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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Francesco Lamendola</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>Lo spazio magico del labirinto</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 13:23:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prolusione all'apertura annuale dell'Orto Botanico Locatelli a Mestre (Parco della Bissuola), in collaborazione con l'Associazione Eco-Filosofica (già Associazione Filosofica Trevigiana), Maggio 2005.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lo-spazio-magico-del-labirinto.html' addthis:title='Lo spazio magico del labirinto '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright  wp-image-9273" style="margin: 10px;" title="scale-di-escher" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/scale-di-escher-300x281.jpg" alt="" width="240" height="225" />Dai giardini pensili di Babilonia agli <em>horti</em> romani ai boschi sacri dei Druidi, fin dai tempi più antichi l&#8217;uomo ha pensato l&#8217;architettura dei giardini intesi come un vero e proprio &#8220;spazio magico&#8221;. Oggi noi moderni solo a fatica possiamo intuire, in parte, il suo significato profondo: per noi uno spazio, vegetale o architettonico, è &#8220;magico&#8221; quando produce nel nostro animo sensazioni arcane di mistero, quando tocca certe corde dimenticate del nostro senso estetico o vagamente religioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per gli antichi, così come per le culture tradizionali, uno spazio è &#8220;magico&#8221; nel senso pieno e letterale del termine, quando viene concepito e realizzato per fungere, in base a precise caratteristiche strutturali e funzionali, quale luogo d&#8217;incontro tra l&#8217;umano e il divino. È quindi sinonimo di spazio &#8220;sacro&#8221; (da <em>sacer</em> che significa consacrato a una divinità, ma anche offerto come vittima e perciò maledetto, esecrando, abominevole, infame, ed ha, quindi, una doppia valenza), di luogo della ierofania: la rivelazione del divino. Con questa sfumatura di differenza. Che il &#8220;magico&#8221; implica una operazione teurgica, una consapevole operazione per catturare e imbrigliare un potere supernaturale ad opera di un sapere esoterico e tradizionale considerato, anch&#8217;esso, di origine superiore all&#8217;umana, e del quale il sacerdote-mago è in fondo un depositario temporaneo e condizionato, non un padrone assoluto (con l&#8217;unica, vistosa eccezione della magia nera).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-giardino-come-spazio-interiore/3843" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9275" style="margin: 10px;" title="il-giardino-come-spazio-interiore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-giardino-come-spazio-interiore.jpg" alt="" width="200" height="295" /></a>Se questo è vero; se lo spazio magico-sacrale del giardino nasce come tentativo per propiziare il ristabilimento di un &#8220;ponte&#8221; fra il piano terrestre e il piano astrale-divino (si ricordi che &#8220;pontefice&#8221; viene appunto da <em>pontifex</em>: colui che getta un ponte), il tutto nella prospettiva olistica di un cosmo vivo in cui nulla è inerte, nulla è sepratao e trascurabile: ecco allorache nel Labirinto, figura architettonica magico-sacrale per eccellenza, culmina e trionfa il progetto esoterico di un rinnovato sposalizio tra le forze umane e superumane, celesti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando noi percorriamo i viali armoniosi e ordinati di un giardino costruito secondo i dettami di questa sapienza antichissima, ne ritraiamo una indimenticabile sensazione di pace, di serenità, di equilibrio, e al tempo stesso avvertiamo una indefinibile atmosfera di sospensione e di attesa che, nel caso del labirinto vegetale, evoca talvolta la dimensione del numinoso, ma anche, al limite, del pauroso e del <em>tremendum</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-labirinto-dei-medici/9644" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9270" style="margin: 10px;" title="il-labirinto-dei-medici" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-labirinto-dei-medici.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Il fatto è che esiste una geometria sacra che è fatta di matematica esoterica, di proporzioni perfette e misteriose: la sezione aurea, i numeri di Fibonacci. Una matematica che è già presente nella natura stessa (la sequenza di Fibonacci, ad esempio, è sempre presente nella spirale di nuove foglie che sbocciano lungo il fusto di una determinata pianta) e che il giardino-labirinto evoca e riproduce con puntigliosa precisione. Chi ignora il segreto della sezione aurea, ad esempio, percepisce vagamente il senso di pienezza e di equilibrio che da essa mirabilmente si sprigiona; ma solo l&#8217;iniziato, il giardiniere-sacerdote, ne conosce l&#8217;esatta origine, il significato e le correlazioni a livello botanico, astronomico e astrologico. Non si tratta di perseguire criteri genericamente estetici; ogni essenza vegetale ha il suo preciso scopo esoterico e propiziatorio; ogni allineamento astrale ha la sua valenza magico-simbolica; ogni fase zodiacale evoca o respinge determinati influssi e determinate forze celesti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-mistero-delle-cattedrali/942" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9272" style="margin: 10px;" title="il-mistero-delle-cattedrali" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-mistero-delle-cattedrali.jpg" alt="" width="200" height="278" /></a>La psicologia moderna, soprattutto junghiana, ha riscoperto questa antica forma di sapienza sotto la forma dell&#8217;inconscio collettivo. Il labirinto, allora, non è un semplice gioco della fantasia ma un potente archetipo, un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> ancestrale radicato in una verità primordiale che sfida qualsiasi evoluzionismo biologico e qualsiasi riduzionismo materialistico. Il Labirinto torna così ad essere per noi moderni, come lo era per gli antichi, il <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolo</a> di un lungo e difficile cammino d&#8217;iniziazione, di una ricerca inesausta del &#8220;centro&#8221; (l&#8217;asse cosmico che non è un luogo materiale ma corrisponde a una sacra geografia interiore). Un vero e proprio <em>mandala</em> rimasto volutamente aperto, incompiuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-labirinto/7530" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-9271" style="margin: 10px;" title="il-labirinto" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/il-labirinto-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>Questo intendevano fare gli antichi abitanti dell&#8217;isola di Götlan, in Svezia, con i loro imponenti allineamenti di pietre; questo i mosaicisti delle cattedrali medioevali con i loro &#8220;chemins à Jérusalem&#8221;, che il fedele percorreva inginocchiato e in preghiera, come sostitutivi del pellegrinaggio in Terra Santa. Certo poco hanno capito, delle valenze magico-iniziatiche del labirinto, psicologi come W. S. Small ed i suoi epigoni comportamentisti, che lo hanno ridotto al rango di dispositivo per lo studio del comportamento del ratto bianco. Sulla base di &#8220;prove ed errori&#8221;, l&#8217;animale vi impara ad evitare i percorsi ciechi e a raggiungere il cibo per la via più breve. Questa è una degradazione, per non dire una profanazione del sacro archetipo del Labirinto magico-iniziatico; ma tant&#8217;è; ogni epoca ha la scienza che si merita e ogni scienza esprime l&#8217;orientamento culturale che la mette a battesimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/hortus-librorum-liber-hortorum/8946" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9274" style="margin: 10px;" title="hortus-librorum" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hortus-librorum.jpg" alt="" width="200" height="282" /></a>Lasciamo i comportamentisti ai loro tristi esperimenti e reivolgiamo invece un grato pensiero ai sacerdoti-architetti mesopotamici, cretesi, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti/">celti</a>, medievali e rinascimentali che hanno elaborato le forme del Labirinto vegetale come duplice ponte verso la dimensione celeste everso la dimensione interiore; che sono poi, in fondo &#8211; secondo la Tradizione iperborea &#8211; due maniere diverse di esprimere, anzi di balbettare, cioè di tentar di esprimere, una sola ed unica realtà ultima. Pensiamo, per esempio, a quei druidi che hanno progettato, estratto, trasportato ed eretto grandiose architetture megalitiche, profondendovi un immane patrimonio d&#8217;intelligenza, di spiritualità, di lavoro fisico apparentemente non remunerativo. Oppure pensiamo ai maestri comacini, a quei costruttori di cattedrali che, in un linguaggio iniziatico (argotico, per dirla con Fulcanelli, da cui deriva &#8220;arte gotica&#8221;) hanno innalzato verso il cielo quelle stupefacenti montagne di pietra in cui ogni singolo elemento ha una sua funzione non solo statica, ma sapienziale; in cui tutto parla, tutto vive: dalle guglie più ardite all&#8217;ultima vetrata e all&#8217;ultima scultura che adorna i portali o il pulpito o i capitelli delle colonne e dei pilastri.</p>
<p style="text-align: justify;">Meditazione, preghiera, ritorno alla vera casa <em>in interiore hominis</em>. Questo è anche il senso riposto del labirinto: ricerca inesausta della realtà altra, cammino iniziatico dai tempi lunghi e solenni, dunque tempo sacro oltre che luogo sacro, contrapposto allo spazio-tempo profano; nostalgia sublime di una perduta saggezza, di una perduta armonia, di una perduta &#8211; ma forse non per sempre &#8211; comunione magica col grande Tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Prolusione all&#8217;apertura annuale dell&#8217;Orto Botanico Locatelli a Mestre (Parco della Bissuola), in collaborazione con l&#8217;Associazione Eco-Filosofica (già Associazione Filosofica Trevigiana), Maggio 2005.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lo-spazio-magico-del-labirinto.html' addthis:title='Lo spazio magico del labirinto ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Ludwig Leichhardt, ultimo esploratore romantico nei deserti proibiti dell&#8217;Australia</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 16:52:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leichhardt è uno di quei personaggi che continuando a eludere il nostro compulsivo bisogno di sapere, di svelare, di chiarire una volta per tutte: in questo consiste il suo fascino, che la distanza di tempo non attenua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ludwig-leichhardt.html' addthis:title='Ludwig Leichhardt, ultimo esploratore romantico nei deserti proibiti dell&#8217;Australia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>LEICHHARDT Ludwig</em>. <em>Esploratore tedesco, nato a Trebitsch nel 1813, morto nel 1848 nel deserto australiano, all&#8217;interno del Queensland. Al principio del 1848 partì con l&#8217;idea di riconoscere il corso del fiume Swan, in compagnia di cinque bianchi e due indigeni. Il 3 aprile giunse l&#8217;ultima lettera scritta dal fortino di Macperson, sul fiume Coogan, poi più nulla si seppe dell&#8217;esploratore. Una spedizione di soccorso organizzata nel 1851 non dette alcun risultato. Nel 1856 una seconda spedizione guidata da Gregory riuscì a scoprire avanzi di un accampamento presso lo sbocco dell&#8217;Elsey Greel nel Victoria e una terza spedizione guidata da Forrest nel 1869 trovò altre tracce. Nel 1890 l&#8217;inglese Carnegie condusse una quarta spedizione e riportò prove inconfutabili per asserire che l&#8217;esploratore e i suoi compagni erano stati uccisi dagli indigeni dell&#8217;interno. Bibl.: C. D. Cotton, </em>Ludwig Leichhardt and the Great South land<em>, Sydney, 1938.</em><br />
<em>(Da: Silvio Zavatti, </em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche<em>, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 170-171).</em></p>
</blockquote>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_9112" class="wp-caption alignright" style="width: 209px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-9112" title="Ludwig Leichhardt." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/leichhardt.jpg" alt="Ludwig Leichhardt." width="199" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Ludwig Leichhardt.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Era un tipo strano, Ludwig Leichhardt.</p>
<p style="text-align: justify;">Renitente alla leva e disertore dell&#8217;esercito più severo del mondo, verrà perdonato dal governo di Berlino dopo che il suo nome, improvvisamente, era divenuto celebre nell&#8217;altro emisfero della Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure non aveva l&#8217;aria dell&#8217;esploratore; e, soprattutto, non ne aveva la mentalità e la preparazione; almeno secondo gli standard comunemente accettati. La sua &#8220;tecnica&#8221;, si fa per dire, consisteva nel buttarsi all&#8217;avventura, improvvisando e affidandosi soprattutto alle risorse di un coraggio temerario, quasi suicida. Giudicato con il metro dei moderni esploratori &#8220;scientifici&#8221;, ci appare una via di mezzo tra un <em>desperado</em> tranquillo e un <em>kamikaze</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, strano a dirsi, alla fine i suoi metodi funzionavano: e buona parte della carta geografica dell&#8217;Australia nord- orientale, da Sidney al Golfo di Carpentaria, è stata disegnata per merito dei suoi viaggi stralunati.</p>
<p style="text-align: justify;">Non pareva avere neanche il fisico dell&#8217;esploratore: con il corpo sottile e il volto da fanciulla, era esattamente l&#8217;opposto del rude avventuriero degli spazi inviolati, barbuto e muscoloso. E invece, a dispetto della sua aria mite e un po&#8217; allucinata, possedeva una resistenza fisica e psicologica incredibile: sopportava il caldo e la fame, la stanchezza e la tensione nervosa con uno stoicismo che ha del sovrumano. I suoi occhi, incredibilmente azzurri, sembravano vagare in una dimensione altra, tanto più che era afflitto da una fortissima miopia. L&#8217;orizzonte, per lui, era il grande mistero da svelare: e questo era tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Della gloria e della fama gli importava poco, e ancor meno si interessava dei vantaggi economici che le sue scoperte avrebbero recato ad altri &#8211; a cominciare dagli allevatori di bestiame e dai commercianti di Sidney, desiderosi di trovare una comunicazione diretta, via terra, con l&#8217;Asia sudorientale. Non l&#8217;avrebbero trovata: ma i pascoli scoperti da Leichhardt, bene irrigati dall&#8217;acqua di numerosi fiumi, si sarebbero dimostrati, nel corso del tempo, il vero oro dell&#8217;Australia: un giacimento assai più redditizio di qualunque commercio.</p>
<div id="attachment_9219" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/ludwig-leichhardt.html/mappa-prima-spedizione-leichhardt/" rel="attachment wp-att-9219"><img class="size-medium wp-image-9219" title="Mappa della prima spedizione australiana di Leichhardt." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mappa-prima-spedizione-leichhardt-300x216.jpg" alt="Mappa della prima spedizione australiana di Leichhardt." width="300" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Mappa della prima spedizione australiana di Leichhardt.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt guidò la sua prima spedizione nell&#8217;interno del continente australiano nel 1844-45, giovane di trentadue anni; a trentacinque condusse la seconda e ultima, quella da cui non sarebbe più tornato. I tipi come lui non diventano mai vecchi.</p>
<p style="text-align: justify;">«Figura eccentrica che inalberava un cappello da <em>coolie</em> malese e una sciabola (aveva un sacro terrore per le armi da fuoco), Leichhardt era assolutamente inadatto per il comando di una simile spedizione. La maggior parte dei suoi due anni in Australia erano stati trascorsi a Sidney; il suo senso di orientamento e capacità di vita nella boscaglia erano minimi; era anche estremamente miope. Non fosse stato per le guide aborigene, Charley Fisher e Harry Brown, avrebbe difficilmente raggiunto il suo scopo. Di una qualità tuttavia non mancava: il coraggio». Così lo descrive Eric Newby ne <em>Il grande libro delle esplorazioni</em> (titolo originale: <em>The Mutchell</em><em> Beazley World Atlas of Exploration</em>, traduzione Riccardo M. degli Uberti, Milano, Vallardi, 1976, 1991, p.231).</p>
<p style="text-align: justify;">Era partito nell&#8217;ottobre del 1844 dalla baia di Morteon nei pressi di Brisbane, deciso ad aprire una pista fino alla lontanissima Port Essington, sulla costa settentrionale. Gli uomini della spedizione portavano ciascuno un vaso della capienza di circa nove litri, più un litro circa di razione individuale. Ciò significa che, per non morire di sete nella boscaglia, non avrebbero mai dovuto allontanarsi dal corso dei fiumi. E questo fu, infatti, il semplice ma geniale segreto del successo della prima spedizione: tenersi sempre nelle vicinanze dell&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 7 ottobre, Leichhardt raggiunse il fiume Condamine, marciò a nord-ovest sino al fiume Dawson; quindi, dopo quattro mesi di marcia attraverso un aspro territorio montuoso, raggiunse il fiume Burdekin. Da quel punto, approfittando dell&#8217;alveo del fiume Lynd, nel giugno del 1845, dopo nove mesi di marcia massacrante, la piccola colonna giunse sulle rive del fiume Mitchell, che sfocia nel grande Golfo di Carpentaria; e fu lì che il naturalista John Gilbert cadde ucciso dagli aborigeni. Un incidente senza dubbio molto sfortunato, perché gli aborigeni, solitamente, non erano aggressivi e, anzi, in più di una occasione furono proprio loro a salvare gli esploratori bianchi che si addentravano, partendo da varie direzione, nel cuore del continente australiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lì in avanti, Leichhardt non dovete fare altro che costeggiare, da sud, quell&#8217;amplissimo golfo, che sembra incidere a fondo il versante settentrionale dell&#8217;Australia, rivolto verso la grande isola della Nuova Guinea. Una regione equatoriale più ricca di vegetazione, mano a mano che si procede verso settentrione, e solcata da una serie di fiumi che sfociano nel golfo, i quali dovettero essere guadati l&#8217;uno dopo l&#8217;altro; ma che, intanto, fornivano agli uomini un regolare rifornimento della preziosissima acqua dolce.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/%c2%abterra-incognita%c2%bb-le-storie-le-imprese-i-protagonisti-delle-grandi-scoperte-geografiche/10131" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9220" style="margin: 10px;" title="terra-incognita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-incognita1.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>Penetrata nella Terra di Arnhem, la spedizione giunse infine a Port Essington, la meta prefissata, da cui fece ritorno a Sidney via mare (cfr. Anton Mayer, <em>6.000 anni di esplorazioni e scoperte</em>, trad. italiana di R. Caddeo, Milano, Bompiani, p. 285). L&#8217;intero viaggio era durato esattamente diciotto mesi: un anno e mezzo. Anche se l&#8217;obiettivo primario della spedizione &#8211; stabilire un collegamento diretto e relativamente agevole fra Sidney e Port Essington &#8211; non si può dire che venne raggiunto, in compenso l&#8217;ardimentosa marcia del giovane tedesco aveva spalancato enormi possibilità di sfruttamento zootecnico del territorio. Nei suoi <em>Diari</em>, Leichhardt scrisse che quello da lui scoperto si presentava come «un paese eccellente, disponibile, pressoché in tutta la sua estensione, a scopi di pastorizia» (cit. in E. Newby, <em>Op. e loc. cit.</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda spedizione, quella fatale, si mosse verso l&#8217;interno nell&#8217;aprile del 1848, dalla stazione di McPherson sulle Darling Downs. L&#8217;intenzione di Leichhardt era quella di seguire la pista già aperta dal maggiore inglese Thomas Mitchell sino al fiume Victoria; quindi puntare dritto a nord, fino al Golfo di Carpentaria; da lì, poi, si sarebbe spinto fino alla costa occidentale e, a sud, fino allo Swan River.</p>
<p style="text-align: justify;">Un progetto semplicemente pazzesco; tuttavia non erano pochi a scommettere che anche questa volta quello strano tedesco armato di sciabola e poco pratico nell&#8217;uso della bussola ce l&#8217;avrebbe fatta, lasciando a bocca aperta tutti quanti.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, Leichhardt non doveva essere poi così matto come sembrava. Per gli Inglesi, e specialmente per i dirigenti della sezione di storia naturale del British Museum, a Londra, egli era niente di meno che un distinguished Scholar, ossia uno «scienziato di valore»: appellativo che quei professori non sono soliti concedere alla leggera. Se, come naturalista, godeva di un tale credito presso gli ambienti scientifici della madrepatria britannica, i rudi coloni australiani erano propensi a concedergliene anche loro, come esploratore. In fondo, uno che progetta di attraversare l&#8217;intero continente, da un capo all&#8217;altro, non può essere che una persona notevole: un pazzo, forse; ma un pazzo ammirevole e degno di tutto rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece Leichhardt e i suoi compagni svanirono nel nulla: come se l&#8217;immenso continente li avesse risucchiati nel vuoto. Sulle rive del fiume Victoria (allora chiamato Barcoo) vennero, più tardi, ritrovate le tracce di due suoi accampamenti; ma null&#8217;altro. Si disse, in seguito, che l&#8217;intera spedizione era caduta sotto le lance e le mazze degli aborigeni, ma non ne esiste la certezza assoluta. Permane tuttora un&#8217;aura di mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt, dunque, è finito così, come doveva finire; con il senno di poi, saremmo portati a dire: come era inevitabile che finisse. Altri esploratori sono scomparsi nel nulla, come l&#8217;italiano Guido Boggiani &#8211; ai primi del Novecento &#8211; nel Deserto del Chaco, nel cuore del Sud America (cfr. Francesco Lamendola, <a title="Ricordo di Guido Boggiani" href="http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html"><em>Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore</em></a>). Leichhardt, però &#8211; in un certo senso &#8211; si può dire che sia stato l&#8217;ultimo esploratore romantico, e romantica è la sua fine misteriosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quell&#8217;aria stranita e un po&#8217; incongrua, disarmata e volitiva al tempo stesso, deve aver esercitato un certo fascino sulle donne. Non è una congettura puramente gratuita; abbiamo alcuni elementi per sostenerla.</p>
<p style="text-align: justify;">Laura Trevelyan, la protagonista del romanzo <em>L&#8217;esploratore</em> (titolo originale: <em>Voss</em>, London, 1957; traduzione italiana di Piero Jahier, Torino, Einaudi, 1965), scritto da uno dei maggiori narratori australiani del Novecento, Patrick White, è una donna altera e inaccessibile, ma, davanti a quella versione germanica dell&#8217;eterno mito di <a title="Don Chisciotte della Mancha" href="http://www.libriefilm.com/don-chisciotte-della-mancha/6214" target="_blank"><em>Don Chisciotte</em></a>, s&#8217;infiamma di amore a prima vista. Lui è il tedesco Johann Ulrich Voss, colui che vuole attraversare l&#8217;Australia inesplorata da un capo all&#8217;altro: chiaramente, un personaggio ricalcato sulla figura storica di Ludwig Leichhardt. Se ne innamora perdutamente, disperatamente, proprio perché intuisce in lui la caratteristica fondamentale del disinteresse: l&#8217;esploratore venuto dalla lontana Prussia non è in cerca di fama o di ricchezze, ma solo ed esclusivamente di orizzonti incontaminati. Ed è un amore disperato, appunto perché Voss-Leichhardt non cerca nulla, non desidera nulla dai suoi simili, neanche da una donna bella e intelligente come Laura Trevelyan. A riempirgli la vita bastano i suoi sogni, i suoi miraggi, la sua tensione esistenziale verso una dimensione segreta dell&#8217;esistenza. In fondo, sono due solitudini che si sfiorano, si riconoscono, si allontanano reciprocamente, dopo essersi riscaldate, per un attimo, alla dolce fiamma di una profonda, segreta comprensione reciproca.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/storia-dellaustralia/7959" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-9221" style="margin: 10px;" title="storia-dell-australia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-dell-australia-179x300.jpg" alt="" width="179" height="300" /></a>Poi, c&#8217;è la scrittrice tedesca Ruth Park &#8211; viaggiatrice e autrice di un buon libro sulla storia e la geografia dell&#8217;Australia, <em>Der Goldene Bumerang</em> &#8211; che, quando s&#8217;imbatte nella figura del suo enigmatico connazionale, abbandona il tono pratico e l&#8217;abituale stile giornalistico, lasciandoci intravedere una autentica infatuazione per quel giovane solitario che, come Alessandro Magno, ha lasciato il mondo degli uomini per spingersi più in là di chiunque altro. Leggendo le pagine che ella dedica alla figura e all&#8217;impresa, epica e tragica, di Leichhardt, è difficile sottrarsi all&#8217;impressione che abbia finito per innamorarsi anch&#8217;ella, almeno un poco, di quel bizzarro giovane che non cercava l&#8217;amore, né alcun altro tipo di riconoscimento, e che sembrava tenere in così poco conto la sua stessa vita &#8211; almeno a giudicare dalla <em>nonchalance</em> con cui la metteva a repentaglio, avventurandosi in imprese che, più che azzardate, avevano qualcosa di suicida.</p>
<p style="text-align: justify;">Le donne non resistono al fascino dell&#8217;uomo che non le cerca affatto. Scrive dunque Ruth Park nel suo libro <em>L&#8217;Australia</em> (titolo originale: <em>Der Goldene Bumerang</em>, Carl Schünemann Verlag., Brema; traduzione italiana di Ippolito Pizzetti, Milano, Grarzanti, 1960-1964, pp. 86-91), tratteggiando questo suggestivo e commovente ritratto dell&#8217;esploratore tedesco, uno degli esploratori maggiormente <em>sui generis</em> della storia:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Non era certo ghiotto di carne di manzo, era un buongustaio, aveva uno stomaco molto delicato, e solo in caso di necessità era capace, disprezzando la morte, di nutrirsi per interi mesi di volpi volanti la cui carne è così fetida, che è difficile farla mangiare ad un cane affamato. E non aveva nemmeno l&#8217;aspetto dell&#8217;eroe; era un ragazzo alto e sottile, con un volto da fanciulla, che durante le sue spedizioni portava in testa il cilindro. Mi sembra di vederlo, col suo gestire svolazzante, con gli occhi celesti come il cielo, con la sua splendente capigliatura castana e, da non scordarsi, con la sua cassettina da erborista a tracolla.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia era un eroe, una specie di Don Chisciotte. In testa gli frullavano le idee a centinaia, come farfalle. E lo straordinario è questo: molte di tali idee svolazzanti egli riuscì a tradurre in realtà pratiche, in imprese che, come s&#8217;addice a un eroe, compiva per gli altri. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt era un esploratore e non gli interessava cosa avrebbero fatto i posteri delle terre da lui scoperte. È probabile che non si sia mai reso conto del dono che fece all&#8217;Australia: pascoli di una vastità mai sognata. In realtà non è stato Leichhardt lo scopritore di quelle terre, ma coloro che, più tardi, sono andati alla ricerca di lui. A dirla così, sembra una storia piuttosto complicata, e in realtà lo è davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">Più di cent&#8217;anni fa [ossia nel 1848, nota nostra], sei bianchi e due esperte guide indigene, quarantanove buoi, un numero imprecisato di cavalli e di muli, un carico di materiale per la tosatura, una dozzina di barattoli per le raccolte botaniche, mille libre di farina, cinquanta libbre di zucchero, due cassette di tè e una certa quantità di gelatina. Di tutto ciò nulla è rimasto, e nessuno ne ha mai trovato traccia, o ne ha più udito parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto fantastica possa apparire la scomparsa di tutto il suo corpo di spedizione, una leggenda già di per se stessa, quest&#8217;uomo è realmente esistito una volta, non è improvvisamente balzato fuori dalle pagine di un libro di avventure, ma appartiene ad un mondo storico, ed è stato egli steso &#8211; a suo modo &#8211; un artefice di storia…</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt giunse a Sydney nel 1841. In Prussia si era sottratto al servizio militare e si era visto costretto a fuggire come un &#8216;disertore&#8217;. Era un uomo di un coraggio che rasentava la temerarietà, e il suo modo di concepire una spedizione sconcertava gli esperti. Ma la fortuna lo assistete quasi fino all&#8217;ultimo. Non appena giunto nella Nuova Galles del Sud, cominciò immediatamente a raccogliere nelle foreste abitate dagli indigeni campioni di rocce ed altri oggetti di interesse scientifico. Li mandò quindi in Inghilterra al celebre naturalista Richard Owen, direttore del settore di storia naturale del British Museum. Così Leichhardt riuscì in poco tempo a farsi la fama di esploratore efficiente e pieno di iniziativa. E tale fama gli procurò appoggi ed equipaggiamento per la sua prima grande spedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">A quei tempi la carta dell&#8217;Australia era ancora piena di spazi bianchi. Qui e là la costa era disegnata con precisione, ma il centro del continente era ancora completamente ignoto. Solo sul promontorio più settentrionale della Terra di Arnhem &#8211; a occidente del gigantesco golfo rettangolare di Carpentaria &#8211; sorgeva una base militare, che si chiamava Port Essington. Era una base piuttosto remota. La popolazione di Port Essington si componeva in gran parte di abitanti di Sidney, venuti dalle caserme e dalle prigioni della ancor turbolenta colonia. In un clima in cui ogni specie di cereali, canna da zucchero, riso, tamarindi, e piante tropicali prosperano magnificamente, gli uomini languivano malati, neri di scorbuto e arsi dalla febbre…</p>
<p style="text-align: justify;">Port Essington ha una porta d&#8217;accesso principale: il mare. Ma il viaggio via mare fino alla base più vicina durava mesi e mesi. Possibile che non ci si possa arrivare via terra? Leichhardt non esita un momento. Sa di essere in grado di trovare la strada, è sicuro che arriverà alla meta. Col suo frack e il suo cappello a cilindro, con la sua cassettina da erborista a tracolla, si mette in cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo assiste una fortuna incredibile.. Nessun altro esploratore del continente australiano ha mai avuto una fortuna pari a quella di Leichhardt in questa occasione. Il suo piano è semplice: punta a nord e si mantiene costantemente a circa centocinquanta chilometri dalla costa. I tremendi cicloni lo risparmiano, nei letti sabbiosi e asciutti dei grandi fiumi nessuna piena improvvisa lo travolge.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/0559477066/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=0559477066" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9222" title="eight-months-with-leichhardt" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eight-months-with-leichhardt.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Sfiora le vaste lagune coperte di ninfee dove sono in agguato i coccodrilli. Vede volare gi ibis e raccoglie per i suoi mecenati europei piante con le figlie simili al cuoio. Segue il corso dei grandi fiumi che coprono questa regione dell&#8217;Australia come una rete argentea. Questa volta sono più pieni d&#8217;acqua del solito. Leichhardt non immagina che i letti sono spesso asciutti, che non sempre milioni di uccelli acquatici ne popolano le rive, che non sempre le piante fioriscono con una opulenza come mai gli è capitato di osservare in Europa. Furono le ottimistiche conclusioni a cui pervenne in seguito a questa spedizione che, più tardi, lo rovinarono…</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso compaiono improvvisamente gli indigeni, ombre dipinte di ocra, simili a scheletri nella penombra nebbiosa della foresta vergine. Ma Leichhardt non teme gli indigeni. Cerca in tutti i modi di mostrarsi loro amico. A volte osano accostarsi, alcuni portano doni, viveri. Leichhardt pone il campo presso una laguna di liliacee a sud-est del golfo. Mentre i suoi uomini si dispongono al sonno, improvvisamente cade su di essi una pioggia di giavellotti. Sono capitati nei territori di caccia di una tribù bellicosa. Gilbert, che raccoglie esemplari per il celebre ornitologo inglese John Gould, è ferito a morte. Gli altri afferrano i fucili e fanno fuoco nel fitto della boscaglia. Leichhardt è l&#8217;unico a non sparare: ci vede troppo poco. Ma per il seguito del viaggio non verranno più molestati e finalmente, dopo quindici mesi, raggiungono Porto Essington.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante gli ultimi duecento chilometri di marcia hanno vissuto della carne delle volpi volanti e di &#8216;pelli verdi&#8217;, cotte, vale a dire, pelli non ancora lavorate. La strada che Leichhardt aveva scelto con il suo intuito di esploratore dilettante, si rivelò, tra l&#8217;altro, utile per il trasporto del bestiame.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda spedizione di Leichhard fu una follia. Un&#8217;audacia temeraria non basta come lasciapassare per l&#8217;inferno. Perché questa volta si trattava proprio di un viaggio all&#8217;inferno, attraverso i deserti roventi dell&#8217;Australia centrale. Leichhardt voleva attraversare il continente in linea retta da levante a ponente. Noi che oggi conosciamo bene le insormontabili difficoltà che si oppongono all&#8217;attraversamento di questo deserto privo di alberi e di acqua, non possiamo fare a meno di rabbrividire al pensiero di una simile impresa. È poco probabile che Leichhardt sia penetrato profondamente in questa regione maledetta. Qualcuno afferma che Leichhardt potrebbe anche avere raggiunto l&#8217;Australia occidentale; se il caso ha fatto sì che si siano succedute diverse stagioni favorevoli, cosa che non avviene molto spesso, la traversata non è impossibile. Ma coloro che parlano così sono gente abituata a viverci, in quell&#8217;ambiente; è gente che conosce bene il deserto, mentre Leichhardt era nuovo a queste esperienze. Fino a quel momento la fortuna lo aveva assistito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo tentativo si concluse con un fiasco. Dopo sei mesi Leichhardt e i suoi uomini ritornarono affamati, avendo perduto tutto il bestiame, al fiume Condamine nel Queensland, donde erano partiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Leichhardt non si scoraggiò. Si diede subito a preparare una nuova spedizione. Nessuno degli uomini che avevano partecipato alla prima, o alla seconda fallita, accettò di tornare con lui. Ne avevano avuto tutti abbastanza. Ma Leichhardt non si perse d&#8217;animo per questo. La sua spedizione fu vista per l&#8217;ultima volta nel 1848, mentre attraversava un ruscello a occidente del fiume Condamine. Dove lo condusse il suo cammino? Dove si fermò per non più procedere? Scomparve tra le tempeste di sabbia o nelle foreste dell&#8217;interno, dove le profonde fosse piene d&#8217;acqua vengono coperte così abilmente dagli indigeni che nessuno, tranne i selvaggi abitatori di questo paese selvaggio, riesce a ritrovarle?</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo nulla della fine di Leichhardt. Le distanze erano così grandi, le comunicazioni così cattive, che soltanto due anni e mezzo più tardi Leichhardt fu finalmente dato per perduto. L&#8217;esploratore scomparso divenne la meta di ricerche continue. Nulla fu trovato tuttavia che potesse illuminare sul destino di Leichhardt. Ma per la perdita di un uomo, senza che nessuno se ne avvedesse, gli altri fecero un grosso guadagno: il paese fu percorso in tutte le direzion, a nord e a nord-ovest e si scoprì che era possibile trasportare le mandrie più all&#8217;interno. Gradatamente cominciò a riempirsi sulle carte lo spazio bianco che occupava il centro dell&#8217;Australia.</p>
<p style="text-align: justify;">I coloni che abitano oggi le zone dove s&#8217;avventurò la spedizione, pensano che la misteriosa scomparsa di Leichhardt possa spiegarsi in due modi. A volte egli usava mettere il campo in mezzo al letto asciutto di un fiume. Non aveva mai visto l&#8217;onda gigantesca che si precipita per il letto asciutto, inghiottendo ogni cosa sul suo cammino, quando a molti chilometri di distanza cade un improvviso acquazzone. E può anche darsi che una di queste onde abbia sorpreso improvvisamente nel sonno il campo, annegando gli uomini e coprendo le suppellettili metalliche sotto metri e metri di sabbia.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;altra teoria è che la spedizione possa essere stata assalita dagli indigeni e sterminata. I selvaggi, credendo probabilmente i cadaveri e le suppellettili carichi di pericolosi influssi magici, potrebbero aver gettato ogni cosa in una buca profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi può saperlo? Siamo ancora molto lontano dall&#8217;aver rivelato tutti i segreti dell&#8217;Australia. Proprio mentre scrivo [<em>cioè, alla fine del anni Cinquanta del Novecento</em>] hanno scoperto nel centro del continente una fertile pianura. È abitata da indigeni che non avevano mai visto un bianco prima d&#8217;ora».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Annegato, trucidato o morto di sete e di stenti: in fondo, che importanza ha? Leichhardt è uno di quei personaggi che continuando a eludere il nostro compulsivo bisogno di sapere, di svelare, di chiarire una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto diverso da Alexander von Humboldt, il suo connazionale esploratore del Sud America, e anche dai suoi più famosi colleghi che si spinsero nell&#8217;interno dell&#8217;Africa &#8211; Rohlfs, Schweinfurth, Nachtigal, dei quali ci proponiamo di tornare a parlare altra volta &#8211; Leichhardt si staglia solitario, avvolto da un velo di malinconia, enigmatico, inafferrabile.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo consiste il suo fascino, che la distanza di tempo non attenua. Egli è stato un pioniere solitario non solo dei viaggi di scoperta del mondo intorno a noi; ma anche, in un certo senso, dei viaggi di scoperta dentro di noi, nel cuore dell&#8217;animo umano, dove palpitano e tremolano mille domande senza risposta, mille inquietudini senza un perché.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/ludwig-leichhardt.html' addthis:title='Ludwig Leichhardt, ultimo esploratore romantico nei deserti proibiti dell&#8217;Australia ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 15:33:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html' addthis:title='Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-9118" style="margin: 10px;" title="guido-boggiani" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guido-boggiani.jpg" alt="" width="225" height="291" />Tra gli esploratori dei tempi moderni, Guido Boggiani costituisce un caso particolarmente interessante. Perché? Noi siamo soliti immaginarci l&#8217;esploratore, specialmente dei tempi moderni, come un uomo d&#8217;azione in grado eminente, scarsamente interessato a ciò che esula dalla sfera della sua immediata attività; oppure come un tecnico, uno scienziato chiuso nella propria specializzazione; insomma una mente lucida, positiva, realistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Specialmente dopo Alexander von Humboldt, l&#8217;esploratore-tipo non partiva mai sprovvisto di una certa preparazione botanica, zoologica, geologica ed etnologica. Guido Boggiani, invece &#8211; in clima di positivismo imperante &#8211; offre lo spettacolo <em>sui generis</em> di un esploratore-artista. Anzi, di più; l&#8217;immagine di un artista che un bel giorno, piantate tele e pennelli, e quasi nel colmo del successo, lascia l&#8217;Europa, s&#8217;imbarca per il Nuovo Mondo e si spinge sempre più addentro, sempre più lontano, in cerca di orizzonti più vasti, mai prima veduti dall&#8217;uomo bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sete di regioni inviolate, Boggiani lascerà tragicamente la vita, concludendo una giovane esistenza tutta spesa nella ricerca di verità e bellezza, ricerca sentita e condotta con l&#8217;urgenza indiscutibile d&#8217;un dovere.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Era nato a Omegna, sul Lago d&#8217;Orta, nel 1861. Non era quello il paese natale dei genitori; la famiglia vi si trovava, semplicemente, in vacanza. Giuseppe Boggiani, suo padre, gli trasmise il gusto per il disegno e la pittura; da sua madre Adele, figlia di un famoso professore di zoologia, probabilmente ereditò una certa qual attitudine al lavoro scientificamente ordinato.</p>
<div id="attachment_9116" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boggiani-il-ruscello.jpg"><img class="size-full wp-image-9116" title="Guido Boggiani, Il ruscello (1883)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/boggiani-il-ruscello.jpg" alt="Guido Boggiani, Il ruscello (1883)" width="300" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Guido Boggiani, Il ruscello (1883)</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel 1878, a diciassette anni, si iscrisse all&#8217;Accademia di Brera ed ebbe un professore d&#8217;eccezione, il pittore Filippo Carcano, celebre soprattutto per i suoi paesaggi e le sue marine, incline alla tendenza divisionista impostasi in ambiente lombardo verso la fine dell&#8217;Ottocento. Nel 1881 espose alcuni quadri; nel 1883, a soli ventidue anni, vinse il permio &#8220;principe Umberto&#8221; con un dipinto divenuto famoso: <em>La raccolta delle castagne</em>. In questo quadro, che si trova nella Galleria d&#8217;Arte Moderna, a Roma, sono riassunti gli aspetti salienti del Boggiani pittore: amore sconfinato per la natura, intuizione vivissima dei giochi di luce, ariosità ed armonia del paesaggio; il tutto, forse, un po&#8217; a scapito della profondità dell&#8217;interpretazione (1). Per chi voglia farsene un&#8217;idea, l&#8217;opera è riprodotta &#8211; purtroppo in bianco e nero &#8211; nella <em>Enciclopedia Italiana</em>, alla voce &#8220;Boggiani&#8221;: riconoscimento non certo trascurabile del suo valore di artista.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque, con <em>La raccolta delle castagne</em> il nome del Nostro s&#8217;impose definitivamente all&#8217;attenzione della critica, e da più parti egli venne salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Socio onorario dell&#8217;Accademia di Brera (dalla quale era uscito dopo soli due anni), amico di Gabriele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>, conosciuto personalmente dalla famiglia reale: la sua carriera di artista sembrava trionfalmente avviata. Invece…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WW0XVW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WW0XVW" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9119" style="margin: 10px;" title="dizionario-degli-esploratori" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dizionario-degli-esploratori.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Improvvisa, la decisione della partenza. Un taglio brusco, quasi violento col passato. Nel 1887 Boggiani s&#8217;imbarca per il Sud America e va a stabilirsi a Buenos Aires. Non ha scordato, tuttavia, la sua antica passione, e nella capitale della Repubblica argentina, sulle prime, espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a Buenos Aires non si ferma più d&#8217;un anno; poi, la smania dei viaggi lo afferra nuovamente, lo trascina lontano dalla grande città, lontano da quel mondo affollato e convulso che non è se non la caricatura di quello che ha già lasciato, al di là dell&#8217;Oceano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1888 è nell&#8217;alto Paraguay, regione a quel tempo ancor selvaggia e poco conosciuta, e ben presto comincia a organizzare le sue spedizioni etnografiche verso l&#8217;interno, fra le tribù indigene che hanno risentito finora in ben scarsa misura l&#8217;infusso della civiltà occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi frequenti viaggi si sofferma specialmente fra i Ciamacoco del Gran Chaco e fra i Mbayà o Caduvei del Rio Nabileque, affluente del Paraguay, sull&#8217;orlo più meridionale del Mato Grosso.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua attività è molteplice: studia ad un tempo gli usi, i costumi, la lingua, i prodotti dell&#8217;artigianato degli indigeni con i quali viene a contatto; prende appunti preziosi, note di viaggio: articoli che verranno poi pubblicati da importanti riviste geografiche; compila dei vocabolari delle lingue indiane &#8211; lui quasi sprovvisto di nozioni linguistiche di tipo scientifico &#8211; che verranno poi giudicati dagli esperti dei piccoli capolavori d&#8217;intelligenza e d&#8217;intuizione; e, naturalmente, dipinge, ma soprattutto traccia una gran quantità di schizzi, disegni, bozzetti, che più tardi, tornato in patria, esporrà al pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;">Per sostenere le spese dei suoi viaggi, talvolta Boggiani deve impegnarsi in attività commerciali, come la compra-vendita di pelli pregiate; talvolta, seguendo gli usi del tempo, paga gl&#8217;indigeni con acquavite, cosa non certo encomiabile. Ovunque, però, riesce a farsi benvolere per la sua spontanea generosità e per le sue doti di umanità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694XR4C/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694XR4C" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9120" style="margin: 10px;" title="viaggi-dun-artista" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/viaggi-dun-artista.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>Nel 1893 torna in Italia, per un breve periodo di riposo e per riordinare il materiale etnografico raccolto. Pubblica, quindi, un <em>Vocabolario dell&#8217;idioma Guanà</em> (in <em>Atti dell&#8217;Accademia dei Lincei</em>, 1895); <em>I Caduvei</em> (in <em>Memorie della Società Geografica Italiana</em>, 1895); <a title="I Caduvei" href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694XR4C/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694XR4C" target="_blank"><em>Viaggi di un artista nell&#8217;America meridionale: i Caduvei</em></a> (Roma, 1895), la sua opera maggiore, illustrata da numerosi disegni e quadri dell&#8217;Autore. Intanto cede i manufatti raccolti al Museo preistorico-etnografico di Roma, tiene conferenze d&#8217;interesse geografico, espone al pubblico i suoi dipinti di soggetto sud-americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1895 prende parte al viaggio in Grecia di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> sullo yacht <em>Fantasia</em>, insieme a noti esponenti del mondo dell&#8217;arte e della cultura, come Hérelle (il traduttore francese di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>) e Scarfoglio. A Olimpia, si commuove fin quasi alle lacrime davanti all&#8217;Hermes di Prassitele. Scriverà: &#8220;L&#8217;ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…&#8221; (2).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma in settembre è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del II Congresso Geografico Italiano, portandovi il contributo di ben tre comunicazioni: tutte di argomento sud-americano. Nel suo animo, il Paraguay sembra essere divenuto quasi un&#8217;ossessione; già lo avevano notato i suoi amici, durante il viaggio in Grecia. E finalmente, il 1° luglio 1896, riparte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1897 è di nuovo tra i suoi vecchi amici Caduvei nel Mato Grosso; raccoglie informazioni sulla lingua, sulla manifattura, sulla <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>; prende ancora una quantità di schizzi. Sono molte le spedizioni verso l&#8217;interno realizzate all&#8217;epoca da Boggiani, partendo dalla capitale Asunciòn. I vasti materiali raccolti li spedisce in Europa, ove sarebbero andati in parte al Museum für Völkerkunde di Berlino, in parte presso la Società Geografica Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua a scrivere: appaiono, in Italia, <em>Nei dintorni di Corumba</em>, nel Bollettino della Società GeograficaItaliana, 1897; <em>La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia</em>, in <em>Memorie della Società Geografica Italiana</em>, 1897 (un&#8217;opera quasi profetica, visto che la questione di quei confini sarebbe sfociata poi nella sanguinosissima guerra del Chaco fra le due nazioni); <em>Guaicurù</em>, ivi, 1898. Fonda, ad Asunciòn, la rivista dell&#8217;Instituto paraguayo. E in tutte queste attività rivela non solo una profonda conoscenza di prima mano dei problemi geografici ed etnografici affrontati, ma anche un vero talento di scrittore: vivacità, brio ed eleganza di stile, ottenuta senza alcuno sforzo o ricercatezza e ben diversa, quindi, dalla prosa del suo amico <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>. Per dare un&#8217;idea della vastità dei suoi interessi e della multiforme, instancabile attività della sua mente, basti dire che in questo torno di tempo Boggiani scrive al suo amico francese Hérelle chiedendo che gli spedisca un testo di storia greca antica e moderna e una traduzione francese dell&#8217;<em>Odissea</em>, per distrarsi &#8220;dalla miseria di questa vita solitaria e triste&#8221;, come scrive di suo pugno l&#8217;esploratore, rivelandoci un altro aspetto, tutto interiore e raccolto, della sua personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come abbiamo detto, Boggiani possedeva delle ottime capacità di scritore, né sarebbe esagerazione o retorica affermare che egli rimaneva pittore anche quando adoperava la penna. Valga per tutti il seguente brano, in cui egli descrive un rito di esorcismo fra i Caduvei, al quale assistette durante il suo primo soggiorno presso quella tribù. Vi si noteranno la delicatezza e la leggerezza di tratto del pittore e, al tempo stesso, l&#8217;amore per la fedele rappresentazione, per i singoli particolari così come per l&#8217;effetto d&#8217;insieme, nonché l&#8217;acuta intelligenza di un osservatore distaccato ma non mai scettico o sprezzante.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Una sera, già dopo il tramonto e dopo terminato uno dei balli consueti, io mi ero ritirato sul tavolato che, nella sua casa, il capo del villaggio aveva messo a mia disposizione per tutto il tempo che durò la mia visita presso la tribù.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte era scura e senza luna; ma serena e tiepida. Davanti ad ognuna delle capanne ardevano i soliti fuochi, la cui luce però, quantunque assai viva per la qualità di legna adoperata, e senza fumo, non arrivava ad illuminare che le paglie sporgenti dei tetti e, con strano effetto, le figure vaganti qua e là od accoccolate nelle capanne aperte a tutti i venti; mentre dal lato opposto le tenebre erano profondissime, ed appena si vedevano, dall&#8217;ampia volta del cielo, brillare le innumerevoli stelle nell&#8217;aere nitido della notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutto il villaggio le conversazioni salivano animate; si rideva, si scherzava, si raccontavano mille storielle, e fors&#8217;anche si sussurravano, nella dolce ombra notturna, dolcissime parole d&#8217;amore…</p>
<p style="text-align: justify;">Inaspettatamente un&#8217;alta voce nasale s&#8217;udì. Una vecchia donna, uscita in mezzo al piazzale, lanciò nell&#8217;oscurità della notte alcune frasi, e d&#8217;un tratto tutto tacque intorno; cessò ogni parola, ogni rumore da un capo all&#8217;altro del villaggio; e se non fosse stato pei fuochi che sempre vedevo brillare e per la gente che io vedevo stare ai suoi posti come prima, avrei potuto credere o d&#8217;essere divenuto sordo d&#8217;un tratto, o d&#8217;essere stato trasportato improvvisamente in luogo solitario in mezzo alla campagna deserta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sottovoce, il capo del villaggio che, sedendomi accanto, aveva potuto osservare il mio stupore, mi avvertì che Sabino, il Ciamacoco, uno dei più reputati medici, stava per incominciare la cura di alcuni ammalati.</p>
<p style="text-align: justify;">Io non mi mossi, ché dal posto dove stavo potevo perfettamente osservare ogni cosa. Ma aprii tanto d&#8217;occhi, curioso di vedere bene una cerimonia che s&#8217;annunciava in modo così strano.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti ad una delle vicine capanne era stato aumentato il fuoco che mandava una gran luce tutt&#8217;intorno. Sul limitare della capanna stessa, su dei cuoi stesi al suolo, s&#8217;erano messi a sedere, accoccolati alla turca, tre Caduvei ammalati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed uscì Sabino, il quale, vestito d&#8217;un drappo molto più pulito che non usasse di solito, s&#8217;apprestava a fare lo scongiuro. Teneva in una mano un oggetto che, sul principio, non arrivavo a ben distinguere; vidi poi che era un frammento di specchio incastrato in un pezzo di legno. E nella sinistra mano teneva un mazzo di piume di struzzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Essendosi avvicinato al fuoco, la sua figura risaltava stranamente illuminata sul fondo scuro della campagna immersa nella notte. Ritto, con aria seria ed inspirata, e tutto compreso della gravità della funzione cui s&#8217;accingeva, quel gran ciarlatano (3) incominciò a guardare fisso nello specchio; poi, alzata la faccia, fissò le stelle che brillavano chiarissime in cielo. Riguardò nello specchio come cercando l&#8217;immagine riflessa degli astri favorevoli allo scongiuro; rivolse la faccia in alto e così di seguito alternativamente per due o tre volte ancora, poi sputò, o finse di sputare, tre volte, con grande strepito, acciocché tutti lo sentissero, nel mazzo di piume, che passò lentamente tre volte sopra il fuoco, come per purificarlo; indi ne strofinò lo specchio, quasi a levarne alcuna cosa che gli impedisse di vedere bene l&#8217;oroscopo che andava cercando nelle stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, come ebbe veduto ciò che doveva vedere, s&#8217;avvicinò ai malati, sputò tre volte nel mazzo di piume e lo passò bene sul corpo d&#8217;ognuno, come se si fosse trattato di spolverarli e cacciarne lo spirito maligno che li tormentava.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatto questo, con la massima serietà e compostezza tornò al fuoco e ripetè l&#8217;operazione di prima, indi di nuovo passò a spolverare da ogni lato i suoi clienti, e per tre volte ripetè l&#8217;operazione magico-astronomica, terminando lo scongiro con una spolverata complessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">I tre s&#8217;alzarono e se ne andarono alle case loro convinti dell&#8217;eccellenza del metodo usato da Sabino. E la vecchia che aveva dato al pubblico il primo avviso, uscì fuori nuovamente e gridò nella notte scura e serena che lo scongiuro era terminato.</p>
<p style="text-align: justify;">Immediatamente le conversazioni ripresero animate come prima da un capo all&#8217;altro del villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da medico, Sabino diventò giullare. A notte alta, quando i fuochi s&#8217;andavano spegnendo e tutto rientrava nel silenzio e nella oscurità, alcuni giovanotti portarono dei grandi cuoi, li stesero a terra attorno al tavolato che era accanto al mio e vi si sdraiarono sopra. Riconobbi tra essi i tre ammalati di poco prima, e li vidi intenti ad ascoltare Sabino il quale, ritto in piedi sul tavolato, aveva incominciato una specie di preludio, agitando nella destra un sistro formato di una zucca disseccata e vuota, imperniata su di un manico di legno e contenente alcune pietruzze che producevano un lieve rumore cadenzato.</p>
<p style="text-align: justify;">E cominciò a cantare. La sua voce, ben intonata, era modulata in modo affatto differente da quello usato dai nostri cantori. Usciva sforzata dalla gola ed aveva note acute di testa stranissime.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una nenia lamentosa che si ripeteva come un ritornello, con brevi intervalli nei quali la zucca continuava l&#8217;accompagnamento un po&#8217; più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime note erano acute e forti, e per una curiosa degradazione di toni, mezzi toni e quarti di tono, intramezzati da brevissime note scappate quasi singhiozzanti, cadevano in una nenia melodiosa cantata tutta d&#8217;un fiato, di più in più sotto voce sino a spegnersi in una improvvisa interruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutte quante io vidi ed udii durante il mio soggiorno presso i Caduvei, nessuna cosa mi lasciò una impressione di così grande poesia come quel canto carezzevole che scendeva dolcissimo, in mezzo all&#8217;alto silenzio della notte, sul villaggio addormentato.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo quanto durasse; ma, certo, dovevano essere vicine le prime ore del mattino quando Sabino tacque. Forse il suo canto era stato necessario complemento alla cerimonia scongiurale che aveva preceduto». (4)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Pagine degne di un vero scrittore, ma di uno scrittore che, all&#8217;estro poetico, sa accompagnare una vigile scrupolisità documentaristica e che è capace non solo di ritrarre con grazia ed esattezza le realtà vissute, ma altresì di indagarle e meditarle con acuta intelligenza. Si noti che Boggiani, nel descrivere la cerimonia di guarigione eseguita dall&#8217;uomo della medicina, lo sciamano, non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, e lascia che i fatti parlino da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si nasconde, peraltro, dietro il mito ipocrita dell&#8217;obiettività totale. La sua partecipazione umana s&#8217;intuisce tra le righe, quasi pudica; la sua simpatia per quegli esseri umani, portatori di altri valori (non necessariamente &#8220;inferiori&#8221;) è comunque evidente. E si era nel pieno dell&#8217;età positivistica, l&#8217;età di Lombroso, di Ritter, di Haeckel, quando quasi tutta la cultura occidentale era profondamente permeata dalla credenza nella propria &#8220;naturale&#8221; superiorità e nel Logos calcolante come la forma più alta di sapere, se non addirittura come l&#8217;unica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00694YNCW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00694YNCW" rel="nofollow" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9121" style="margin: 10px;" title="i-ciamacoco" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/i-ciamacoco.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a>E Boggiani stesso, si tenga sempre presente, era intimo amico di nazionalisti come <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> e come Scarfoglio; veniva, cioè, da un universo politico-culturale lievitato di malinteso superomismo nietzschiano (<em>Zarathustra</em> era apparso da neppure un decennio, nel 1883-85) e da tenaci e radicati pregiudizi etnocentrici. Eppure, nella descrizione dei riti e delle abitudini di quei &#8220;primitivi&#8221; sud-americani, non si trovano che scarse tracce di quel senso di superiorità, di quella tracotanza intellettuale: anzi traspare quasi, qua e là, una sorta di nostalgia per il perduto paradiso terrestre, che i Caduvei hanno saputo trattenere nella loro vita, e gli Europei hanno perduto per sempre. Non una rivistazione del settecentesco mito del &#8220;buon selvaggio&#8221;, tuttavia, ma la pensosa e, a volte, malinconica consapevolezza che l&#8217;Occidente, per inseguire la chimera del dominio sul mondo della natura, si è condannato da sé allo smarrimento della sua essenza più profonda e più vera, ricacciata nel regno dei sogni, dell&#8217;immaginazione, della poesia (è questa, ben anche, la grande stagione del <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simbolismo</a>: le <a title="Myricae" href="http://www.libriefilm.com/myricae/7138"><em>Myricae</em></a> del Pascoli sono apparse, come un rombo di tuono a sinistra, nel 1891).</p>
<p style="text-align: justify;">Se Boggiani non fosse stato ròso da una tale inquitudine, da una tale segreta infelicità, che cosa lo avrebbe distolto dall&#8217;Europa, ove era giunto sul limitare del successo e della gloria, per ritornare ancora e sempre a quelle lontane solitudini del Chaco, a quel gran mare d&#8217;erba ove conduceva un&#8217;esistenza, come lui stesso affermava, &#8220;triste e solitaria&#8221;?</p>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p style="text-align: justify;">Già si è detto del valore, riconosciuto da insigni studiosi contemporanei, delle sue investigazioni di carattere etnografico (5). Rimane da aggiungere che, guidato da una felice capacità d&#8217;intuizione e da una conoscenza non libresca, ma diretta e profonda, delle regioni interne del Sud America tropicale, Boggiani non arretra davanti a delle teorie etnologiche per allora nuove, ma perfettamente coerenti con i risultati del suo paziente lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">In una delle memorie da lui presentate al II Congresso Geografico Italiano, nel 1895, e intitolata <em>Tatuaggio o pittura?</em>, avanzava l&#8217;ipotesi di una stretta paentela fra i Caduvei, abilissimi nell&#8217;arte del tatuaggio e della decorazione, e gli antichi Incas del Perù, che lo erano stati essi pure, prima che il loro Impero venisse distrutto dai conquistadores guidati da Pizarro. Certo, non era possibile istituire un raffronto fra il grado complessivo di civiltà degli antichi Peruviani e quello degli odierni indigeni del Rio Nabileque, nel Mato Grosso del sud; tuttavia questa, secondo Boggiani, non costituiva in alcun modo una difficoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco infatti come spiegava la cosa, dal suo punto di vista:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Le arti vanno di pari passo con la civiltà de&#8217; popoli; ma ciò si riferisce al momento creativo di esse; mentre può darsi benissimo che, al contatto di una civilizzazione maggiore, un popolo relativamente inferiore ne risenta una diretta influenza, specialmente nella riproduzione grafica delle forme ornamentali. E se si volesse anche ammettere, cosa non improbabile, che i Caduvei o, meglio, gli Mbayà fossero una popolazione in contatto immediato con le più civili popolazioni dell&#8217;impero degli Inca, obbligati dalle persecuzioni spagnole a rifugiarsi nelle selve ed a menar la vita aspra delle tribù più primitive, non sarebbe strano che, perdute le abitudini di una vita in alto grado civile, abbiano conservato le loro attitudini per l&#8217;arte ornamentale, le cui forme sono sempre le ultime a scomparire presso tutti i popoli della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco quindi spiegato come i Caduvei posseggano un&#8217;arte superiore alla loro presente condizione sociale; un&#8217;arte che, se non è interamente loro, trova una evidente maternità in quella della civiltà antica peruana di cui ci rimagono così splendidi e numerosi saggi» (6).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lo-sguardo-del-viaggiatore-vita-e-opere-di-guido-boggiani/10143" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9117" style="margin: 10px;" title="lo-sguardo-del-viaggiatore" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lo-sguardo-del-viaggiatore.jpg" alt="" width="200" height="281" /></a>Nell&#8217;estate del 1901 Boggiani ha stabilito di rientrare nuovamente in Italia, allorchè gli giunge notizia di una tribù &#8220;selvaggia&#8221; dell&#8217;interno del Chaco, che da molto tempo desiderava avvicinare. Si tratta degli Indiani colà noti col nome generico di Moros, nomadi e, in confronto ai Caduvei, estremamente primitivi, temuti egualmente dai bianchi e dagli altri indigeni che li considerano inavvicinabili, crudeli e fors&#8217;anche cannibali. Il loro vero nome è Ayoréos; pochissimi Europei, da allora e fino ad anni recentissimi, hanno potuto vederli; tra quei pochi l&#8217;esploratore novarese Maurizio Leigheb, che all&#8217;inizio degli anni &#8217;70 del secolo trascorso, a rischio della vita è riuscito a prenderne alcune fotografie, prima di vederli scomparire nel folto del monte, ossia della foresta (7).</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;agosto del 1901 Boggiani lascia Asunciòn, ben deciso a stabilire un contatto con i Moros. Possiede una piccola scorta, che però, all&#8217;ingresso nella selva, viene rimandata indietro. Con lui non rimangono che un fido compagno, tal Gregorio Gavilàn, e alcuni Ciamacoco che dovrebbero far loro da guide.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 ottobre scrive un&#8217;ultima lettera al fratello Oliviero, in Italia, dicendosi intenzionato ad avanzare, a cavallo, sino in vista degli ultimi contrafforti orientali delle Ande, ossia ad attraversare tutto il Gran Chaco nel senso della longitudine, e riproponendosi di compiere delle scoperte notevoli presso quelle ancor sconosciute popolazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 24 ottobre lascia, insieme al paraguayano Gavilàn e a quattro indiani Ciamacoco, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà in quelle regioni ancora selvagge. Da allora la spedizione sembra essere scomparsa nel nulla, come si fosse volatilizzata. Per mesi e mesi, nessuna notizia dell&#8217;esploratore e dei suoi compagni giunge a squarciare le sinistre ombre del mistero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 18 giugno del 1902 parte da Asunciòn una spedizione di soccorso, guiata dal coraggioso spagnolo José Fernandez Cancio, e finalmente il mistero può essere chiarito (8).</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la sua marcia nel Chaco, Fernandez Cancio ha incontrato una tolderìa (villaggio) dei Ciamacoco, presso i quali vengono rinvenuti vari oggetti appartenenti indiscutibilmente a Boggiani. Gli Indiani forniscono confuse spiegazioni alle domande che vengono fatte loro; da ultimo uno di essi, di nome Luciano, finisce per confessare la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Per due mesi e mezzo Boggiani era vissuto fra i Ciamacoco, spostandosi in vari luoghi e raccogliendo materiale etnografico, scattando fotografie ed eseguendo pitture e disegni. Gl&#8217;Indiani gli si erano affezionati, ma erano anche terrorizzati dalla prospettiva dell&#8217;incontro coi Barbudos &#8211; com&#8217;essi chiamavano i Moros o Ayoréos -, che l&#8217;italiano voleva ad ogni costo avvicinare. Nel gennaio del 1902, poichè Boggiani insisteva affinchè lo guidassero presso quella tribù, i Ciamacoco lo avevano ucciso insieme a Gavilàn.</p>
<p style="text-align: justify;">La spedizione di Fernandez Cancio ritrova quindi i resti dei due uomini. Il cranio di Boggiani presenta i segni inequivocabili di un colpo d&#8217;arma bianca alla tempia e di un ancor più terribile colpo di clava. Luciano viene assicurato alla giustizia, condotto ad Asunciòn, processato e imprigionato; ma più tardi riuscirà ad evadere, profittando di torbidi politici scoppiati nel Paraguay.</p>
<p style="text-align: justify;">A più d&#8217;un secolo di distanza da quei fatti, non si può dire che il nome di Guido Boggiani sia molto conosciuto in Italia; forse lo è di più nel Sud America, dove sono stati pubblicati anche alcuni suoi lavori, tuttora inediti nella sua patria. Opere letterarie, a quanto ci risulta, non sono state ristampate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se, come scrisse in sua memoria il <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span>, Boggiani aveva realmente schiuso una strada &#8220;più oltre, più oltre nel nuovo&#8221; (9), speriamo che sia giunto finalmente il tempo perché egli venga nuovamente fatto conoscere agli Italiani, e specialmente ai giovani, per il significativo messaggio che egli ha lasciato come artista, come esploratore e come uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Questa, almeno, è la tesi del prof. Emilio Malesani, in <em>Boggiani, Guido</em>, voce della <em>Enciclopedia Italiana</em>, vol. VII, p. 276.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Dal giornale di bordo di Boggiani durante il viaggio in Grecia, cit. da P. Scotti, <em>Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita)</em>, in <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, Roma, 1963, p. 20.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Poco innanzi, nella medesima opera, Boggiani aveva scritto dello stregone Sabino che &#8220;mai conobbi un più impenitente ubbriacone, un uomo di maggior mala fede, un furfante più matricolato di lui&#8221;. È il prezzo che anche il Nostro ha pagato, in termini d&#8217;incomprensione, all&#8217;atteggiamento di condiscendenza che l&#8217;Europeo del tempo nutriva nei confronti dei popoli &#8220;primitivi&#8221;. Una incomprensione che non lo ha spinto a chiedersi, lui che vendeva l&#8217;acquavite agli Indiani, quali effetti disgreganti avesse sul tessuto sociale delle loro comunità e sul tramonto delle loro culture. Una incomprensione nei confronti dell&#8217;&#8221;altro&#8221; che, da ultimo, gli riuscì fatale, quando non si rese conto dell&#8217;autentico terrore che la sua insistente richiesta di essere accompagnato presso gli Ayoréos provocava nei Ciamacoco.</p>
<p style="text-align: justify;">4) G. Boggiani, <em>I Caduvei. Studio intorno a una tribù indiana dell&#8217;Alto Paraguay nel Matto Grosso (Brasile)</em>, in Memorie della Società Geografica Italiana, V, 1895, pp. 286-88.</p>
<p style="text-align: justify;">5) Alfred Métraux (il celebre etnologo, autore di <em>Tristi Tropici</em> e di <em>Meravigliosa Isola di Pasqua</em>), affermò che, per la parte del Gran Chaco e del Mato Grosso studiata da Guido Boggiani, ben pochi sono stati i lavori etnografici successivi, talché la sua opera rimane per noi, a tutt&#8217;oggi, di importanza capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">6) G. Boggiani, <em>I Caduvei</em>, ecc., cit., p. 268.</p>
<p style="text-align: justify;">7) M. Leigheb, <em>Caccia all&#8217;uomo</em>, Milano, Sugar ed., 1973.</p>
<p style="text-align: justify;">8) Cfr. J. Fernandez Cancio, <em>Alla ricerca di Guido Boggiani nel Gran Chaco Boreale paraguayano</em>, in <em>Bollettino della Società Geografica Italiana</em>, 1903.</p>
<p style="text-align: justify;">9) A Guido Boggiani il poeta Gabriele <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/gabriele-dannunzio" target="_blank">d&#8217;Annunzio</a></span> dedicò un posto importante nel primo libro delle <em>Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi</em>.</p>
<p style="text-align: center;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Riportiamo dal <a title="Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche" href="http://www.amazon.it/gp/product/B005WW0XVW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cestlaru-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005WW0XVW" target="_blank"><em>Dizionario degli esploratori e delle scoperte geografiche</em></a> di Silvio Zavatti (Milano, Feltrinelli, 1967, p. 38):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;BOGGIANI, Guido. Esploratore italiano nato ad Omegna (Novara) nel 1861, ucciso dagli Indiani del Chaco Boreale nell&#8217;agosto o nel settembre del 1901. Il 27 novembre 1867 s&#8217;imbarcò per l&#8217;Argentina stabilendosi in seguito nell&#8217;alto Paraguay. Compilò un prezioso dizionario della lingua Guaranì e portò capitali ausilii all&#8217;antropologia e all&#8217;etnografia del Paraguay. Dopo un breve riposo in Italia, il 1° luglio 1896 ripartì nuovamente per il Paraguay e raccolse vaste collezioni etnologiche che erano conservate nel Museo di Berlino. Mentre stava per dirigersi nuovamente verso l&#8217;Italia, ebbe notizia di una tribù indigena che da lungo tempo cercava e, sospesa la partenza, lasciò Asunciòn nell&#8217;agosto del 1901 seguito da pochi uomini di scorta che poi, all&#8217;entrare nella foresta, vennero rimandati. Con Boggiani rimase solo un uomo fedele. Da quel giorno più nulla si seppe di lui. Il 20 ottobre 1902, il coraggioso spagnolo José Ferdinando Cancio ritrovò le ossa dell&#8217;infelice esploratore. Il cranio presentava una ferita d&#8217;arma bianca alla tempia sinistra e un tremendo colpo di clava infertogli dagli indigeni. Anche il suo compagno fu trovato morto.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;BIBL.: Gli scritti di Boggiani sono: <em>I Ciamacoco</em>, in <em>Atti della Società Romana di Antropologia</em>, Roma, 1894; <em>I Ciamacoco</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, 1895; <em>Il Rio Nabilecche e la regione abitata dai Caduvei nello Stato di Matto Grosso in Brasile</em>, ivi; <em>I Caduvei</em>, in <em>Memorie della Reale Società Geografica Italiana</em>, vol. V, 1895; <em>Idioma Guana</em>, in <em>Atti dell&#8217;Accademia dei Lincei</em>, 1895; <em>Viaggi di un artista nell&#8217;America meridionale: i Caduvei</em>, Roma, 1895; <em>Tatuaggio o pittura?</em>, in <em>Atti del II Congresso Geografico Italiano</em>, Roma, 1895; <em>Nei dintorni di Corumba</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, vol. XXXIV (1897); <em>La questione dei confini tra le Repubbliche del Paraguay e della Bolivia</em>, in <em>Memorie della Reale Società Geogr. Italiana</em>, vol, VII (1897); <em>Guaicurù</em>, ivi, vol. VIII (1898). Per B. si veda: E. H. Giglioli, <em>Guido Boggiani</em>, in <em>Boll. della Reale Soc. Geogr.</em>, 1902; J. Fernandez Cancio, <em>Alla ricerca di Guido Boggiani nel Chaco boreale paraguayano</em>, ivi, 1903; R. Giolli, <em>Per la psicologia di un esploratore: Guido Boggiani fra i Caduvei</em>, in <em>Le vie d&#8217;Italia e dell&#8217;America Latina</em>, 1925; Diaz-Perez Viriato, <em>Coronario de Guido Boggiani</em>, in <em>Revista Paraguayana</em>, Asunciòn, 1926; A. Faustini, <em>Gli esploratori</em>, Torino, Paravia, 1932; A. Viviani, <em>Guido Boggiani alla scoperta el Gran Chaco</em>, ivi, 1938; P. Scotti, <em>Guido Boggiani (nel centenario della sua nascita)</em>, in <em>Boll. della Soc. Geogr. Ital.</em>, 1963.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">A questi riferimenti bibliografici, vogliamo aggiungere: Anonimo, <em>Guido Boggiani o la passione della vita primitiva</em>, in <em>Il giardino di Esculapio</em>, anno XX, 1951, n. 1, pp. 29-54; M. Leigheb, <em>Caccia all&#8217;uomo</em>, Milano, Sugar ed., 1973; G. C. Favret, <em>La giovane America</em>, Ed. Uomini-Continenti, Destini, Torino, 1960.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a title="Arianna Editrice" href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/guido-boggiani.html' addthis:title='Ricordo di Guido Boggiani, pittore-esploratore ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 17:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La credenza millennaria nella Terra Australis Incognita fu il frutto di una speculazione razionale, e non un mito in senso proprio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-scomparsa-della-terra-australe-incognita-come-paradigma-del-conflitto-fra-scienza-e-mito.html' addthis:title='La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito? '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-australis-incognita.jpg"><img class="size-medium wp-image-9056 alignright" style="margin: 10px;" title="terra-australis-incognita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-australis-incognita-300x144.jpg" alt="" width="300" height="144" /></a>Pare che la scoperta dell’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span> sia avvenuta il 30 gennaio 1820 da parte del capitano della Marina britannica Edward Bransfield, il quale, salpato da Valparaiso per effettuare rilievi cartografici delle le Shetland Australi, sbarcò sull’isola di King George, presso la costa della Penisola Antartica, e poi bordeggiò l’isola Deception.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava però di una terra gelida, coperta da ghiacci e circondata da mari tempestosissimi e da iceberg estremamente pericolosi per i velieri; insomma una terra abbandonata da Dio e dagli uomini, ove non c’era nulla che sollecitasse la curiosità o l’avidità di eventuali pionieri e che nulla aveva da offrire alle compagnie di navigazione in fatto di commercio, con la sola eccezione delle balene che popolavano le acque ad essa prospicienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, per due millenni, la civiltà europea aveva costantemente alimentato l’illusione che vi fosse, nell’emisfero australe, un vasto continente che controbilanciasse la massa di terre emerse di quello settentrionale; un continente che si pensava giungesse fin quasi alle medie latitudini, e le cui propaggini più avanzate dovevano quindi godere di un clima temperato, se non addirittura subtropicale.</p>
<p style="text-align: justify;">La flora, la fauna e l’umanità che popolavano una tale Terra Australe potevamo essere solo oggetto di speculazione, ma in ogni caso si favoleggiava che fossero ricche e varie, tali da rendere assai desiderabile una presa di contatto e lo stabilimento di relazioni commerciali.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tanto in tanto, alcuni racconti di marinai che si erano spinti più a sud delle normali rotte oceaniche giungevano ad arricchire l’immaginazione di sempre nuovi, allettanti particolari e a rinvigorire il mito che, altrimenti, sarebbe rimasto pericolosamente privo di sostegni concreti, affidato alla sola speculazione dei filosofi e di qualche geografo.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa duemila anni prima di quel fatidico gennaio 1820, <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span>, il maestro di color che sanno, aveva sostenuto che, così come esiste una zona abitabile nell’emisfero nord, al di là della quale, intorno all’Equatore, si stende una proibitiva e inaccessibile zona di spaventevole calore, allo stesso modo una zona abitabile doveva esistere anche nell’emisfero sud: ragioni di proporzione, di simmetria e di estetica rendevano quasi inevitabile tale deduzione, partendo dall’assunto che una perfetta geometria presiede tanto all’ordine dell’Universo, quanto a quello terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio di Pitea di Marsiglia (vissuto fra il 380 e il 310 circa a. C.) verso l’Estrema Thule, la leggendaria terra boreale, venne così a rafforzare l’idea che, se il lontano Nord era abitato e accessibile, la stessa cosa doveva avvenire anche per il più lontano Sud, oltre la zona infuocata dei deserti e dei mari equatoriali.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra che la geografia greca non sia mai venuta a conoscenza né dei viaggi di due flotte egiziane che, rispettivamente verso il 3000 e nel 1493 avanti Cristo, erano giunte alla mitica Terra di Punt, identificabile con la regione posta presso la foce del fiume Zambesi; né del viaggio dei Fenici che, fra il 600 e il 597 avanti Cristo, avevano circumnavigato l’Africa; ragion per cui essi continuarono a credere che questo continente fosse parte della vastissima Terra Australis e che l’unico ostacolo per giungere al cuore di essa non era costituito dall’ampiezza dei mari meridionali, ma dalla impraticabilità della cintura di fuoco equatoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna così attendere il 1487 perché il portoghese Bartholomeu Diaz raggiunga ed oltrepassi il Capo di Buona Speranza (da lui chiamato, in verità, Capo delle Tempeste), mostrando così l’insularità del continente africano e la sua non appartenenza al misterioso continente australe &#8211; anche se, ad essere precisi, l’estremità dell’Africa è rappresentata da un altro promontorio, il Capo Agulhas; ed il 1497 perché, ricalcando la medesima rotta, Vasco da Gama si spinga attraverso l’Oceano Indiano e giunga alla sospirata India, impresa celebrata settantacinque anni dopo dal massimo poeta epico portoghese, Luiz Vaz de Camões (1524 circa &#8211; 1580), nei versi del suo capolavoro, <em>I Lusiadi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nuova legna al fuoco della Terra Australis si aggiunse dopo il viaggio di Fernando Magellano che, scoprendo e attraversando lo stretto che oggi porta il suo nome (ma che lui aveva battezzato Stretto de Todos Los Santos) e che mette in comunicazione il Sud Atlantico con il Pacifico, nel 1520, aveva costeggiato la riva settentrionale Terra del Fuoco; e, benché egli personalmente sospettasse la natura insulare di quest’ultima, la sua scoperta venne invece interpretata dai geografi come la conferma dell’esistenza del continente australe.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/antartide-meraviglie-naturali/9170" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-9057" style="margin: 10px;" title="antartide-meraviglie-naturali" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/antartide-meraviglie-naturali.jpg" alt="" width="200" height="249" /></a>Così, nel mappamondo di Oronzio Fineo, del 1531, l’Africa appare distinta dalla Terra Australis, ma quest’ultima occupa ancora un’estensione ragguardevole, spingendosi alle medie latitudini ed include quella che poi verrà riconosciuta come l’Australia (che però, in teoria, era ancora del tutto sconosciuta agli Europei), nonché la Terra del Fuoco, che ne diviene una propaggine protesa a sfiorare l’America Meridionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle tavole degli atlanti, i cartografi sembrano divertirsi ad arricchire il misterioso continente di particolari stuzzicanti per la fantasia degli Europei: una regione costiera di esso, per esempio, vi figura con la dicitura “Psittachorum regio” e ciò suggerisce che, essendo ricca di pappagalli, debba godere di un clima tropicale e di una vegetazione lussureggiante.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1576 il navigatore spagnolo Juan Fernandez, che già aveva scoperto l’arcipelago recante oggi il suo nome, si spinse ancora più lontano dalle coste occidentali del Sud America, in direzione Ovest, e disse poi di aver raggiunto una terra assai vasta, solcata da grandi fiumi e popolata da indigeni ospitali e civili, vestiti con abiti di stoffa.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un altro indizio, benché labile, dell’esistenza del continente australe: ulteriori indizi vennero da altri navigatori spagnoli, fra gli ultimi decenni del Cinquecento e l’inizio del Seicento: Mendaña de Neira, Quiros, Torres; nessuna nazione come la Spagna &#8211; in quegli stessi anni Cervantes componeva il suo <a title="Don Chisciotte" href="http://www.libriefilm.com/don-chisciotte-della-mancia/955" target="_blank"><em>Don Chisciotte</em></a> &#8211; ha contribuito ad alimentare la leggenda…</p>
<p style="text-align: justify;">Per un paio di secoli ancora, ogni avvistamento di terre ed isole nell’emisfero sud venne interpretato in quel senso; anche se le progressive scoperte dei navigatori europei mostravano poco a poco, ma inesorabilmente, che l’enorme continente meridionale non era, né poteva essere, così smisurato come si favoleggiava; anzi, che non esisteva alcuna prova che le terre, le quali avrebbero dovuto farne parte, fossero in realtà null’altro che delle isole e degli arcipelaghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Per giunta, alcuni di tali avvistamenti si rivelarono problematici; alcune di quelle terre, come le misteriose Isole Auroras, nell’Atlantico meridionale, viste dal capitano spagnolo Bustamante nel 1762, vengono perdute, poi ritrovate, infine perdute per sempre; lo stesso accade per l’Isola Saxemberg, sempre nell’Atlantico de Sud, così come, più tardi, per le isole Nimrod, Emerald e Dougherty, queste nel Pacifico meridionale, viste e riviste ma poi mai più ritrovate: tutte poste, ad ogni modo, alle alte latitudini e, quindi, caratterizzate da un cima sub-polare; ben altra cosa dalla lussureggiante vegetazione e dalla ricca fauna della supposta Terra Australis, per non parlare delle numerose, raffinate e doviziose popolazioni che questa avrebbe dovuto ospitare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/leroe-dellendeavour/8883" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-9058" style="margin: 10px;" title="eroe-dell-endeavour" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/eroe-dell-endeavour-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Il colpo di grazia giunse quando si riconobbe che né l’Australia, né la Nuova Zelanda, potevano esserne parte, data la loro natura insulare, e ciò per opera dei viaggi di James Cook; quanto alla Terra del Fuoco, già Francis Drake aveva intravisto l’enorme distesa d’acque a sud di essa, mentre il riconoscimento del Capo Horn, il 26 gennaio 1616, da parte degli olandesi Schouten e Le Maire, aveva definitivamente smentito la sua appartenenza alla Terra Australis.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi di colpo, dopo il secondo viaggio di Cook intorno al mondo e la sua discesa oltre il Circolo Polare Antartico (1772-73), spariva dalle carte geografiche il fantomatico continente australe, che aveva acceso la fantasia di generazioni di scienziati e di navigatori: infatti, se anche una terra emersa esisteva ancora più a sud, non poteva essere che un desolato deserto di ghiacci, perennemente avvolto nella nebbia e reso quasi inaccessibile dalla presenza dei lastroni galleggianti, grandi talvolta come vere e proprie isole.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, gli ultimi riflessi dell’antica credenza erano duri a morire: Scott, nel 1904 stava ancora cercando l’isola Dougherty e Shackleton, nel 1912, faceva lo stesso con l’isola Emerald…</p>
<p style="text-align: justify;">Così ha riassunto la vicenda della scomparsa del mito del continente australe l’esploratore polare Wally Herbert nel suo libro <em>Deserti polari</em> (titolo originale: «Polar deserts», Collins, Glasgow, 1970; traduzione italiana di Francesco Saba Sardi, Rizzoli, Milano, 1971, pp. 86-88):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Fino all’epoca del viaggio di Diaz, i cartografi europei, continuando a far propria la logica dei Greci, avevano visto nell’Africa null’altro che l’appendice settentrionale del grande continente australe, e anche dopo l’impresa del portoghese per parecchi anni ancora alcuni di essi si rifiutarono di prendere in considerazione le affermazioni e le prove del contrario. Il cartografo da un lato era lieto di apprendere che gli esploratori avevano scoperto nuove terre: le mappe da lui tracciate sarebbero state una novità, avrebbero attirato l’attenzione del pubblico; dall’altro, tutto ci che poteva invalidare le mappe in precedenza tracciate era da lui considerato con sospetto, perché poteva ingenerare nel pubblico il dubbio che da parte sua vi fosse stato il deliberato proposito di trarli in inganno. Insomma, quella del cartografo era la professione più esposta alle smentite che ci fosse all’epoca delle grandi scoperte, dal momento che non c’era carta appena pubblicata la cui imprecisione non venisse dimostrata, di lì a pochissimo tempo, da un nuovo viaggio di esplorazione. Non può, quindi, sorprendere che i cartografi applaudissero a Colombo (1451-1506), imprecassero contro Diaz, Vasco de Gama (1469-1524) e capitan Cook, e salutassero i resoconti di Magellano (1480-1521) sull’esistenza di una terra a Sud dell’estremità meridionale del continente americano con l’entusiasmo con cui il naufrago s’aggrappa a una tavola di salvezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1520, nel corso del suo viaggio di circumnavigazione terrestre, Magellano aveva scorto, a Sud dello stretto che oggi porta il suo nome, una terra in cui di giorno non si vedeva segno di vita, mentre nottetempo vi brillavano i fuochi da campo degli indigeni, e per questo la chiamò Tierra del Fuego, vale a dire Terra del Fuoco. Magellano ritenne che si trattasse di un arcipelago, ma per geografi e cartografi fu, invece, ovvio che egli aveva scoperto l’appendice settentrionale del grande continente meridionale, la Terra Australis, nome che compare per la prima volta su una mappa pubblicata nel 1531.</p>
<p style="text-align: justify;">In concomitanza con ogni nuova scoperta compiuta nell’emisfero meridionale, la Terra Australis sulle carte andò dilatandosi, fino a da avvicinarsi col suo perimetro settentrionale al Tropico del Capricorno. Durante la sua circumnavigazione del 1577-1580, Drake (1541 ca.-1595) constatò che “il capo o promontorio più remoto di queste isole [la Terra del Fuoco] si trova a quasi 56° al di là dei quali, verso Sud, non è visibile alcuna terraferma né isola”; ma neppure questo valse a scuotere la fede dei geografi nell’esistenza di un ricco e fertile continente australe, e non si decisero a rinunciarvi neppure nel XVII secolo, quando furono costretti a ridurre sempre di più le dimensioni della Terra Australis dai resoconti dei bucanieri, i quali scorrazzavano liberamente i mari del Sud, vastissime distese d’Acqua in cui non esisteva traccia delle terre indicate sulle mappe. Sulle carte il continente meridionale rimase anche dopo che gli Olandesi ebbero dimostrato che l’Australia era circondata da ogni parte dal mare, e anche in seguito alla riconferma di Cook, che neppure la Nuova Zelanda faceva parte del misterioso continente preposto all’equilibrio del mondo. E, nonostante che Cook si limitasse prudentemente ad affermare probabile la presenza di un continente del genere, per Londra si diffuse la voce che egli in effetti lo aveva scoperto e anzi trovato popolato da genti “ospitali, intelligenti e civili”.</p>
<p style="text-align: justify;">Soltanto dopo il suo secondo viaggio nel 1773-74, che lo portò a superare per la seconda volta il Circolo Polare Antartico e a spingere la sua nave, la “Resolution”, fino a 71°31’ di latitudine Sud, tra grandi distese di ghiaccio ma senza scorgere terra, il capitano si dichiarò “finalmente del tutto convinto che in quest’oceano non è reperibile alcun continente, e che terre possano trovarsi soltanto così a Sud, da essere del tutto inaccessibili a causa della presenza dei ghiacci”. A quanto pare, questa sua affermazione fu fraintesa dai geografi, i quali la interpretarono come un’asserzione da parte di Cook della totale mancanza di terre in quelle regioni; la reputazione di cui Cook godeva era tale, che non restò loro altra alternativa, se non quella di considerare il continente australe un semplice mito e, seppur con riluttanza, di cancellarlo dalle loro mappe. In realtà, affermazioni del genere Cook, come s’è visto, non ne aveva fatte. “Credo fermamente”, scrisse, “che nei pressi del polo esista una distesa di terre, dalle quali proviene gran parte dei ghiacci che si diffondono per questo vasto oceano meridionale”. È lecito presumere che i cartografi dell’epoca, delusi all’idea che la fertile terra dei loro sogni si trasformasse in una gelida distesa di ghiacci, preferissero, piuttosto, farla sparire senza lasciare tracce; certo è, comunque, che la cancellarono dalle mappe e, mentre in ogni altra parte del mondo gli esploratori con febbrile attività dilatavano i limiti delle terre note, il gelido Sud restò inviolato: per la prima volta da oltre duemila anni, era diventato inesistente».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Possiamo dedurre da questa vicenda che, quando la scienza e il mito entrano in conflitto, a trionfare è sempre la prima ed a soccombere, inevitabilmente, è il secondo?</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è questa la legittima conclusione da trarre e ciò per una ragione molto semplice.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mito della Terra Australe è un tipico “mito” nel senso moderno della parola; quello platonico di Atlantide, per esempio, è un “mito” nel significato antico…</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/%c2%abterra-incognita%c2%bb-le-storie-le-imprese-i-protagonisti-delle-grandi-scoperte-geografiche/10131" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-9059" style="margin: 10px;" title="terra-incognita" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/terra-incognita.jpg" alt="" width="200" height="280" /></a>In greco, <em>mythos</em> indica un racconto che è pervaso dalla dimensione del sacro e che spiega le origini del mondo, di un certo popolo o di un certo costume; la conoscenza che esso esprime non era considerata come una conoscenza puramente umana, ma anteriore e superiore all’umana; non per niente gli antichi miti greci si riferivano a un’epoca molto anteriore all’invenzione della scrittura ed erano tramandati oralmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’accezione moderna del termine, invece, “mito” indica semplicemente una leggenda, una credenza di natura prettamente umana, dunque un conoscere che non attinge alla sfera del divino, ma che nasce semplicemente da un tentativo di spiegare i misteri del mondo per mezzo della ragione, dell’esperienza, dell’ipotesi logicamente fondata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, la credenza nell’esistenza del continente meridionale è nata dalla speculazione di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/aristotele">Aristotele</a></span> prima, da quella di Tolomeo ed altri geografi greci, poi; non poggiava su di una rivelazione sacra, non si fondava su una tradizione spirituale, né era garantita da alcuna divinità.</p>
<p style="text-align: justify;">Era, se vogliamo, l’equivalente antico della teoria della deriva dei continenti di Wegener, o di quella dell’evoluzione delle specie viventi per selezione naturale di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/charles-darwin" target="_blank">Darwin</a></span> e Wallace; e si fondava su un processo logico per analogia: poiché esiste una notevole massa di terre emerse nell’emisfero Nord, allora deve esisterne una anche in quello Sud, pena l’instabilità della superficie terrestre e, forse, dell’asse terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, era espressione di una aspettativa coerente, ma “ingenua”: se il mondo è ordinato al bene, allora, si congetturava, deve essere armonioso: dunque, devono esservi simmetria e proporzione in tutte le sue parti. Era lo stesso tipo di aspettativa per cui si dice che i filosofi pitagorici rifiutassero, inizialmente, la scoperta dei numeri razionali: questi ultimi, infatti, sembravano mettere in forse l’immagine della matematica come di un regno della perfetta armonia.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un’aspettativa ingenua, perché l’armonia non è necessariamente riconosciuta come tale dalla ragione umana: ciò che è armonioso agli occhi di un Dio, può anche non esserlo allo sguardo degli esseri umani; lo sguardo umano è debole, imperfetto, limitato al qui ed ora: non spazia nella dimensione dell’assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco perché un mito moderno può anche tramontare e dissolversi, mentre un mito antico non può essere in alcun modo smentito dalla scienza: esso riflette un altro tipo di conoscenza, che è radicalmente diversa da quella logico-matematica; il che non vuol dire, ovviamente che le sia inferiore…</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a title="Arianna Editrice" href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-scomparsa-della-terra-australe-incognita-come-paradigma-del-conflitto-fra-scienza-e-mito.html' addthis:title='La scomparsa della Terra Australe Incognita come paradigma del conflitto fra scienza e mito? ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Virgilio e le Georgiche, capolavoro ispirato alle api</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 15:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Virgilio scrive le Georgiche con animo religioso e commosso, e vede ovunque presente, sulla scorta delle dottrine orfico-pitagoriche, una vera e propria Anima universale o Anima mundi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/virgilio-e-le-georgiche-capolavoro-ispirato-alle-api.html' addthis:title='Virgilio e le Georgiche, capolavoro ispirato alle api '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><div id="attachment_8910" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8910" title="Virgilio illustra a Mecenate l'apicoltura. Da Verg., Opera, Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini); da Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica &quot;F. Datini&quot;." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/virgilio-mecenate-300x248.jpg" alt="Virgilio illustra a Mecenate l'apicoltura. Da Verg., Opera, Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini); da Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica &quot;F. Datini&quot;." width="300" height="248" /><p class="wp-caption-text">Virgilio illustra a Mecenate l&#39;apicoltura. Da Verg., Opera, Lugduni 1529 (in Typographaria Officina Ioannis Crespini); da Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica &quot;F. Datini&quot;.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ha circa trenta anni, Publio Virgilio Marone, quando si accinge, verso il 37 a. C., alla composizione delle <a title="Georgiche" href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em></a>, essendo nato ad Andes presso Mantova nel 70. Figlio di contadini (la notizia è di Macrobio Teodosio), non è affatto il cantore dei destini fatali di Roma, non pensa ancora all&#8217;<a title="Eneide" href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em></a> né al mondo della storia, anzi ne rifugge, convinto com&#8217;è (in quanto seguace della scuola epicurea) che storia e politica sono i luoghi sventurati dell&#8217;umana ambizione, della violenza cieca e insensata.</p>
<p style="text-align: justify;">E la sua vicenda personale e familiare ha confermato tale concezione pessimistica, in modo tanto più duro quanto più mite e sensibile è il suo animo di poeta: tre anni prima, nel 40 a.C., una nuova distribuzione di terre, nella Gallia Cisalpina, ai veterani di Ottaviano, ha espropriato da un giorno all&#8217;altro il suo podere avito. Si dice, ma forse è solo una leggenda, che dopo aver perso ogni cosa, a stento ha salvato la vita, gettandosi a nuoto nel Mincio, per sfuggire alla furia di un soldato presentatosi per scacciarlo a mano armata dalla sua casa e dai suoi campi. Se n&#8217;è perciò tornato a Napoli, dove aveva studiato alla scuola del filosofo Sirone, ed è poi entrato nella cerchia esclusiva di Mecenate e dello stesso Ottaviano Augusto, che lo hanno &#8220;risarcito&#8221; con una villa a Roma, sull&#8217;Esquilino, e con un&#8217;altra a Napoli, ch&#8217;egli predilige poiché non ama il chiasso della capitale.</p>
<p style="text-align: justify;">Animo semplice, contemplativo, solitario, ripensa colmo di nostalgia alla sua campagna mantovana, ove il Mincio scorre pigro in mezzo al verde delle tenere canne, ove ha lasciato i ricordi più cari dell&#8217;infanzia e della prima giovinezza: ma non vi ritornerà mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">Al suo attivo, oltre un certo numero di composizioni minori (che saranno raccolte poi nell&#8217;<a title="Appendix Vergiliana" href="http://www.libriefilm.com/appendix-vergiliana/7206" target="_blank"><em>Appendix Vergiliana</em></a>: ma è una dura fatica filologica sceverare i carmi autentici da quelli spuri), un autentico gioiello di poesia pastorale, sul modello del greco Teocrito: le dieci ecloghe delle <a title="Bucoliche" href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/bucoliche/7193" target="_blank">Bucoliche</a></span></em></a> (da <em>boukoloi</em>, i pastori di buoi), composte in circa tre anni, fra il 42 e il 39, ancora palpitanti per il drammatico addio alla terra natale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8912" style="margin: 10px;" title="georgiche" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/georgiche1-183x300.jpg" alt="" width="183" height="300" /></a>Le <a title="Georgiche" href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em></a> sono, per usare l&#8217;espressione del grande latinista Concetto Marchesi, &#8220;il capolavoro della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a> latina per la solida unità di concezione e di espressione e per l&#8217;indissolubile bellezza di suono, di parola e d&#8217;immagini.&#8221; Concetto ribadito dal filologo classico Paolo Frassinetti che afferma: &#8220;dove Virgilio ha nettamente superato ogni modello, creando anzi un <em>unicum</em> di perfezione nella <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a> latina tutta, è nel linguaggio modernamente lirico. In quella perfetta similazione (e cioè fusione di immagine suono e significato) che traduce ed evidenzia miracolosamente nel verso il mondo lirico dell&#8217;autore&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel volo di un airone teso oltre le nuvole; nel folle galoppo delle cavalle fecondate dal vento; nel lamento disperato dell&#8217;usignolo cui sono stati rapiti i nidiacei; nella descrizione di una nevicata sulle lontane pianure della Scizia: sempre la musicalità impareggiabile del verso traduce suoni, immagini, azioni, paesaggi in una dimensione atemporale che è, al tempo stesso, realistica e affettuosamente partecipativa. Sì, perché Virgilio come nessun altro, prima e dopo di lui, ha &#8220;sentito&#8221; con profonda empatia le vicende degli animali e perfino delle piante: come quell&#8217;albero che, dopo l&#8217;innesto, pare meravigliato esso stesso dei rami fioriti che spuntano dal suo tronco.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista strutturale, le <a title="Georgiche" href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em></a> appartengono (secondo il grande modello del <em>De rerum natura</em> di Lucrezio) al genere didascalico: vogliono, cioè, trasmettere degli insegnamenti; ma la perfetta padronanza della tecnica neoterica e, soprattutto, l&#8217;autenticità e la freschezza sublime del <em>pathos</em> virgiliano permettono di evitare i rischi di una precettistica arida e, magari, un tantino petulante.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/virgilio/3397" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8913" style="margin: 10px;" title="holzberg-virgilio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/holzberg-virgilio-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" /></a>No: tutto è vita, tutto è movimento, tutto è immedesimazione affettiva nei quattro libri delle <a title="Georgiche" href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em></a>: il primo dedicato propriamente all&#8217;agricoltura; il secondo alla viticoltura e, in genere, agli alberi da frutto; il terzo all&#8217;allevamento del bestiame e il quarto all&#8217;apicoltura. E se pagine squisite vi sono nei primi tre, specialmente dove Virgilio descrive, umanizzandolo, il mondo dei miti animali della campagna ed esalta la santità del lavoro (<em>labor omnia vincit</em>), visto non come lotta contro la Natura ma, anzi, come forma di devozione agli <em>dei agrestes</em>, è nel quarto libro che la poesia di Virgilio tocca le vette più alte. Anche qui la materia è didascalica: quale è il luogo adatto all&#8217;allevamento delle api; come si costruiscono gli alveari; come si trattano i fuchi; perché è opportuno collocare l&#8217;alveare in un giardino ricco d&#8217;ombra; come riconoscere e curare le malattie degli sciami. Poi descrive l&#8217;istinto sociale degli insetti, il loro coraggio in guerra, la loro obbedienza al re (regina).</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Se uno scienziato &#8211; ha scritto Teresa Cupaiuolo &#8211; cercasse nel libro di Virgilio un preciso studio sulle api e sulla loro vita rimarrebbe disorientato e turbato, subito, sin dai primi versi: il miele piove dal cielo e la cera è nel cuore dei fiori; sono dei re, quelle che invece sono delle regine, le madri delle api; affilano i rostri le api battagliere, quando attendono, invece, alle più elementari cure della loro toletta personale. E c&#8217; è stato, invero, chi ha studiato e quasi cercato… gli errori di Virgilio , in un libro che è la negazione di quella poesia, di cui vuole essere quasi la spiegazione e il commento&#8221; (introduzione al <em>Liber Quartus</em> del <em>Georgicon</em>, Milano, 1951; il riferimento polemico è a Thomas Fletcher Royds, <em>The beasts, birds and becs of Virgil</em>, Oxford, 1930).</p>
<p style="text-align: justify;">No, non scrive con animo di scienziato, Virgilio, il suo libro ( e del resto, quella era la scienza del tempo suo, e non altra); bensì con animo religioso e commosso, e vede ovunque presente, sulla scorta delle dottrine orfico-pitagoriche che saranno, poi, evidentissime nel libro VI dell&#8217;<a title="Eneide" href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/eneide-2/7195" target="_blank">Eneide</a></span></em></a> (quello della discesa nell&#8217;Averno), nell&#8217;umile fiore di campo come nel piccolo, laborioso insetto, una vera e propria Anima universale o <em>Anima mundi</em>. Un&#8217;anima è dappertutto, nelle cose e negli esseri, perché Dio è dappertutto, &#8220;per le terre, pei mari, e pel cielo profondo: <em>His quidam signis atque haec exempla secuti esse apibus partem divinae mentis et haustus aetherius dixere…</em> (Georg., IV, 219-221).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/virgilio-2/5436" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8911" style="margin: 10px;" title="kerenyi-virgilio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/kerenyi-virgilio.jpg" alt="" width="200" height="289" /></a>Anche le api, dunque, sono parte della mente divina: e non è soltanto trasporto affettivo quello che spinge Virgilio a chiamarle &#8220;piccoli Quiriti&#8221;, quasi minuscoli uomini che lottano e soffrono e lavorano eroicamente, ma profonda consapevolezza che esse incarnano, nella santa natura, un mistero non del tutto svelato, e che proprio per questo lo attira e lo commuove. Il mistero della loro concordia, il mistero della loro intelligenza, il mistero del loro coraggio spinto fino all&#8217;eroismo e al sacrificio di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quarto libro delle <a title="Georgiche" href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank"><em><span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/georgiche/7194" target="_blank">Georgiche</a></span></em></a>, che si chiude con la grandiosa favola di Aristeo (il figlio della ninfa Cirene, che si rivolge al dio Proteo per sapere perché muoiono le sue api: episodio che permette a Virgilio di cantare con arte insuperata il dramma di Orfeo ed Euridice) ci presenta pure, nel vecchio di Corico, una figura indimenticabile di saggezza e di serenità campestre, che riassume tutto il valore morale del ritorno alla campagna dopo il dramma delle guerre civili. &#8220;Il vecchio Coricio sembra quasi l&#8217;immortale custode di quella felicità, la più pura e la più facile &#8211; scrive ancora la Cupaiuolo &#8211; che ci viene dalla tacita mollezza di un giorno di primavera, dalla bellezza delicata e fragile di una rosa purpurea…. Non è solo un giardino quello che ci si apre dinanzi nella pompa armoniosa dei suoi toni e dei suoi colori, ma è quel giardino che il vecchio operoso si è visto crescere intorno, a poco a poco, per l&#8217;opera dura e infaticata delle sue mani callose: ogni albero, ogni cespo, ogni fiore è una vittoria, e dalla vittoria piove sul vecchio una felicità nuova che lo rende orgoglioso e pago&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio così: ritorno alla terra, gioia semplice e pura del contatto con la natura, condivisione della fatica e della soddisfazione con i miti amici e compagni del lavoro umano: gli animali; e, prime fra tutti, le mellifere piccole api.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, da <em>Apitalia. Apicoltura, agricoltura, ambiente</em>, n.548, settembre 2005; poi nel sito <a title="Arianna Editrice" href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/virgilio-e-le-georgiche-capolavoro-ispirato-alle-api.html' addthis:title='Virgilio e le Georgiche, capolavoro ispirato alle api ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quel grande punto interrogativo di nome William Shakespeare</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 11:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un insieme di circostanze solleva da secoli alcuni interrogativi sulla biografia di Shakespeare e sulla stessa possibilità che non sia il figlio del guantaio di Stratford-on-Avon il vero autore delle opere che vanno sotto il none di William Shakespeare.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quel-grande-punto-interrogativo-di-nome-william-shakespeare.html' addthis:title='Quel grande punto interrogativo di nome William Shakespeare '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8765" style="margin: 10px;" title="shakespeare-first-folio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/shakespeare-first-folio-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" />Come mai il monumento funebre di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/william-shakespeare" target="_blank">Shakespeare</a></span>, una scultura raffigurante un mercante con un sacco di grano tra le mani, è stato trasformato, circa un secolo dopo la sua morte, in modo da apparire come quello di uno scrittore che impugna con la destra una penna d&#8217;oca?</p>
<p style="text-align: justify;">Come mai egli non insegnò a sua figlia neppure a leggere e scrivere, tanto da costringerla a firmare con una croce, come facevano gli analfabeti totali, proprio lui che era il più grande scrittore d&#8217;Inghilterra del suo tempo (e di ogni tempo)? Come mai non è rimasta alcuna traccia dei suoi studi all&#8217;università di Oxford, o a quella di Cambridge, o presso qualunque altra università inglese del suo tempo?</p>
<p style="text-align: justify;">Come mai non sono rimaste tracce certe e documentate del suo ventennale soggiorno londinese, né della sua attività di attore o di commediografo, da parte dei suoi contemporanei? E come mai nessuno ha scritto il suo elogio funebre, o composto un sonetto in sua memoria, o registrato la sua morte nelle opere storiche del primo Seicento inglese? E come mai non ha lasciato in testamento un solo libro e non ha dato disposizioni per i futuri proventi delle venti opere non ancora pubblicate che andavano sotto il suo none?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché un uomo del suo livello spirituale aveva intentato causa contro dei compaesani che gli dovevano somme di denaro modestissime, quasi insignificanti; e perché giunse ad avanzare l&#8217;odiosa proposta di chiudere i terreni da pascolo comuni, unico sostegno delle famiglie più povere, proposta che venne respinta dall&#8217;amministrazione comunale di Stratford-on-Avon?</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbe essercene d&#8217;avanzo per insospettire chiunque non sia talmente imbevuto di pregiudizi, da considerare una specie di delitto di lesa maestà levare alcuni interrogativi sulla biografia di Shakespeare e prendere in esame la possibilità che non sia il figlio del guantaio di Stratford-on-Avon il vero autore delle opere che vanno sotto il none di William Shakespeare, le quali certamente appartengono ad una personalità artistica dalla statura gigantesca.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma avete mai provato anche soltanto a sfiorare la questione con un Inglese, specialmente con un professore di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a>? Immediatamente vedrete il vostro interlocutore levarsi sdegnato e fremente in nome dell&#8217;orgoglio nazionale offeso: come se non fosse lecito ad alcun mortale avanzare riserve di alcun genere sul nome della perla più smagliante di quel firmamento letterario che risplendette durante il regno della «grande» Elisabetta (altro personaggio dalla grandezza quanto meno discutibile, ma altrettanto glorificato dagli storici inglesi, al punto da divenire più o meno intangibile ad ogni ombra di critica).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/lenigma-di-shakespeare-cortigiano-o-dissidente/9997" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8766" style="margin: 10px;" title="enigma-di-shakespeare" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/enigma-di-shakespeare.jpg" alt="" width="200" height="277" /></a>Eppure, da sempre circolano, sottovoce, i nomi dei possibili o probabili candidati alla vera paternità delle opere immortali che vanno sotto il nome di William Shakespeare: da Francis Bacon, lo spregiudicato filosofo padre dello scientismo («sapere è potere») e coinvolto in oscuri scandali politici e finanziari; a Christopher Marlowe, altro grande poeta e scrittore di teatro; a Edward de Vere, diciassettesimo come di Oxford, il cui stemma si fregia di un leone che regge una lancia (e la parola Shakespeare significa appunto «scuoti-lancia»); a Walter Raleigh, il navigatore e scrittore, mandato a morte nel 1618 per aver saccheggiato i presidi spagnoli in America meridionale; al conte di Rutland.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciascuno di essi, se si valutano i documenti in modo obiettivo, ha più probabilità di essere stato l&#8217;autore delle opere oggi note sotto il nome di William Shakespeare di quante non ne abbia l&#8217;oscuro mercante di Stratford-on-Avon, della cui vita poco o niente sappiamo; che non viaggiò mai fuori dell&#8217;Inghilterra, a quanto ci risulta; del cui soggiorno londinese i suoi contemporanei non sembrano essersi accorti; nella cui casa non fu trovato neanche un libro, dopo la sua morte; e la cui scomparsa destò così poca emozione, per non dire che passò del tutto inosservata.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, l&#8217;enigma di Shakespeare è tale che avrebbe dovuto stimolare al massimo la curiosità degli storici e degli studiosi di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a>. Invece, su di essa la cultura accademica di tutto il mondo ha steso una cortina impenetrabile di silenzio, al punto che il solo alludervi è considerato politicamente scorretto e, come minimo, segno di una scarsa preparazione culturale e di una imperdonabile mancanza di metodo e di senso storico.</p>
<p style="text-align: justify;">In poche parole, avanzare anche solo qualche interrogativo circa l&#8217;attribuzione delle opere shakespeariane sembra essere una manifestazione di imperdonabile leggerezza e di poca serietà scientifica; più o meno come lo sarebbe parlare dei dischi volanti in un serioso congresso di astronomi accademici, o come accennare al problema della possibile retrodatazione della Sfinge, in un austero simposio di egittologi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha scritto il saggista Paolo Cortesi nel suo libro <em>Manoscritti segreti</em> (Roma, Newton &amp; Compton Editori, 2003, 2006, pp. 207-09, 211-14):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Tutti conoscono, almeno per sentito dire, il romanzo <a title="I promessi sposi" href="http://www.libriefilm.com/i-promessi-sposi-5/2095"><em>I promessi sposi</em></a>. Ora, immaginate che di questo immortale capolavoro della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> italiana si sappia solo che è opera di un tal Alessandro Manzoni. Ma immaginate ancora che il nome di questo scrittore appaia in forme diverse in svariati documenti dell&#8217;Ottocento: nell&#8217;atto di battesimo è scritto Manzoni; ma nel certificato di matrimonio leggiamo Manzini; in una citazione di tribunale appare Monzone; in una ricevuta d&#8217;un prestito il nome è Manizoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Di questo fantomatico scrittore non sappiamo praticamente nulla: ignoriamo gli studi che ha seguito, la formazione che ha avuto e che lo ha portato a realizzare un romanzo così grandioso e artisticamente impeccabile; non sappiamo nulla di ampie porzioni della sua vita: interi anni ci sono assolutamente ignoti e non sappiamo, né forse sapremo mai, di che visse questo uomo., cosa leggesse, chi frequentasse.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita di questo Manzoni che i pochi documenti ci restituiscono è del tutto simile alla opaca esistenza di un piccolo possidente del suo tempo: compra, mercanteggia, querela un debitore insolvente per cifre irrisorie.<br />
Apparentemente non scrive nulla, perché di suo pugno restano solo poche firme tracciate con una grafia impacciata e insicura che suggerisce poca dimestichezza con penna e inchiostro. Quando muore non lascia una lettera, un manoscritto, un appunto, neppure un solo libro da lui posseduto, proprio come faceva l&#8217;enorme maggioranza degli analfabeti di quel tempo. I suoi contemporanei sembrano non accorgersi neppure della sua scomparsa. Eppure quest&#8217;uomo dall&#8217;esistenza grigia e anonima ci ha lasciato un&#8217;opera di valore assoluto, una colonna della cultura europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginate tutto questo, e concludete che c&#8217;è qualcosa di strano, qualcosa che non va. È esattamente ciò che è accaduto a William Shakespeare, autore di un&#8217;opera imponente ma mistero biografico quasi totale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, più che di mistero dovremmo parlare di incongruenza, perché le poche cosa che sappiamo dell&#8217;uomo chiamato William Shakespeare sono tipiche di un modesto uomo qualsiasi dell&#8217;Inghilterra elisabettiana, non di un gigante dell&#8217;arte e del pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra, insomma, che l&#8217;uomo che ha formato le opere shakespeariane non sia stato degno di esserne l&#8217;autore: l&#8217;ipotesi può apparire ridicola, ma esistono molti elementi che la rendono ben più che una astrusa fantasia. (…)</p>
<p style="text-align: justify;">I contemporanei hanno praticamente ignorato l&#8217;esistenza di Shakespeare; a parte rare e telegrafiche citazioni, la maggioranza dei documenti del tempo non dà la minima testimonianza di quell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Philip Henslowe, un impresario teatrale londinese fondatore del Rose Theatre di Bankside, ha lasciato un diario che, dal 1591 al 1609, raccoglie una quantità di informazioni sulla vita teatrale di cui egli era un personaggio principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Con lo scrupolo del manager, Henslowe elenca pagamenti agli attori e agli autori. Vi troviamo citati Chapman, Chettlee, Day, Dekker, Drayrton, Haughton, Heywood, Jonson, Marston, Middleton, Munday, Porter, Rankins, Rowley, Wadeeson, Webster e Wilson: non una parola relativa a Shakespeare.</p>
<p style="text-align: justify;">Edward Alley, che fu socio e genero di Hensowe e attore lui stesso, ha lasciato memorie molto accurate della sua attività, nelle quali compaiono praticamente tutti i nomi della vita teatrale dell&#8217;epoca, con una minuziosa lista di quanti ebbero rapporti, sia come attori che come autori, con il teatro dei Blackfriars, del Fortune ed altri: nei due volumi delle memorie di Alley, il nome di Shakespeare non appare mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben Jonson, nella sua opera <em>Discoveries</em>, del 1637, presenta un elenco di personalità importanti che ha conosciuto: il nome di Shakespeare non c&#8217;è.</p>
<p style="text-align: justify;">Shakespeare, così assicurano tutte le biografie, visse a Londra per più di un ventennio. In quel periodo, vi vivevano anche personalità dell&#8217;arte e della cultura quali Spenser, Bacon, Cecil, Walter Raleigh, Hobbes, Drake, Hooker, Camden, Inigo Jones, Laud, Pym, Hampden, Selden, Herbert of Cherbury, Walsingham, Coke, Donne, Wotton, Walton: perché nessuno di costoro ha lasciato una pur minima testimonianza relativa a Shakespeare? La biografia &#8220;ufficiale&#8221; attesta che Shakespeare si fece conoscere prima come attore e poi come drammaturgo, ma nessun documento dell&#8217;epoca ci dice in quali parti egli abbia recitato, e solo nel 1709, un secolo dopo la morte di Shakespeare, Rowe afferma che costui avrebbe recitato nell&#8217;<a title="Amleto" href="http://www.libriefilm.com/amleto-4/9995" target="_blank"><em>Amleto</em></a>, nella parte del Fantasma.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vuole che Shakespeare avesse nel teatro la sua principale fonte di guadagno: perché allora non esiste nessun documento relativo che certifichi un solo <em>penny</em> ricavato dalla recitazione o dalla scrittura?</p>
<p style="text-align: justify;">Il 28 giugno 1613 un furioso incendio distrusse il teatro Globe. In una relazione pubblicata sull&#8217;incidente vi sono alcuni riferimenti a Richard Burbage, a Henry Condell e ad altri, ma non una parola su Shakespeare.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico Wiliam Camden nel suo libro <em>Britannia</em> (1610) descrive piuttosto ampiamente Srtratford-on-Avon, ma non parla mai di Shakespeare, neppure per ricordare soltanto che quella era la sua città natale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Camden scrisse 7000 parole sugli eventi dell&#8217;anno 1616, ma non ne riservò neppure una per annotare la morte di Shakespeare, avvenuta nell&#8217;aprile di quell&#8217;anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Identico perfetto silenzio da parte dello storico Stowe, che nei suoi <em>Annals</em> non riporta la scomparsa di Shakespeare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 marzo 1616, Shakespeare fa testamento. In esso, come sappiamo, non c&#8217;è il minimo accenno a nulla che possa riguardare, anche vagamente, il teatro e la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, Shakespeare lasciava venti opere inedite. Per la legge sui diritti d&#8217;autore in voga a quel tempo, il <em>common law copyright</em>, l&#8217;autore di ogni composizione letteraria aveva l&#8217;esclusivo diritto di trarne guadagni per primo; per cui, ogni testo inedito era protetto ed il relativo beneficio economico spettava solo all&#8217;autore o agli eredi.</p>
<p style="text-align: justify;">Shakespeare, che pure trascinava in tribunale dei disgraziati per meno di due scellini, inspiegabilmente non lasciò alcuna disposizione relativa ad opere letterarie che avrebbero potuto far guadagnare molto denaro agli eredi; la moglie, ad esempio, o l&#8217;amatissima figlia Susanna.</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, nel Seicento i libri non erano ancora popolari e a buon mercato; è verosimile che un drammaturgo dovesse avere qualche volume in casa e dovesse averne una certa considerazione; eppure, nel testamento di Skhakespeare non vi è il minimo accenno alla carta stampata. Curioso, vero? Un po&#8217; come se nel testamento del più grande filatelico non vi fosse nemmeno una parola sui francobolli…</p>
<p style="text-align: justify;">In un&#8217;epoca in cui gli elogi funebri erano di moda, non ne apparve nessuno per Shakespeare, la cui morte fu ignorata da tutto il mondo letterario del suo tempo. Quando Ben Jonson morì, si contarono più di cinquanta elegie commemoranti la scomparsa del poeta; non ne fu fatta nessuna per Shakespeare. E Jonson, che pure secondo Sidney Lee era uno dei più cari amici di Shakespeare, non scrisse mai una sola parola su Shakespeare se non sette anni dopo la sua morte, nel 1623, in occasione della pubblicazione della prima raccolta delle opere attribuite a Shakespeare, nota come <em>The First Folio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E ancora, nel suo testamento Skhakespeare lascia diversi anelli ed altri oggetti per ricordo ad amici, quali Sadler, Raynolds, Heminge, Burrbage e Condell: perché non lascia nulla a Ben Jonson che tuttavia era il suo più intimo amico?</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8763" style="margin: 10px;" title="monumento-funebre-shakespeare" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/monumento-funebre-shakespeare-141x300.jpg" alt="" width="141" height="300" />I misteri non cessano neppure con la morte dell&#8217;oscuro figlio del guantaio. Shakespeare venne sepolto il 25 aprile 1616 nella chiesa della Santa Trinità a Stratford. In un periodo non precisato, fra il 1616 ed il 1622, probabilmente ad opera del genero di Shakespeare, John Hall, venne costruito un piccolo monumento funebre; una specie di tempietto a mensola, affiancato da due colonne su cui stanno due putti, che reca al centro il busto del personaggio. Due disegni ci mostrano come fosse il monumento; essi apparvero nell&#8217;opera di William Dugade, <em>Antiquities of Warwickshire</em> (1656), e in una biografia di Shakespeare di Nicholas Rowe (1709). In entrambi i disegni vediamo molto chiaramente un uomo con la barba, i baffi all&#8217;ingiù, che posa le due mani aperte e di stese su un sacco (di grano?), <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/" target="_blank">simbolo</a> parlante del suo mestiere di <em>merchant</em>. Verso il 1720, questo busto viene cambiato in modo clamoroso: il sacco è trasformato in un elegante cuscino, sul quale si trova posato un foglio trattenuto dalla sinistra di Shakespeare, la cui destra regge una penna d&#8217;oca: il commerciante di grano è diventato un raffinato scrittore. E la faccia accigliata del barbuto mercante è ora un volto paffuto, florido, quasi sorridente; i baffoni ala tartara sono adesso dei baffi esili e arricciati all&#8217;insù, la barba è sparita ed un semplice pizzetto orna il mento del personaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">È importante sottolineare che la fortuna di Shakespeare avvenne soprattutto per merito di sir William Davenant, che ai primi del Settecento &#8220;riscoprì&#8221; il drammaturgo ben poco popolare ai suoi contemporanei, e lo ripropose come il più grande attore dell&#8217;epoca elisabettiana».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">In realtà, l&#8217;elenco delle stranezze e delle incongruenze della biografia shakespeariana potrebbe continuare a lungo; quelle qui sopra riportate sono soltanto le principali, le più stridenti e vistose, che in nessun altro caso sarebbero state ignorate o minimizzate come è stato fatto, invece, in questo sola ed unica occasione.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, per la quasi totalità degli storici della <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a>, non c&#8217;è assolutamente niente di strano nella biografia di Shakespareare, autore di opere immortali quali <a title="Macbeth" href="http://www.libriefilm.com/macbeth/5032" target="_blank"><em>Macbeth</em></a>, <a title="Amleto" href="http://www.libriefilm.com/amleto-4/9995" target="_blank"><em>Amleto</em></a> e <a title="Re Lear" href="http://www.libriefilm.com/la-tragedia-di-re-lear/4767" target="_blank"><em>Re Lear</em></a>; non esiste alcuna «questione shakespeariana».</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Praz, ad esempio, uno dei maggiori studiosi italiani di <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a> inglese, nella sua <em>Storia della letteratura inglese</em> (Firenze, Sansoni, 1960,1982, p. 124), ignora completamente il problema e parte subito dai dati «classici» della biografia generalmente ammessa, che, in effetti, è frutto di un tentativo di collegare rari dati certi, sparsi qua e là a distanza di anni, riempiendo più o meno artificialmente «buchi» abbraccianti lunghi periodi di tempo e incongruenze e inverosimiglianze d&#8217;ogni genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle circa 100 pagine dedicate a Shakespeare, dedica appena una decina di righe alla questione della paternità delle opere che vano sotto il suo nome:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«… son fioriti ai margini dell&#8217;opera shakespeariana parecchi eretici che, partendo dall&#8217;idea che Shakespeare fosse un ignorante attore e un mero prestanome, han congetturato che quell&#8217;opera non potesse esser dovuta che a un autore estremamente colto, quale il filosofo Francis Bacon, o il conte di Oxford, o qualche altro ancor più problematico candidato. Ma se i dati della vita di Shakespeare sono scarsi di suggestioni e non gittan luce su una personalità così immensa come quella del drammaturgo, bisogna pure riconoscere che essi sono più abbondanti di quanti ne possediamo sugli altri elisabettiani in genere, a eccezione forse di Ben Jonson. Tutt&#8217;al più può sorprendere che egli nel testamento non facesse parola di libri».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tutto in regola, dunque; nessuna stranezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, la parola «eretici» per designare quanti nutrono dubbi sulla identificazione del cittadino di Stratford-on-Avon con l&#8217;autore del <em>corpus</em> shakespeariano, la dice lunga sul tipo di atteggiamento mentale che sta dietro una simile impostazione storico-letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta considerata l&#8217;opera di Shakespeare come il paradigma dell&#8217;intera <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/" target="_blank">letteratura</a> inglese («Tutta la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> inglese potrebbe interpretarsi in chiave di questo sommo», scrive Praz, op. cit., p.190), la figura di lui finisce inevitabilmente per assumere connotati quasi sovrumani e, di conseguenza, il suo culto diviene una sorta di <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> laica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, è ben vero che c&#8217;è almeno un particolare che fa a pugni con questa interpretazione («Tutt&#8217;al più può sorprendere che egli nel testamento non facesse parola di libri»); ma sappiamo, dal filosofo Thomas Kuhn, che, prima che gli specialisti si decidano a rimettere in discussione un determinato paradigma scientifico, bisogna che tali incongruenze divengano legione, e che si faccia avanti, a spiegarle, una teoria più semplice e lineare di quella precedente, la quale non voleva neppure prenderle in considerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">E gli studiosi britannici, come la pensano?</p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente come gli altri; anzi, con una componente di intolleranza ancor più marcata, trattandosi della maggior gloria letteraria, e non solo letteraria, dell&#8217;intera storia britannica.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, vi sono tutti quegli anni oscuri e tutti quei punti interrogativi, che danno un po&#8217; fastidio; ma, infine, niente che non si possa spiegare senza ricorrere a ipotesi eterodosse e gravemente lesive del prestigio di quel sommo (come se ipotizzare una diversa paternità significasse sminuire il valore dell&#8217;opera).</p>
<p style="text-align: justify;">Così, ad esempio, ecco come si esprime David Hardman, nel suo volume <em>Shakespeare</em> (titolo originale: <em>What About Shakespeare</em>; traduzione italiana di Maria Gallone, Milano, Garzanti, 1955, pp. 35):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Forse il modo migliore per accostarsi ai documenti è quello di cercare ciò che essi non ci dicono. La data esatta della sua nascita è ignota (e del resto non abbiamo alcun documento che comprovi la data o sia pure il luogo di nascita di Jonson, Heywood, Dekker, Spenser, nonché di altri contemporanei di Shakespersare. Non sappiamo minimamente come Shakespeare sia stato durante l&#8217;infanzia e l&#8217;adolescenza. Può darsi che abbia avuto occasione di vedere la regina a Kenilworth o di assistere alla rappresentazione di qualche guitto ambulante sul sagrato di Stratford, ma non esiste alcun documento timbrato che possa comprovare questa o quella ipotesi. Quando si sposò e quale fu il vero nome di sua moglie? Quando se ne andò da Stratford e quel che più conta… perché? Si recò direttamente a Londra (a cavallo o a piedi?). Prese la via di Oxford o quella di Banbury? Qual è l&#8217;ordine esatto nel quale furono composti i drammi e quando si ritirò infine per restarvi nell&#8217;amatissima Stratford? Chi pagò il monumento eretto in sua memoria nella Chiesa del Sacro Collegio che sorge in riva al fiume Avon, e chi poté dettare la rozza e sgrammaticata iscrizione che vi è incisa sopra? Quante sono le cose che non sappiamo!… ».</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia, in aperta contraddizione con queste ammissioni, Hardman giunge alla sorprendente conclusione che, nella biografia di Shakespeare, non vi è alcun mistero e che, dopotutto, della sua fase matura (se non di quella giovanile) possediamo abbastanza elementi di certezza, quanti ne potremmo desiderare.</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure l&#8217;ipotesi «eretica» minima, ossia che si debba fare almeno una distinzione fra le opere drammatiche e le commedie, viene presa in considerazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, solo un genio più unico che raro, come Dante, saprebbe maneggiare i due generi teatrali con eguale padronanza e con risultati così straordinari. Pensare che <a title="Amleto" href="http://www.libriefilm.com/amleto-4/9995" target="_blank"><em>Amleto</em></a> e <a title="Sogno di una notte di mezza estate" href="http://www.libriefilm.com/sogno-di-una-notte-di-mezza-estate/9996" target="_blank"><em>Sogno di una notte di mezza estate</em></a> siano opera di un identico autore, è qualche cosa che può sembrare perfettamente naturale solo a chi abbia già deciso in anticipo di trattare Shakespeare non secondo i normali criteri della critica letteraria, ma come una sorta di personaggio mitico, infallibile e onnisciente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma esistono indizi che un tale genio universale vi fosse, nella cultura inglese del periodo elisabettiano?</p>
<p style="text-align: justify;">E, se sì, esistono serie e motivate ragioni per identificarlo con l&#8217;oscuro mercante di Stratford-on-Avon, che non aveva insegnato a sua figlia a leggere e scrivere neanche la propria firma; che trascinava in tribunale dei poveracci per debiti irrisori; che non aveva un solo libro da lasciare in eredità, nel proprio testamento?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito Arianna Editrice.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quel-grande-punto-interrogativo-di-nome-william-shakespeare.html' addthis:title='Quel grande punto interrogativo di nome William Shakespeare ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Pianificare la società multietnica vuol dire pianificare la catastrofe</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 10:12:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da anni ci sentiamo ripetere, come un ritornello, quanto sia bella, desiderabile e felice una società multietnica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/pianificare-la-societa-multietnica-vuol-dire-pianificare-la-catastrofe.html' addthis:title='Pianificare la società multietnica vuol dire pianificare la catastrofe '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/teiwaz.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Teiwaz" /><br/><p style="text-align: justify;">Da anni e anni ci sentiamo ripetere che realizzare la &#8220;società multietnica&#8221; è il grande obiettivo del terzo millennio, il luminoso futuro che ci attende al di là del post-moderno. Da anni ci sentiamo ripetere, come un ritornello, quanto sia bella, desiderabile e felice una società multietnica; dove razze, culture e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> diverse coesistano armoniosamente e dove le barriere dell&#8217;incomprensione, del pregiudizio e dell&#8217;intolleranza &#8211; residuo di un passato vergognoso e da dimenticare &#8211; siano abbattute per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8978" style="margin: 10px;" title="rom" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/rom-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />Le autorità politiche ci ripetono che tale è il nostro &#8220;destino manifesto&#8221;; quelle economiche, che noi abbiamo assoluto bisogno di lavoratori immigrati per tenere alto il nostro tenore di vita e per riempire i vuoti demografici dovuti alla bassa natalità; quelle religiose ci ricordano il dovere cristiano dell&#8217;accoglienza; quelle culturali ci assicurano che ciò costituirà un impagabile arricchimento per il pensiero, l&#8217;arte e la scienza. Tutti insieme appassionatamente ci rintronano gli orecchi con lo stesso motivo, una mescolanza di utilitarismo esplicito e di umanitarismo e democraticismo zuccherosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è proprio così?</p>
<p style="text-align: justify;">Noi abbiamo molti dubbi in proposito, anche se politicamente assai scorretti. Ci rendiamo perfettamente conto della delicatezza dell&#8217;argomento e della facilità con cui, su un tale terreno, possono crearsi equivoci e si può dare esca a bieche strumentalizzazioni; perciò ci sforzeremo di essere chiari, quanto lo si potrebbe essere ragionando con un bambino delle scuole elementari.</p>
<p style="text-align: justify;">La necessaria premessa è che la nostra perplessità non nasce in alcun modo da un pregiudizio razzista nei confronti di altri popoli, altre culture e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>; al contrario, in anni non sospetti (diciamo una trentina d&#8217;anni fa), parlavamo di interculturalità quando non esisteva quasi nemmeno la parola, e con saggi e articoli ci sforzavamo di ribadire il concetto che l&#8217;egoismo economico e politico del Nord della Terra stava generando situazioni insostenibili nel Sud, e che l&#8217;unica soluzione a tale problema era una più larga e generosa comprensione della necessità di elaborare una risposta globale, materiale e morale, alla miseria crescente del Sud e al malessere spirituale crescente del Nord; ad esempio col libro <em>Metafisica del Terzo Mondo</em>, edito nel 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò chiarito, vediamo brevemente perché l&#8217;obiettivo della costruzione di una società multietnica ci sembra una utopia pericolosissima, foriera di conseguenze che non noi, ma le generazioni future ben difficilmente riusciranno a gestire razionalmente e pacificamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo motivo di perplessità ci viene dalla storia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se vogliamo guardare alla natura umana quale essa è e non quale vorremmo che fosse o quale sarebbe auspicabile che fosse, ci accorgeremo che le società multietniche hanno prosperato in pace e in buona armonia solo per brevi periodi e in situazioni favorevoli assolutamente irripetibili, dovute a un concorso di circostanze fortunate. Tale fu il caso dell&#8217;India di Akbar (1542-1605), noto in Europa come il &#8220;Gran Mogol&#8221;, illuminato sultano mongolo-indiano che perseguì con saggezza e lungimiranza un progetto di coesistenza etnica e religiosa. Tuttavia, lo ripetiamo, si tratta di rare eccezioni alla regola. La regola è completamente diversa e ci mostra una serie ininterrotta di conflitti, di odi, di rivincite lungamente attese e di rancori a fatica dissimulati. Possibile che il caso della ex Jugoslavia, senza andare tanto lontano nello spazio e nel tempo, non abbia insegnato niente a nessuno? Eppure, per chi li voleva vedere, i fatti sono lì, sotto i nostri occhi: e dicono chiaramente che nemmeno dopo secoli di convivenza (secoli, non anni!) l&#8217;etnia serba, quella croata, quella bosniaco-musulmana, quella albanese, ecc. sono riuscite a convivere in pace; anzi, che si sono sempre odiate e combattute e che ogni tentativo di comporre i loro contrasti è risultato assolutamente vano.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8979" style="margin: 10px;" title="vu-cumpra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vu-cumpra-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" />Del resto, lo stiamo vedendo anche in questi giorni. Gli Albanesi del Kossovo, spalleggiati fin dall&#8217;inizio dal colosso americano, vogliono l&#8217;indipendenza: e, dopo aver subito lunghi periodi di &#8220;pulizia etnica&#8221; da parte dei Serbi, l&#8217;hanno fatta subire, con gli interessi, ai loro ex oppressori; tanto che in tutta la regione la presenza serba è scesa sì e no al 10% della popolazione totale. Conclusione (per chi la vuole vedere e non ha la coda di paglia): neppure gli sforzi delle grandi potenze e dell&#8217;intera diplomazia europea, neppure gli strumenti democratici del referendum e dell&#8217;autodeterminazione sono stati sufficienti a salvare la convivenza fra due stirpi che coesistevano da tempo immemorabile nello stesso territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure si pensi all&#8217;Irlanda del Nord, ove più di quattro secoli di coesistenza non sono riusciti ad attenuare minimamente l&#8217;astio e il disprezzo reciproco fra l&#8217;elemento anglo-protestante e quello irlandese-cattolico.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la società multietnica di cui ci parlano gli odierni cantori delle magnifiche sorti e progressive non nascerà da secoli di convivenza, ma verrà improvvisata dall&#8217;oggi al domani; e non coinvolgerà due sole etnie, ma decine e decine di etnie provenienti da ogni parte del mondo, con una varietà di lingue, usanze, <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> quali mai vi era vista prima nella storia. Anche l&#8217;India di Akbar, in fin dei conti, non doveva far coesistere che due elementi: l&#8217;indù e il musulmano. E sappiamo che fine ha fatto il sogno di quella convivenza: neppure il carisma di Gandhi ha potuto impedire la spaccatura dell&#8217;India in due Stati ferocemente avversi l&#8217;uno all&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;">E questo esperimento pericolosissimo, dal quale non ci sarà più modo di tornare indietro, dove lo si vuole realizzare? In tutta Italia; in tutta Europa. Non in una piccola regione, ma nell&#8217;intero continente. Per fare un esempio: quei milioni di Rom che non sono mai riusciti a integrarsi veramente con il popolo romeno, ora dovrebbero farlo negli Stati dell&#8217;Europa Occidentale, da un giorno all&#8217;altro. È verosimile?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda ragione di perplessità è di ordine politico.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella presente congiuntura politica, con la guerra di civiltà scatenata dall&#8217;irresponsabile governo degli Stati Uniti d&#8217;America, e nella quale versano benzina sul fuoco gli interessi palesi e concreti del governo israeliano, l&#8217;Europa dovrebbe accogliere alcune decine di milioni di immigrati, molti dei quali provenienti da Paesi islamici, i quali non vengono solo in cerca di lavoro, ma con il progetto a lungo termine di islamizzarla. Sia detto per inciso, lo spettacolo politico cui assistiamo da parecchi anni è a dir poco sconcertante: quello di un&#8217;Europa, prossimo campo di battaglia tra due opposti integralismi, che continua ad essere subalterna e ossequiente verso i due massimi responsabili di tale situazione: i governi di Washington e di Gerusalemme. Eppure è evidente che i loro interessi non sono i nostri, che i loro obiettivi strategici non hanno nulla a che fare con i nostri; non occorre essere dei geni della geopolitica per capirlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dirà che se non gli immigrati, i figli degli immigrati provenienti da quei Paesi svilupperanno un legame affettivo con la loro nuova patria d&#8217;adozione; e che questo renderà possibile non solo la pacifica convivenza, ma addirittura l&#8217;integrazione (ciò che non era riuscito al saggio e illuminato Akbar in condizioni tanto più propizie). Non è vero. I cittadini britannici di origine araba che avevano progettato gli attentati all&#8217;aeroporto di Londra non erano figli di immigrati, ma figli dei figli dei primi immigrati: immigrati della terza generazione. Non solo non avevano sviluppato alcun legame affettivo con la loro patria d&#8217;adozione, ma nutrivano per essa tutto l&#8217;odio che è possibile albergare nel cuore umano.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8976" style="margin: 10px;" title="zulu" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/zulu-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" />Oppure ricordiamo l&#8217;insurrezione delle banlieue francesi; o ancora, se si preferisce, le feroci lotte interetniche scoppiate a Los Angeles nei rimi anni Novanta del secolo scorso, quando asiatici, africani ed ispanici si affrontarono a colpi di pistola e di coltello, saccheggiando i negozi, incendiando le abitazioni e così via. Eppure parliamo di etnie che vivevano sullo stesso territorio da molto tempo. Inoltre la Gran Bretagna e la Francia, per via del loro passato coloniale, e gli Stati Uniti, per via della peculiarità del loro popolamento, avevano avuto molto tempo per sviluppare una cultura dell&#8217;accoglienza e dell&#8217;integrazione. Ma non vi sono riusciti. Vi riusciranno Paesi come l&#8217;Italia, che non hanno una storia del genere dietro le spalle, non hanno sviluppato una cultura del genere; e, anzi, fino a due generazioni fa, erano Paesi di emigranti?</p>
<p style="text-align: justify;">La mentalità mercantilista cui l&#8217;Occidente si è assuefatto negli ultimi secoli produce una curiosa deformazione percettiva. Ignorando i fatti e mettendo a tacere anche il semplice buon senso, si continua a pensare che, col denaro e i mezzi materiali, si possa fare tutto: anche creare dei legami di appartenenza, dei vincoli di tipo affettivo. Ma non è così. L&#8217;amore per il paese in cui si vive non nasce soltanto dal fatto materiale di trovare, bene o male, casa e lavoro; nasce, eventualmente, dal proprio retroterra culturale e dalla disposizione d&#8217;animo con cui si è affrontato il duro passo dell&#8217;emigrazione. I nostri nonni, che emigravano verso le miniere del Belgio con le loro valigie di cartone legate con lo spago, lo sapevano molto bene. Perfino in un paese relativamente vicino al proprio, ove si parla una lingua della stessa famiglia e si pratica la stessa <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>, l&#8217;integrazione è stata realizzata solo da pochissimi e solo dopo sforzi disumani. La maggior parte dei nostri nonni, appena potevano, rifacevano la valigia e se ne tornavano a casa. Quanti di loro sono rimasti e hanno finito per amare il paese adottivo? Amare è una parola grossa; andiamoci piano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La terza ragione di perplessità è di ordine economico.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si dice e si ripete che le società a capitalismo avanzato hanno assoluto bisogno di manodopera, non solo e non tanto nelle fabbriche, quanto nei settori ormai abbandonati o semi-abbandonati: di braccianti agricoli, di manovali nei lavori pubblici o di operai non specializzati nell&#8217;industria, di infermieri nelle strutture sanitarie, di badanti per gli anziani soli e non autosufficienti. Ma è proprio così? Di fatto, l&#8217;aumento dell&#8217;immigrazione ha dato il colpo di grazie al piccolo commercio: milioni di botteghe familiari hanno dovuto chiudere, strangolate dalle tasse, mentre le piccole e medie imprese hanno potuto disporre di manodopera a basso costo che, in ultima analisi, ha favorito una ulteriore concentrazione dell&#8217;industria e del commercio. E mentre i piccoli negozi chiudono, sempre più numerosi aprono quelli degli immigrati; per non parlare del commercio clandestino di prodotti a costo bassissimo, importati illegalmente o fabbricati in strutture illegali, che creano una concorrenza insostenibile per i nostri commercianti. E si ricordi cosa è successo a Milano quando le autorità comunali hanno tentato di porre un po&#8217; di ordine, non diciamo nel commercio cinese, ma nel semplice utilizzo degli spazi pubblici per il trasporto delle merci: una mezza insurrezione, con tanto di bandiere cinesi sulle barricate e di intervento dell&#8217;ambasciatore di Pechino. Altro che immigrati disciplinati e rispettosi della legge, che badano solo al proprio lavoro. Ora, si provi a immaginare cosa sarebbe accaduto se i nostri nonni emigrati in Svizzera, non più tardi di mezzo secolo fa, avessero avuto una reazione del genere, e sia pure di fronte a una supposta ingiustizia o prepotenza delle autorità pubbliche. Il fatto è che non ci pensavano proprio: non erano andati all&#8217;estero per far sventolare il tricolore alla prima difficoltà, ma per guadagnare qualcosa da mandare a casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8977" style="margin: 10px;" title="vucumpra" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/vucumpra-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /><strong>La quarta ragione di perplessità è di ordine demografico.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si dice che, senza l&#8217;apporto di immigrati stranieri, e più precisamente di famiglie straniere o, comunque, di coppie che metteranno al mondo dei figli, il nostro declino demografico, e quindi economico, sarebbe irreversibile. A noi pare che il ragionamento si possa tranquillamente rovesciare e che si possa pronosticare che, con gli attuali, rispettivi indici di natalità degli Europei e degli immigrati, nel giro di poche generazioni i popoli del vecchio continente cominceranno letteralmente a scomparire; e con essi spariranno, poco alla volta, dialetti, lingue, culture, <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>: tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Già abbiamo visto, in un conteso pre-industriale, quanto rapidamente le culture locali siano state sopraffatte e cancellate dalle culture nazionali. Che fine hanno fatto, per citare un solo esempio, la lingua e la gloriosa <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">letteratura</a> provenzale, quando il francese ha cominciato ad affermarsi? Ora quest&#8217;ultima vive quasi solo nei capolavori del grande poeta Frédéric Mistral (1830-1914). E ovunque, nella modernità, si è assistito allo stesso fenomeno: giornali, radio, cinema e televisione hanno dato una mano alle culture nazionali per raggiungere la cosiddetta &#8220;unificazione&#8221;, cioè per spazzar via le culture vernacolari; e oggi, complice l&#8217;informatica, anche le culture nazionali cominciano a scomparire, finché non resterà che la cultura dell&#8217;Impero: la lingua inglese, il pensare americano, il vestire, studiare e usare il tempo libero, secondo il modello americano.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al temuto declino economico, è chiaro che si presenta la necessità della manodopera straniera solo se si parte dal presupposto che l&#8217;economia debba continuare a basarsi sul concetto della crescita. Ma, ormai, anche gli economisti liberali più tradizionali cominciano ad ammonire che il concetto di crescita illimitata è insostenibile, se non altro per il prossimo, inevitabile esaurimento delle fonti energetiche non rinnovabili e per gli effetti catastrofici dell&#8217;inquinamento; e<br />
che è tempo &#8211; se non è già troppo tardi &#8211; di ripensare radicalmente la nostra idea dell&#8217;economia e le idee stesse dello sviluppo e del progresso. Si tratta di idee recenti, nate &#8211; in pratica &#8211; con l&#8217;Illuminismo e con la Rivoluzione industriale. L&#8217;Europa ha costruito le cattedrali e prodotto gli <em>Elementi</em> di Euclide, la <em>Divina Commedia</em> di Dante e il teatro di <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/william-shakespeare" target="_blank">Shakespeare</a></span> facendo benissimo a meno di tali idee.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8980" style="margin: 10px;" title="narcos" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/narcos.jpeg" alt="" width="275" height="183" />Non è vero che chi si ferma è perduto, che l&#8217;economia deve sempre crescere, pena la recessione: questo è il ricatto degli economisti in mala fede, i cui nomi sono scritti sul libro paga di un capitalismo irresponsabile e ormai agonizzante. È incredibile che così poche voci, nel mondo della cultura, si siano levate per denunciare questa menzogna spudorata, nonostante l&#8217;evidenza dei fatti e la gravità dei pericoli cui andiamo incontro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La quinta ragione di perplessità è di natura organizzativa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se anche lo si fosse voluto, non crediamo sarebbe stato possibile gestire il fenomeno dell&#8217;immigrazione in maniera peggiore di come si è fatto. L&#8217;atteggiamento della classe politica è stato un miscuglio di faciloneria imbecille, di assoluta inefficienza, di miopia che ha dell&#8217;inverosimile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricorderemo sempre una frase emblematica pronunciata da Massimo D&#8217;Alema, che rivestiva la responsabilità di capo del governo italiano all&#8217;epoca dei giganteschi sbarchi di clandestini albanesi sulle coste pugliesi, verso la metà degli anni Novanta del Novecento. Di fronte all&#8217;ennesimo approdo di una &#8220;carretta del mare&#8221; con cinquecento albanesi a bordo, molti dei quali si resero subito irreperibili a terra, con la sua abituale aria di superiorità egli disse &#8211; citiamo a memoria ma con sostanziale esattezza &#8211; ai microfoni del telegiornale: &#8220;Mi rifiuto di credere che per un grande Paese come l&#8217;Italia possa costituire un problema l&#8217;accoglienza di cinquecento poveretti che vengono in cerca di lavoro&#8221;. Solo che i cinquecento sono diventati una massa incontrollabile, e non solo di albanesi; al punto che non sappiamo esattamente neppure quanti sono adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle frontiere sforacchiate, terrestri e marittime, del nostro Paese si riversano ogni anno decine di migliaia di immigrati clandestini, molti dei quali andranno ad alimentare le attività illegali, se non la malavita vera e propria. Ogni anno, ogni estate i bagnanti di qualche spiaggia del Mezzogiorno assistono allo spettacolo sconvolgente dell&#8217;approdo di questi disperati: ci siamo abituati all&#8217;incredibile, percepiamo come normale ciò che dovrebbe essere l&#8217;eccezione clamorosa. E intanto la mafia, in Sicilia, ha individuato in questo mercato di carne umana una delle sue attività più redditizie, alla faccia degli sforzi disperati di singoli magistrati e di singoli operatori delle forze dell&#8217;ordine per combattere questo nostro vecchio (e mai curato) cancro nazionale, cercando di mettere sotto controllo le sue fonti di finanziamento. La stessa cosa avviene in Calabria con la &#8216;ndrangheta, in Campania con la camorra e in Puglia con la Sacra Corona Unita. I barbari dell&#8217;interno fanno commercio di questi immigrati, d&#8217;accordo con i criminali dell&#8217;altra sponda del Mediterraneo, imbarbarendo sempre più la vita nazionale. Mentre alle unità in servizio per contrastare mafia e immigrazione clandestina scarseggia perfino la benzina per le indispensabili attività di pattugliamento del territorio, aliquote consistenti delle forze dell&#8217;ordine sono destinate a compiti di scorta di decine di onorevoli inquisiti per svariati reati del codice penale o per sorvegliare e proteggere le loro ville e i loro yacht.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-8981" style="margin: 10px;" title="sudanesi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/sudanesi-300x186.jpg" alt="" width="300" height="186" />Accoglienza non vuol dire irresponsabilità. In Australia, per esempio, (lo sappiamo per conoscenza diretta), perfino in caso di un matrimonio fra un cittadino italiano e un cittadino australiano &#8211; matrimonio autentico, matrimonio d&#8217;amore con tanto di figli e non escamotage legale per coprire l&#8217;immigrazione di uno straniero &#8211; i controlli sono severissimi, puntigliosi, caratterizzati da una estrema diffidenza. E non parliamo delle conseguenze sanitarie della faciloneria con cui si spalancano le porte del nostro Paese a chiunque lo voglia. Poiché viviamo in quella parte d&#8217;Italia ove è appena scoppiato il caso della meningite fulminante, originata appunto presso gruppi di immigrati, abbiamo visto coi nostri occhi cosa può accadere quando i controlli sanitari sulle persone immigrate sono pressoché inesistenti: in nome di un buonismo e di un garantismo demenziali, si mette a repentaglio la sicurezza di milioni di cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che la demagogia irresponsabile della nostra classe dirigente (o piuttosto della nostra classe dominante, per usare la terminologia gramsciana) crei situazioni di conflittualità incontrollabile, come sta già avvenendo in alcune zone del Paese &#8211; ove la popolazione residente è, in certi casi, semplicemente esasperata &#8211; bisogna avere il coraggio di dire che non solo le quote di immigrati dovrebbero essere drasticamente ridotte, ma che si dovrebbe organizzare con maggiore buon senso e con molta maggiore efficienza l&#8217;inserimento degli immigrati regolari. Oggi assistiamo alle cose più sconcertanti: che un ragazzo africano, ad esempio, che non sa una parola d&#8217;italiano, può e anzi deve essere accolto in terza o quarta superiore della scuola pubblica; che un immigrato, trovato privo del permesso di soggiorno, può eclissarsi tranquillamente, ignorando la notifica di espulsione; che negli asili e nelle scuole pubbliche si evita di fare il presepio o di intonare canti natalizi per non &#8220;offendere&#8221; i sentimenti religiosi dei bambini di altra <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>; e così via.</p>
<p style="text-align: justify;">Si aggiunga che gli immigrati, per ovvie ragioni, tendono a concentrarsi nei quartieri più poveri e che la loro presenza, a volte rumorosa e disordinata (come quando più nuclei familiari si stabiliscono in un piccolo appartamento, o come quando essi gestiscono locali pubblici in zone residenziali, restando aperti fino alle tarde ore notturne e disturbando la pace dei vicini) mette gravemente a disagio i cittadini ivi residenti, che già stentano a sbarcare il lunario e che si vedono gradualmente circondati ed &#8220;espulsi&#8221; dai loro rioni e dalle loro abitazioni. In tutti questi casi &#8211; e sono assai numerosi &#8211; il pericolo è che si vada verso una guerra tra poveri e verso una cultura dell&#8217;incomprensione e della chiusura reciproca. Al tempo stesso, le pubbliche amministrazioni sono vergognosamente carenti nel garantire un minimo di accoglienza e di dignità agli immigrati regolari. Li si espelle con la forza dalle abitazioni abusive, ma non si fa assolutamente nulla per assicurare loro un tetto decente sopra la testa; e, se li ospita provvisoriamente qualche vescovo o qualche prete di buon cuore, si critica quest&#8217;ultimo e lo si denigra senza ritegno. È successo e continua a succedere; basta leggere i giornali o ascoltare i notiziari del telegiornale &#8211; quando non sono troppo occupati a riferire gli sproloqui dei politici &#8220;ufficiali&#8221;, di destra e di sinistra, e i loro fioriti discorsi su un Paese che non esiste se non nella loro immaginazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8983" style="margin: 10px;" title="zingari" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/zingari-300x227.jpg" alt="" width="300" height="227" />Insomma si consente l&#8217;ingresso di cifre impressionanti di immigrati, ma non si fa nulla per aiutarli ad inserirsi nella società civile: quando il problema dell&#8217;inserimento sarebbe già gravissimo (almeno in senso morale ed affettivo, come già detto) anche se fossimo in presenza di strutture idonee e di una politica dell&#8217;immigrazione responsabile e ben organizzata. E mentre la disorganizzazione e l&#8217;irresponsabilità continuano a imperversare, come se ci trovassimo di fronte a un&#8217;emergenza scoppiata ieri e non a un fenomeno ormai in atto da alcuni decenni, il disagio crescente generato da situazioni insostenibili alimenta vieppiù la demagogia forsennata di alcune forze politiche, quelle sì razziste e irresponsabili, che sanno vedere solo gli esiti del fenomeno ma non ne fanno una analisi complessiva; e che agitano con tremenda incoscienza la bandiera dell&#8217;intolleranza e perfino della provocazione. Non abbiamo forse visto un importante uomo politico italiano, che oltretutto ricopriva una caria istituzionale, esibire una camicia decorata con vignette che irridevano l&#8217;altrui fede religiosa? Paurosi effetti della totale insipienza di una classe dirigente che è venuta meno al suo compito fondamentale: cercare di conciliare il proprio interesse particolare con quello complessivo della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sesta ragione di perplessità è di tipo affettivo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pur con tutti i suoi difetti, noi amiamo l&#8217;Europa, amiamo l&#8217;Italia, amiamo le nostre regioni, le nostre cittadine, la nostra bellissima natura (là dove si è parzialmente salvata dallo scempio edilizio e industriale degli ultimi decenni). In questo amore non vi è niente di esclusivista, di razzista, di xenofobo. Crediamo, anzi, che l&#8217;amore per la propria terra dovrebbe essere un requisito essenziale di qualunque società umana; e che non sia possibile amare il mondo se non si ama, prima, la propria terra; come non è possibile amare l&#8217;umanità se non si amano, in concreto, i propri vicini. Questo, ripetiamo, non è nazionalismo né campanilismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora, amare la propria terra e la propria gente significa anche desiderare che esse continuino ad esistere, anche quando noi non ci saremo; e che i nostri figli potranno vivere in pace nei luoghi che abbiamo loro affidato, così come li abbiamo ricevuti dai nostri genitori e dai nostri nonni. È chiaro che dei cambiamenti vi saranno; nulla rimane uguale a se stesso. Tuttavia una cosa è convivere con la necessità di una trasformazione lenta e graduale, che salvi l&#8217;essenza della propria terra e della propria gente; e un&#8217;altra cosa è auspicare una trasformazione radicale, immediata, traumatica, che cancellerà ogni traccia del passato e farà piazza pulita delle cose più belle che i nostri antenati hanno elaborato nel corso della storia, a cominciare dal dialetto, dalla lingua e dal modo di vedere la vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni popolo, ogni comunità hanno un proprio modo di vedere la vita; e si tratta di una filosofia intraducibile. Quando si dice casa &#8211; anzi, <em>cjase</em> &#8211; a un friulano, non si dice la stessa cosa che si direbbe a un inglese, a un russo, a un giapponese, adoperando le parole delle loro lingue; si dice una cosa diversa. Una cosa che non si può spiegare, ma che esiste. È fatta di ricordi, di affetti, di sensibilità; e ciascun gruppo umano possiede la propria, frutto di un lentissimo processo storico e di una costante interazione sia con l&#8217;ambiente fisico, sia con gli altri gruppi umani. Un qualche cosa di intimo, di bello, di sacro: che non merita di essere gettato via, come un fardello ingombrante del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi siamo quello che siamo, perché siamo quello che siamo stati; e saremo quel che saremo, perché ora siamo quello che siamo e perché siamo stati quello che siamo stati.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di fuori di questa consapevolezza, non vi è che la barbarie dello sradicamento, dell&#8217;anonimità, dell&#8217;omologazione senz&#8217;anima e senza radici.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/pianificare-la-societa-multietnica-vuol-dire-pianificare-la-catastrofe.html' addthis:title='Pianificare la società multietnica vuol dire pianificare la catastrofe ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 16:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il saggio di Douglas Clark Tre giorni alla catastrofe è un buon esempio della parzialità e della scarsa onestà intellettuale degli storici anglosassoni a proposito della guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-coda-di-paglia-della-storiografia-inglese-e-la-guerra-d%e2%80%99inverno-finno-sovietica-del-1939-40.html' addthis:title='La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40 '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8351" style="margin: 10px;" title="finlandia" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/finlandia-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" />Perché Hitler era “cattivo” quando invadeva la Polonia il 1° settembre 1939, mentre Stalin non lo era quando faceva la stessa cosa, pugnalando alle spalle i Polacchi già in rotta, il 17 dello stesso mese?</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Hitler era malvagio e in malafede quando invadeva la Danimarca e la Norvegia, nell’aprile del 1939, mentre prima Churchill e poi Roosevelt non lo erano, allorché facevano occupare l’Islanda da un esercito di 40.000 uomini, vale a dire più numeroso della popolazione maschile adulta di tutta l’isola?</p>
<p style="text-align: justify;">E perché Hitler era perfido e brutale quando occupava la Boemia e la Moravia, nel marzo del 1939, senza sparare un colpo di fucile e su richiesta formale del presidente cecoslovacco Hacha; mentre Stalin, di nuovo, era animato da motivazioni strategiche puramente difensive, allorché lanciava la campagna d’inverno contro la Finlandia, che sarebbe costata 24.934 morti e 43.557 feriti ai finlandesi e 48.745 morti e 158.863 feriti ai sovietici, e avrebbe costretto la Finlandia a cedere il 10% del proprio territorio e il 20% delle proprie risorse industriali?</p>
<p style="text-align: justify;">Soffermiamoci su quest’ultimo episodio, invero scarsamente studiato (e per ragioni non del tutto limpide) dalla storiografia dei “vincitori”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un buon esempio della parzialità e della scarsa onestà intellettuale degli storici anglosassoni, e specialmente britannici, a proposito della guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40, è offerto dal saggio di Douglas Clark, apparso più di quattro decenni or sono, <em>Tre giorni alla catastrofe</em> (titolo originale: <em>Three Days to Catastrophe</em>, 1966; traduzione italiana di Anna Piva e Girolamo Negri, Milano, Mondadori, 1967, pp. 33-37):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">«Quando scoppiò il conflitto finlandese, il mondo occidentale sostenne che, in quanto a cinismo politico e appetito territoriale, c’era poco da scegliere tra la Russia comunista e la Germania nazista. Viceversa, sia i negoziati, sia il modo in cui venne condotta la guerra, provano il contrario. A differenza di Hitler, la cui tecnica di negoziazione consisteva nel domandare sempre di più, Stalin e Molotov avevano cercato seriamente di giungere a un compromesso. Per due volte avevano modificato le loro richieste, dando prova di pazienza e comprensione, e si erano dimostrati pronti a spendere tempo ed energia nel tentativo di arrivare a una soluzione pacifica. Tra il loro primo approccio diplomatico a Helsinki e l’incidente di Mainila [il 26 novembre 1939, che fece da esca al divampare del conflitto] erano trascorsi cinquantadue giorni. Né, come gli eventi avrebbero dimostrato, i sovietici volevano più di quanto avevano richiesto. Certo Molotov fu esageratamente rassicurante nel dichiarare per radio il 29 novembre, alla vigilia dell’invasione: “Noi guardiamo alla Finlandia, qualunque regime sia destinato a prevalervi [allusione molto discreta al fatto che i Sovietici stavano mettendo in piedi un governo finlandese fantoccio e filocomunista guidato da Kuusinen], come a uno Stato sovrano e indipendente nel quadro per quanto riguarda sia la sua politica interna che quella estera”; i più gravi timori dei paesi scandinavi si dimostrarono però ingiustificati. La Guerra d’Inverno non sarebbe stata un punto di partenza per altre conquiste, ma, come Mosca insistette sempre, un’operazione con scopi limitati.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro chi erano diretti, in realtà, i negoziati di ottobre-novembre [fra Helsinki e Mosca, su invito di quest’ultima]: questo è il vero punto della questione.</p>
<p style="text-align: justify;">La posizione geografica della Finlandia era considerata un fattore chiave in tutti i calcoli politico-militari sovietici. I russi prevedevano, giustamente, che la guerra europea non avrebbe avuto un raggio ristretto e che, comunque si fosse sviluppata, la Finlandia vi sarebbe stata coinvolta. Mosca, quindi, riteneva che prevenire i potenziali nemici creando delle solide basi militari nel territorio finlandese fosse un’essenziale misura di precauzione e una mossa difensiva più che necessaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni grande nazione occidentale era potenzialmente un nemico della Russia, e di nessuna l’Unione Sovietica poteva fidarsi. Il più grave pericolo da scongiurare era che Inghilterra e Francia si accordassero improvvisamente con Hitler, dandogli libertà di premere verso est o unendosi addirittura a lui in una nuova alleanza anti-sovietica. Mosca non escludeva, infatti, neanche quest’ultima possibilità. Stalin ricordava bene l’atteggiamento di Chamberlain e Daladier nella crisi cecoslovacca del ’38, e li aveva ricambiati di uguale moneta durante le manovre diplomatiche di quell’estate. Su queste basi di diffidenza reciproca, niente poteva essere esclusivo. Questo spiega perché l’Unione Sovietica intendesse assicurarsi a ogni costo il controllo di Petsamo, un bottino veramente magro, ma che poteva interessare potenzialmente la Gran Bretagna. Gli inglesi avrebbero potuto sfruttare questo porto artico per mandare aiuti militari in Finlandia anche se l’accesso al Baltico fosse stato chiuso. Ma, naturalmente, la prospettiva più probabile non era solo quella di un accordo anglo-francese con Hitler: questo era solo il peggio che potesse capitare. Con o senza accordo, la prima minaccia era la Germania. Nonostante l’accordo di agosto, questa Potenza rimaneva un pericolo stabile per l’Unione Sovietica. Esaltato dall’immediato successo sulla Polonia, Hitler, dopo un momento di respiro, avrebbe potuto riprendere la sua spinta verso est, rompendo i patti con l’URSS, con la stessa disinvoltura dimostrata in tante altre occasioni. Soltanto questo timore poteva spiegare le apprensioni della Russia circa Leningrado. Nessuna potenza, eccetto la Germania, rappresentava una seria minaccia per la città; ma per i tedeschi, se fossero avanzati a tenaglia lungo i due lati del Baltico e del Golfo di Finlandia, Leningrado sarebbe stata una facile conquista. Poiché lungo le coste meridionali gli unici Paesi sul percorso dell’avanzata erano la Lituania, la Lettonia e l’Estonia, nei mesi di settembre e ottobre Mosca si affrettò a installare delle basi territoriali in ognuno di questi territori. Ma sull’altro lato della tenaglia, quale resistenza avrebbero potuto opporre i finlandesi, con le loro esili risorse, se Hitler avesse domandato il permesso di transito per le sue truppe? Lasciare la Finlandia neutrale e senza appoggi non era certo una mossa strategica sicura per l’U.R.S.S.»</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Potremmo continuare, ma crediamo che basti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/la-guerra-dinverno-finlandia-e-unione-sovietica-1939-1940/8784" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-8689" style="margin: 10px;" title="la-guerra-dinverno" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/la-guerra-dinverno.jpg" alt="" width="200" height="291" /></a>La tortuosità e la dubbia onestà di giudizio storico spingono il Clark a sostenere addirittura, senza batter ciglio, che la Russia lanciò la sua guerra di aggressione contro la Finlandia… per non lasciarla priva di appoggio contro Hitler, il quale &#8211; però &#8211; non pensava affatto di minacciarne l’indipendenza e anzi, sollecitato dai finlandesi a promettere un qualche appoggio in caso di attacco sovietico, si rifiutò in modo categorico, per non irritare il suo alleato Stalin.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al fatto che Stalin avrebbe ripagato &#8211; secondo Clark &#8211; Chamberlain e Daladier con la loro stessa moneta, dopo la Conferenza di Monaco, mediante il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, ci vuole veramente molta faccia tosta per mettere sullo stesso piano i due avvenimenti diplomatici. L’uno, la Conferenza di Monaco del settembre 1938, era stato pensato per giungere a una mediazione internazionale sulla questione dei Sudeti (abitati, non lo si dimentichi, da tre milioni e mezzo di Tedeschi posti sotto la sovranità cecoslovacca) e per salvare la pace mondiale; l’altro, il patto tedesco-sovietico dell’agosto 1939, fu un accordo di non aggressione tra le due Potenze, accompagnato da un protocollo segreto che stabiliva la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici fra esse. E questo, quando Londra e Parigi avevano già dato a Varsavia assicurazioni di sostegno incondizionato in caso di guerra, ma soltanto contro Berlino.</p>
<p style="text-align: justify;">L’elenco delle politica dei due pesi e delle due misure in questo breve brano di prosa potrebbe proseguire a lungo. Ad esempio, si potrebbe osservare che Stalin viene perfettamente giustificato se diffidava della parola di Hitler, dato che quest’ultimo «aveva già tante volte mostrato la sua disinvoltura rompendo i patti» sottoscritti con altri Stati; mentre nulla si dice, pudicamente, del modo in cui l’Unione Sovietica ruppe disinvoltamente i patti con vari Paesi, prima e durante la seconda guerra mondiale, ad esempio quando dichiarò guerra a tradimento contro il Giappone, già messo in ginocchio dalle sconfitte militari e dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è bisogno di ricordare la strage di Katyn, dove circa 22.000 Polacchi, tra i quali 8.000 ufficiali già fatti prigionieri con la “pugnalata alla schiena” del 17 agosto 1939, venero giustiziati con un colpo alla nuca e gettati in grandi fosse comuni, allo scopo di decapitare una volta per tutte la classe dirigente di quella nazione?</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino l’invasione dell’Estonia, della Lettonia e della Lituania, avvenuta in due fasi, tra il 1939 e il 1940, viene presentata come una giusta e necessaria mossa difensiva da parte dell’Unione Sovietica, sulla base della legittima “azione preventiva”: come dire che, quando si ha a che fare con un tipo come Hitler (quasi che Stalin fosse stato moralmente migliore di lui), qualunque violazione delle norme internazionali diventa lecita e perfino inevitabile: perché il fine giustifica i mezzi, come insegna Machiavelli.</p>
<div id="attachment_8690" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-8690" title="Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d'inverno." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/guerra-dinverno-300x168.jpg" alt="Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d'inverno." width="300" height="168" /><p class="wp-caption-text">Soldati finlandesi in trincea durante la Guerra d&#39;inverno.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Non sostiene forse, il Clark, che i Sovietici, durante i colloqui di Mosca con i rappresentanti finlandesi, «avevano dato prova di pazienza e comprensione», quasi che fossero stati i Finlandesi ad avanzare esose richieste, e non i Sovietici, invece, a pretendere la cessione di posizioni strategiche, senza le quali la Finlandia si sarebbe trovata alla mercé del suo potente vicino, proprio come stava avvenendo all’Estonia, alla Lettonia e alla Lituania?</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio il caso di dire, con Fedro, che, quando il lupo ha deciso di aggredire l’agnello e accusa quest’ultimo di sporcargli l’acqua in cui si vuole dissetare, a nulla giova fargli notare che ciò è impossibile, dal momento che lui, il lupo, si trova a monte del corso d’acqua, mentre l’agnello si trova a valle; o fargli notare, quando accusa l’agnello di aver parlato male di lui sei mesi prima, che il povero agnello, a quell’epoca, non era neppure nato…</p>
<p style="text-align: justify;">Eh, sì, questi benedetti Finlandesi: che arroganza, volersi opporre a una serie di mutilazioni territoriali e strategiche, quando erano in gioco i “sacri” diritti di una grande Potenza; una Potenza che, di lì a poco, si sarebbe messa alla testa della crociata mondiale contro la piovra nazista, e quindi in difesa della libertà di tutti i popoli oppressi o minacciati dall’Asse.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, tutto il libro di Douglas Clark è finalizzato a dimostrare l’indimostrabile, e cioè che l’alleanza realizzatasi nel 1941 fra Gran Bretagna (e Stati Uniti) da una parte, e Unione Sovietica dall’altra, era inevitabile, perché si trattava di Potenze sostanzialmente pacifiche, costrette a difendersi dalla irragionevole aggressività tedesca e, perciò, destinate a ritrovarsi dalla stessa parte: la parte “giusta” della barricata, la parte “giusta” della storia, contro il nazifascismo e in difesa della libertà di tutti i popoli del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Peccato che da questo idilliaco quadretto non risulti né la posizione di dominio mondiale dell’Impero britannico, che, con gli Stati Uniti, si era accaparrato la maggior parte delle risorse del pianeta, e teneva in soggezione centinaia di milioni di persone in Asia e in Africa; né le palesi assurdità e ingiustizie della Pace di Versailles del 1919; né il tenace rancore della Francia verso la Germania; né la subdola strategia di Stalin, totalitaria all’interno (vedi la collettivizzazione forzata delle campagne e le “grandi purghe”, fino all’assassinio di Trotzkij nel Messico); né l’insaziabile voracità mostrata dal dittatore sovietico che, mentre il suo collega tedesco invadeva la Polonia, si assicurava la metà orientale di quel Paese, e che poi, mentre era in corso la campagna di Francia, inghiottiva in un solo boccone l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, per non parlare della Bessarabia della Bucovina settentrionale, sottratte poco dopo, con un ultimatum brigantesco di 24 ore, alla Romania.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che Douglas deve sforzarsi di giustificare la tesi centrale del suo libro: che cioè, come suggerisce il titolo, per uno scarto soli di tre giorni gli Alleati evitarono di commettere l’errore irreparabile di entrare in guerra contro l’Unione Sovietica, in difesa della Finlandia. L’armistizio finno-sovietico del marzo 1940, infatti, mandò a vuoto, all’ultimo momento, il piano strategico messo a punto dagli Stati Maggiori francese e britannico per impadronirsi di Narvik, sulla costa norvegese, e di lì, per marciare con truppe scelte sulle miniere di ferro svedesi di Kiruna e Gallivare, così necessarie all’economia bellica tedesca; per collegarsi infine, attraverso il porto di Lulea, sul Golfo di Botnia, con l’esercito finlandese in lotta sull’Istmo di Carelia, sulla cosiddetta “Linea Mannerheim”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sbarco a Narvik e in altri porti norvegesi, comunque, ebbe realmente luogo nell’aprile 1940 e provocò, per reazione, l’invasione tedesca del Paese scandinavo (assieme alla Danimarca); altra circostanza che i volonterosi storici liberaldemocratici cercano in tutti i modi di occultare o, quanto meno, di minimizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">La tesi centrale del libro è che, se l’armistizio tra Finlandia e Unione Sovietica avesse tardato ancora di soli tre giorni, l’irreparabile (dal punto di vista britannico) sarebbe accaduto; e l’Inghilterra e la Francia, cedendo all’«isterismo» della stampa e dell’opinione pubblica occidentali &#8211; così egli chiama l’ondata di simpatia per la causa finlandese &#8211; si sarebbe trovata in guerra, oltre che contro Hitler, anche contro Stalin. Mentre il vero nemico da distruggere, si sa, era Hitler, non Stalin, che era un uomo politico ragionevole e dalle pretese internazionali addirittura modeste, come aveva mostrato nel corso dei colloqui di Mosca con i finlandesi e poi, di nuovo, con le “limitate” richieste a conclusione della <a title="guerra d'inverno" href="http://www.video-storia.it/la-guerra-dinverno/125" target="_blank">guerra d’inverno</a> (che costrinsero il 12% della popolazione finlandese ad abbandonare le proprie case, per non dover divenire cittadini sovietici).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si vuol dimostrare una tesi preconcetta, per giunta dettata dalla volontà di giustificare “a posteriori” le scelte di politica estera della propria nazione, avviene che si scartino sistematicamente tutti i fatti che discordano da essa, mentre si accolgono e si gonfiano a dovere, se necessario, tutti quelli che la possono suffragare. Ma questa non è storia, è solamente la propaganda dei vincitori, decisi ad imporre la propria interpretazione dei fatti alle generazioni future; ed è, in effetti, il modo in cui essa viene tuttora insegnata sui banchi di scuola di tutto il mondo e sostenuta, attraverso migliaia e migliaia di pubblicazioni, dai volonterosi rappresentanti della cultura accademica, così nei Paesi ex vincitori come in quelli che furono sconfitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come sarebbe possibile, stante questo massiccio e sistematico condizionamento culturale, presentare sotto una luce diversa, e meno lusinghiera, le “nobili” e “pacifiche” intenzioni di Chamberlain, Daladier, Curchill, Roosevelt e Stalin?</p>
<p style="text-align: justify;">Come giustificare, altrimenti, la pace punitiva che essi imposero alle nazioni del Tripartito alla fine della seconda guerra mondiale e specialmente alla Germania, che solo nel 1989 ha visto cadere il Muro di Berlino e ritrovare la propria unità nazionale?</p>
<p style="text-align: justify;">E come ammettere che le piccole nazioni, come la Finlandia, non furono in complesso trattate meglio dalle Potenze alleate, rispetto a quanto fecero quelle dell’Asse; tanto è vero che tutti i piccoli Stati dell’Europa centro-orientale vennero abbandonati, a guerra finita, all’ingordigia di Stalin, Polonia compresa, dopo aver proclamato per oltre cinque anni che la guerra era stata fatta per difendere il diritto all’indipendenza di tutti gli Stati, e specialmente della Polonia, contro la prepotenza hitleriana?</p>
<p style="text-align: justify;">È veramente lunga, la coda di paglia degli storici inglesi, americani e russi e, in genere, di quasi tutti gli storici contemporanei, i quali hanno propagato la leggenda di una superiorità morale delle Potenze vincitrici su quelle sconfitte, in modo da accreditare la loro interessata interpretazione della storia recente: secondo la quale, finalmente, la forza e il diritto avrebbero finito per coincidere &#8211; come nei migliori <em>western</em> hollywoodiani -, con incalcolabile beneficio per il mondo intero…</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-coda-di-paglia-della-storiografia-inglese-e-la-guerra-d%e2%80%99inverno-finno-sovietica-del-1939-40.html' addthis:title='La coda di paglia della storiografia inglese e la guerra d’inverno finno-sovietica del 1939-40 ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quella scomoda verità che nessuno osa dire a proposito di immigrazione e di razzismo</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 14:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">Da un po’ di tempo questo sembra essere divenuto il <em>leit-motiv</em> delle tavole rotonde politicamente corrette del Bel Paese, sull&#8217;onda emozionale di alcuni fatti di cronaca che hanno suscitato un vero e proprio rigurgito di cattiva coscienza e di buone intenzioni da parte un po’ di tutti, compreso il Vaticano e passando, tra l’altro, per l’onorevole Fini.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure c’è una scomoda verità di cui nessuno parla e che tutti fanno finta di non sapere, che vizia a monte ogni discussione su immigrazione e razzismo e inquina i termini del dibattito, in buona o in cattiva fede che sia.</p>
<p style="text-align: justify;">Fermo restando che i Paesi del Nord della Terra hanno una precisa responsabilità nei confronti delle disastrose condizioni economiche in cui versano i Paesi del Sud, e che una giusta politica mondiale avrebbe dovuto puntare a una più equa ripartizione dei beni esistenti, resta il fatto che il problema del crescente, ulteriore immiserimento dei Paesi del Sud non si risolve accettando il trasferimento di masse di decine e centinaia di milioni di persone verso quelli del Nord. Ciò costituisce la morte di ogni speranza di ripresa nei paesi del Sud, abbandonati dalla loro unica, attuale risorsa: la popolazione giovanile; e crea problemi giganteschi e insolubili nei Paesi del Nord, impossibilitati ad accogliere una immigrazione di proporzioni bibliche.</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi, se è vero che la chiarezza e la verità devono fondarsi sull’uso delle parole adeguate, nemmeno di migrazione dobbiamo parlare, ma di autentica invasione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si dirà, da parte dei soliti ambienti politicamente corretti, che questo termine è eccessivo; che crea allarmismi ingiustificati; e che, infine, sa di razzismo. Ebbene, lasciamo pure che dicano e guardiamo ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Invasione è l’ingresso di uno o più popoli nel territorio di un altro Stato, senza che questo possa opporsi a tale movimento.</p>
<p style="text-align: justify;">E che altro è quella che si sta verificando da una trentina d’anni, nei Paesi del Nord, se non una invasione metodica e capillare? Davanti alle carrette del mare stracariche di sventurati esseri umani, che rischiano la vita pur di sbarcare sulle nostre spiagge, nessuna efficace resistenza è possibile: in nome dell’umanità, costoro non solo non vengono respinti, ma, al contrario, vengono aiutati e sistemati a terra; salvo poi procedere a un’espulsione del tutto teorica di quanti non hanno il diritto legale di domandare asilo politico. In pratica, rimangono quasi tutti; e quelli che sono accompagnati alla frontiera, ritornano. Ritornano; e, se fermati, ci riprovano: due, tre, dieci volte; finché passano. Ogni volta che vengono fermati, esibiscono documenti falsi o danno nomi diversi, tanto che è difficile capire che si tratta, sovente, delle stesse persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordiamo il caso di una nave carica di clandestini asiatici che, giunta in vista delle coste australiane, venne allontanata con la forza dalla Marina militare di quel Paese. Da noi, le navi, le barche o i gommoni dei clandestini sbarcano si può dire ogni giorno il loro carico di disperati, magari sotto lo sguardo perplesso dei bagnanti: è uno spettacolo ormai familiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.edizionidiar.it/raspail-jean/il-campo-dei-santi.html" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="campo-dei-santi" src="../wp-content/uploads/campo-dei-santi.jpeg" alt="" width="124" height="184" /></a>Questo, per quanto riguarda i clandestini; che, in quanto tali, contribuiscono in larghissima misura all’aumento vertiginoso della criminalità: dal traffico della droga, a quello della prostituzione, fino ai furti in villa e alla violenza privata. Nelle carceri del Nord Italia, il 60% dei detenuti è costituito da immigrati extracomunitari; in alcune zone del Veneto la percentuale sale all’80%. Pagano, ovviamente, i contribuenti, cioè noi; senza contare l’ulteriore allungamento dei tempi della giustizia penale, oberata da migliaia e migliaia di procedimenti in corso.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda gli immigrati regolari, bisogna dire che il loro aumento incontrollato (o controllato sulla base di parametri assurdi) sta letteralmente alterando l’assetto demografico del nostro Paese. In alcune zone del Nord Italia, gli immigrati costituiscono l’8o il 100% della popolazione. E il fatto che percentuali analoghe si registrino in Francia, Germania o Gran Bretagna non ci tranquillizza: anzi, il caso della rivolta nelle periferie francesi abitate dagli immigrati maghrebini ci mette in ulteriore allarme.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di persone giunte nel giro di pochissimi anni e provenienti dai Paesi più diversi, portatrici di culture, usanze e <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a> fra loro diversissime. Persone che non sempre sono disposte a rispettare le leggi, le usanze e le tradizioni del Paese che le ospita; che, al contrario, non di rado vorrebbero imporre le proprie; e che, in ogni modo, più che di assimilarsi, nutrono la segreta speranza di poter assimilare noi. Un poco alla volta, con la forza del numero.</p>
<p style="text-align: justify;">I politici che parlano di facile e rapida integrazione, non sanno quello che dicono. I responsabili del mancato attentato terroristico all&#8217;aeroporto di Londra erano tutti immigrati della terza generazione, e quasi tutti erano inseriti discretamente nella società inglese, anche in posti rilevanti dal punto di vista economico-sociale. Forse non avevano visto che una sola volta i Paesi d&#8217;origine dei loro nonni; ma tanto era bastato per rinfocolare in loro l&#8217;odio per l&#8217;Occidente. Non che nutrire sentimenti di gratitudine per il Paese che li ospitava fin dalla nascita, avrebbero voluto vederlo distrutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, gli immigrati non sono tutti così; ci mancherebbe. Ve ne sono molti seri, onesti, laboriosi e rispettosi delle leggi. Però, e questo è il punto, hanno verificato con mano e compreso il segreto che costituisce la grande debolezza dei Paesi ospitanti: che non esiste alcuna seria volontà di porre un freno all&#8217;invasione, e sia pure all&#8217;invasione pacifica. Specialmente gli immigrati di religione islamica e di provenienza nordafricana vengono in Europa, e soprattutto in Italia, con la ferma intenzione di non integrarsi, di non assimilarsi, ma semmai, un poco alla volta, con la forza del numero e dei petrodollari degli sceicchi sauditi e kuwaitiani, di convertire noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Essi, inoltre, conoscono un secondo segreto, che hanno scoperto vivendo nel nostro Paese: che la nostra cultura dell&#8217;accoglienza ci impedisce di dare torto al povero, a quello che sembra il più debole, anche se il suo torto è, invece, palese; che noi abbiamo il terrore di essere considerati, o di considerarci noi stessi, dei razzisti. Perciò sanno di poter tirare la corda oltre il limite di ogni ragionevole sopportazione, perché ben difficilmente noi reagiremmo con durezza: la nostra cultura ce lo impedisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Le radici della nostra cultura sono, essenzialmente, due: il cristianesimo e il socialismo: l&#8217;una e l&#8217;altra sono basate su principi di solidarietà, di condivisione e di benevolenza. L&#8217;una e l&#8217;altra ci fanno sentire cattivi ed egoisti se pretendiamo anche dai più svantaggiati il rispetto delle regole; per cui tendiamo a giustificarli, sempre e comunque, e a dare, piuttosto, torto a noi stessi. Se a ciò si aggiunge la debolezza del sentimento nazionale italiano, ne risulta un quadro in cui l&#8217;immigrato sa di potersi permettere comportamenti che i nostri nonni e bisnonni, quando erano loro ad emigrare verso le miniere di carbone del Belgio o verso le <em>fazendas</em> del Brasile, mai e poi mai avrebbero osato assumere, consapevoli di essere degli ospiti assunti «in prova» (e ad eccezione, ovviamente dei malavitosi che, però, gettavano il discredito su tutti gli altri).</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-7016" style="margin: 10px;" title="immigrazione" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/immigrazione.jpeg" alt="" width="276" height="183" />Ora, è bene dire con la massima chiarezza che pretendere dagli immigrati il rispetto di tutte le regole, comprese quelle non scritte, ma che fanno parte integrante della nostra tradizione (ad esempio, la nostra idea della laicità dello Stato, oppure il modo di vestire o di comportarsi delle nostre donne), nonché nutrire il timore che un aumento ulteriore della loro consistenza numerica arrechi una alterazione permanente della fisionomia materiale e spirituale della nostra nazione, con effetti a dir poco problematici, non sono affatto una manifestazioni di razzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il razzismo è un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli altri popoli e delle altre culture. Il popolo italiano non è mai stato razzista e non crediamolo lo sia diventato adesso (benché singoli individui possano certamente esserlo). Ma qui non si tratta di questo. Qui si tratta di stabilire se tutti i cittadini residenti nel nostro territorio debbano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, oppure no; e se sia giusto, oppure no, preoccuparsi di preservare il valore della nostra identità culturale e spirituale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sul tappeto c&#8217;è anche un&#8217;altra questione scomoda, della quale non si sente mai parlare pubblicamente, anche se molti di noi &#8211; crediamo &#8211; intuiscono essere la questione veramente centrale di tutto il dibattito pro o contro l&#8217;immigrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di questo: se ogni popolo ha il diritto di preservare la propria identità culturale e spirituale, questo deve valere, evidentemente, anche al di là e al di fuori dei confini politici che stabiliscono la sovranità dei singoli Stati. Di conseguenza, gli immigrati &#8211; in teoria &#8211; sarebbero nel loro pieno diritto nel rifiutare l&#8217;integrazione, se con ciò si intende la rinuncia sostanziale alla propria identità e l&#8217;assunzione di una identità diversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, allora, bisogna avere anche il coraggio di riconoscere che:</p>
<p style="text-align: justify;">1) Se tutti i gruppi etnici immigrati in Italia e in Europa adottassero questa filosofia, si creerebbe il caos. Ciascuno, per fare solo un esempio, vorrebbe santificare pienamente le proprie festività religiose; e le fabbriche, i negozi, le scuole, i trasporti, rimarrebbero paralizzati sette giorni su sette e dodici mesi all&#8217;anno. Oppure nelle scuole, per fare un altro esempio, gli studenti figli di immigrati potrebbero rifiutarsi di parlare e scrivere in italiano, in nome della difesa della propria lingua. E si badi che a questi assurdi ci stiamo già avvicinando, magari per quel malinteso senso di rispetto dell&#8217;altro di cui parlavamo prima: come quando delle maestre rinunciano a far cantare ai bambini della scuola elementare le canzoni di Natale, o a costruire il presepio, per non «offendere» (che parola male adoperata!) i sentimenti religiosi dei loro alunni di altra <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Se tutte le comunità nazionali degli immigrati si arroccassero a difesa del loro diritto di conservare le proprie usanze, anche il più blando tentativo di far rispettare regole comuni potrebbe essere percepito come una forma di violenza xenofoba e dar luogo a reazioni fisiche. Allora, una multa a un furgone per sosta vietata potrebbe scatenare la rabbia di un&#8217;intera comunità, con tanto di bandiere al vento (ricordate il caso dei Cinesi di Milano?) e, magari, autorizzare l&#8217;intromissione diplomatica del loro governo. E cose succederebbe se le forze di pubblica sicurezza, in ottemperanza a quanto stabilito dalle leggi, chiedessero a una donna islamica di levarsi il <em>burkha</em> per farsi riconoscere, come qualunque altro cittadino?</p>
<p style="text-align: justify;">3) D&#8217;altra parte, proprio perché è giusto che ogni comunità nazionale possa conservare i propri usi e le proprie tradizioni, bisogna avere la coerenza di riconoscere che la migrazione massiccia di enormi masse di persone da un luogo all&#8217;altro della Terra, con i ritmi e le dimensioni che sta assumendo oggi il fenomeno, non può essere la soluzione dei problemi economico-sociali: né del bisogno di avere un reddito dell&#8217;una parte, né della necessità di importare forza-lavoro dell&#8217;altra. La ricerca di una soluzione, semmai, passa attraverso un profondo ripensamento del modello economico sviluppista; una radicale riforma della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale; una totale cancellazione del debito estero dei Paesi del Sud; una politica di investimenti produttivi e di prestiti a tasso agevolato da parte dei Paesi del Nord; nonché su una politica volta a incentivare il graduale ritorno in patria degli immigrati già stabilitisi in Europa, creando nuove opportunità di lavoro nei loro Paesi e consentendo il ricongiungimento delle loro famiglie nel proprio contesto socio-culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dire queste cose non è affatto una manifestazione di razzismo: razzismo alla rovescia è la pretesa di ignorare la realtà dei problemi, facendo leva su un ricatto morale, affinché non se ne possa parlare apertamente. E, intanto, i problemi si aggravano.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha la possibilità di conoscere direttamente le numerose attività di accoglienza presenti nel nostro Paese &#8211; ad esempio, le sedi diocesane della Caritas -, sa che i problemi di cui abbiamo parlato esistono. Sa che esiste un certo modo, aggressivo e prepotente, di porsi di fronte alla società e alle stesse strutture di accoglienze, da parte di certi immigrati. Sa che, da parte di altri, vi è una scarsa disponibilità al sacrificio e al lavoro, e una attesa passiva di soluzioni al problema del mantenimento di sé stessi e della propria famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sa, infine, che dietro richieste in sé perfettamente legittime, come quelle di appositi spazi da dedicare alla preghiera secondo il proprio credo, si nasconde, spesso, un preciso disegno politico, volto a creare posizioni di forza in vista di una complessiva rinegoziazione dei rapporti, per così dire, di forza, in seno al Paese ospitante.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, diversamente &#8211; tanto per fare un esempio &#8211; insistere nella richiesta di costruire una moschea nel capoluogo di una provincia dove la presenza islamica è, sì, numerosa, ma non lo è, appunto, nel capoluogo stesso, se non per dare il massimo della visibilità politica a quella <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a>, magari con il generoso sostegno finanziario degli sceicchi del petrolio?</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, ci dicono i nostri politici e i nostri economisti, e ce lo ripetono da due o tre decenni, come se fossimo degli scolari un po&#8217; testoni, noi abbiamo bisogno di manodopera straniera, altrimenti la nostra economia si fermerebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è proprio vero? Che vadano a dirlo a un laureato della provincia di Catanzaro o di Reggio Calabria, dove la disoccupazione giovanile è alle stelle; e vedremo che cosa gli risponderà.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi: è la nostra economia che ha bisogno di quel tipo di manodopera &#8211; poco qualificata, e dunque a basso costo; specialmente se impiegata in nero &#8211; o ne ha bisogno un certo tipo di borghesia imprenditoriale, che vuole sempre giocare sul sicuro, realizzando il massimo del profitto con il minimo dei rischi e dei costi?</p>
<p style="text-align: justify;">E che cosa ne pensano i piccoli commercianti, i piccoli artigiani &#8211; un barbiere di paese, per esempio, o il gestore di un negozietto di frutta e verdura -, schiacciati dalle tasse e dai costi astronomici della distribuzione, costretti a veder andarsene i clienti l&#8217;uno dopo l&#8217;altro e, infine, a chiudere la loro modesta attività in proprio, sopraffatti dalla concorrenza inesorabile dei grandi magazzini e dai centri commerciali, che si servono largamente di manodopera straniera a basso costo?</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un ultimo problema &#8211; e non dei meno spinosi &#8211; da affrontare, quando si vuol parlare a cuore aperto di tali questioni, rischiando il linciaggio morale o, quanto meno, il boicottaggio dell&#8217;ambiente culturale politicamente corretto.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamo alludere alla condotta di una parte del mondo politico, la quale, invece di farsi responsabilmente interprete del disagio della popolazione italiana, e specialmente delle classi più umili, di fronte al peggioramento della qualità complessiva della vita dovuto al gigantesco afflusso di immigrati, ne istigano e ne cavalcano i sentimenti più viscerali e irrazionali, strumentalizzando quel disagio per un pugno di voti e lanciando slogan incivili e brutali, che sa benissimo di non poter tradurre in pratica, a fini meschinamente propagandistici.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando un uomo politico indossa davanti alle telecamere una maglietta contenente frasi e disegni insultanti nei confronti dell&#8217;Islam, o quando un vicesindaco afferma, parlando della richiesta di un luogo di culto da parte degli immigrati di <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> islamica: «Che se ne vadano a pregare nel deserto!», quei signori sanno molto bene di fare e dire delle cose non soltanto stupide e razziste, ma anche irrealizzabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, è proprio questo fatto &#8211; che la classe politica italiana, se non tace omertosamente sulla portata dei problemi relativi all&#8217;immigrazione, ne parla in maniera sguaiata e irresponsabile, per puro calcolo elettorale, che spinge tante persone per bene a tacere e a rassegnarsi, pur vedendo che l&#8217;attuale politica ci conduce al disastro: per non fare il gioco di simili individui, per non essere accomunate ad essi nell&#8217;accusa &#8211; meritata, questa volta &#8211; di razzismo.</p>
<p style="text-align: justify;">E anche questo è un ricatto al quale bisogna trovare la forza civile di reagire.</p>
<p style="text-align: justify;">È un ricatto non poter criticare le scelte dei nostri politici che, nel giro di un paio di generazioni, renderanno l&#8217;Italia (e l&#8217;Europa) completamente sommerse dalla pacifica invasione degli immigrati, i quali diventeranno maggioranza e muteranno radicalmente la fisionomia materiale e spirituale del nostro continente; ed è una forma di ricatto (o di auto-ricatto) anche il tacere per non essere accomunati a dei personaggi cinici e incolti, che si servono degli umori xenofobi &#8211; oggi ancora latenti &#8211; per farsene una piattaforma elettorale, sia a livello amministrativo che politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia chiaro, dunque, che non vogliamo avere niente a che fare con quel genere di personaggi: la loro battaglia non è la nostra, le loro parole d&#8217;ordine non ci appartengono.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi siamo per il rispetto, la tolleranza e la collaborazione fra tutti i popoli, fra tutte le culture e fra tutte le <a title="religioni" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religioni</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo, però, non significa che dobbiamo restare a guardare mentre l&#8217;Italia e l&#8217;Europa vengono colonizzate e si avviano a perdere, per sempre, la loro identità.</p>
<p style="text-align: justify;">No, su questo non siamo d&#8217;accordo, perché riteniamo che ogni cultura nazionale sia una forma di ricchezza per il mondo intero; e che, pertanto, ogni cultura nazionale (e regionale) merita di essere difesa e sostenuta, merita di sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci piacerebbe un mondo omologato, dove tutti bevono Coca-Cola e masticano <em>chewin-gum</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E neppure &#8211; sia detto con il massimo rispetto per una <a title="religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione/">religione</a> diversa dalla nostra &#8211; un mondo dove tutti si genuflettono cinque volte al giorno per pregare Allah e onorare il suo profeta Mohammed; e dove le donne, magari, devono indossare il <em>burkha</em>, o almeno lo <em>chador</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E non perché ci sia qualcosa di male, in sé, nel fatto di indossare il <em>burkha</em> o lo <em>chador</em> (checché ne dicano i nostri liberaldemocratici politicamente corretti), ma perché ciò non fa parte della nostra tradizione; e non vorremmo che, un domani, ci venisse imposto, quando fossimo diventati &#8211; e, seguitando di questo passo, lo saremo presto &#8211; minoranza nel nostro stesso Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Oppure bisogna pensare che la tolleranza funziona solo a senso unico, serve solo a tutelare gli ultimi arrivati; e non deve valere per coloro che, in un certo luogo, sono sempre vissuti, da decine e decine di generazioni?</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, col gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito <a href="http://www.ariannaeditrice.it" target="_blank">Arianna Editrice</a>.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/quella-scomoda-verita-che-nessuno-osa-dire-a-proposito-di-immigrazione-e-di-razzismo.html' addthis:title='Quella scomoda verità che nessuno osa dire a proposito di immigrazione e di razzismo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Quell’ispettore così solidamente borghese che finiamo per amare anche nostro malgrado</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 14:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Lamendola</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brusco, impaziente di intralci e impedimenti, avverso ai moderni metodi “scientifici” all’americana, Maigret è un perfetto europeo, un perfetto francese, un perfetto parigino, oltre che un perfetto borghese. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lamendola-maigret.html' addthis:title='Quell’ispettore così solidamente borghese che finiamo per amare anche nostro malgrado '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8401" style="margin: 10px;" title="maigret-cremer" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maigret-cremer.jpeg" alt="" width="248" height="203" />In vari luoghi d’Europa, ad esempio nella cittadina olandese di Delfzijl, sono stati eretti dei monumenti ad un signore dalla corporatura massiccia, che indossa il cappotto sopra la giacca e col cappello in testa, e che stringe in mano la pipa, piegando il braccio sinistro in una posa caratteristica, involontariamente pomposa e quasi napoleonica.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel cappotto ci fa pensare a un lunghissimo inverno che non vuol mai finire; ma quella pipa, col suo minuscolo fornello, ci suggerisce una fonte di calore che arde ininterrotta e che spande nell’aria il suo gradito aroma, introducendovi una nota di pace, se non proprio di allegria: e così tutto l’insieme del personaggio, al tempo stesso imponente e quotidiano, un po’ burbero ma anche umano, ispira immediatamente sentimenti contrastanti ma, nel complesso, positivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sì: è proprio lui, il Borghese con la “b” maiuscola: la più aborrita e destata figura sociale della modernità, contro la quale Marx ha predicato l’eterno odio di classe dei proletari di tutto il mondo, e sulla quale legioni di intellettuali, scrittori, artisti, tutti o quasi tutti di origine squisitamente borghese (come lo stesso Marx), hanno riversato tutto il disprezzo e tutta l’avversione di cui erano capaci, senza risparmio di colpi, facendone addirittura l’archetipo di tutto quanto vi è di moralmente riprovevole e di esteticamente ripugnante nella natura umana.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/luomo-che-non-era-maigret-ritratto-di-georges-simenon/4414" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8478" style="margin: 10px;" title="uomo-che-non-era-maigret" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/uomo-che-non-era-maigret-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" /></a>Questo solido borghese, talmente calato e perfino compiaciuto nel proprio ruolo da apparire quasi incongruo e un po’ <em>naïf</em> nella sua ingenua naturalezza, non è una persona realmente vissuta in carne ed ossa, ma un personaggio letterario, uno di quelli che più hanno saputo fare breccia nell’immaginario collettivo, in ragione delle sue caratteristiche paterne, severe ma al tempo stesso rassicuranti, nonché della sua umanità profonda, sofferta e quasi risentita, che lo ha portato, più di una volta, a occultare prove di colpevolezza per consentire a dei delinquenti casuali, ma più sfortunati che malvagi, di avere dalla vita un’altra opportunità: il leggendario commissario della polizia di Parigi, Jules Maigret.</p>
<p style="text-align: justify;">Creato dalla penna (ma <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span> avrebbe detto: evocato, non creato) di Georges Simenon, scrittore belga nato nel 1903 e morto nel 1989, Maigret è il protagonista di settantacinque romanzi &#8211; settantanove, contandone anche quattro poi ripudiati dall’autore e scritti sotto pseudonimo – e di ventiquattro racconti, più un certo numero di articoli, prefazioni e altri scritti di vario genere: uno dei casi di maggiore assiduità fra scrittore e personaggio di tutta la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura/">letteratura</a> mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Maigret è ispettore nella squadra omicidi e innumerevoli casi sono passati per le sue mani: casi che egli ha affrontato tutti con una tecnica d’indagine squisitamente intuitiva, immergendosi, per così dire, nell’atmosfera delle situazioni, dei luoghi, dei personaggi, sempre a caccia non solo e non tanto della verità legale, ma di quella umana che giace, sovente seminascosta, nelle pieghe più profonde di quell’altra.</p>
<p style="text-align: justify;">Brusco, impaziente di intralci e impedimenti, avverso ai moderni metodi “scientifici” all’americana, Maigret è un perfetto europeo, un perfetto francese, un perfetto parigino, oltre che un perfetto borghese. Non ha opinioni politiche, non ha vizi se non quello del fumo, del buon bicchiere della buona tavola; è sposato e marito fedele, ma non ha figli, cosa che vive con segreta malinconia; è temuto e rispettato, ma soprattutto ammirato dai suoi subordinati, che fa correre di qua e di là, riservandosi la parte di “cervello” in ciascuna indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Con i superiori ha un rapporto formalmente corretto, ma sotterraneamente carico di attriti, perché non sopporta la disciplina, le formalità e la burocrazia, mentre essi ne sono i più tipici rappresentanti; inoltre è diretto, virile, alieno da qualunque forma di servilismo e nutre una segreta simpatia per i deboli, per i vinti, per gli inetti che la vita ha duramente provato e una altrettanto radicata, ma non altrettanto segreta, antipatia per i poltroni, per i figli di papà, per i ricchi nullafacenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/maigret-e-lomicida-di-rue-popincourt/9860" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-8476" style="margin: 10px;" title="maigret-popincourt" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maigret-popincourt-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a> Da ciò non si deve dedurre che le sue simpatie politiche vadano a destra; perché Maigret è un personaggio rigorosamente apolitico (cosa che alcuni critici hanno trovato strana, trattandosi di un francese e, più in generale, di un latino); e c’è motivo di pensare che, se pure si decidesse ad esternarle, avremmo delle belle sorprese, se è vero quel che si dice un po’ sottovoce del suo autore, e cioè che è stato collaborazionista durante la seconda guerra mondiale o, quanto meno, legato agli ambienti del collaborazionismo (il fratello di Simenon lo fu certamente, tanto che a guerra finita si arruolò nella Legione Straniera e ci lasciò la pelle, durante la guerra d’Indocina).</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto,che Maigret sia un conservatore, nel senso più ampio del termine &#8211; e sia pure un conservatore <em>sui generi</em>s -, stanno a mostrarlo mille particolari della sua vita quotidiana: ad esempio quel suo voler conservare, in ufficio, la vecchia stufa a legna, per il solo piacere di riempirla con le sue mani (altro indizio di amore per la manualità: la cerimonia di accensione della pipa con i cerini), mentre in tutto l’edificio stanno installando i moderni termosifoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dicevamo della sua umanità. Maigret non giudica, non gli interessa di ergersi a giudice dei criminali sui quali sta indagando: gli interessa più che altro comprendere il mistero del cuore umano, rendersi conto delle molle segrete del suo agire, nel male così come nel bene (ma, per la sua professione, soprattutto nel male).</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è questo distacco, che non si qualifica in alcun modo come indifferenza, ma, al contrario, come suprema forma di saggezza, ossia come consapevolezza che nessun essere umano ha il diritto di giudicare, nel profondo, un suo simile, che lo pone segretamente in conflitto con la sua professione e, talvolta, con i suoi superiori, primo fra tutti il giudice Comelieau; conflitto che egli risolve, o piuttosto supera, facendo appello, nei momenti di maggior tensione, alla propria coscienza e al proprio superiore senso di umanità. Esattamente il contrario di un altro celeberrimo ispettore di polizia francese immortalato dalla letteratura: il terribile Javert, persecutore implacabile di Jan-Valjean, creato da Victor Hugo ne <em>I Miserabili</em>: tanto è vero che, quando la coscienza di Javert entra in conflitto con il senso del dovere formale, questi non riesce a mediarlo e risolve la crisi interiore togliendosi la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/maigret-e-luomo-solitario/9632" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8477" style="margin: 10px;" title="maigret-uomo-solitario" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maigret-uomo-solitario-189x300.jpg" alt="" width="189" height="300" /></a>Sia il cinema che la televisione si sono impossessati di questo ghiotto boccone commerciale, divenuto rapidamente celebre in tutto il mondo, con esiti più o meno felici e con maggiore o minore fedeltà alla lettera e allo spirito dell’originale. Per il pubblico italiano, Maigret possiede la faccia onesta e virilmente bonaria di Gino Cervi, che lo interpretò in alcuni mitici cicli di sceneggiati negli anni Sessanta del secolo scorso. Per quello francese dell’ultima generazione, il suo volto è invece quello rude e un po’ pesante di Bruno Crémer, i cui occhi azzurri dalle profondità abissali contrastano singolarmente con la voluta inespressività della sua maschera.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente, riteniamo che entrambi gli attori lo abbiano interpretato in maniera egregia; ma la nostra preferenza va a Bruno Crémer, perché ci sembra più realisticamente calato nel personaggio, con una psicologia più sottile e meno emotiva, meno “meridionale” di quella con cui lo ha rappresentato il pur bravissimo attore italiano; senza parlare della regia e della ricostruzione d’ambiente, incomparabilmente più efficaci e verosimili. L’acribia filologica della serie televisiva francese (ben cinquantaquattro puntate, fra il 1991 e il 2005) si spinge perfino alla cura dei caratteri di stampa nei titoli di testa, che sono identici a quelli in voga negli anni Trenta del secolo scorso; per non parlare dell’abbigliamento, degli interni, dell’arredamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Bruno Crémer è un Maigret meno chiacchierone e meno espansivo di Gino Cervi; più taciturno e più riflessivo; più padrone di sé in tutte le situazioni, che non perde mai la calma anche se, sotto la sua maschera di ghiaccio, palpita un vulcano perennemente in procinto di eruttare; e la bravura dell’attore francese (nato a Sain-Mandé nel 1929) è proprio quella di aver saputo contemperare ed equilibrare questi due lati contrastanti del suo personaggio, con una sottilissima cura per le sfumature che Cervi, invece, tende a saltare a pie’ pari. Insomma il Maigret di Cervi è un istintivo immediato ed estroso, quello di Crémer è un istintivo che si controlla e che media continuamente non solo con se stesso, ma anche con la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/il-commissario-maigret-2/9889" target="_blank"><img class="alignright size-full wp-image-8479" style="margin: 10px;" title="maigret-gabin" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maigret-gabin.jpg" alt="" width="200" height="288" /></a>Le storie più belle, secondo noi, sono quelle di due generi: quelle ambientate nei quartieri poveri di Parigi, popolati da personaggi ambigui ma intimamente dolenti, perché mortificati dalla vita; e quelle che si svolgono in provincia, nella vastità delle campagne o in qualche minuscolo borgo rurale dove non c’é che un unico posto telefonico pubblico, e nei quali la vita sociale ruota attorno a pochissimi luoghi un po’ claustrofobici, primi fra tutti l’osteria e la locanda con ristorante a prezzo fisso, i cui clienti sono modesti borghesi, sensali o commessi viaggiatori e le cui cameriere, giovani e meno giovani, si portano dentro una profonda tristezza e un male di vivere che i sogni infranti di un avvenire diverso hanno indotto a ripiegarsi su se stesse oppure, all’opposto, a sfidare la società perbenista con gesti inattesi di protesta e di ribellione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultimo aspetto ci porta a parlare dei veri nemici di Maigret: che non sono di certo i criminali cui dà la caccia e nemmeno i superiori che sovente lo intralciano con le loro ridicole pignolerie, ma i piccoli borghesi, di città e di provincia, che in nome dell’invidia, della gelosia, dell’avidità o della noia, finiscono per perdere ogni senso morale, per diventare disumani e per ostacolare il corso della giustizia con il groviglio velenoso del loro astio e della loro omertà; astio e omertà che ricordano altre situazioni della società francese, ad esempio quelle descritte in romanzi come <em>Groviglio di vipere</em> di François Mauriac, <em>Diario di un curato di campagna</em> di Georges Bernanos, <em>Il caos e la notte</em> di Henri de Montherlant e <a title="Leviatan" href="http://www.libriefilm.com/leviatan/7459" target="_blank"><em>Leviatano</em></a> di Julien Green.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti a quelle astiose zitelle di provincia, a quelle zie consumate dal rancore, a quei vecchietti cui la vita non ha insegnato né saggezza né compassione, a quegli osti e a quei portinai che si impicciano di tutti per una forma di curiosità senza calore e senza pietà, a quegli imprenditori che non sanno farsi amare né sul lavoro né in famiglia, tutti chiusi nel cerchio meschino del loro interesse materiale e del loro guadagno, Maigret non giudica e, tuttavia, è profondamente a disagio. Il che non gli impedisce di portare avanti, sino in fondo, la sua indagine, senza riguardi per nessuno e, soprattutto, senza lasciarsi minimamente distratte dalle apparenze o, meno ancora, da quel che dice “la gente” che si crede bene informata.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, Maigret è un borghese atipico e, in fondo, fuori posto; perché, a dispetto della sua estrazione, della sua cultura e della sua visione del mondo, egli detesta con tutta l’anima quel complesso di qualità e di difetti che formano l’armatura caratteristica del borghese, primi fra tutti l’ipocrisia e la capacità di muoversi disinvoltamente, senza mai arrossire, nei meandri della più sfacciata doppia morale: una per sé, tollerante e permissiva; l’altra per il prossimo, dura e intransigente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/maigret-a-vichy/8537" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-8487" style="margin: 10px;" title="maigret-a-vichy" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/maigret-a-vichy-188x300.jpg" alt="" width="188" height="300" /></a>C’è aria di chiuso, c’è molto cattivo odore &#8211; direbbe il buon vecchio Nietzsche &#8211; in quei personaggi e in quelle situazioni: sia che si tratti di grandi borghesi dalla moralità (apparentemente) irreprensibile, sia che si tratti di piccoli e piccolissimi borghesi di provincia, baristi, carrozzieri, piccoli commercianti, artigiani. Maigret si salva, di tanto in tanto &#8211; oltre che rifugiandosi nella dolce, serena amicizia della moglie &#8211; nella simpatia per qualche bambino o bambina coinvolti nelle sue indagini, talvolta perfino nel ruolo di colpevoli; e, quando le circostanze delle inchieste lo richiedono, tuffandosi nell’ambiente semiacquatico degli ampi canali che intersecano la vasta pianura francese e che, con la Senna, si spingono fin nel cuore della vecchia Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;">Le storie più avvincenti sono quelle ambientate lungo fiumi e canali, a bordo di chiatte o di vapori carichi di merci, lungo i moli e le banchine ove questi attraccano, nelle osterie che accolgono gli equipaggi. Con il vento dell’Atlantico che spazza la superficie dell’acqua e fa rialzare al commissario il bavero del cappotto, ma che sembra portare poderose boccate di aria fresca e che trasmette, scompigliando i capelli e disperdendo il fumo della pipa, un senso quasi doloroso di libertà, di orizzonti sconfinati non solo dei luoghi, ma anche dell’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco, forse, il significato più autentico della popolarità di Maigret, la ragione per cui noi tutti lo percepiamo come una presenza non solo familiare, ma addirittura necessaria, nello spazio della nostra immaginazione. Impavido e incrollabile nel suo senso morale che sa andare oltre la giustizia formale e i chiusi modi di pensare delle coscienze pigre, di quanti sono spiritualmente morti, egli è la personificazione della nostra parte migliore, non senza una segreta sofferenza dovuta alla oscura consapevolezza di ciò che ci impedisce di tradurre quel senso di pulizia morale nella nostra vita di ogni giorno: vale a dire la paura della libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi tutti, chi più e chi meno, abbiamo paura di quella libertà, perché, in fondo, abbiamo paura delle responsabilità che ne derivano e preferiamo, tutto sommato, trascinarci dietro le nostre segrete catene, specialmente se sono dorate. Maigret, no. Lui è diverso: perché, come direbbe ancora <span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/autori/luigi-pirandello" target="_blank">Pirandello</a></span>, essendo un personaggio non possiede l’esistenza ma, in compenso, possiede quell’essenza di cui noi siamo così spesso carenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Maigret non vacilla, non scende a compromessi. Egli respira i liberi venti della vita in piena sicurezza, anche se, talvolta, non senza un moto di disgusto per le sue brutture, che lo costringe istintivamente a cercare conforto in una chiacchierata con una semplice popolana, o nella compagnia casuale con un bambino (quel figlio che sua moglie non gli ha potuto dare, ma cui ripensa con rammarico), o, ancora, in una silenziosa battuta di pesca in riva a un fiume, nella campagna tranquilla, dove lo sciacquio delle onde suggerisce l’illusione del mare aperto e dei grandi, liberi orizzonti di cui l’anima ha eternamente nostalgia.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto, con il gentile consenso dell&#8217;Autore, dal sito Arianna Editrice.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/lamendola-maigret.html' addthis:title='Quell’ispettore così solidamente borghese che finiamo per amare anche nostro malgrado ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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