dell’ancestrale biologico è forse la dimensione che meglio accomuna <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e Spengler e che meglio ne spiega il terribile, seducente, incantatorio talento da affrescatori. Entrambi analisti dell’uomo e della società, entrambi evocatori di scenari cosmologici, di rivolgimenti apocalittici, di ipotesi di riaffermazione di “tipi” elementari e originari, di razze mutanti, di arcaismi giacenti nell’inconscio e riattivati dall’uso della tecnica e dalla volontà impersonale, il tutto da indirizzare – con forte senso politico &#8211; contro l’affastellamento informe del Moderno. Profetizzarono uomini nuovi, secondo «cambiamenti fisiognomici intercorrenti nel passaggio dal mondo borghese dell’individuo al mondo tipico dell’Operaio». L’uno e l’altro giudicarono – sbagliando profezia, ma non importa – che presto al borghese, «sfornito di qualsiasi rapporto con forze elementari» sarebbero succeduti esemplari. Quasi campionature di un’inedita stirpe lavorata dai fatti, dal carattere, da un destino epocale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-tramonto-delloccidente-2/3546" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-2981" style="margin: 10px;" title="il-tramonto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/il-tramonto-192x300.jpg" alt="il-tramonto" width="192" height="300" /></a>Sono inquadrature formidabili, bisogna ammetterlo. Quanto di meglio potrebbe chiedersi, per ridare oggi anima e vita a una qualche minoranza in grado di riarmare lo spirito e di intraprendere la lotta contro il mondo moderno, se solo da qualche parte ne esistesse una. Uno dei meriti dello scritto di Conte è quello di presentarci la riflessione tedesca del <a title="Novecento" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-contemporanea">Novecento</a> rappresentata da <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e da Spengler come in fondo un unico strumentario di lotta filosofica, metafisica e politica, bene in grado di raddrizzare il piano inclinato su cui corre la modernità. E si tratta di strumenti da estrarre dai più reconditi giacimenti della natura occulta, veri archetipi in riposo che attendono soltanto di essere risvegliati: l’energia formatrice, ad esempio, la <em>Gestaltungskraft</em>, che a giusto titolo Conte indica come termine essenziale dell’<em>Arbeiter</em>, e che è la stessa forza che, ne<em> <a title="L'uomo e la tecnica" href="http://www.libriefilm.com/luomo-e-la-tecnica/6054">L’uomo e la tecnica</a></em>, Spengler vede agire per catastrofi immediate, risolutive: le mutazioni che aprono vie impensate ai progetti della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Conte batte sul tasto delle naturali differenziazioni tra i due pensatori, ma ribatte pure su quello delle organiche similitudini. E ci rende noto un esemplare dettaglio, di gran valore filologico e immaginale. Una lettera scrittagli da <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Ernst Jünger</a> nel 1995, a un mese dal compimento del suo centesimo anno, in cui conveniva con lo studioso napoletano che Spengler aveva svolto in qualche modo su di lui il ruolo di maestro: «Lei ha ragione a supporre che Oswald Spengler abbia esercitato un’influenza significativa sulla mia evoluzione spirituale&#8230;». Assodato che Spengler era senza mezzi termini considerato da <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> «decisivo per la sua concezione della storia», Conte indica come elemento tra i più visibili di questa fratellanza ideale il «collegamento fra <em>Operaio</em> e prussianità», quello fra <em>Operaio</em> e Germania, e soprattutto la visuale copernicana della storia, nel senso di una storia e di una politica mondiali, ma «in un’ottica in realtà germanocentrica». Un sano relativismo di prospettiva che non sviliva, ma al contrario rafforzava sia in <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> sia in Spengler l’ostilità verso l’individualismo cosmopolita borghese e quella «contro i partiti politici, i parlamenti, la stampa liberale e l’economia di libero mercato».</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro dei numerosi spunti offerti da Conte è il commento a un libro dell’americano John Farrenkopf, recentemente dedicato a Spengler come “profeta del declino”. Un caso singolare di “spenglerismo” negli USA? Un momento&#8230; vediamoci chiaro&#8230; Farrenkopf condivide le prognosi infauste di Spengler circa il futuro dell’Occidente, formula un suo pessimismo circa la decadenza del mondo occidentale (pacifismo, crisi demografica e culturale, ottusa pratica di esportare tecnologia ai nemici dell’Occidente, etc.), ma alla fine non manca di sostituire l’America alla Germania come quella struttura imperiale auspicata da Spengler per contenere gli sviluppi verso il basso della civilizzazione. E, da buon americano, non manca neppure di indicare in qualche scritto giovanile del filosofo del tramonto accenni di apprezzamento per la democrazia. Non sono tanto questi aspetti che importano. Conte demolisce alla svelta il tentativo di americanizzare Spengler e di confondere l’impero con l’imperialismo di bottega. Da parte nostra, noi segnaliamo il valore irrinunciabile della duplice lezione di <a title="Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e di Spengler: la presenza pesante di due autori dal messaggio forte, attualissimo, il cui pensiero di contrasto radicale va strappato di mano ai depotenziatori – certi salotti della <em>new age</em> jüngeriana, amanti del romanziere criptostorico, ma muti sull’ideologo nazionalrivoluzionario&#8230; adesso lo Spengler democratico e americanomorfo&#8230; &#8211; per rimetterlo al centro di un possibile recupero del tradizionalismo rivoluzionario europeo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Domenico Conte, ben noto al pubblico italiano per essere uno dei pochi esegeti non prevenuti della <a title="Rivoluzione conservatrice" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/rivoluzioneconservatrice">Rivoluzione Conservatrice</a> – e autore tra molti altri di quell’eccellente libro-monstre che è <em>Catene di civiltà. Studi su Spengler</em>, pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane nel 1994 – parla non a caso di albe e tramonti d’Europa. Il pensiero tragico e le prospettive catastrofiste di <a title="Ernst Juenger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a> e di Spengler nascondono allo stesso modo tutto un tracciato di proiezioni futuribili, assegnando alla nostra civiltà spazi di insorgenza e di contro-storia ancora percorribili. Spengler, fortemente interessato ai momenti aurorali e dinamici della <em>Kultur</em>, era in realtà un agitatore di destini. E <a title="Junger" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger">Jünger</a>, nel suo <em>Arbeiter</em>, scrisse la frase rivelatrice: «ogni tramonto è preparazione». Entrambi, e insieme ad esempio a un <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/martin-heidegger">Heidegger</a></span>, e in maniera tra l’altro non dissimile dal nostro vecchio Oriani, videro il futuro dell’Europa nel suo saper riconoscere una nuova alba, fatta di istinto, volontà e mobilitazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 11 ottobre 2009.</p>
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