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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Luca Leonello Rimbotti</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>L’eroe Baltasar Gracian</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 17:00:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il singolarissimo teologo spagnolo Baltasar Gracián, vissuto nel Seicento, aveva presentato l’eroismo come qualità dell’individuo differenziato che, grazie ad una poderosa fiducia in se stesso, duramente conquistata, perviene al successo nel mondo e al trionfo della sua volontà su quelle altrui. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99eroe-baltasar-gracian.html' addthis:title='L’eroe Baltasar Gracian '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><div id="attachment_9079" class="wp-caption alignright" style="width: 239px"><img class="size-medium wp-image-9079" title="gracian" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gracian-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /><p class="wp-caption-text">Baltasar Gracián y Morales (Belmonte de Calatayud, 8 gennaio 1601 – Tarazona, 6 dicembre 1658).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il vecchio storico inglese Thomas Carlyle insegnò con inclinazione romantica che l’eroismo ha molte facce, che quasi ogni aspetto della vita può essere interpretato come un momento in cui si può dispiegare una speciale attitudine verso l’ascesi di perfezione. Eroe è il Dio pagano che assomma su di sé tutte le qualità della stirpe, ma eroico può essere allo stesso modo lo spirito sacerdotale, ed eroi possono essere il profeta, il poeta, lo scrittore, il sovrano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il singolarissimo teologo spagnolo Baltasar Gracián, vissuto nel Seicento, a tutto questo aveva aggiunto l’eroismo come qualità dell’individuo differenziato che, grazie ad una poderosa fiducia in se stesso, duramente conquistata, perviene al successo nel mondo e al trionfo della sua volontà su quelle altrui. Si eccelle tra gli uomini attraverso l’uso accorto e disciplinato di doti sottili costantemente affinate. Qualcosa di più e di meglio di un moralista alla Montaigne. Un divulgatore di sapienza e di strategie di vita vissuta, tutte tese alla gloria trionfale nel mondo e all’affermazione sui tipi “inferiori” e indifferenziati. Gracián, ammirato e citato da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> e da Nietzsche, che lo considerarono quasi un loro maestro e antesignano, scrisse diversi libri di gran successo, diremmo dei veri e propri “manuali del Superuomo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un gesuita, e dal gesuitismo imparò tutte quelle nozioni di affilata capacità di introspezione e di acuta conoscenza dei tempi e dei modi, che fecero di quell’ordine il tempio della dissimulazione e infine anche della sua degenerazione curiale, l’ipocrisia farisaica. In Gracián, tuttavia, si nota l’assoluta assenza di riferimenti ai dogmi cristiani: per questo, tenuto in sospetto dalla Compagnia di Gesù, fu prima ammonito, poi allontanato nel 1657 dalla cattedra e infine messo in condizione di non nuocere relegandolo presso un convento sperduto, con la tassativa proibizione di scrivere. Lo si accusava di aver intrapreso una precettistica del tutto profana sul saper vivere e, soprattutto, sul saper predominare sulle cose e sul mondo degli uomini, insomma di essere un laicissimo teorico di ciò che oggi chiameremmo una volontà di potenza in piena regola.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9077" style="margin: 10px;" title="leroe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/leroe1-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a>La recente pubblicazione de <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><em>L’eroe</em></a> (Bompiani), uno dei testi più celebri del trattatista aragonese, è l’occasione per verificare come il pensiero europeo si sia sempre misurato con queste categorie dell’essere e del mostrarsi, del fare e dell’avere ragione della realtà, in maniera che, dai sofisti e dagli stoici fino a Machiavelli, ai moralisti francesi o a Nietzsche e all’esistenzialismo, problema non da poco è sempre stato quello di avere a che fare col dispiegarsi dell’essere tra le penombre dell’apparire e del sembrare. Gracián insegnava la dissimulazione in quanto categoria dell’essere superiore e dell’innalzarsi al di là di se stessi, in un procedimento di continuo esercizio alla protezione dei propri fini. «Impedisca a tutti l’uomo colto di sondare il fondo della sua fonte, se da tutti vuole essere venerato&#8230; la metà è più del tutto, perché una metà ostentata e l’altra promessa, son più di un tutto dichiarato».</p>
<p style="text-align: justify;">La velatezza dell’essere, in questo caso, non sarà un volgare atteggiamento di subdolo mascheramento volto all’inganno, ma, molto più sottilmente e nobilmente, lo strumento di una cerca dell’eccellenza, da ottenersi con il freno dei modi, la perfezione in ogni manifestazione di sé e un dosato ombreggiare i propri disegni. Qualcosa di propriamente “politico”, insomma: «Dissimulare una volontà sarà sovranità». In queste proposizioni sembra riecheggiare, in qualche modo, la dialettica heideggeriana circa il velamento della verità, secondo la struttura stessa della parola greca antica, che proponeva non a caso l’alfa privativo: <em>a-lethéia</em>, proprio nel senso che verità è essenzialmente un togliere veli per gradi. La dialettica sottile dell’apparire e del velarsi, lungi dall’essere solo un gioco femmineo di ritrosie seduttive, è in realtà, secondo la logica dell’etica tradizionale, il segreto della gloria. E la gloria, considerata dagli antichi l’unica e insieme la massima via all’eternità, è ugualmente per Gracián il premio al lavoro terreno dell’uomo di valore superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">In anni recenti è stato Emanuele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/emanuele-severino" target="_blank">Severino</a></span> – il cui pensiero sappiamo essere sulla scia heideggeriana &#8211; a precisare i contorni del significato della gloria dal punto di vista esistenziale e tradizionale: «L’indefinita manifestazione dell’eterno, in cui la Gloria consiste e che indefinitamente si arricchisce, è il senso autentico della nostra destinazione per l’eternità». La gloria ha dunque a che fare col destino. E il destino ha a che fare con la fortuna e la fortuna con l’audacia, persino con l’azzardo. A patto che prima, dentro di sé, il temerario che si senta chiamato sulla via della gloria abbia percepito la concordanza della sua anima, tesa all’impossibile, con gli arcani segreti del fato. Difatti, in un passo de <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><em>L’eroe</em></a> si dice per l’appunto che la fortuna è «gran figlia della suprema provvidenza» e che «è regola da maestri compiuti nella politica discrezione notare la propria fortuna e quella dei propri sostenitori». Non diversamente la pensarono, a ben vedere, e magari senza aver letto un riga di Gracián, personaggi come Napoleone, che diceva di preferire generali fortunati a generali ben preparati, oppure come Hitler, che confessò più volte di aver giocato d’azzardo tutta la vita, sicuro di avere dalla sua parte la “provvidenza”. La fanatica fiducia in se stessi, quale suprema attitudine al comando in grado di piegare anche gli eventi sfavorevoli a proprio vantaggio, veniva da Gracián ricordata come dote dell’uomo di tempra superiore. E faceva l’esempio di Cesare, che al marinaio stanco e sfiduciato rivolse l’ammonimento: «Non dubitare, che offendi la fortuna di Cesare». Il dubbio interiore come ingiuria al destino. Quanto di meno cristiano e di più pagano si possa immaginare. Comprendiamo benissimo il motivo per cui lo scrittore venne messo al bando nella Spagna cattolicissima del gran secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-forza-della-prudenza/10135" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9078" style="margin: 10px;" title="la-forza-della-prudenza" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-forza-della-prudenza.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Tutto questo ha i contorni del tragico. Poiché in Gracián è ben vivo il senso di una lotta che l’eroe deve intraprendere prima di tutto su se stesso. Il controllo su ciò che appare e sulle occasioni che gli si presentano deve essere il frutto di un drammatico auto-controllo: questa volontà auto-imposta deve essere la sua signoria. Tanto che, se necessario, anche quando dentro l’uomo differenziato tutto lo sospingesse a dir di sì, la sua potenza e il suo comando interiore lo condurranno a un vittorioso dir di no. Questo si inserisce alla perfezione in quel dominio metafisico in cui si attua il contatto fra trascendenza e vita terrena. È ciò che gli antichi greci chiamavano kairòs, l’attimo fuggente, e i romantici tedeschi indicavano come <em>der grosse Zufall</em>, il grande caso fortunato. Saper cogliere il manifestarsi del momento in cui il destino si palesa per cenni: la levigata sensibilità, quasi un istinto lungamente esercitato, saprà all’istante percepire questa epifania subitanea. Un evidenziarsi del sacro che indica il momento dell’agire. Poiché <em>kairòs</em> è suprema saggezza, è intima consonanza con gli interni voleri del fato, ma è anche sentimento di giustizia. Tradizionalmente, ciò che appare nel mondo, nell’immutabilità di ciò che è vero da sempre, oppure nell’improvviso irrompere dell’inatteso attraverso l’attimo, è anche ciò che è giusto: giusto è ciò che sa sopraggiungere al momento opportuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Una filosofia del rischio? Piuttosto, un’acuta capacità di percezione delle armonie e delle disarmonie del mondo. Nella sua introduzione a <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank"><em>L’eroe</em></a>, Antonio Allegra precisa che le sollecitazioni di Gracián verso l’affermazione di sé hanno il carattere di una libera alleanza col destino: «Occorre, in ogni caso, agire all’interno dello spazio della fortuna e del mondo: tutto sta nel potere ancora affermare un margine di libertà rispetto alla situazione integralmente mondana che si presenta, che va acutamente interpretata e colta nelle sue nascoste potenzialità». L’individuo differenziato, l’essere superiore costruito su un’elaborata e fanatica fiducia, si esprime attraverso la decrittazione dei segni lasciati cadere dal fato provvidenziale. Si tratta in fondo di un gioco: vince chi sa elaborare al massimo grado la dialettica tra il vivere all’occasione e l’essere uomo integro in grado di interpretare correttamente i segnali. L’individuo potenziato da questa superiore autocoscienza non è scelto dal caso, ma è lui stesso che sceglie l’attimo. Risolutezza e fulminea capacità di ricorrere alla decisione sono i sintomi dello spirito dominatore: «La prontezza fa da oracolo nei dubbi maggiori, sfinge negli enigmi, filo d’oro nei labirinti, e suole aver l’indole del leone, che riserva il massimo sforzo per quando ne ha più bisogno», scrive Gracián. Un manuale di politica: la golpe e il lione di Machiavelli, più un tocco di quel pessimismo barocco e manieristico che piacque tanto a <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/arthur-schopenhauer" target="_blank">Schopenhauer</a></span> e che cercava di interpretare la complessità del mondo moderno allora già in agguato: <a title="L'eroe" href="http://www.libriefilm.com/leroe-2/4627" target="_blank">L’eroe </a>venne pubblicato nel 1637, l’anno di uscita del <a title="Discorso sul metodo" href="http://www.libriefilm.com/discorso-sul-metodo/4695" target="_blank"><em>Discorso sul metodo</em></a> di Cartesio. Ma anche una filosofia dell’intuito. Una vera mistica terrena dell’azione e del primato. In questo senso, la maschera che, secondo, Gracián, l’uomo superiore deve indossare per assicurarsi il dominio sul mondo non è un trucco plebeo, ma il necessario stigma della diversità: l’eroe gioca le sue maestrìe certo di non dover aprire a nessuno il suo cuore. Il mondo intriso di scaltrezze e di indegnità abbisogna di menti in grado di batterlo sul suo stesso terreno, mantenendo giusto il cuore. «Ti voglio singolare», suona l’esortazione con cui Gracián apre il suo <em>pamphlet</em> rivolgendosi al lettore, «qui avrai non una politica né un’economica, ma una ragion di stato di te stesso». La si direbbe una potente anticipazione di figure metapolitiche come l’Anarca jüngeriano oppure l’Autarca evoliano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">La fama di Gracián non si limitò alla sua epoca o ai momenti di insorgenza sovrumanista. In tempi recenti il suo nome ha riscosso un famigerato successo tra le turbe dei manager d’azienda&#8230; e il povero Gracián si è visto trascinare via dall’etica tradizionale aristocratica e dal suo stoicismo barocco, fin dentro le maleodoranti stanze dei consigli d’amministrazione, nei grattacieli americani: numerose edizioni dei suoi libri sono state vendute come il pane tra le schiere di <em>yuppies</em> alla ricerca del facile successo attraverso i manuali di auto-stima per piazzisti in carriera. I suoi libri hanno conosciuto l’onta di essere paragonati alle pubblicazioni a grande tiratura in uso sin dagli anni Cinquanta negli USA, ad esempio quelle a cura della Fondazione Carnegie: come vincere la paura degli altri, come avere successo nel lavoro&#8230; Noi aggiungiamo: come trascinare un filosofo del sovrumanismo europeo nel fango della morale da insetti tipica del liberalismo americano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 ottobre 2008.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99eroe-baltasar-gracian.html' addthis:title='L’eroe Baltasar Gracian ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Nazionalsocialismo, religione pagana</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 17:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo studio del Nazionalsocialismo come cupa religione psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, è una pratica ben collaudata e sempre in auge. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8943" style="margin: 10px;" title="parteitag" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parteitag-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" />Lo studio del Nazionalsocialismo dal lato “sinistro”, cioè come cupa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> psicopatologica, attraversata da ogni sorta di perversioni, e inventata di sana pianta da uno psicopatico, è una pratica ben collaudata. Il primo, precoce studio fu quello di Wilhelm Reich, <em>Psicologia di massa del fascismo</em>, pubblicato nel 1933, in cui, insieme a <em>Fuga dalla libertà</em> di Fromm del ‘41, si individuava nei movimenti nazionalpopolari lo scatenamento di fobìe collettive, di occulte repressioni sessuali, combinate con il bisogno di assoggettarsi a un potere autoritario rinunciando volontariamente alla propria libera personalità. Langer, a guerra ancora in pieno svolgimento, caricò l’argomento di nuovi dettagli, ma come gli altri vide in Hitler essenzialmente il caso clinico. Il suo libro <em>Psicanalisi di Hitler</em>, risalente al 1943, ma pubblicato solo molti decenni dopo, risentiva delle necessità di propaganda legate al momento, e difatti gli fu commissionato dal servizio informazioni degli Stati Uniti. Era una specie di “psicoanalisi a distanza” del dittatore tedesco, un testo “di scuola”, in cui l’aspetto politico-sociale non veniva preso in alcuna considerazione, badando solo alla descrizione, anche minuta, di risvolti caratteriali individuali, sempre e comunque giudicati come gravi patologie della personalità. Da allora, questo tipo di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> parascientifica ha avuto una lunga sequela di autori, godendo di ottimi riscontri a livello di divulgazione: l’argomento morboso, trattato in modo opportunamente coinvolgente, è stato a lungo garanzia di successo. In Italia, un buon prontuario su queste tematiche è <em>Adolf Hitler. Analisi storica delle psicobiografie del dittatore</em> di Anna Lisa Carlotti, risalente al 1984, ma che fa ancora testo in materia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8942" style="margin: 10px;" title="la-nascita-di-una-religione-pagana" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-nascita-di-una-religione-pagana.jpg" alt="" width="144" height="240" /></a>Su questa scia, è da poco uscito <a title="La nascita di una religione pagana" href="http://www.libriefilm.com/la-nascita-di-una-religione-pagana-psicoanalisi-del-nazismo-e-della-propaganda/10103" target="_blank"><em>La nascita di una religione pagana. Psicoanalisi del nazismo e della propaganda</em></a> di Raffaele Menarini e Silvia Lionello, per i tipi di Borla. Qui l’ambizione sembra essere maggiore che in molti altri casi. In questo libro la psicopatologia, lungi dall’arrestarsi all’ossessività della figura del capo, magari intrecciata con le frustrazioni del popolo, dilaga molto oltre, presentandosi come motore malato di una cultura complessa. Siamo in presenza di un classico di psicostoria. Come ormai fanno anche molti storici, si vede nel Nazionalsocialismo una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> pagana in piena regola, ma strana, mezza moderna e mezza primordiale, fatta di un paganesimo falso e spurio, per di più gravemente innervato da numerose e pesanti devianze mentali, individuali come collettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritroviamo in questo testo il lessico tipico di questo genere di studi. I termini “paranoico”, “delirante”, “farneticante”, sono quelli che ricorrono più spesso allorquando si cerca di dare contorno a un’ideologia e a una pratica politica che sono considerate quanto di più alieno e incomprensibile possa esistere: e questo solo fatto dovrebbe escludere la possibilità di capire davvero un fenomeno che è stato ad un tempo individuale e sociale. Infatti, a scorrere queste pagine, ci rende conto del ginepraio in cui va a finire ogni pretesa di comprendere dall’interno – per quindi darne una spiegazione razionale – un soggetto dato <em>a priori</em> come affetto da turbe psichiche. Ad esempio, il Nazionalsocialismo viene definito «una nuova <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> “pragmatico-pagana” che mescola abilmente i “fini della storia” e lo “scientismo” in una nuova volontà divina rivelata dal <em>logos</em> hitleriano». Tale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> politica messianico-redentoria viene dipinta come una «autodivinazione [<em>sic!</em>, anziché autodivinizzazione...] dell’uomo fino al disprezzo di Dio ed in particolar modo del Dio unico ebraico». Veniamo così ad apprendere che la negazione del Dio della <em>Bibbia</em> corrisponde a una psicopatologia delirante. Tutto il filone volontarista-faustiano della cultura europea, dunque, da Empedocle a Meister Eckhardt – <em>diventa cio che sei!&#8230; diventa Dio!</em> – e fino a Nietzsche, e ivi compresa la mistica estatico-religiosa, vengono all’istante liquidati come malattia clinica. Questo “delirio” sovrumanista, tuttavia, mentre dovrebbe condurre a straordinarie aperture liberatorie, nel caso del Nazionalsocialismo, secondo i due autori, porta invece a sorprendenti “regressioni psichiche”: lo Stato di massa «corrisponde a una regressione psichica che non permette più una separazione tra Io e Ideale dell’Io&#8230;»: ma insomma, il Terzo Reich creò il <em>monstrum</em> del Superuomo oppure lo schizofrenico uomo-massa? Instillò il delirio per l’uomo superiore oppure la frustrazione del membro della massa, «equivalente ad ogni altro» e quindi privo dell’Io? Non sappiamo. Gli autori vagano dall’uno all’altro aspetto. Freud, in tutto questo, aleggia pericolosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’altra serie di contraddizioni che presenta questo erudito studio di psicologia sociale riguarda l’identità. Si scrive che il Nazionalsocialismo fu abile – con la sua ideologia e la sua propaganda – a «produrre immagini estremamente positive di sé», in modo da fornire una rappresentazione identitaria di radicale intensità, ma si scrive anche che «le mitologie psicopatologiche di tipo nazista» sono basate sul «comportamento deviante connesso ad un mancato sviluppo dell’identità». Da una parte c’è estrema identità, dall’altra non ce n’è affatto&#8230; si capisce che, affermando una cosa e il suo contrario, si è sempre certi di colpire nel segno. Questo metodo “scientifico” prosegue anche quando i due autori definiscono il Nazionalsocialismo come l’esito di una domanda di autorità e di controllo da parte del popolo, fortemente scosso dagli avvenimenti legati alla sconfitta del 1918; ma poi si ricorre a Jung, e si ricorda che lo Stato popolare del Terzo Reich presenta la condizione tipica della «massa quale condizione psichica senza controllo alcuno, in preda a esplosioni archetipiche&#8230;» eccetera. Dunque, anche qui, non sappiamo se i Tedeschi volevano essere “controllati” o no. Quanto alla costruzione del “falso mito” nazista, i nostri autori ricorrono al solito frasario dell’incomprensione, e si limitano alle formule: «In esso l’istituzione di valori originari viene a basarsi su di un falso mito di origine senza alcun spessore simbolico poiché nato da credenze occulte del tutto deliranti». Una simile asserzione, che brilla per pochezza in un libro che vorrebbe essere scientifico, si segnala per assenza di motivazioni: non viene detto perché il mito era falso, non si spiega perchè il suo <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>, nonostante l’eccezionale risposta collettiva al suo richiamo, fosse privo di spessore. Si afferma invece che Rosenberg, nel suo <em>Mito del XX secolo</em>, aveva espresso tendenze psicopatiche&#8230; ma attingendo direttamente da Rudolf Otto, cioè il maggiore studioso del sacro del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Una specie di spiegazione circa la falsità del mito nazista la si trova nel punto in cui i due autori scrivono che che Hitler dette fondo a una «immaginaria identità nazionale fondata sul mito di origine». Ora, tutti sanno che nella cultura europea i miti di fondazione – compresi quelli immaginari – costituiscono la base dell’identità che i popoli si sono dati nel corso dei secoli. Basta ricordare gli studi di Warburg o di Wind sulla riemersione del paganesimo in epoca moderna – quando gli antichi eroi fondatori tornarono ad essere celebrati in funzione di collante popolare – per capire come questi fenomeni di elaborazione dell’origine non siano per nulla una caratteristica “delirante” del Nazionalsocialismo, ma parte integrante di ogni comunità nazionale. Il mito dei Padri pellegrini, quello della missione escatologica affidata agli Stati Uniti, in questo senso, non si presenta meno “delirante” del mito di fondazione individuato dai nazisti nell’idealizzazione delle origini ariane. Inoltre, i nostri due autori si dicono convinti di poter provare come «la propaganda nazista abbia svolto la funzione di produrre un falso immaginario nel senso di imitare con incredibile accuratezza la mitologia wagneriana della Caduta degli déi». Allora il “delirio” del mito originario avrebbe fondamenta per nulla naziste, riposerebbe addirittura su una colonna della cultura tedesca ottocentesca, a sua volta innestata su miti e saghe arcaicissimi&#8230; verrebbe da chiedersi: dunque perché “falso mito”?</p>
<p style="text-align: justify;">In un altro punto del libro, leggiamo che il “labirinto esoterico” su cui si basava il nuovo paganesimo nazionalsocialista intendeva «ripristinare gli antichi riti e le antiche usanze germaniche», in modo che «il popolo avrebbe potuto rinnovare l’antico e primordiale rapporto con la sua Terra». Qualcuno, che non abbia venduto l’anima a Freud, riscontra in questi presupposti qualcosa di “delirante”, di “paranoico”? L’accusa, poi, mossa ai nazisti di aver costruito un «principio assoluto di verità» a scapito della libertà, non è forse possibile rivolgerla a qualunque fede, religiosa, politica, etica? Quale <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> si annuncia, se non come depositaria unica ed esclusiva della verità. Non è per queste vie che sarà possibile spiegare un fenomeno come il Nazionalsocialismo, che non fu un semplice movimento politico e che ebbe effettivamente risvolti religiosi ed escatologici. La determinazione di razionalizzare l’irrazionale, per di più attraverso la tecnica del funzionalismo psicologico, è un vicolo cieco. Il Nazionalsocialismo fu seguito e assorbito da un gran numero di persone che erano del tutto “normali”. L’operaio, il contadino, l’impiegato che affollavano i raduni “deliranti” erano persone della porta accanto. E i numerosi intellettuali di prima grandezza che credettero in esso, per la verità, non dettero mai segni di quello squilibrio psichico che ne sarebbe stato la sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8941" style="margin: 10px;" title="le-intuizioni-psicosociali-di-hitler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler.jpg" alt="" width="163" height="240" /></a>Il problema storico del riapparire con il Nazionalsocialismo di categorie dell’antico paganesimo europeo, e del mito popolare come momento di recupero dell’identità contro le dissoluzioni dell’epoca moderna, è stato affrontato da molti storici con maggior profitto degli psico-storici, troppo spesso prigionieri dei loro dogmi. «Appartenere a gruppi che si distinguono è un bisogno umano basilare», hanno scritto ad esempio Dora Capozza e Chiara Volpato nel loro libro <a title="Le intuizioni psicosociali di Hitler" href="http://www.libriefilm.com/le-intuizioni-psicosociali-di-hitler-unanalisi-del-mein-kampf/10104"><em>Le intuizioni psicosociali di Hitler</em></a>, pubblicato nel 2004 da Pàtron. Nulla dunque di demoniaco, nulla di paranoide. Semplicemente un’ideologia dell’identità, radicalizzata dai tempi e dalle violente intrusioni della modernità sui tessuti tradizionali. Lacue-Labarthe e Nancy anni fa hanno affermato che il mito nazista «rappresenta il necessario compimento dell’Occidente» e che «non è possibile disfarsene né come una aberrazione, né come un errore catastrofico». La stessa democrazia, aggiungevano, non vive a sua volta che di miti rielaborati e di bisogno di sicurezza. «La storia nella sua origine non è di competenza di una scienza, ma della mitologia», hanno scritto i due autori francesi. Questo per dire che la scienza – e tanto meno la pseudoscienza psicostorica – non possiede i mezzi intuitivi per comprendere le ragioni del «rapporto mistico col mito».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 10 aprile 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nazionalsocialismo-religione-pagana.html' addthis:title='Nazionalsocialismo, religione pagana ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 17:59:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8707" class="wp-caption alignright" style="width: 234px"><img class="size-medium wp-image-8707" title="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/feldherrenhalle1-224x300.jpg" alt="Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco." width="224" height="300" /><p class="wp-caption-text">Manifestazione nazionalsocialista alla Feldherrnhalle, Monaco.</p></div>
<p style="text-align: justify;">È un vero e proprio viaggio nell’archeologia del Novecento. Non si parla infatti delle rovine di antiche civiltà, dei resti muti e affascinanti di templi o arene, ma della presenza ancora viva di testimonianze di pietra relativamente recenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte città europee nascondono nei loro anfratti memorie antiche e meno antiche, alle volte appariscenti, altre volte nascoste, quasi timidamente appartate. Basta saper guardare, ed ecco che il passato improvvisamente riappare. In Germania, ad esempio. I bombardamenti a tappeto della Seconda Guerra Mondiale, che hanno semidistrutto la quasi totalità delle città tedesche, e poi la rapida ricostruzione del dopoguerra, non sono stati sufficienti per azzerare un tessuto urbano ancora leggibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">Medioevo</a> gotico, il barocco, lo stile del neoclassicismo ottocentesco sono ancora ben presenti, uno accanto all’altro. E ben visibili sono anche le presenze del Terzo Reich, con un giacimento architettonico di tutto rispetto. Monumenti, edifici amministrativi, impianti sportivi, palazzi di rappresentanza, case d’abitazione, strutture militari: le nuove e modernissime città della Germania sono risorte accanto alle numerose realizzazioni che il “Reich millenario”, nella manciata di anni che ebbe a disposizione, riuscì a compiere. A volte soffocando ed emarginando, altre volte riutilizzando la modernità, ha comunque stabilito un suo <em>modus vivendi</em> con lo scottante passato “imperiale”: e qui noti un bassorilievo, là un fregio, certe volte un colonnato oppure un piccolo particolare, una data, un ornamento non scalpellato.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-monaco-itinerari/libro/9788890278136?a=395521" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8704" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-monaco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-monaco-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a>Molti degli edifici che fecero corona a quella vicenda folgorante che fu l’ascesa del Nazionalsocialismo sono ancora lì. Basta lasciarsi guidare da un’eccezionale iniziativa editoriale, che con una serie di pubblicazioni sta dando vita a vere e proprie guide specialistiche. Esse ci introducono alla presenza leggibile e riconoscibile del Terzo Reich nelle moderne città tedesche. Un modo di fare storia, questo, che è documentazione, testimonianza, valorizzazione della memoria di un’epoca che ha comunque segnato il Novecento, e non solo. L’iniziativa è dell’Editrice Thule Italia, si intitola <em>Orme del Terzo Reich</em>, ed è concepita come una collana, <em>Itinerari fra storia e architettura</em>, di cui sono già uscite le due monografie su Berlino e su Monaco, e di cui è annunciata come prossima una terza, quella su Norimberga.</p>
<p style="text-align: justify;">Non semplici guide, in realtà, ma molto di più. Libri di storia, documenti iconografici, e con una cura per il dettaglio che comprova la scientificità e la qualità di questa originale iniziativa. Si presentano itinerari, si ricostruiscono gli scenari storici indicandocene le attestazioni sopravvissute, aprendoci così al racconto dell’epopea politica e insieme offrendo un ricchissimo repertorio fotografico, che rappresenta decine e decine di edifici come erano all’epoca e come sono oggi, con apparati didascalici preziosi, in grado di fornire una esauriente mappatura circa la consistenza e la dislocazione dei numerosi edifici ancora oggi visibili, di quelli modificati e di quelli andati distrutti. Parliamo dunque di uno strumento utilissimo per il ricercatore, per l’appassionato di storia, per il cultore degli stili architettonici e, soprattutto, per tutti coloro che hanno a cuore l’identità storica delle nostre città europee. Che sono veri scrigni di storia, stratificazioni secolari in cui la volontà, la lotta, il destino dei nostri popoli sono incisi quasi fisicamente sulla pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inserimento della struttura urbana qual’era prima del 1945 e qual è oggi nel quadro di una ricostruzione storica e iconografica di prima qualità, permette al lettore di seguire passo passo gli avvenimenti politici e il contesto urbano in cui essi avvennero. A Monaco possiamo così, ad esempio, fermarci davanti al numero 41 di Thierschstrasse, la casa che Hitler abitò al tempo del Putsch del 1923, perfettamente tenuta, oppure davanti al terrazzo del terzo piano della Prinzregentenplatz, dove il Führer portò in seguito la sua residenza monacense, e che oggi è la ben conservata sede della polizia. Al numero 50 della Schellingstrasse, a poca distanza dalla famosa loggia ottocentesca della Feldhernnhalle, dove si celebravano i riti nazionalsocialisti, e che è stata risparmiata dai bombardamenti, si trova ancora l’edificio in cui, dal 1925 al 1931, fu stabilito il quartier generale della NSDAP. L’aquilotto in pietra, sovrastante l’architrave del portone, è ancora al suo posto: gli manca solo la testa. E, accanto, in quello che fu il negozio del fotografo Hoffmannn (le foto degli anni Trenta mostrano le vetrine piene di ritratti del Führer), oggi c’è un rivenditore di biciclette.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/orme-terzo-reich-berlino-itinerari/libro/9788890278129?a=395521" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8705" style="margin: 10px;" title="orme-del-terzo-reich-berlino" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/orme-del-terzo-reich-berlino-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Nella fitta serie di documenti del libro dell’Editrice Thule Italia dedicato a Monaco spicca la documentazione relativa a due grandi palazzi costruiti nel 1935, su progetto originale di Paul Troost: il Führerbau, al n. 21 della Arcisstrasse, dove vennero firmati gli accordi di Monaco, e il Verwaltungsbau, cioè l’edificio amministrativo del partito, sulla Meiserstrasse: entrambi intatti, oggi sono la sede dell’Accademia musicale (da cui sono state tolte solo le enormi aquile al di sopra dei loggiati esterni) e un Istituto di storia dell’arte. E la celebre Casa dell’Arte Tedesca è rimasta al suo posto, solo un po’ oltraggiata dal <em>guard-rail</em> di un recente sottopasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a Berlino, a parte i più noti edifici come lo stadio olimpico, numerose sono le tracce della nazi-Era armonicamente inserite nel quadro nella nuova megalopoli. Basta pensare al vasto edificio del Ministero dell’Aviazione di Goering, in puro stile neoclassico, oggi adibito a Ministero delle Finanze, sulla famosa Wilhelmstrasse. Oppure, all’ambasciata italiana costruita nel 1940, al palazzone dell’amministrazione comunale berlinese, costruito da Speer nel 1938, fino ai lampioni della Bismarckstrasse, che sono ancora quelli scelti dallo stesso Speer lungo l’Asse Est-Ovest da lui tracciato. Oppure, ancora, i numerosi monoblocchi dei bunker anti-aerei, la Casa dell’Arbeitsfront, l’abitazione di Leni Riefenstahl a Dahlem, il villaggio olimpico&#8230; decine, centinaia di documenti di pietra, grandi e piccoli. Forse è anche per questo che, come lamentano certi storici, in Germania il passato non passa.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 24 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quando-larcheologia-si-specchia-nel-tempo.html' addthis:title='Quando l&#8217;archeologia si specchia nel tempo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Sicilia 1943, coraggio italiano e massacri USA</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:05:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggendo il recente libro di Andrea Augello Uccidi gli italiani. Gela 1943, la battaglia dimenticata (Mursia), si verifica che anche nel caso dell’invasione della Sicilia – nonostante gli scandalosi comportamenti degli alti gradi – ci furono eroismi sconosciuti e degni di miglior fortuna. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sicilia-1943-coraggio-italiano-e-massacri-usa.html' addthis:title='Sicilia 1943, coraggio italiano e massacri USA '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8624" class="wp-caption alignright" style="width: 308px"><img class="size-full wp-image-8624" title="Sbarco delle forze armate americane a Gela." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sbarco-americani-a-gela.jpg" alt="Sbarco delle forze armate americane a Gela." width="298" height="220" /><p class="wp-caption-text">Sbarco delle forze armate americane a Gela.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Se i generali italiani si fossero prodigati per vincere la guerra con la stessa determinazione che impiegarono per perderla, la Seconda guerra mondiale probabilmente si sarebbe conclusa con una rapida vittoria dell’Asse. Questa amara considerazione, che svolse lo stesso Mussolini all’indomani dell’8 settembre, non è un <em>refrain</em> revisionista, ma una realtà di fatto da lungo tempo acquisita dalla storiografia. Ma tenuta ben nascosta dalla casta degli storici antifascisti e “democratici”. Quanto scrisse Antonino Trizzino negli anni Sessanta in due libri esplosivi come <em>Navi e poltrone</em> e <em>Settembre nero</em> appartiene a una delle pagine più vergognose della nostra storia. In questi due decisivi documenti si esponevano fatti, non chiacchiere. E si dimostrò che gli alti comandi della Marina Militare vollero la sconfitta. Collaboravano segretamente con gli inglesi, passavano direttamente a Londra informazioni militari riservate e boicottavano le iniziative italiane. Molti ammiragli avevano mogli americane e inglesi e lavoravano alacremente per i nostri nemici.</p>
<p style="text-align: justify;">Disastri decisivi come l’attacco inglese al porto di Taranto nel novembre 1940 – che mise fuori combattimento metà della nostra flotta, senza che venisse sparato un colpo a difesa – oppure come la battaglia di Capo Matapan del marzo del 1941 – che costò tre incrociatori e la morte di tremila marinai – sono stati ricondotti al comportamento degli alti gradi della Marina italiana, che avevano semplicemente passato tutte le informazioni al nemico. Personaggi come l’ammiraglio Bragadin, che non mosse un dito per contrastare gli inglesi a Taranto (che conoscevano esattamente la dislocazione di tutte le navi, dalle corazzate alle corvette), fino all’ammiraglio Lais, che consegnò pari pari a una spia inglese tutti i cifrari della nostra Marina, dando il via libera agli inglesi a Matapan: di questa sostanza era il nocciolo dirigente di una forza militare – la flotta italiana – ai tempi molto potente e temutissima, e che poteva vantare la squadra di sommergibili più forte del mondo. Ma che fu strozzata dalla stessa Supermarina: inerzia, codardia e tradimento furono i segni distintivi di quei comandi.</p>
<p style="text-align: justify;">Trizzino riportava, tra l’altro, il caso del famoso agente americano Elis Zacharias che, infiltrato dal 1942 nei nostri servizi segreti, poteva contare su larghissime complicità nell’Alto Comando Navale italiano. Le sue testimonianze avevano dell’incredibile: «gli era persino possibile influire perchè la flotta italiana non intervenisse in un’azione, se così conveniva agli Alleati». Lo stesso Zacharias spiegò nel dopoguerra che questo andazzo durava fin dall’inizio delle ostilità. I servizi segreti britannici, in verità già da molto prima del 10 giugno 1940, potevano contare sull’accesso diretto ai nostri codici e alle nostre disposizioni direttamente da Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un simile stato di cose, non meraviglia che una flotta come quella italiana – che non faceva dormire sonni tranquilli a Churchill e a Cunningham – se ne sia rimasta inutilizzata e sulla difensiva per tutto il corso della guerra, anche quando il rapporto di forze nei confronti degli inglesi – come nell’estate 1940 – era nettamente a nostro favore. Quando poi venivano impegnati per forza e controvoglia in battaglia, i comandi della nostra Marina dimostrarono regolarmente una spiccata tendenza alla vigliaccheria o alla fuga pura e semplice davanti al nemico.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono più che noti i casi criminali di Pantelleria e della piazzaforte di Augusta. Due basi inespugnabili. Che preoccupavano non poco Eisenhower. L’11 giugno 1943 Pantelleria si arrese agli angloamericani senza sparare un colpo. Si trattava di una base munitissima, con artiglierie appostate entro grotte al riparo dagli attacchi aerei. I fortissimi bombardamenti alleati praticamente neppure la scalfirono: su una guarnigione di 7400 uomini ben armati, ci furono trentasei – diconsi trentasei – soldati caduti. Tanto bastò per alzare bandiera bianca e per consegnare intatto tutto l’armanento, ivi compreso l’hangar corazzato rimasto illeso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il valoroso ammiraglio Pavesi ne ordinò la resa incondizionata, facendo credere a Mussolini che la base era andata completamente distrutta. Ad Augusta invece, dove c’erano le batterie costiere più potenti del Mediterraneo, si fecero saltare le difese prima ancora che gli Alleati apparissero all’orizzonte, il 10 luglio seguente. Bisogna ammettere che nessun popolo al mondo avrebbe potuto sostenere il peso di comandi militari di così pronunciata codardia e di così convinta dedizione al tradimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/uccidi-gli-italiani/4681" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8619" style="margin: 10px;" title="uccidi-gli-italiani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/uccidi-gli-italiani.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Nonostante ciò, i soldati italiani, pur male armati e peggio comandati, furono ugualmente in grado di scrivere grandi pagine di storia. E dimostrarono spesso un coraggio poco o punto riconosciuto. E non solo a Bir-el-Gobi o a El-Alamein o a Isbusciensky. Leggendo il recente libro di Andrea Augello <a title="Uccidi gli italiani" href="http://www.libriefilm.com/uccidi-gli-italiani/4681" target="_blank"><em>Uccidi gli italiani. Gela 1943, la battaglia dimenticata</em></a> (Mursia), si verifica che anche nel caso dell’invasione della Sicilia – nonostante gli scandalosi comportamenti degli alti gradi – ci furono eroismi sconosciuti e degni di miglior fortuna. Di solito si pensa che lo sbarco angloamericano in Sicilia sia stato il risultato di un lavoro preparatorio della mafia, che si comprò alcuni alti ufficiali garantendosi così, unitamente ai servizi segreti alleati che godevano della piena collaborazione dei nostri, l’immediata fuga dei comandi e quindi, inevitabilmente, quella dei soldati semplici. E non si sbaglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, ci fu anche l’altra faccia della medaglia. Descrivendo la battaglia che si ingaggiò a Gela dal 10 luglio ‘43, in cui sparute forze italiane e tedesche dovettero fronteggiare la flotta d’invasione più gigantesca che fino ad allora si fosse mai vista, Augello afferma che «i battaglioni costieri hanno fatto molto più del loro dovere», riportando perdite gravissime, che testimoniano di una resistenza inizialmente molto tenace. In due giorni di lotta, a Gela rimasero sul campo più di duemila soldati e oltre duecento ufficiali italiani. Tanto che «i fatti dimostreranno come pochissimi alti ufficiali, demotivati e imbelli, basteranno a gettare un’ombra, soprattutto ad Augusta e a Palermo, sul valore, complessivamente buono e a volte straordinario, dei difensori dell’isola». Lo stesso fenomeno delle diserzioni, nei primi giorni, fu contenuto nei limiti fisiologici di ogni esercito. Ma fu soltanto col tracollo psicologico del 25 luglio che, sull’esempio dei comandi che si dettero alla fuga in zona di operazioni, si ebbe uno squagliamento generale delle truppe: per dire, nell’agosto, la sola divisione “Assietta” denunciò la diserzione di oltre novemila elementi. Tali sintomi preannunciarono il disfacimento completo dell’8 settembre.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, prima dello sfacelo, per qualche giorno la battaglia di Gela, e con essa l’intero scacchiere siciliano, rimasero in bilico su chi fosse il vincitore. Augello riporta che, nonostante lo strapotere aereo, la potenza di fuoco della flotta che batteva le linee costiere e la grande superiorità di mezzi degli americani, la serie dei nostri contrattacchi locali arrivò a un soffio dal riportare una clamorosa vittoria. Modesti reparti corazzati leggeri italiani riuscirono a rientrare a sorpresa nel centro di Gela, mentre alcune colonne della divisione Hermann Goering si riportarono in vista della spiaggia. Tanto che nella mattinata del giorno 11 luglio, come risulta da un controverso radiomessaggio americano intercettato dagli italiani, il generale Patton in persona avrebbe addirittura ordinato il reimbarco. Vero o falso, è un fatto che in quelle ore «c’era molta confusione tra le file americane e molti reparti ripiegavano con un certo disordine verso le spiagge». La mancanza di riserve adeguate e soprattutto il mancato coordinamento tattico tra italiani e tedeschi (vecchia piaga di tutta la guerra) permise agli americani di cavarsela. E questo nonostante il fatto che fossero afflitti da una storica inefficienza: anche in Sicilia, come più tardi accadrà in Normandia e ad Arnhem, si ebbe ad esempio il caso di lanci massicci quanto dissennati di paracadutisti: nella sola zona di Scicli, come documenta Augello, gli italiani ne catturarono o eliminarono oltre duecento.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia di Gela fu molto più importante di quanto di solito la storiografia riporti. Il suo svolgimento, qualora il coraggio e l’iniziativa italiana (i tedeschi in zona erano presenti solo con pochi e inesperti reparti della Hermann Goering) non fossero stati il frutto di isolati ufficiali, ma di una strategia globale, dimostra che anche con pochi mezzi gli americani potevano essere battuti. Del resto, è storia del Novecento ed anche odierna: quando l’esercito USA – abituato ad affidare all’arma aerea il lavoro grosso e non aduso a battaglie campali – viene affrontato da piccole, ma tenaci unità fortemente motivate, soffre e va in confusione, e non di rado non viene a capo della situazione e alle volte perde anche qualche guerra importante.</p>
<p style="text-align: justify;">A lato dei fatti d’arme, abbiamo poi il capitolo legato ai massacri portati a termine dai “liberatori”. Sulla scorta di una dichiarazione di Patton ai suoi ufficiali nei giorni precedenti lo sbarco, intesa a raccomandare di non fare prigionieri tra gli italiani, i soldati USA si comportarono di conseguenza. Caso emblematico è il noto crimine di guerra consumato dagli americani a Biscari, quando una settantina di prigionieri italiani vennero massacrati e finiti con un colpo alla nuca. Ci furono violenze sui militari e sui civili, che si sommarono agli inutili bombardamenti di intere zone prive di interesse militare e ai mitragliamenti a bassa quota di contadini, carretti, biciclette, secondo una prassi “democratica” che avrà il suo apogeo nel prosieguo della guerra, in tutta Europa. Augello commenta: «La strage dei prigionieri italiani è quindi solo l’estrema conseguenza di una catena di violenze che non risparmia le donne e che vede nell’annientamento dei prigionieri la spietata vendetta per le perdite subite».</p>
<p style="text-align: justify;">Registriamo, nel concludere, alcune considerazioni di Augello relativamente al comportamento dei civili siciliani nei confronti dei “liberatori”. Egli in qualche maniera corregge l’immagine che tutti abbiamo in ricordo dei filmati visti tante volte: masse di popolani che accolgono gli angloamericani, anziché a fucilate, a braccia aperte, con gesti e atteggiamenti servili. L’autore afferma che in larga parte questi comportamenti furono un lavoro della mafia, che procurò picciotti in quantità per le necessarie manifestazioni di giubilo. Può essere. E aggiunge che, d’altra parte, la Sicilia nel 1944-45 «fu l’unica regione italiana in cui si verificarono manifestazioni e persino violenti episodi insurrezionali contro il governo Badoglio, che culminarono in sanguinosi atti di repressione». Anche la guerra in Sicilia, insomma, ha bisogno di un bel bagno revisionista.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 5 giugno 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/sicilia-1943-coraggio-italiano-e-massacri-usa.html' addthis:title='Sicilia 1943, coraggio italiano e massacri USA ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Psicopatici contro Degrelle</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 13:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il secco e l’umido di Jonathan Littell, un pamphlet contro Léon Degrelle, è un tipico caso clinico di patologia psichica molto politicamente corretta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/psicopatici-contro-degrelle.html' addthis:title='Psicopatici contro Degrelle '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8548" style="margin: 10px;" title="degrelle-uniforme-feldgrau-esercito" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/degrelle-uniforme-feldgrau-esercito-286x300.jpg" alt="" width="286" height="300" />L’antropologia culturale conosce da sempre un fatto: in ogni epoca e presso tutti i popoli, la cultura umana, così come la stessa natura, sono strutturate per coppie di opposti: sole-luna, verticale-orizzontale, buono-cattivo, luce-tenebra, amore-morte, puro-impuro, etc. Tutti sanno che questa costante polarità è stata individuata come base di ogni <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>: ad esempio, da <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/mircea-eliade/">Mircea Eliade</a></span>, nel suo discorrere della fondamentale opposizione sacro-profano. Lo stesso cristianesimo, basta pensare all’Apocalisse di Giovanni, è dominato dalla coppia di opposti bene-male. È appena uscito un piccolo libro, <a title="Il secco e l'umido" href="http://www.libriefilm.com/il-secco-e-lumido/9902" target="_blank"><em>Il secco e l’umido. Una breve incursione in territorio fascista</em></a>, di Jonathan Littell (Einaudi), che appunto sui due opposti gioca il suo assunto: l’autore afferma che questo modo di intendere le cose è tipicamente “fascista”. E individua il “fascista-tipo” in Léon Degrelle, vedendo in ogni pagina dei suoi racconti di guerra l’opposizione tra ciò che è asciutto, e quindi per il “fascista” è giusto, sano e umano, e ciò che invece è umido, e che rappresenta l’oscuro, l’informe, il malvagio. Da una parte i tedeschi o i volontari valloni, eretti e verticali, dall’altra le masse bolsceviche, orizzontali e melmose. Questo, secondo Littell, testimonia la bassezza morale e la disumanità congenite del “fascista”. Littell era già noto per aver scritto un romanzo di mille pagine, intitolato <a title="Le benevole" href="http://www.libriefilm.com/le-benevole/9903" target="_blank"><em>Le benevole</em></a>, pure pubblicato in Italia da Einaudi &#8211; in cui si narra la vita di un ufficiale nazista implicato in tutte le nefandezze possibili &#8211; e che fece rumore alla sua uscita: l’autore si segnalava come un virtuoso della descrizione trucida e del particolare rivoltante.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi osserviamo che, per il tipo di prosa, per le scelte lessicali e le ossessioni che la governano, la mente di Littell ha un vizietto: su di essa i nazisti fanno colpo. Il suo immaginario ne è saturo. Come spesso accade, si ripete in qualche modo la sindrome del “portiere di notte”: i nazisti sono cattivi e spietati… ma quanto mi piacciono! Questo il <em>background</em> psicopatico di certi antifascisti afflitti da inconfessabili complessi d’inferiorità. Così, adesso, Littell ha una nuova crisi di attrazione-repulsione per il “fascista”, e ci riprova con questo piccolo saggio sull’abiezione. La sua. Avvertiamo che siamo di fronte a un momento topico della mentalità progressista di ultima generazione, un vero capolavoro dello psicologismo post-freudiano: dire “il secco e l’umido”, nelle intenzioni dell’autore, significa parlare della nevrosi paranoide che connoterebbe ogni “fascista”. Infatti, per Littell il “fascista” non è un uomo normale, anzi non è neppure un uomo. Ma, secondo le più pedestri vulgate post-freudiane, è un torbido coacervo di paure, di angosce represse, di innominabili perversioni. Al cui vertice starebbero proprio l’odio e il terrore per ciò che è liquido, che nasconde la femmina, il diverso, l’oscuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-secco-e-lumido/9902" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8549" style="margin: 10px;" title="il-secco-e-lumido" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-secco-e-lumido-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Ma Littell stesso, secondo questa sua tipologia, rappresenta alla perfezione il “fascista” come lui si immagina che sia: ossessionato da una forma alla quale si sente opposto. Littell è perseguitato infatti dalla figura del “fascista”, questo è il suo trauma. Il “fascista” di Littell testimonia la demenza dell’analista: egli condanna chi odia il “diverso”, ma nello stesso momento crea un’antropologia criminale e depravata di questo stesso “diverso”, cioè lo imita. Littell odia il “fascista”, un “tipo” partorito dalle sue paure, e che spadroneggia nella sua fantasia. Ma ne scrive troppo e troppo visceralmente. Dietro, dev’esserci un complesso irrisolto dell’autore. Dietro, freudianamente, deve esserci certo qualche trauma patito nell’infanzia&#8230; Littell, vogliamo dire, è esattamente il “fascista” che descrive. Egli sfoga odio metafisico, de-umanizza Degrelle, lo addita al disprezzo, ne esige la condanna senza appello: messo in un campo di concentramento dalla parte degli sbirri, non si può dubitare che Littell sarebbe il più sadico e il più efficiente degli aguzzini.</p>
<p style="text-align: justify;">In modo lampante, i suoi scritti presentano un fuoco persecutorio che è patologia allo stato puro. Non occorrono sofisticate analisi scientifiche sull’inconscia polisemia del linguaggio di Littell. Egli è nascostamente, ma chiaramente attratto da certi dettagli del mondo fascista, e senza volerlo lo rivela: ad esempio, l’omosessualità di Ernst Röhm, di cui accenna: e poi, il protagonista del suo <a title="Le benevole" href="http://www.libriefilm.com/le-benevole/9903" target="_blank"><em>Le benevole</em></a>, che è un nazista pederasta… Ciononostante, il “fascista” immaginato da Littell ripudia l’omosessualità, dunque è un nevrotico, uno spostato mentale. Littel non si arresta alla contraddizione, va oltre, nei pascoli del suo infelice psicologismo: pederasta o no, il “fascista” è comunque un essere immondo, così deve essere. Per avere un’idea dello squilibrio psichico di questo nuovo campione dei salotti-bene della borghesia progressista che è Littell, leggiamo il seguente passo da <a title="Il secco e l'umido" href="http://www.libriefilm.com/il-secco-e-lumido/9902" target="_blank"><em>Il secco e l’umido</em></a>: «Il potere deterritorializzante dell’ano è davvero troppo corrosivo, la sodomia minaccia i limiti in un modo sostanziale, che il fascista non è in grado di tollerare… è un peccato che Degrelle non sia mai stato capace di aprirsi a questa forma di piacere: forse, per diventare un essere umano, gli mancava appunto solo una bella inculata…». Potrebbe essere espressa meglio di così la violenza del lessico e dell’ideologia da fogna di Littell? Non si attua qui una tetra dis-umanizzazione dell’Altro, una cieca intolleranza contro il “diverso”? Degrelle non è neppure un essere umano… almeno fosse stato pederasta, invece niente, tra tante depravazioni il capo rexista non ebbe neppure quell’unica virtù. Di tale specie è lo psicodramma in cui si dibatte lo scrittore, questa recentissima icona post-freudiana, questo seguace di successo di Guattari e di Deleuze, i guru della cosiddetta “antipsichiatria francese” che va tanto di moda…</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-8550" style="margin: 10px;" title="degrelle" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/degrelle.gif" alt="" width="206" height="297" />La demenza dell’analista, dicevamo: «<em>La campagne de Russie</em> è innanzi tutto una grossa operazione di salvataggio dell’Io degrelliano… la scrittura permetterà a Degrelle di tenere sotto controllo le acque che sommergono la sua psiche…». Questa è la tesi di fondo del libello. Ma prendiamo qualche perla qua e là. Littell scrive che, dalle memorie di guerra di Degrelle intitolate <em>La campagne de Russie</em> (un libro in Italia conosciuto come <em>Fronte dell’Est</em>) si scopre ovunque la tara del “fascista”. Ad esempio, nell’episodio dei prigionieri russi che si cannibalizzano per fame. Ciò accadde veramente, e lo stesso Littell dice essere stato «certo una realtà, peraltro poco sorprendente viste le condizioni di detenzione». Ma a Littell non interessa la realtà. Il fatto che Degrelle descriva questa manifestazione dell’orrore, e che la deplori, diventa subito per Littell una prova d’infamia: ecco qua il depravato “fascista”, quello che prova ribrezzo di fronte a certe abiezioni nemiche. Il “fascista” Degrelle è sempre malato e patologico: quando narra l’orrido, quando descrive gli assalti animaleschi di certe soldataglie, quando cerca di separare la miseria, la bruttezza della morte al fronte, gli aspetti grotteschi dei cadaveri, dalla sua integrità, dalla sua voglia umana di uscire pulito da tanto abbrutimento. Il “fascista” è sempre per Littell un paranoico: «ciò che è in gioco, per il fascista, è l’integrità del suo corpo…». Ne deduciamo, secondo logica, che per l’antifascista l’integrità del corpo non sia un valore. E poi: «…il corpo è essenzialmente un sacco pieno di liquido… e, quando viene aperto, il liquido cola da ogni parte. E questo deflusso, questa liquefazione corporea, terrorizza il fascista…». E l’antifascista? Non si terrorizza davanti a questi spettacoli? Littell ce l’ha con il “fascista”, con il “maschio-soldato”, a tal punto da smarrire completamente il contatto con la realtà, da confondere il sano con l’insano, da parlare letteralmente a vanvera: siamo di fronte a un caso clinico. Il matto che dà del pazzo al sano. Di tal fatta sono gli “intellettuali” che vanno per la maggiore nel mondo alla rovescia dei progressisti. Prendiamo nota di questi sottomondi che ci vivono accanto. Essi sono la spia del disagio mentale che governa la tarda “democrazia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non parleremmo tanto di questo autore bisognoso di amorevoli cure psichiatriche, se non fosse che rappresenta come meglio non si potrebbe la catastrofe mentale della cultura occidentale. Egli è un vero archetipo. Bisogna conoscerlo. Bisogna leggerlo. Bisogna vincere il naturale senso di nausea. Nelle sue pagine corre a valanga il male oscuro della nostra civiltà. Littell rappresenta con esattezza fotografica il risultato del lavoro di Freud, di Fromm, di Wilhelm Reich e dei loro innumerevoli seguaci: Freud è quello che diceva che la <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/" target="_blank">religione</a> nasconde la nevrosi ossessiva… e oggi i suoi nipotini ci dicono che chi si tira fuori dal sudicio, dall’immondo, dall’abietto è un nemico, è un non-uomo. E il nemico è “il fascista”, entità apocalittica, epifania satanica, modello disumano del non-essere: non c’è in questi modelli un riverbero di antichi abominii biblici? E non è Littell un perfetto alienato “fascista”, secondo la sua fantastica tipologia di Degrelle? Poiché il “fascista” di Littell e dei suoi maestri non è affatto il fascista in carne ed ossa quale fu nella realtà, con la sua forza e le sue debolezze, ma quello che hanno forgiato i loro incubi notturni. Littell non è un caso isolato. Egli stesso, nel dar fondo al suo odio fobico, dice di essersi ispirato al libro di Klaus Theweleit <em>Fantasie virili. Donne, flussi, corpi, storia. La paura dell’eros nell’immaginario fascista</em>, uscito in Germania nel 1977 e parzialmente tradotto in Italia nel 1997 da Il Saggiatore. Il medesimo Theweleit, firmando una postfazione a <a title="Il secco e l'umido" href="http://www.libriefilm.com/il-secco-e-lumido/9902" target="_blank"><em>Il secco e l’umido</em></a>, si lamenta che all’epoca il suo libro non ebbe molto successo in Europa… ma in compenso andò meglio negli Stati Uniti. Sentite perché: «L’accoglienza più calorosa riservata al libro dagli storici statunitensi si spiega con il fatto che molti figli di ebrei rifugiatisi negli Stati Uniti per sfuggire alla Shoah vivono e insegnano nelle <em>campus communities</em>…». Sospettavamo qualcosa del genere. Adesso ce ne viene data diretta conferma. <a title="Il secco e l'umido" href="http://www.libriefilm.com/il-secco-e-lumido/9902" target="_blank"><em>Il secco e l’umido</em></a> è il documento di uno psicopatico, d’accordo, ma dobbiamo tenerne conto. Dietro a produzioni letterarie di questo tenore agisce un manicheismo morboso che ha ricadute nel quotidiano della nostra società. Questa mentalità patologica che devasta i tardo-progressisti la ritroviamo nell’attuale Sinistra terminale. Come ha rilevato giorni fa su <em>Il Giornale</em> Luigi Mascheroni: «A volte è vera intolleranza, ma più spesso si tratta di una emarginazione che veste i panni ancora più sudici del disprezzo o dell’indifferenza verso la cultura “di destra”». Libri come quello di Littell sono sintomi, sono «il deserto che avanza» profetizzato da Nietzsche.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 10 luglio 2009.</p>
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		<title>Il neopaganesimo di Otto Rahn</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 08:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il libro di Hans-Jürgen Lange 'Otto Rahn e la ricerca del Graal', a differenza di altri usciti anni fa sul medesimo argomento, si segnala per serietà e credibilità storiografica. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-neopaganesimo-di-otto-rahn.html' addthis:title='Il neopaganesimo di Otto Rahn '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8318" class="wp-caption alignright" style="width: 190px"><img class="size-full wp-image-8318" title="Otto Rahn (Michelstadt, 18 febbraio 1904 – Söll, 13 marzo 1939)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rahn.jpg" alt="Otto Rahn (Michelstadt, 18 febbraio 1904 – Söll, 13 marzo 1939)" width="180" height="239" /><p class="wp-caption-text">Otto Rahn (Michelstadt, 18 febbraio 1904 – Söll, 13 marzo 1939)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il caso di Otto Rahn è ormai noto: è la storia di un giovane romantico, che insegue un sogno. Un giorno entra in contatto con un potere sensibile al mito – il Terzo Reich -, che lo lancia e lo valorizza: ciò che presto lo porta a credersi una specie di nuovo cavaliere templare. Il mito del Graal, quello di una società di puri e di idealisti, di un regno dello spirito, popolava il suo immaginario. Certo del legame storico tra l’eresia dei Catari e la poesia dei trovatori medievali, l’una è l’altra viste come sopravvivenza pagana sotto la scorza del cristianesimo ufficiale, Rahn si convinse che il fulcro di questa cultura si fosse trovato un tempo nel castello provenzale di Montségur, alle pendici dei Pirenei. Proprio il luogo dove, nel 1244, avvenne il finale sterminio dei Catari da parte della Chiesa. In questa zona, intorno al 1929, Rahn svolse ricerce, percorse grotte e camminamenti, rintracciò graffiti e interpretò <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> arcani. Alla fine raccolse il tutto e scrisse il celebre libro <em>Crociata contro il Graal</em>, pubblicato nel 1933. L’incontro fatale con Himmler, anch’egli interessato alla storia delle eresie e all’universo dei <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a> pre-cristiani, il pronto arruolamento e la rapida ascesa nelle SS, portarono però Rahn a inciampare nel suo piccolo-grande segreto. Sembra infatti che una mal vissuta omosessualità sia stata all’origine delle sue dimissioni dall’Ordine Nero nel 1938 e infine del suo suicidio, avvenuto per congelamento tra le montagne del Tirolo, nel marzo del 1939. Rahn rimase vittima di un trauma, per esser stato coinvolto in un piccolo scandalo omoerotico? Non resse il clima ideologico delle SS? Venne forse spinto a quel gesto? O ci arrivò da solo, per evitare l’isolamento sociale e magari la persecuzione?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.aseq.it/otto-rahn-e-la-ricerca-del-graal.html" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8319" style="margin: 10px;" title="lange-rahn" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lange-rahn-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>A queste domande cerca di fornire riposta un testo molto buono, da poco tradotto in italiano dalle Edizioni Settimo Sigillo: <a title="Otto Rahn e la ricerca del Graal" href="http://www.aseq.it/otto-rahn-e-la-ricerca-del-graal.html" target="_blank"><em>Otto Rahn e la ricerca del Graal</em></a>. Biografia e fonti, di Hans-Jürgen Lange. Diciamo subito che questo libro, a differenza di altri usciti anni fa sul medesimo argomento, si segnala per serietà e credibilità storiografica. Una volta tanto, la materia viene lavorata non dal dilettante, ma dallo studioso. E a parlare non sono le sparate a sensazione, ma i documenti. Lange infatti dedica un’intera sezione del suo libro all’interessante e in gran parte inedita documentazione rinvenuta in vari archivi tedeschi. Eloquente quella relativa alla corrispondenza tra Rahn e lo scrittore Albert Rausch prima del 1933, in cui, insieme alla passione per il santo Graal, traspaiono chiari cenni all’omosessualità del giovane intellettuale. Inoltre, viene presentato al lettore italiano un <em>corpus</em> di lettere, appunti, lavori radiofonici, comunicazioni di Rahn con lo studioso Antonin Gadal, con le SS, con Himmler in persona e con Wiligut, il bizzarro collaboratore austriaco del <em>Reichsführer</em> in materia di esoterismo.</p>
<div id="attachment_8320" class="wp-caption alignright" style="width: 269px"><img class="size-full wp-image-8320" title="Castello di Montségur" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/montsegur.jpeg" alt="Castello di Montségur" width="259" height="194" /><p class="wp-caption-text">Castello di Montségur</p></div>
<p style="text-align: justify;">L’idea centrale da cui Rahn era tutto pervaso sin giovane era che l’eresia catara fosse un giacimento culturale risalente all’epoca pagana e che nella sua teologia nascondesse rimandi ai saperi sacrali pre-cristiani. Questo assunto, per la verità, è stato da tempo smentito in sede storica e lo stesso Lange non mostra di tenerlo in gran conto. Il catarismo era un’eresia manichea tutta incentrata sul rifiuto del mondo, sul disprezzo del corpo, sulla negazione della fertilità del matrimonio: una teologia cupa, che metteva l’uomo nella disperante condizione di vivere la vita con un senso di ostilità, solo aspirando alla morte liberatrice, ricercata volontariamente nel suicidio rituale chiamato <em>endura</em>. Come si vede, si tratta dell’esatto contrario dell’antico paganesimo, sia il greco-romano che il nordico, che al contrario attribuiva alla bellezza del corpo, alla vita, alla figura umana e alla discendenza nobilitazioni di sacra potenza. Tuttavia, qualcosa di pagano certamente filtrò presso quegli eretici: la loro quasi sicura provenienza orientale – identificata con il “bogomilismo” &#8211; unitamente a tratti di neo-platonismo, si intrecciava alla concezione manichea di una costante lotta cosmica tra i principi luminosi del bene e quelli tenebrosi del male. E di queste speculazioni era ricolma l’antica mitologia europea. Tutto preso dall’idea di essere stato eletto dal destino per portare al mondo la sua rivelazione, Rahn si diceva un predestinato. E dall’aver frequentato da ragazzo la zona di Ketzerbach (il “torrente dei Catari”) nei pressi di Marburgo, egli traeva sicuri indizi della sua missione: doveva rivelare ciò che la Chiesa aveva occultato, cioè il legame tra i catari e il paganesimo e quello tra gli eretici e i poeti trovatori del <a title="medioevo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/medioevo/">medioevo</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8317" style="margin: 10px;" title="parzival" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/parzival1.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Rahn vedeva in Wolfram von Eschenbach, il famoso poeta cortese autore del <a title="Parzival" href="http://www.libriefilm.com/parzival/9773"><em>Parzival</em></a>, il terminale di una tradizione che si sarebbe tramandata dai Catari sino in Germania, diventando il patrimonio della cultura europea duecentesca, incentrata sull’asse provenzale-germanico. La stessa etimologia di Wolfram – argomentava Rahn – rimandava a quella di Trencavel, nome di una nobile famiglia della Linguadoca. Attraverso questi sottili legami, insomma, sarebbe avvenuto quel <em>transfert</em> culturale che aveva costruito nel cuore dell’Europa cristiana un’<em>enclave</em> neopagana, alla fine distrutta dalla crociata albigese guidata dalla Chiesa. Non è tanto l’entrare nel merito della questione, che qui ci interessa. La stessa nascita della poesia italiana in Sicilia e in Toscana, del resto, è stata da più parti giudicata come il frutto di legami europei che avevano al loro centro la Provenza, i suoi miti cavallereschi, il perdurare di tradizioni pagane <em>sub specie cristiana</em>. Ciò che interessa è invece verificare che la figura storica di quel singolare ricercatore che fu Rahn ha un suo spessore. Troppo spesso affidato a ricostruzioni improvvisate, infatti, Rahn si presenta come un intellettuale impegnato nella lotta per l’identità europea, ricco di spunti e non di rado affascinante. La sua è piuttosto una metastoria, una cripto-teologia, e non importa molto che venga o meno confermata dai fatti. Egli si muove nell’ambito della cerca mitica. E il mito ha bisogno di un alone di mistero. Lo sforzo di Rahn era quello di uscire dal dogma e di agitare un mito europeo. Di qui la sua rielaborazione della figura di Lucifero, l’angelo caduto, rivalutato ad annunciatore di un mondo buono fatto di luce: «Che cos’è Graal? Graal è la terra della luce, della purezza. Graal è il sogno più profondo dell’anima umana, che dalle angustie terrene aspira alla perfezione immacolata», scrive Lange.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.uscocchia.org/esoterismo-spiritualismo/40-crociata-contro-il-graal.html" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8316" style="margin: 10px;" title="crociata-contro-il-graal" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/crociata-contro-il-graal.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>E lo stesso Lange ricorda come, secondo Rahn, il Graal non fosse una coppa, ma piuttosto la pietra lucente che Lucifero recava sulla fronte, <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di purezza, di una ricerca che in antico si era espressa con l’immagine del Vello d’oro: qualcosa che solo a pochi eletti toccava in sorte di raggiungere. Rahn sosteneva che fu il trovatore Guiot di Provins a passare a Wolfram il tema di Parzival e quindi a dare vita a questo complesso poetico che sfuggiva alla teologia cristiana, presentandosi come un sapere alternativo. Un sapere arcaicissimo. Lange scrive assai bene che l’origine iranica della saga di Parsifal, intuita da Rahn, è stata recentemente comprovata dagli studiosi: ecco che dunque un concatenamento con il catarismo diverrebbe più credibile, dato che anche a quest’ultimo si danno origini legate all’Oriente. Rahn lavorava dunque su materiali mitici, ma non irrealistici. Tanto bastò per far drizzare le antenne a Himmler, avido di qualunque cosa richiamasse l’idea di “purezza” e di “elezione”, e che come capo delle SS andava setacciando ovunque nel mondo ogni sorta di tradizione arcaica, per vedere se non celasse tracce di antica sapienza ariana. Il contatto fu presto stabilito. Nel marzo del 1936 Rahn viene arruolato nelle SS col grado di <em>Unterscharführer</em> e subito entra nell’<em>entourage</em> di Himmler, per il quale compie ricerche genealogiche. È da notare che Rahn, che oggi spesso viene presentato come “nazista per caso” o peggio niente affatto nazista, ci tenne a far sapere che, quando era in Francia negli anni Venti, aveva compiuto studi che andavano nel senso dell’ideologia nazionalsocialista, prima ancora di sapere che la NSDAP esistesse: presentava se stesso come un precursore. Rahn era amico di Hans Peter des Coudres, curatore della biblioteca del “santuario” nazista di Wewelsburg, era in rapporti stretti con Kurt Eggers, editorialista dello “Schwarze Korps”, la rivista ufficiale delle SS, riceveva favorevoli recensioni da parte di Hermann Keyserling, famoso intellettuale vicino al regime, lavorava fianco a fianco con Wiligut, lo studioso di runologia e ideologo radicale dell’esoterismo nordicista, e alla fine venne promosso a <em>Untersturmführer</em>. Si può dire dunque che fosse perfettamente inserito nel sistema ideologico e di potere del Terzo Reich. Nel 1937 venne degradato per una storia tra omosessuali e temporaneamente spedito a Dachau per “rieducarsi”: doveva semplicemente addestrare le reclute. Presto reintegrato nei ranghi, Rahn entrò in una spirale psicotica. Cominciò a riempirsi di paure e di dubbi, gli cedettero i nervi: «egli stesso sapeva di non essere adeguato alle alte esigenze morali di questo Ordine a causa della sua omosessualità», commenta Lange. Chiese e ottenne le dimissioni dalle SS nel febbraio 1939, e nel marzo fu trovato morto tra i monti tirolesi. Ma nella sua biografia rimangono zone grigie. Non sappiamo veramente come andò il finale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.orionlibri.com/index.php?page=showbyid&amp;idn=975" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8315" style="margin: 10px;" title="la-corte-di-lucifero" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-corte-di-lucifero.jpg" alt="" width="200" height="283" /></a>Ciò che viene chiarito è invece il forte attaccamento di Rahn per il mondo delle SS, in cui vedeva una specie di Ordine neo-medievale che gli appariva ideale per assecondare il suo disegno ideologico. La riedizione del suo libro del 1937 <a title="La corte di Lucifero" href="http://www.orionlibri.com/index.php?page=showbyid&amp;idn=975"><em>La corte di Lucifero</em> </a>– una sorta di viaggio europeo alla ricerca di testimonianze pagane – venne sollecitata dalle SS ancora nel 1943 in quanto testo ideologicamente importante ed ebbe vasto successo negli ambienti del radicalismo nordicista. E il suo suicidio venne celebrato dalle SS come un esempio di fedeltà nibelungica al senso germanico dell’onore. Lo stesso Karl Wolff, braccio destro di Himmler, vergò l’annuncio mortuario. Lange riporta che qualcuno ha testimoniato, molti anni dopo, che a Rahn fu lasciata la decisione tra il suicidio con onore e il campo di concentramento. Può essere. Pare però discutibile che il regime si volesse sbarazzare di un valido intellettuale ben allineato, solo per una piccola storia omosessuale, facilmente tacitabile. A certi livelli, si sa, le cose si accomodano. Non sarebbe stata la prima volta. Fu lo stesso Ordine Nero a dare disposizione che non si parlasse più delle debolezze di Rahn, ma solo del suo valore di studioso&#8230; Per altro, crediamo che le SS avessero i mezzi per mettere a tacere lo scandalo, se mai scandalo ci fu. Probabilmente, si è più vicini al vero se si ipotizza un crollo caratteriale: Rahn era un emotivo, forse – almeno da quanto si legge nella sua corrispondenza – anche un po’ immaturo e insicuro&#8230; un carattere diciamo non proprio adattissimo a stare nei ranghi delle SS. Alle quali teneva molto. Lo scrisse lui stesso direttamente a Himmler nel 1937: «Farò di tutto, nello svolgimento dei miei doveri in modo impeccabile&#8230; per riscattare, almeno in parte, il mio comportamento lesivo dell’onore delle SS&#8230;». Questa frase è una spia: sarà stato proprio la delusione inferta a se stesso e all’Ordine Nero a farlo crollare. E dunque possiamo dirlo: Rahn cercò la morte perchè dovette sentirsi colpevole di aver macchiato la purezza del santo Graal.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 25 ottobre 2009.</p>
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		<title>“Femminilità metallica”: le forme del Futurismo</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 14:33:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/%e2%80%9cfemminilita-metallica%e2%80%9d-le-forme-del-futurismo.html' addthis:title='“Femminilità metallica”: le forme del Futurismo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><div id="attachment_8118" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8118" title="Valentine de Saint-Point (Lione, 16 febbraio 1875 – Il Cairo, 28 marzo 1953)." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/valentine-de-saint-point-300x200.jpg" alt="Valentine de Saint-Point (Lione, 16 febbraio 1875 – Il Cairo, 28 marzo 1953)." width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Valentine de Saint-Point (Lione, 16 febbraio 1875 – Il Cairo, 28 marzo 1953).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sembrerà impossibile che dal Futurismo, che nel suo famoso <em>Manifesto</em> del 1909 aveva predicato il “disprezzo della donna”, siano invece uscite alcune tra le idee più moderne ed emancipatrici del “sesso debole”. E che il vero femminismo di punta, all’epoca, fosse imbracciato proprio dalle donne futuriste che circondavano Marinetti.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, infatti, il “disprezzo” marinettiano si indirizzava a quel tipo di donna che compariva nei romanzi di scuola dannunziana: tutti quei sospiri, quei languori, quelle frasi retoriche&#8230; e poi quel sentimentalismo che uccide la volontà, che rende l’uomo un burattino impotente. Marinetti, con la tempra di lottatore che aveva, alle accuse di odiare le donne rispose subito alla sua maniera. Nessun disprezzo per le donne, disse, ma solo per un certo tipo di esse: quelle sottomesse e timorate, oppure vittime del romanticismo da operetta, una cosa che proprio non poteva sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli invece ammirava la femmina guerriera, e non ci mise nulla a plasmare un ideale in linea col suo programma di battaglia: la femminilità metallica. Con decenni di anticipo su <a title="Ernst Jünger " href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/ernst-junger/">Jünger</a> e il suo <em>Arbeiter</em> d’acciaio, Marinetti s’inventò un tipo umano adatto all’epoca industriale, che pretendeva il dominio sulla tecnica e che faceva della guerra, del coraggio, dell’audacia, della giovinezza sempre e comunque una poesia esistenziale: in questo clima di tensione invocò l’uomo maschio e volitivo, tutto slancio e volontà. Ma anche sulla donna aveva le idee chiare: voleva «la donna-istinto, la donna animale, l’amazzone irrazionale e istintiva, protesa eroicamente, proprio come il suo compagno futurista&#8230;». C’era da conquistare un mondo, da rovesciare una società, e i futuristi intendevano dar vita a una razza di indomiti, uomini e donne, barbari modernissimi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/le-amazzoni-del-futurismo/9742" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8116" style="margin: 10px;" title="le-amazzoni-del-futurismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-amazzoni-del-futurismo.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Il tema della femmina futurista è un apice della cultura e della società del primo-Novecento, e bisogna dire che non ha avuto seguito, se non in quel drappello di donne colte e emancipate che al tempo debito misero la camicia nera, diventando squadriste. Caratterini in totale controtendenza con la morale dell’epoca, che voleva la donna tutta casa-e-chiesa, ubbidiente e castissima. Il recente volume di Valentina Mosco e Sandro Rogari <a title="Le amazzoni del futurismo" href="http://www.libriefilm.com/le-amazzoni-del-futurismo/9742" target="_blank"><em>Le Amazzoni del Futurismo</em></a> (edito da Academia Universa Press), getta un fascio di luce su un argomento poco noto. Si riscoprono formidabili inquadrature di un’epoca che, per certi versi, era più avanti della nostra. Sicuramente erano anni in cui circolavano più classe, più cultura, più idee. E dunque ecco poetesse, danzatrici, romanziere, attrici, registe di teatro: personalità a tutto tondo, protagoniste della loro epoca, ragazze e giovani donne che davano del filo da torcere agli uomini. Non si trattava delle “fatalone”, delle “madame Bovary”, ricche e sfaccendate, che sono sempre esistite, coi loro effimeri scandali. Qui c’era un programma. Roba d’avanguardia. Ad esempio, lo straordinario “Manifesto della Lussuria”, stilato nel 1913 da Valentine de Saint-Point, romanziera, drammaturga, pittrice, danzatrice, che diffuse il Futurismo in Francia ed era acerrima nemica del femminismo borghese: per lei i diritti delle donne erano più morali che civili. Nel Manifesto parlò di liberazione sessuale, di vita “brutale” ed “energica”, in una specie di paganesimo naturista da far invidia ai recenti fenomeni di eguale segno e in ritardo di quasi un secolo: «L’Arte e la Guerra sono le grandi manifestazioni della sensualità; la Lussuria è il loro fiore&#8230; la Lussuria incita le energie e scatena le forze&#8230; la Lussuria è la ricerca carnale dell’ignoto». Fece della sessualità quasi una mistica della carne, arrivando a elogiare le forze più scatenate dell’istinto: «È normale che i vincitori, selezionati dalla guerra, giungano fino allo stupro, nel Paese conquistato, per ricreare la vita».</p>
<p style="text-align: justify;">A questi radicalismi non giunse mai neppure Marinetti, battuto sul suo stesso terreno. Valentine negli anni Venti si trasferì in Egitto, divenne una battagliera sostenitrice del nazionalismo arabo contro il colonialismo inglese, venne attratta dal sufismo appreso da <a title="René Guénon" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/rene-guenon/" target="_blank">Guénon</a>, di cui divenne amica, e alla fine morì al Cairo povera e dimenticata, nel 1953.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/come-si-seducono-le-donne/9745" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8117" style="margin: 10px;" title="come-si-seducono-le-donne" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/come-si-seducono-le-donne-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Ma di vite eccezionali, le donne futuriste ne ebbero parecchie. Si trattava infatti di un’avanguardia culturale d’<em>élite</em>, di “superdonne” che sarebbero piaciute a Nietzsche più di tanti uomini. Fanny Dini, ad esempio. Nel 1917 scrisse un elogio del libro di Marinetti <a title="Come si seducono le donne" href="http://www.libriefilm.com/come-si-seducono-le-donne/9745" target="_blank"><em>Come si seducono le donne</em></a> (recentemente ripubblicato dalla Vallecchi) e scrisse che il capo futurista era «riuscito a vedere le donne come sono: le creature più felinamente e più voluttuosamente animali che esistano». La Fanny, che collaborava a <em>L’Italia Futurist</em>a e al <em>Nuovo Giornale</em> di Firenze, prese parte alle lotte politiche degli anni Venti, scese in piazza in camicia nera e fu una delle squadriste di punta: nel 1922 partecipò alla Marcia su Roma, poi, collaboratrice del giornale <em>Il Balilla</em>, fu sempre accanto al regime scrivendo sui quotidiani e vincendo premi letterari.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure, ricordiamo un attimo Fulvia Giuliani, futurista a sedici anni, poetessa e narratrice, collaboratrice de <em>L’Ardito</em> e <em>La Testa di Ferro</em>, due testate certo non da dame di carità&#8230; negli anni Venti direttrice del famoso e ancor oggi studiato Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia; poi fu articolista del <em>Lavoro Fascista</em> e direttrice della Scuola di recitazione della GIL: un’avanguardista culturale e politica come l’Italia non ne ha più avute. O Maria Goretti, laureata in filosofia morale a Firenze, rappresentante della seconda generazione futurista, animatrice culturale negli anni Trenta, autrice di romanzi, saggi filosofici e nel 1941 di un libro su Valentine de Saint-Point e Benedetta Cappa (la moglie di Marinetti e anch’essa futurista di vaglia) e del Manifesto della poesia eroica femminile nel Futurismo. Oppure pensiamo alla pratese Enif Angelini Robert, che scrisse un libro sul libero amore e si permise, in pieno 1929, l’anno della Conciliazione con la Chiesa, di polemizzare su <em>L’Impero</em> di Mario Carli contro la “procreazione obbligatoria” in nome del libero decisionismo femminile&#8230; roba inaudita per quei tempi. Tutte queste donne avevano in mente un Futurismo come macchina motrice di una rivoluzione non solo dei costumi o della morale corrente, ma anche politica, legando il loro “sessismo” a una concezione combattiva e dinamica della donna. E quando fu il momento, queste donne intelligenti e spregiudicate seppero anche passare dalla <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a> al realismo politico: come ricorda Rogari, grazie alle futuriste la donna «aveva rotto il ghiaccio» e sotto il Fascismo poté accedere per la prima volta a «un suo ruolo politico» e a una «partecipazione diretta alle istituzioni del regime&#8230; per il coinvolgimento come soggetto sociale nelle sue politiche».</p>
<p style="text-align: justify;">Quelle tra le donne futuriste &#8211; quasi tutte &#8211; che confluirono nel Fascismo, recarono al suo interno la loro collaudata vena polemica, contribuendo a svellere i cascami conservatori che resistevano negli ambienti clerical-fascisti e partecipando a quella rivoluzione sociale del ruolo della donna che il regime alla fine bene o male realizzò. Dato che, nel mentre per compiacere la sua ala conservatrice parlava di donna “madre e sposa esemplare”, di fatto il Fascismo emancipò la donna, la fece uscire di casa, la mandò a frequentare corsi di formazione professionale, l’inserì nel lavoro, alla fine dando in mano alle amazzoni della RSI anche le armi. Altro che repressione della donna! Ci sarebbe da paragonare questa rivoluzione sociale, culturale e politica &#8211; futurista prima e fascista poi &#8211; col gelido reazionarismo degli anni Cinquanta, in cui democristiani e comunisti collaborarono a una concezione sessuofoba della società, che ci vollero altri decenni per sgretolare.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 17 gennaio 2010.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/%e2%80%9cfemminilita-metallica%e2%80%9d-le-forme-del-futurismo.html' addthis:title='“Femminilità metallica”: le forme del Futurismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Dalla destra al nulla di destra</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 16:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le metamorfosi della destra di Giuseppe Giaccio è un raro documento interno a quella che una volta venne definita la “Nuova Destra” e vergato da uno degli ancora più rari esempi di mancato imbrancamento nella mandria liberaldemocratica. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dalla-destra-al-nulla-di-destra.html' addthis:title='Dalla destra al nulla di destra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">La parabola della “destra” italiana, dal neofascismo al liberalismo, dalla “fogna” all’auto-blu, è stata parecchie volte ripercorsa negli ultimi anni: l’interesse per questo soggetto alieno, un giorno improvvisamente balzato al centro della scena con pretese di <em>leadership</em>, ha prodotto buoni fatturati di vendita per ogni sorta di ricostruzioni giornalistiche, parastoriche, pseudoscientifiche. Tra il semiserio e l’improbabile, ma rare volte anche con dosi di buona oggettività, le idee, la psiche, gli immaginari di chi, infame fascista ancora negli anni Ottanta, da un giorno all’altro si è trovato ministro o sottosegretario, hanno costituito un materiale andato a ruba negli spacci della divulgazione democratica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">C’era da aspettarselo. Il servo chiamato alla tavola del padrone è un antico canovaccio della commedia dell’arte, diverte il popolo. Chi fossero e da quali anfratti fossero emersi quei miracolati incuriosiva. Poche le analisi al dettaglio, diciamolo. Molti i rimescolamenti di carte all’ingrosso. Una sola cosa chiarissima: i missini al vertice del loro partito durante il <em>Kampfzeit</em> ante-1994 erano atlantisti, filosionisti, borghesi, amici dei capitalisti e dei poteri forti; i post-missini oggi al vertice dello Stato sono rimasti atlantisti, filosionisti, borghesi, amici dei capitalisti e dei poteri forti. Nessun “tradimento”, dunque, ma una bella linea retta. Il “tradimento” non è dei cosiddetti “finioti” e neppure dei colonnelli divenuti “berluscones”, è semmai quello di coloro che, partiti da posizioni di radicale contestazione del sistema almirantiano degli anni Settanta, quando basculavano fra Rauti, <a title="Evola" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/julius-evola/">Evola</a> e <a title="Alain de Benoist" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/alain-de-benoist/">de Benoist</a>, oggi hanno scantonato fino a diventare come nulla fosse <em>Kronjuristen</em> di Fini oppure pilastri del potere dell’uomo di Arcore. Ottimi puntelli, insomma, per un modo di essere a “destra” che una volta veniva aborrito con altissime maledizioni. Per non far nomi, un Campi oppure un Alemanno, con tutta la legione degli imitatori.<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"> <a href="http://www.libriefilm.com/la-metamorfosi-della-destra/9388" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7975" style="margin: 10px;" title="le-metamorfosi-della-destra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/le-metamorfosi-della-destra.jpg" alt="" width="200" height="287" /></a>Esiste oggi un raro documento interno a quella che una volta venne definita la “Nuova Destra” e vergato da uno degli ancora più rari esempi di mancato imbrancamento nella mandria liberaldemocratica, che ricostruisce bene i meccanismi che hanno reso possibile il passaggio dal Movimento Sociale di strada e di lotta alla “destra” di palazzo e di governo. Leggendo <a title="Le metamorfosi della Destra" href="http://www.libriefilm.com/la-metamorfosi-della-destra/9388"><em>Le metamorfosi della destra. Dal Msi a Futuro e Libertà: come è cambiata la destra in Italia</em></a> di Giuseppe Giaccio (pubblicato da Caravaggio Editore di Vasto), si imparano alcune cose. Innanzi tutto, che in quella storica virata agirono meccanismi mentali, certo non ideologici. Pulsioni d’occasione, certo non culture politiche. Tattiche di svelta aderenza al <em>kairos</em> (l’attimo propizio, dicevano gli antichi; noi potremmo dire: la botta di fortuna) piuttosto che di meditata sintesi politica. Bravate nell’azzeccare la scelta di vita, nessun pensiero epocale, molta incoerenza ed una subcultura imparaticcia. Ad epitome di tale attitudine a rivendere banalità col tono dell’ultima frontiera del sapere politico, Giaccio colloca non a torto un autentico monumento di insipienza e di pochezza idealtipica, quell’esilarante <em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libreriauniversitaria.it/mein-kampf-hitler-adolf-edizioni/libro/9788889515358?a=395521" rel="nofollow" target="_blank">Mein Kampf</a></span></em> di Gianfranco Fini che or non è molto è stato pubblicato col minaccioso titolo <em>Il futuro della libertà</em>. Un solido testo che, per spessore speculativo e profondità d’analisi, Giaccio non esita a paragonare alla rubrica che una volta Donna Letizia teneva sui rotocalchi popolari, distribuendo consigli e precetti ai giovani a modo: «Il suo appiattimento sull’esistente è totale», commenta Giaccio parlando del presidente della Camera bassa, «come dimostra <em>Il futuro della libertà</em>, dove, all’interno della cornice letteraria di un discorso rivolto ai giovani, troviamo elencati e magnificati tutti i luoghi comuni indispensabili per entrare nell’<em>establishment</em> dalla porta principale». </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7976" style="margin: 10px;" title="Gianfranco-Fini" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Gianfranco-Fini-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" />Gli slogan a vanvera – del tipo della «libertà nuova, senza frontiere e senza barriere, la libertà di costruire in autonomia…» &#8211; le parole che non costano nulla, i rosari perbenisti: questo il catalogo che i finiani offrono come dono avvelenato a quegli incauti giovani che avessero l’imprudenza di stare ad ascoltarli. Con, in più, la grande mossa fraudolenta, con la quale si conta di accalappiare qualche sprovveduto di passaggio. Il gioco di prestigio nel creare la formula “destra nuova”, il colpo da maestro dei finiani, per darsi un tono e un blasone ideologico, darebbe ad intendere una diretta parentela con la cosiddetta “Nuova Destra” gestita in Italia per qualche decennio da Marco Tarchi: solo che questa l’eresia la viveva davvero, e pestava duro – e ancora pesta &#8211; sul tasto anti-americano, anti-capitalista, anti-utilitarista, neo-ecologista, solidarista, etc.; mentre la “novità” della “destra” alla Campi-Fini si segnala per decrepitezza, essendo in tutto simile alla ricetta almirantiana di compiacere il padronato al potere ingurgitandone tutte le pietanze liberal-occidentaliste, e senza battere ciglio. Giaccio precisa: «la lettura “continuista” delle esperienze della Nuova destra e della Destra nuova, secondo cui il “seme innovativo” della Nd “avrebbe fecondato la nuova cultura politica di Fini”, è destituita di ogni fondamento, come ben sa chi conosce i testi e possiede anche solo un briciolo di onestà intellettuale».<br />
</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;"> Il solo fatto, aggiungiamo noi, di parlare di “cultura politica” a proposito dei finiani è già un azzardo dialettico: i riferimenti fatti dagli scarni pensatoi di Futuro e Libertà (dalla fondazione Farefuturo ai blogger “futuristi”, fino a certi recentissimi pasticci “fasciocomunisti” allestiti in provincia) sono tutti un programma: sempre ed in ogni caso si va nella direzione voluta dai padroni del pensiero unico e, senza deviare di un millimetro dai suoi interessi, si ammassano brandelli di Scruton e Popper, Kant e Dahrendorf, si butta là una citazione da Marinetti ma subito ci si precipita a recitare l’orazione atlantista, quella cosmopolita, mondialista, anti-nazionale, antieuropeista, etnopluralista,  sionista, magari strizzando l’occhio libertario alla <em>lobby gay</em>, così, per andazzo, per stare sull’onda: da tali pertugi si effettua l’uscita dal famoso “tunnel del fascismo”…Di fatto si recita l’antico copione almirantiano: ossequiare comunque il potere liberale e quello <em>liberal</em>, poi si vedrà. Lo direste un programma di “destra”? O invece qualcosa di “postfascista”? Un’occasione perduta? Un teatro dell’assurdo? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Il libro di Giaccio – che ancora oggi è tra i più cocciuti collaboratori delle riviste tarchiane “Trasgressioni” e “Diorama” &#8211; va letto per schiarirsi le idee, per verificare i limiti di una classe politica che, lungi dall’avere qualcosa di nuovo, si presenta coi vecchi vizi congeniti ad un certo modo degenere di vivere all’italiana la politica. Giaccio, in poche ma ben condite pagine, parte da lontano, dall’8 settembre, dalle spaccature ideologiche che oggi si ricreano nell’odio compulsivo verso il tiranno mediatico, ripercorre i traumi del crollo del Muro e del polverone di Mani pulite, quelli che hanno accompagnato la “crescita della società civile” a suon di mutazionismi politici eterodiretti dai soliti noti. Critica l’universalismo cosmopolita cui tutti – di “destra”, di “centro”, di “sinistra” – si adeguano; analizza le sindromi della “destra” nostrana e di tutto il sistema della prima e seconda Repubblica, incentrato sull’accettazione passiva del modello liberaldemocratico occidentale. Irride il “patriottismo costituzionale” – versione coloniale di quello americano – e poi chiama a raccolta quei pochi – un Tarchi, uno Zolo &#8211; che mettono in guardia contro gli abbagli illuministici della modernità. Fa un quadro preciso di quel disastro politico che è oggi diventata la “destra” italiana. La sua è una parola di rilievo, poiché proviene da uno dei pochi osservatori radicalmente anti-sistema che ancora esistono, sia pure minoritari, spinti nell’angolo, ignorati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Da erede del progetto “Nuova destra”, quello vero, che avrebbe potuto rovesciare la politica italiana se solo avesse avuto una sponda politica, Giaccio non demolisce soltanto, ma ricorda quale era e avrebbe dovuto essere l’alternativa vera: «formulare un europeismo non autoritario e disposto ad allearsi col terzo mondo, favorire una presa di coscienza antioccidentale in quei settori della società civile che hanno manifestato un senso di profondo disagio verso il liberalcapitalismo». Giaccio è un osservatore politico con venature di poeta. Qualche anno fa ha scritto racconti di visione e di attesa, di panteismo e di infinito, di silenzio e di ascolto (<em>Storie francescane</em>, edizioni Controcorrente). Una specie di apologo pagano e nietzscheano sulle forze elementari della vita, ma viste sotto immagine cristiana. Che c’entra con la “destra”? C’entra. Era per dire che, senza una concezione “apocalittica”, senza un’ideologia della rivolta tellurica, radicale, ultimativa, senza raffinatezza di sensi e fame di abissi, la “destra” e la politica in genere rimangono al livello di una conversazione fra Fabio Granata e Andrea Camilleri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">* * *</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: small;">Tratto da <em>Linea</em> del 10 maggio 2011.<br />
</span></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/dalla-destra-al-nulla-di-destra.html' addthis:title='Dalla destra al nulla di destra ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Giano Accame, fedele militante dell’ossimoro creativo</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 09:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/giano-accame-fedele-militante-dell%e2%80%99ossimoro-creativo.html' addthis:title='Giano Accame, fedele militante dell’ossimoro creativo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7923" style="margin: 10px;" title="giano-accame" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/giano-accame-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" />L’anarchico di destra, il fascista di sinistra, l&#8217;eretico: queste alcune delle definizioni più usate per dare un&#8217;idea di <a title="Giano Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Giano Accame</a>. Per dire di quanto la sua figura sia male inquadrabile nelle solite gabbie fatte di parole. L&#8217;ossimoro creativo lo si direbbe in effetti il luogo in cui lo storico e ideologo più tipico del post-fascismo soleva porre mano alle idee, per magari rifonderle e formarne di nuove. Un posto di frontiera in cui, alla fine, si è trovato quasi da solo, come suole accadere a chi con l&#8217;espressione tener duro non intende l&#8217;ingessamento grottesco nella degradazione del <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a>, ma l&#8217;eterno potenziamento del pensiero e il continuo allargamento degli orizzonti.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto attraverso queste ascesi i migliori riescono a sgombrare il campo dai residuati delle lotte perdute e a guadagnare ancora una possibilità al futuro. Realismo, senso del politico, fedeltà a un&#8217;immagine nel mutare degli scenari esterni. Mussolini, sia detto tra di noi, al tempo dei Fasci di Combattimento, non diceva nulla di diverso. E neppure dopo. E questo ha fatto <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> lungo decenni di equivoci ideologici e di farse mal recitate, e per di più dovendo convivere con inettitudini leggere, inganni pesanti e illusioni atroci. Uomo di destra, forse, anzi sì. La prospettiva nazionalpopolare, il mancato rinnegamento del fascismo, ma al tempo stesso il suo superamento entro le povere circostanze offerte da una creatività politica italiana mediocre e troppo spesso avvilente. Abiura? Direi piuttosto un affondo nelle cose che contano, e senza la patologia del senso di abbandono. Elaborazione del lutto e&#8230; vivere, finalmente, anziché sopravvivere&#8230;Valutare il fascismo, studiarlo, riguardare la sua intima natura mobile e cangiante, esplorare come cosa nuova certa sua ricchezza rimasta inespressa: «senza una valutazione culturale del fascismo nell&#8217;analisi del mondo moderno, ci si condanna a capire male persino tutto il resto&#8230;», ha scritto Accame quasi un cinquantennio fa. Nato fascista, quest&#8217;uomo di posate parole, ha cercato di far maturare i fascisti e di scollarli dal devozionalismo onanista, per farne magari dei buoni masticatori di cultura e di cultura politica. Degli uomini del domani, anziché dei pupazzi dell&#8217;altro ieri. Uomo di sinistra, forse, in questo, anzi di certo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-morte-dei-fascisti/7091" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7924" style="margin: 10px;" title="la-morte-dei-fascisti" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-morte-dei-fascisti.jpg" alt="" width="200" height="294" /></a>Grattare l&#8217;idolo ingessato e farne uscire la lava ancora calda di certi annunci e di certe inquadrature: tutto questo è di destra o di sinistra? <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> ha portato, sin dagli anni Sessanta e a gente tarpata ed emotiva, il bene di nuove e spesso inavvertite vie di crescita. Dal patrimonio degli eresiarchi parigini <em>collabo</em> ad esempio, ha saputo estrarre precocissimo la vivezza di riflessioni che sarebbero molto buone ancora oggi, se solo ci fosse da qualche parte chi riflette. Per dire, il Brasillach illuminato «dai nostri giuramenti mancati» e che era stato capace di morire da adolescente maturo. Lo si potrebbe dire un giovanilismo severo. Il contrario di quello sgangherato di oggi. Oppure il Drieu La Rochelle “rosso e nero”, che vedeva nel fascismo una rivoluzionaria «restaurazione del corpo &#8211; salute, dignità, pienezza, eroismo»&#8230;un prontuario per ribelli psichedelici da far gola a tutti gli attuali obbedientissimi antagonisti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Poi <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> è stato grande e conosciuto per il lancio di mondi come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/louis-ferdinand-celine" target="_blank">Céline</a></span> o Paul Morand o Vintila Horia o tanti altri, in tempi perfettamente democristiani&#8230; e poi di Pound ha fatto un manifesto vivente e ultramoderno contro la disperante discesa nel filisteismo americanomorfo&#8230; la forma insinuante di tutte le balcanizzazioni dei popoli e degli uomini. Tutto molto semplice, e dritto come lama: Usura da una parte e Popolo dall&#8217;altra. Chi ha compreso davvero la portata di questo scontro tra opposti universi per tempo squadernatoci da <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a>? E <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> ha lavorato a lungo, e spesso nel silenzio, e quasi sempre per primo, e sovente da solo, anche per estrarre nuova materia grigia dai disertati antefatti di casa nostra&#8230; e ne ha tirati fuori alcuni incandescenti, di spezzoni ideologici. E ne ha offerti parecchi, in giro. Andare alla radice. Questa la sua tecnica. Fossero Bombacci o Marinetti, Papini o Soffici. Di Malaparte scrisse che il suo famoso libro <a title="La pelle" href="http://www.libriefilm.com/la-pelle/8742"><em>La pelle</em> </a>era «la più fascista» tra le sue opere. Che idea! Perché in quelle pagine si parlava chiaro, non si nascondevano le vergogne, si faceva del surrealismo credibile. La versione italiana del <em>Lavaggio del carattere</em> di Schrenk-Notzing&#8230; Insomma: un libro sulla malattia rieducatoria americana&#8230; un libro sulle miserie della libertà democratica&#8230; dunque un libro sul modo italiano, europeo, di concepire la rivoluzione. <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> lo disse citando Asor Rosa che parlava dei Lacerbiani&#8230; «essi sono, infatti, rivoluzionari-reazionari; esigono, pretendono un rovesciamento totale, una palingenesi; ma come ritorno alle origini». Ecco dunque svelato il segreto del fascismo possibile dopo la morte del fascismo. Il rompicapo socialismo-nazione sarebbe già risolto. La voglia eterna di comunità solidale sarebbe già formata nella testa di chi volesse farne un programma politico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/una-storia-della-repubblica/2383" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7925" style="margin: 10px;" title="una-storia-della-repubblica" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/una-storia-della-repubblica-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a><a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> è stato l&#8217;uomo che il fascismo inciso sulla sua pelle lo aveva rinverginato riuscendo a immaginarlo per quello che aveva detto di essere: essenzialmente un movimento&#8230; qualcosa che si muove, dunque, che incide, che vive pulsando, che trascina e riarde di avvenire&#8230; Qualcosa che apre la via e non la tiene sbarrata. Dice: ma certe “sbavature”? Israele, ad esempio? Politica estera, che dire ancora? Certe cose non ammettono la paralisi ideologica. Un fascista del Venti queste “sbavature” le avrebbe definite semplicemente una politica estera&#8230; Accame è stato filo-israeliano perché il comunismo a quel tempo&#8230; e così via, lo si capisce. La questione è un&#8217;altra.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione è come si fa a fare cultura politica di livello senza i triviali tradimenti del <em>parvenu</em> e senza le miserie impotenti del nostalgico.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ho conosciuto <a title="Accame" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/giano-accame/">Accame</a> quanto basta per sapere che lui l&#8217;ha indicata per tempo, la terza via tra queste due opposte oscenità.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea</em> del 21 aprile 2009.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/giano-accame-fedele-militante-dell%e2%80%99ossimoro-creativo.html' addthis:title='Giano Accame, fedele militante dell’ossimoro creativo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Il fascismo internazionale</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jul 2011 15:56:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Leonello Rimbotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si può parlare del Fascismo non come di un caso nazionale specificatamente italiano, ma come di un caso transnazionale, che ha più o meno interessato tutte le aree del nostro continente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-fascismo-internazionale.html' addthis:title='Il fascismo internazionale '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7877" style="margin: 10px;" title="aquila-hmo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/aquila-hmo.jpeg" alt="" width="174" height="228" />A distanza di tanti decenni dalla sua fine storica, il Fascismo è ancora al centro di studi. Nella sua vicenda si analizza la convulsione dell’epoca moderna. In generale, esso viene visto come una tipica espressione della cultura europea. Lo studioso berlinese Arnd Bauerkämper, esperto nella destra britannica, nel suo recente libro <em><a title="Il fascismo in europa" href="http://www.amazon.it/gp/product/889536628X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=889536628X" target="_blank">Il fascismo in Europa 1918-1945</a> </em>pubblicato dalla casa editrice Ombre Corte di Verona, ricorda che il Fascismo è stato per lo più studiato come categoria generale europea. Si può parlare del Fascismo non come di un caso nazionale specificatamente italiano, ma come di un caso transnazionale, che ha più o meno interessato tutte le aree del nostro continente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/889536628X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=889536628X" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7858" style="margin: 10px;" title="il-fascismo-in-europa" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-fascismo-in-europa.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Avendo alcuni elementi di base ricorrenti in tutti i casi, il Fascismo fu all’epoca percepito e viene oggi studiato come un insieme organico e omogeneo. Fondato sulla modernità. Indipendentemente dalle sue opzioni ideologiche, che in alcuni casi – pensiamo ai movimenti nazionalpopolari dell’Est europeo – erano fortemente conservatrici e anti-industrialiste, il Fascismo veicolò innovazione. «Nella storiografia moderna – afferma l’autore – il fascismo non viene più interpretato come una regressione o una deviazione dalla modernità, ma come espressione della sua ambivalenza e contraddittorietà». Questo spiega che, ormai, gli storici di tutte le tendenze sono concordi nell’assegnare al Fascismo un ruolo attivo nell’interpretazione dell’epoca moderna, creando una sua formula originale e alternativa a quelle esistenti, e che più nessuno si avventura a scrivere che il Fascismo fu anti-moderno perché reazionario, oscurantista o altre amenità di antico conio marxisteggiante.</p>
<p style="text-align: justify;">Difatti, sin dalle prime pagine, in cui Bauerkämper ripercorre le varie scuole che hanno cercato di dare una formula unitaria al fenomeno storico più dirompente del XX secolo, si legge la ormai classica lettura che George L. Mosse dette del Fascismo: «una rivoluzione culturale nella tradizione del giacobinismo francese». È noto che il Fascismo, in quanto moderno interprete del ruolo e delle aspettative delle masse, in quanto organizzatore di un nuovo modello di Stato totale e di mobilitazione del popolo, viene giudicato un prodotto delle tecniche di potere e di militanza che l’Europa ha per la prima volta conosciuto proprio in occasione della Rivoluzione francese. La stessa composizione sociale dei membri dei vari movimenti fascisti europei, un tempo assegnata per forza ai ceti possidenti o a quelli medi o al sottoproletariato, oggi viene meglio precisata e, senza concedere più nulla alla propaganda ideologica dei tempi andati, è riconosciuta per quello che realmente è stata. La base sociale del Fascismo fu in tutta Europa interclassista. Tutti i ranghi sociali erano rappresentati e non ci fu un capolavoro di manipolazione del consenso, ma un’attiva e cosciente partecipazione: «Nei loro lavori ampiamente documentati, gli storici hanno mostrato come gli aderenti ai movimenti fascisti non fossero affatto manipolati e come anche tra gli elettori l’influsso della propaganda fosse limitato. Inoltre le organizzazioni fasciste riuscirono ad attrarre non solo gli esponenti dei ceti medi declassati, ma conquistarono sostenitori tra tutti i gruppi sociali…».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-fascismo-le-interpretazioni-dei-contemporanei-e-degli-storici/8131" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-7876" style="margin: 10px;" title="il-fascismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-fascismo-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" /></a>Se pensiamo alla grande varietà di situazioni storiche, geografiche e sociali in cui i movimenti fascisti si trovarono ad agire, appare abbastanza sorprendente che si riesca a individuare un comune denominatore. Come affermò qualche anno fa lo storico Stanley G. Payne, il Fascismo fu il risultato di storie nazionali particolari combinate con un’ideologia accomunante: «Il fascismo fu, come hanno spiegato Nolte, Mosse, Weber e Griffin, un nuovo fenomeno epocale rivoluzionario, con un’ideologia e un particolare assemblaggio di rivendicazioni proprie». Utilizzo di moderne tecniche comunicative, chiamata alla collaborazione attiva del popolo, integrazione delle masse nello Stato… questo si sposava a un nazionalismo radicale, al culto della Patria e delle radici etniche. Inoltre, come sostanza del pensiero sociale, troviamo l’idea corporativa. A Nord come a Sud, nelle aree sviluppate come in quelle arretrate, l’ideale della promozione sociale e della nobiltà del lavoro sembra essere stata una costante del Fascismo europeo in tutte le sue manifestazioni, dalle più dinamiche (il nazionalsocialismo tedesco, il Fascismo inglese e francese) a quelle più conservatrici (i casi portoghese, spagnolo, rumeno).</p>
<p style="text-align: justify;">Bauerkämper fa esplicito riferimento a questo dato: la socializzazione del popolo è la costante fascista. Il metodo corporativo la sua connotazione. Ad esempio, la British Union of Fascists di Oswald Mosley aveva tra i suoi cardini «l’ideale dell’integrazione sociale» non meno del Parti Populaire Français di Jacques Doriot, del Rassemblement National Populaire di Marcel Déat, del Nationaal-Socialistische Beweging dell’olandese Anton Mussert, oppure del movimento finlandese Lapua, di quello norvegese di Quisling, etc. L’ungarismo espresso dalle Croci Frecciate di Ferenc Szàlasi era corporativista, il suo “socialismo nazionale” era anticapitalistico, difensore della proprietà privata, ma statalista in economia, e questa traccia la si ritrova nella Falange di José Antonio de Rivera, incentrata sulla concezione sindacalista e sulla limitazione dei poteri dei datori di lavoro… così come il volontariato sociale non era solo appannaggio del Servizio del Lavoro tedesco: basta pensare alla Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu, i cui membri aiutavano i contadini nei campi, costruivano case, prestavano il loro lavoro nei cantieri, secondo quella concezione “lavorista” e di “progetto sociale” che caratterizzò, chi più chi meno, tutti i movimenti fascisti europei.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-civile-europea-1917-1945-nazionalsocialismo-e-bolscevismo/592" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-7859" style="margin: 10px;" title="la-guerra-civile-europea" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-guerra-civile-europea.jpg" alt="" width="200" height="266" /></a>E, del resto, se la Croix de Feu del colonnello La Rocque aveva una base operaia, la Legione dell’Arcangelo Michele era per lo più contadina: e il Fascismo italiano e quello tedesco, lungi dall’essere una “dittatura del ceto medio”, mietevano consensi in alto e in basso, tra i conservatori così come tra i più radicali rivoluzionari. Grande segreto del Fascismo, questo, di saper catalizzare le posizioni più diverse. Un segreto attorno al quale si sono arrovellati a lungo gli storici. Nulla di più semplice, in realtà: un’ideologia dell’integrazione e della promozione totalitaria del popolo non lascia indietro nessuno, non ha una classe di riferimento, il suo bacino essendo per definizione tutto il popolo e non solo alcuni suoi gruppi di interesse. Tutti questi movimenti avevano in mente la promozione di avanguardie uscite dal merito, e non dalla classe sociale di provenienza: ciò che – da Bottai ai teorici tedeschi di uno “Stato dei tecnici” &#8211; era l’idea di «una nuova gerarchia sociale fondata sulla funzione piuttosto che sulla condizione sociale». E questo è, in buona sostanza, il nocciolo del “socialismo” fascista: promozione di una socialità avanzata, politiche anticipatrici in materia di assistenza e sicurezza del lavoro, e poi larga possibilità di avanzamento sociale per i migliori. Questi basamenti sono osservabili ovunque nei programmi, e spesso nelle realizzazioni, dei fascismi europei. Certo, l’anticapitalismo dei nazionalsocialisti e il loro Stato sociale furono la punta di diamante di questo processo. Come ha scritto Payne, «il capitalismo tedesco godette di più autonomia durante la democrazia liberale sia prima che dopo Hitler», eppure anche in tutti gli altri contesti si ritrova il medesimo orientamento: lotta ai vecchi modelli conservatori e creazione dell’uomo nuovo, da ottenersi con una socialità di integrazione radicale e totale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Fascismo italiano è quello archetipico: di qui partì un progetto mai prima concepito di assemblaggio del nazionalismo con il socialismo, secondo la divinazione di Sorel. L’avvento poi del Nazionalsocialismo al potere, col suo dinamismo e il suo potere di seduzione irraggiante, impresse a tutti i movimenti nazionalpopolari europei una spinta decisiva. Il radicalizzarsi di certe prese di posizione dei fascismi europei nella seconda metà degli anni Trenta è stato anche visto &#8211; ad esempio dal massimo esperto in materia, Stuart J. Woolf – come il risultato dell’aggressività internazionale del bolscevismo, passato, con la politica dei “fronti popolari” e poi con la guerra di Spagna, a una politica minacciosa: «il fascismo di tutto il mondo si sentì chiamato a una sfida dall’internazionalismo bolscevico». Attenzione, quindi, alle generiche criminalizzazioni. Anche sul terreno internazionale, accadde dunque, a detta dei massimi storici, ciò che Nolte individuò nel caso tedesco: il radicalismo fascista come risposta eguale e contraria al radicalismo comunista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è esistita una “universalità” fascista? Si ebbe un solidarismo internazionale tra i vari fascismi nazionali? Se il Fascismo come formula politica fu un’invenzione italiana, il Fascismo internazionalista ebbe del pari matrice italiana: se nel 1925 esistevano partiti che si dichiaravano fascisti in una quarantina di Stati, pochi anni dopo “l’internazionale delle camicie nere” poteva dirsi una realtà di fatto: dai Comitati per l’Universalità di Roma di Asvero Gravelli, al convegno Volta del 1932, si poterono vedere rumeni, valloni, inglesi, francesi, irlandesi, tedeschi e italiani gettare le basi di una comune politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-del-fascismo-nascita-di-una-nazione/9462" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-7707" style="margin: 10px;" title="storia-del-fascismo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-del-fascismo.jpg" alt="" width="200" height="290" /></a>Esistevano contatti, rapporti, aiuti. Furono redatti manifesti che testimoniano di una volontà comune, che stemperava i nazionalismi dando vita a un nazionalismo transnazionale, europeo. Come ad esempio la <em>Nota sull’unione dei popoli germanici </em>stesa da Mussert nel 1940, e di cui ha parlato Yves Durand nel suo libro sul <em>Nuovo Ordine Europeo</em>: il Vecchio Continente saldato nelle sue due anime, germanica e latina. Ma lo scoppio della guerra modificò questi rapporti, traumatizzando tutti gli schieramenti con il perverso meccanismo del “collaborazionismo”. Rimase però un mito che parlava della dimensione mondiale del fenomeno fascista. Esteso non da ultimo al Sud America o al Medio Oriente, in qualità di parola di risveglio nazionale e sociale di tutti i popoli oppressi. Un “terzomondismo” di marca fascista su cui Payne ha scritto parole chiare e troppo spesso ignorate: «si dovrebbe sottolineare che, durante la seconda guerra mondiale, la promozione dei movimenti di liberazione nazionale tra le colonie e le minoranze di tutto il mondo era opera quasi esclusiva delle potenze dell’Asse». Questo, tanto per chiarire che il “Male” non è mai assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>Linea </em>del 26 giugno 2009.</p>
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