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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Felice Bellotti</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>I forzati all&#8217;assalto</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Apr 2011 15:03:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Reportage dalla battaglia combattuta nei pressi di Savukoski durante la Guerra d'inverno tra Finlandia e Russia (1939-1940).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-forzati-allassalto.html' addthis:title='I forzati all&#8217;assalto '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-7344" style="margin: 10px;" title="soldato-finlandese2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/soldato-finlandese2-300x291.jpg" alt="" width="300" height="291" />(Dal nostro Inviato)</p>
<p style="text-align: justify;">Fronte Nord, dicembre.</p>
<p style="text-align: justify;">A Kemijärvi eravamo arrivati verso le 10 del mattino, dopo quattro ore di avventuroso viaggio in automobile ed era ancora il buio pesto della notte. Poi ci avevano infilati in una <em>pullka </em>lappone, trainata da una solida renna ed eravamo partiti verso la linea del fuoco, o meglio verso la zona boschiva compresa tra Salta e Savukoski, a cavallo del fiume Tenniöjok, nella quale si erano ammassati notevoli contingenti di truppe sovietiche, con evidente intenzione aggressiva. Correvamo verso nord, filando veloci sulla pista gelata oltre il 67° parallelo. A settentrione, il cielo era punteggiato di stelle; a mezzogiorno, proprio sulla linea dell&#8217;orizzonte, stava comparendo il primo bagliore dell&#8217;alba, che tingeva la neve d&#8217;azzurro. Nella zona artica, d&#8217;inverno come d&#8217;estate, le albe come i tramonti sono di una snervante lentezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Avete fatto testamento?</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- I russi &#8211; </em>ci disse il simpaticissimo maggiore V. che ci accompagnava <em>- non attaccheranno prima che il cielo sia tutto chiaro; non prima di un&#8217;oretta. A proposito, il testamento lo avete fatto? Ed avete firmato la vostra dichiarazione?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Egli intendeva parlare di una dichiarazione nella quale noi «desiderando assistere ad un combattimento, ci assumevamo tutte le responsabilità relative ai rischi dei combattimenti». Avevamo firmato. Due sciatori finlandesi, sbucando improvvisamente dagli alberi, ci intimarono di fermarci.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Dove andate?﻿</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Qui vicino.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Quanto?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Un migliaio di metri.﻿</em></p>
<p style="text-align: justify;">A breve distanza, accoccolati sulla neve, otto bianchi finlandesi che completavano la pattuglia, stavano consumando il loro frugalissimo pasto.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, improvvisamente, tuonò un colpo di cannone. Lontano, verso nord, una mitragliatrice rispose, tosto imitata da una seconda, che sgranò i suoi colpi radendo la neve. E in breve tutta la zona boscosa sulle rive del fiume gelato fu un solo frastuono di armi da fuoco. Il cielo si era imbiancato, cominciavano i cento minuti di luce; e i russi sferravano un nuovo attacco, annunciandolo con un fragoroso quanto inutile fuoco di batterie, perché non esistono sul fronte nord posizioni finlandesi che valgano la pena di un intenso bombardamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-7345" style="margin: 10px;" title="pattuglia-sci" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pattuglia-sci-300x215.jpg" alt="" width="300" height="215" />La pattuglia ripose quieta ogni cosa nel fondo dei sacchi, infilò gli sci, strinse saldamente i bastoni nei pugni. L&#8217;ufficiale diede il segnale di partenza e scappò via, seguito dai suoi uomini. La pattuglia volò giù lungo i fianchi del Vuotoksentunturi in ordine sparso, traversò dialogamenle una radura scintillante e scomparve nel bosco. La nostra renna galoppò lungo la pista coperta di neve fresca, arrampicò sull&#8217;ultima salita e, dalla vetta della collina, il campo di battaglia apparve ai nostri occhi. Non vedevamo nulla. Ogni tanto il caratteristico sibilo delle granate di piccolo calibro preannunciava uno scoppio, ogni tanto, per una pallottola radente, sembrava che un invisibile e lunghissimo scudiscio sferzasse la neve. Si fece un silenzio immenso, il bosco sembrò ondeggiare, udimmo un rombo di motori e alcuni carri armati sovietici uscirono dagli alberi, infilando la strada fra Nousu e Kuosku. Avanzavano lentissimi affondando nella neve, slittando sul ghiaccio, perdendo i cingoli: dalle feritoie delle mitragliatrici cominciavano a sparare alla impazzata in tutte le direzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sei carri armati disposti a semicerchio zoppicavano verso Savukoski.</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte dei finlandesi nessun segno di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, all&#8217;ombra degli alberi, sgusciarono fuori i sodati di Stalin, spinti avanti dagli ufficiali. Una specie di energumeno urlante saltò in mezzo alla strada, diede degli ordini e gli uomini si schierarono come per sfilare in parata. Parata ben misera di straccioni intirizziti, terribilmente stanchi, irresoluti, confusionari. Per quattro, col fucile in pugno, il battaglione si mosse in vvanti. Ma quello non pareva un battaglione che andasse all&#8217;assalto; sembrava una colonna di forzati, in cammino verso l&#8217;esilio della Siberia, sotto l&#8217;implacabile guida di un feroce starosta.</p>
<p style="text-align: justify;">Da parte dei finlandesi nessun segno di vita. I carri armati ripresero ad avanzare, seguiti dalle truppe che si trascinavano appena. Poi all&#8217;improvviso il cannone. Dai boschi, da certi cumuli di neve che altro non erano che piazzole di mitraaliatrici e cannoni anticarro, partivano nutritissime scriche, calme e precise. I finlandesi, invisibili, giuocavano al tiro a segno.</p>
<p style="text-align: justify;">I carri avvamparono, i soldati russi si gettarono a terra, non sappiamo se per rispondere al fuoco, per riposarsi o per morire, mentre i finlandesi balzavano al contrattacco. Agilissimi, i diavoli bianchi saltavano fuori dalla neve, da dietro gli alberi, brandendo il loro terribile pugnale. Attaccavano decisamente i carri armati, infilavano tronchi d&#8217;albero fra i cingoli. Un gridare spaventoso saliva dalla valle, che si tingeva di sangue. Dal tetto di un carro d&#8217;asalto, un finlandese scaricava la sua pistola, attraverso le feritoie delle mitragliatrici. I russi cominciavano a ritirarsi. Quattro carri armati fuggirono per primi; poi i soldati russi si sbandarono come un gregge di pecore spaventate; e le pattuglie finlandesi si gettarono all&#8217;inseguimento. L&#8217;azione era stata rapidissima, una ventina di minuti in tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi istanti dopo eravamo sul campo di battaglia. Una decina di soldati finlandesi giacevano immobili sullu neve e i compagni feriti li chiamavano per nome.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignright size-medium wp-image-7346" style="margin: 10px;" title="soldato-finlandese" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/soldato-finlandese-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" />— Kjosti, Kjosti, perchè noti rispondi? Ma fammi dunque sentire la tua voce!﻿</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma Kjosti non poteva far intendere la sua voce, perchè ormai il suo spirito vagava felice tra le stelle, dimentico di tutte le tristezze del mondo. E con lui tutti qli altri caduti, splendida legione di eroi, votata all&#8217;immortalità. In qualche casetta di legno sperduta nei boschi una madre, una sposa, un figlio, pregavano fiduciosamente Dio per la vita della patria e del loro caro e tutta questa loro ansia era già trasformata in silenzioso dolore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Veikko è morto ﻿﻿﻿</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Grigi e tetri, i cadaveri dei poveri mujik russi sbarravano la strada insanguinata. I cappotti sdrusciti lasciavano vedere le uniformi di povera stoffa. Le mani livide raschiavano con le unghie sudice il ghiaccio indifferente. Soldati senza piastrina, perchè il comando sovietico per impedire fughe o tradimenti non vuole che un soldato sappia a che divisione appartiene e possa documentare il proprio stato civile.</p>
<p style="text-align: justify;">Un soldato finlandese, che aveva avuto una clavicola spezzata da una pallottola, comprese quello che ci passava per il capo e disse:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>— Che senso! Era come tirare in una mandria di giumente!</em></p>
<p style="text-align: justify;">I soldati finlandesi non odiano i loro nemici. Combattono eroicamente per la difesa della loro patria, della loro casa, della loro libertà, della loro vita serena e non sanno provare odio per i battaglioni di disgraziati, che sono comandati contro di loro. Qualche caduto sovietico non aveva neppure levato la sicura al proprio fucile. Giaceva morto nella neve, supino, con gli occhi sbarrati, pieni di doloroso stupore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel bosco il combattimento continuava. Le stelle si accostavano rapidamente alla volta del cielo; le tenebre riprendevano il loro sopravvento sulla luce, la lucentezza azzurrina della neve si spegneva a poco a poco. I feriti più gravi, sdraiati sui loro stessi sci, venivano trasportati via dai compagni; quelli più lievi cercavano di arrangiarsi da soli. L&#8217;importante era di far presto, perchè il freddo è un terribile alleato della cancrena. E tutti sapevano con che terribile nemico dovevano lottare.</p>
<p style="text-align: justify;">Giunse un gruppo di prigionieri, un branco di animali abbrutiti e silenziosi. Si trascinavano appena sui piedi gonfi e piagati, che si intravedevano dalle scarpe rotte, tenute assieme da pezzi di spago. Lo sguardo spento, la testa e il passo pesante e avviliti, i disgraziati attendevano il loro destino, assolutamente indifferenti, quale potesse essere. Ebbero del pane, del burro. Non ringraziarono neppure; solamente nei loro occhi balenava un senso di sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il campo di battaglia è ormai avvolto nelle più fitte tenebre quando ce ne andammo per ritornare in cerca della nostra pullka.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Quattrocentoundici russi; sedici finlandesi &#8211; disse il maggiore V&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lo guardai in volto ed egli comprese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Perché?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- E&#8217; quello che vorrei poter spiegare a Ilma questa sera, quando dovrò dirle che Veikko è morto.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E sospirò profondamente, maledicendo non ho sentito bene chi.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 26 dicembre 1939.</p>
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		<title>A zonzo per la città più rumorosa del mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 16:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una descrizione della città di Lisbona durante la seconda guerra mondiale: le curiosità, la vita della popolazione e il razionamento dei generi alimentari.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/a-zonzo-per-la-citta-piu-rumorosa-del-mondo.html' addthis:title='A zonzo per la città più rumorosa del mondo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Lisbona, aprile.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_7005" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-7005" title="Stazione Rossio, Lisbona, 1943." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lisbona-1943-300x191.jpg" alt="Stazione Rossio, Lisbona, 1943." width="300" height="191" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Stazione Rossio, Lisbona, 1943.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">I signori delle strade di Lisbona sono indiscutibilmente i tram. Sono gialli e bianchi, aperti e chiusi, lenti e veloci; recano sul davanti una specie di grembiule a rastrello, dipinto impeccabilmente di marrone, destinato a «raccogliere» i distratti. I tranvieri sono cordiali ma autoritari e fanno rispettare le disposizioni, la più importante delle quali consiste nel divieto di sostare nei passaggi. Sui predellini esterni si può anche formare un grappolo umano, nessun regolamento lo vieta: ma le corsie debbono restare vuote. I tram aperti hanno una lunga pedana laterale: è proibito sostare su questa pedana, lungo la quale il bigliettario fa sfoggio di doti di equilibrio e di agilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché Lisbona è disposta su sette colli, molte strade sono in salita. Qualche volta, invece di una via, trovate una scalinata. E tanto erti sono i pendii che l&#8217;amministrazione cittadina ha istituito un servizio di funicolari. Per salire su queste vetture bisogna attendere il proprio turno, fissato da un numero progressivo che ognuno stacca da un blocchetto appeso al muro. Naturalmente, questa del turno, è una faccenda che si impara a proprie spese. Noi l&#8217;abbiamo saputo quando un controllore ci ha implacabilmente respinti dalla sua vettura e ci ha mandati a staccare il nostro bravo numero. Mezz&#8217;ora di tempo perduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Illuminazione ridotta </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando scende la sera, le vie di Lisbona si illuminano. Però è una illuminazione di guerra, ridotta del cinquanta per cento. Si accende un faro sì e un altro no, dove sono tre su un unico lampione, invece, uno si accende e gli altri due riposano. Le insegne luminose rimangono spente. La città assume un aspetto triste, appena rallegrato qua e là dai fiotti di luce incandescente che escono dai caffè e dagli atrii dei cinematografi. A notte fonda, quando chiudono i locali pubblici, le chiazze luminose dei fanali, in mezzo alle tenebre fitte, danno uno strano senso di desolazione e di melanconia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di sera, le vetrine più illuminate sono quelle dei salumieri. Veramente dire salumieri — o anche pizzicagnoli — è improprio perchè i negozi che intendiamo indicare vendono, è vero, prosciutti e formaggi, frutta secca e sottaceti; ma anche liquori e dolci, cioccolatta e frutta fresca. Qualche volta anche i giornali e sigarette. Si farebbe forse più presto a dire quello che non vendono. Dunque, le vetrine di questi bazar sono le più illuminate in tutta Lisbona. Sono bianche, ordinate, pulite. Tutta la città è molto pulita, grazie agli spazzini e al vento (all&#8217;ultimo momento imparo che questi «bazar» / idillio hanno un nome: si chiamano «laiterias»).</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_7006" class="wp-caption alignleft" style="width: 269px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-7006" title="Veduta di Lisbona" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/lisboa.jpg" alt="Veduta di Lisbona" width="259" height="194" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Veduta di Lisbona</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Parallela al Rossio, corre Rua dos Corrceiros. La chiameremmo «via degli ananassi» per le lunghe file di questi frutti tropicali, disposti a mo’ di baldacchino davanti ai negozi. Tutto un lato della strada è una lunga, ondeggiante siepe di ananassi. Costano poco, da sette a dieci lire l&#8217;uno, salvo qualche esemplare di proporzioni colossali. Questa strada è una delle quattro che racchiudono il mercato di Lisbona e che costituiscono quanto di più pittoresco ci sia stato dato di vedere da queste parti. Negozi piccoli, pieni di mercanzie, che, nelle ore diurne, si distendono sui muri, sulle finestre, sulle insegne per fare bella mostra di sè. Stoffe dai colori vivaci, scope, pentole, vestiti usati, scarpe, panieri. Le strade sono strette e i tram ammucchiano la gente agli ingressi dei negozi. Le uniche botteghe che non espongono la loro merce tutto il santo giorno sono le macellerie. In compenso fanno crocchio sulle soglie i macellai e i loro garzoni, coi grandi grembiuli bianchi macchiati di sangue. Particolare curioso, le macellerie sono tutte in fila, una accanto all&#8217;altra. Anche i fruttivendoli del resto. Mica si fanno concorrenza, però. Hanno stretto fra loro un preciso accordo, un <em>gentlemen&#8217;s agreement</em>. Con le inevitabili storie che ne conseguono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vita dura dei ristoranti </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nota che predomino il grande atrio dei mercato è l&#8217;odore del pesce; ed anche il viscido umidore che trionfa nelle pescherie. L&#8217;insieme ricorda, in piccolo, le Halles di Parigi. La gente fa molto baccano. Pare sia un modo di vivere. Giorni or sono un quotidiano vantava Lisbona come «la città più rumorosa del mondo». Uno straniero che capiti a Lisbona non ha molte occasioni per visitare i ristoranti, perchè negli alberghi della capitale portoghese «la pensione è obbligatoria». Ve lo dicono cartellini in tutte le lingue. Il perchè di questa curiosa moda — diciamo « curiosa » perchè non l&#8217;abbiamo notata in nessuna città d&#8217;Europa — nessuno me lo ha sapulo spiegare. E&#8217; una questione che presenta dei vantaggi economici (per gli albergatori), ma anche degli svantaggi dello stesso genere (per il Paese). Qui, se mangiate male, non basta cambiare ristorante, bisogna anche fare le valige. E&#8217; una faccenda deplorevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ci va di mezzo sono i ristoranti — assai poco numerosi —, che hanno una clientela piuttosto scarsa. In compenso il cliente ci si trova bene. Altrettanto sobrio è il popolo, quanto buongustaio è il borghese. Un pasto portoghese è molto complicato, arriva a sei portate. Se uno non ce la fa a mangiare tutto, rischia di vedere camerieri e proprietari del locale dichiararsi offesi.</p>
<p style="text-align: justify;">I portoghesi non sanno cosa sia la minestra. Vi servono dei brodini e delle creme di legumi. Quanto alle portate, esse sono estremamente complicate, con molti ingredienti e molte cose — verdure, carni o pesci — differenti. Nella lista abbiamo notato un particolare curioso: nel testo scritto in francese (puliamo della lista del nostro albergo) voi potete leggere la descrizione di quello che vi serviranno, mentre nel testo portoghese ciò avviene raramente. Per esempio che vi servano una torta di cioccolatta o di frutta, un gelato o una pasta qualsiasi, della marmellata, voi sulla lista leggerete sempre la stessa definizione <em>dòce</em>, dolce.</p>
<p style="text-align: justify;">Le porzioni non sono precisamente gigantesche. Mi dicono che prima lo fossero. Ora la guerra ha imposto delle restrizioni. Ma la cucina è buona. Tutti i giornali, di questi tempi, battono quotidianamente sullo stesso tasto: la disorganizzazione alimentare. Protestano, reclamano l&#8217;intervento della polizia, per spiegare come mai dei generi piuttosto abbondanti in Portogallo scompaiano ogni tanto dal mercato; incitano a moltiplicare le risaie; protestano perché certi generi di prima necessità si debbano trovare al «mercado negro» a prezzi maggiorati. Questa espressione «mercato nero» è stata usata dalla stampa per la prima volta, in questi giorni, naturalmente per quanto concerne il Portogallo. Di borsa e di mercato neri se ne è parlato sin troppo, specialmente nei notiziari dalla Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Non razionamento ma&#8230; </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Portogallo, come abbiamo detto, non esistono tessere di razionamento. Tuttavia, di fatto, una specie di «razionamento automatico» è in corso. Il servizio annonario cittadino suddivide quotidianamente le derrate a sua disposizione fra i varii quartieri della capitale. A loro volta i negozi ricevono delle precise quantità che debbono distribuire ai loro clienti. Una grida di polizia, pubblicata proprio in questi giorni dalla stampa, fa obbligo ai bottegai di conservare almeno il 25 per cento dei generi ricevuto «per la clientela occasionale». Ne viene di conseguenza che si verificano disparità, delle quali si giovano quelli che hanno denaro o domestici che possano andare a zonzo per la città. E&#8217; specialmente contro questo stato di cose, che protestano i giornali. E non solamente i giornali, se una signora che ci aveva invitati a pranzo credette bene di scusarsi perchè non c&#8217;era la carne. «Ormai più di un paio di volte alla settimana non mi è possibile averla! — ha detto. — Me l&#8217;avevano promessa per oggi&#8230; Scuserete! ». Naturalmente abbiamo scusato, anche perchè il nostro stomaco si è disciplinato alle esigenze di guerra e non ammette sovracarichi.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_7004" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-7004" title="Fioraie a Lisbona, 1943." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/fioraie-lisbona-1943-300x221.jpg" alt="Fioraie a Lisbona, 1943." width="300" height="221" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Fioraie a Lisbona, 1943.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Per la strada, ragazzini scarmigliati vendono urlando giornali. E&#8217; il primo passo verso il lavoro. Un pacco di giornali pesa poco e i ragazzini hanno fiato da vendere. Più tardi, quando sono un po&#8217; più grandi, comprano una cassetta, qualche spazzola e qualche scatola di lucido diventano lustrascarpe. Non tutti però sanno fare questo progresso, perchè abbiamo visto venditori di giornali di tutte le età, persino coi capelli bianchi. Questi ultimi sono i più simpatici: non urlano e non ti si infilano fra le gambe, quando, addirittura, non ti piantano la testa nello stomaco, scagliati come sono, col loro pacco di giornali freschi di stampa, a tutta velocita verso il loro «angolo di operazioni». Le ragazzine, invece, vendono fiori. Violette, primule, fiori di campo sono i prodotti della stagione. Sembrano zingarelle. Spettinate, nere un po&#8217; sudicette e magari sbrindellate. Per ora, però. Più tardi compreranno un ombrellone a righe bianche e marrone, indosseranno una divisa azzurina, si laveranno e si pettineranno e potranno tenere un chiosco di fiori nell&#8217;angolo meridionale del Rossio, dove batte quasi sempre il sole.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, chissà! Un ragazzo intraprendente può sempre aprire un <em> </em>«salono» e&#8230; (non seguiamo i sogni!). Una ragazza, certo, può anche possedere, un giorno, un bel negozio fioraia. Oppure un marito (è più facile).</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono i programmi. Che non impediscono però a qualche ragazzino intraprendente, la sera, con l&#8217;aiuto delle tenebre che lo proteggono dalla polizia, di improvvisarsi eloquente mendicante. Per affrettare la sua carriera, ben inteso.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 23 aprile 1943.</p>
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		<title>Una rivolta ideale che non ha precedenti nella storia</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 16:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[1939-1945]]></category>
		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Un articolo sulle sorti della seconda guerra mondiale pubblicato da La Stampa il 14 luglio 1943.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/una-rivolta-ideale-che-non-ha-precedenti-nella-storia.html' addthis:title='Una rivolta ideale che non ha precedenti nella storia '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Berlino,  13 luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">«Questa è più di una guerra: è una rivoluzione che non  conosce compromessi. Ai fattori economici generali che l&#8217;hanno provocata  si sono sovrapposti fattori ideali. E non esistono compromessi fra gli  ideali. L&#8217;accanimento, il puntiglio e la barbarie dimostrati finora sono  più consoni ad una spaventosa guerra civile che ad un conflitto fra  Potenze. Alla fine non potranno sopravvivere due modi di vita: o  prevarremo o saremo schiacciati. Ora noi siamo all&#8217;avanguardia, non è  possibile alcun dubbio di sorta che il mondo di domani sarà simile a  quello dei nostri programmi. È una legge naturale che il giovane  sopravviva al vecchio. Questo lo dico al di fuori d&#8217;ogni considerazione  contingente sugli sviluppi del gigantesco conflitto. Veramente noi  viviamo la più grande rivolta ideale della storia. L&#8217;idea fascista è una  di quelle che avranno maggiori conseguenze nella storia della civiltà  umana».</p>
<p style="text-align: justify;">Cosi si esprimeva giorni or sono uno fra i più grandi  scrittori germanici, noto in tutto il mondo. E lo diceva con  convincimento, forse anche con un po&#8217; di accoramento, perchè le  spaventose rovine provocate dall&#8217;attuale conflitto non sono certamente  tali da lasciare indifferenti. Dicendo quanto sopra abbiamo trascritto,  il nostro interlocutore scuoteva il capo.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non bisogna avere  sentimentalismi. Guai a chi guarda indietro. L&#8217;epoca che tramonta ha  avuto in se stessa molte belle cose. Ma è inutile ed insano voler  ricordare le dolci fattezze di una donna che da giovane fu  meravigliosamente bella e che ora, vecchia e disfatta, è in preda alla  putrefazione».</p>
<p style="text-align: justify;">Si accarezzò i capelli bianchi e concluse: «Il sole che  sorge, anche in un mattino di bufera, è più ricco di promesse di quello  che tramonta, sia pure in un cielo puro e meraviglioso».</p>
<p style="text-align: justify;">Egli ha detto  «anche in un mattino di bufera». Effettivamente ogni grande idea che  ha conquistato l&#8217;umanità, è stata alla sua nascita impopolare e  duramente avversata perchè incompresa. Poi, quando è diventata popolare  ed universale, quando cioè tutti i «pacifisti», tutti gli «agiati» e i  cosidetti «benpensanti» si sono schierati nei ranghi  dell&#8217;ex-nuova-idea per vivervi eternamente tranquilli, subito si è  iniziata la sua decadenza, mentre una nuova luce spuntava a rischiarare  l&#8217;ottenebrazione incipiente. Non soltanto gli uomini e le cose  invecchiano, ma anche le idee.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un episodio significativo </em></strong></p>
<div id="attachment_6873" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-6873" title="Soldati della terza Panzer-Division SS &quot;Totenkopf&quot; durante una pausa vicino a un carro T-34 sovietico distrutto. Fonte: Deutsches Bundesarchiv.Rast" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Ostfront-300x196.jpg" alt="Soldati della terza Panzer-Division SS &quot;Totenkopf&quot; durante una pausa vicino a un carro T-34 sovietico distrutto. Fonte: Deutsches Bundesarchiv." width="300" height="196" /><p class="wp-caption-text">Soldati della terza Panzer-Division SS &quot;Totenkopf&quot; durante una pausa vicino a un carro T-34 sovietico distrutto. Fonte: Deutsches Bundesarchiv.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Occorre ora che  narri ai lettori un piccolo episodio vissuto in Russia nell&#8217;autunno del  1941. Si era nelle vicinanze di Kiew, proprio mentre degli ufficiali  germanici interrogavano un colonnello sovietico appena fatto  prigioniero. Disse un tedesco:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>— Ma non vi rendete conto, voi  bolscevichi, che state facendo il giuoco dell&#8217;Inghilterra, cioè delle  Potenze capitalistiche, combattendo un regime sociale e rivoluzionario  che lotta per un livellamento sociale, cioè per migliorare le condizioni  di vita del proprio proletariato?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il russo scosse il capo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>— Non è  cosi. Noi non combattiamo per le Potenze capitalistiche, combattiamo per  la nostra idea. L&#8217;Europa di domani sarà vostra oppure nostra. Quando vi  avremo battuti, sarà per noi un giuoco far saltare tutte le già  corrotte impalcature sociali, morali e religiose delle cosiddette «grandi democrazie».</em></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta era stata sicuramente interessante; gli  fu chiesto di spiegare le ragioni della sua certezza, perchè davvero  aveva risposto con il tono di persona che dice cose ovvie, facilmente  coprensibili. L&#8217;interrogato — che nella vita civile era direttore di una  fabbrica di trattori in guerra comandava una Brigata corazzata — spiegò  a lungo, pacatamente. I governi fascisti hanno realizzato nei loro  Stati molti dei progressi sociali ai quali mira il bolscevismo. Per  questo, la propaganda sovietica non può avere fra le popolazioni  fasciste un terreno fertile. Nello Stato fascista il Governo è già il  difensore del lavoratore contro la tirannia capitalistica, le  istituzioni governative sono tutte a favore del proletariato contro lo  sfruttamento degli individui. Far prevalere un concetto estremista  contro il similare concetto relativo non è facile. Diventa poi  impossibile quando i popoli fra i quali si vuole agire hanno un radicato  senso morale e una fede religiosa che è depositaria di millenni di  civiltà. Inoltre la organizzazione politica interna — senza opposizione —  rende praticamente impossibile nello Stato fascista una rivolta senza  che sia preceduta da una sconfitta militare. Nelle grandi democrazie,  invece, le cose si presentano per la propaganda bolscevica in un modo  del tutto differente. Per prima cosa la propaganda stessa non conosce  molti ostacoli. Inoltre la tirannia plutocratica spadroneggia sia in  Inghilterra che in America. Se i popoli non si sono ancora ribellati, ciò  è dovuto unicamente al fatto che gli Stati possiedono smisurate  ricchezze con le quali è sempre possibile corrompere il proletariato. Ma  lasciate che il bolscevismo vinca la sua battaglia in Europa, lasciate  che le potenze plutocratiche perdano i loro più ricchi mercati e  precipitino in una nuova crisi economica; allora la bandiera rossa non  incontrerà più alcun ostacolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il colonnello sovietico che espresse le  idee che abbiamo riassunto, non parlava a vanvera. Conosceva  perfettamente le realizzazioni fasciste e le paragonava a quelle  bolsceviche. Valutava l&#8217;enorme forza morale e produttiva del Fascismo e  per questo vedeva in esso il nemico numero uno che la Russia doveva  abbattere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il medesimo concetto di rivolta dei popoli proletari contro  le potente plutocratiche è ben chiaro in seno al popolo germanico. I  lavoratori e i soldati tedeschi sanno benissimo perchè si battono: si  battono per non essere schiacciati da altri popoli. Essi vogliono che il  loro lavoro si risolva a loro vantaggio, vogliono che ad ogni singolo  lavoratore sia possibile raggiungere una meta di pace, di riposo, di  serenità. Vogliono, in altre parole, che quella pace, quei concetti di  giustizia sociale enunciati dal nazionalsocialismo — e in parte già  messi in pratica — possano generalizzarsi per giungere a quella comunità  popolare germanica ed europea che garantirà alle prossime  generazioni una vita felice. Per questo si battono, sono decisi a  battersi fino alla fine. E&#8217; nel cuore di tutti una certezza, e  questa certezza dice che non si può tornare indietro. Non resta  quindi, fatalmente, che andare avanti. Gli eventi sono forse  diventati più grandi degli uomini che li hanno creati. Ma proprio  per questo si intuisce di essere sulla buona via.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Idee vitali</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea fascista  si è vista accumulare gli ostacoli sulla sua strada: più diventava  grande, maggiori erano gli intralci che le si ponevano contro. Alla fine  le antiche ideologie che si vedevano fatalmente sommergere hanno  tentato freddamente la partita estrema, la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la guerra è  cominciata, guardando la carta geografica, era forse una pazzia pensare  che la Germania potesse prevalere — mi ha detto un tedesco. — Un mondo  era schierato contro il Reich, un mondo anglo-francese dietro il quale,  in sordina ma in armi, stavano le Americhe. Nessun tedesco credeva poi  all&#8217;accordo con l&#8217;U.R.S.S. Ancora una volta, come nel 1914, pensammo  che tutto il mondo sarebbe stato contro di noi. Poi le cose sono  migliorate. La giustezza della nostra idea ha cambiato molte cose. Se  si fa un paragone fra il 1939 e il 1943 il bilancio torna a nostro  vantaggio. Molto è stato tolto dal Tripartito alle Potenze anglosassoni, molto alla Russia. Senza contare che il popolo inglese deve  essersi già accorto di una terribile verità: che non è più il popolo  americano che fa la guerra per conto di quello inglese, ma che è  l&#8217;Inghilterra ormai che si batte per una egemonia mondiale statunitense.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo modo di pensare germanico trova una diretta rispondenza nei  fatti. Innegabilmente è in corso una violenta rivolta sociale, una  rivolta ideale quale mai si è verificata nella storia dell&#8217;umanità. E  c&#8217;è un fatto curioso da constatare: alle «grandi democrazie » manca una  bandiera. La prova migliore è nel fatto che quando parlano del domani,  debbono «prenderla in prestito» dal fascismo e — occasionalmente —  perfino dal bolscevismo.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 14 luglio 1943.</p>
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		<title>Storia di una renna qualunque</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 17:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Attraverso il racconto della vita di una renna una panoramica su quella della Lapponia e dei suoi abitanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/storia-di-una-renna-qualunque.html' addthis:title='Storia di una renna qualunque '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6664" style="margin: 10px;" title="renna" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/mongolia_renna-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" />Mikko, la renna, si accorse di essere al mondo la prima volta che si rizzò sulle traballanti gambe. Era molto buffo, Mikko, in quel difficile momento della sua vita: il pelo chiaro chiaro, troppo rado, la testa enorme, sospesa a un  collo tutto rugoso di pelle cascante, una testa della quale si vedevano soltanto due immensi occhi neri. Le gambe sottili erano infilate in zoccoli che sembravano quelli di un altro, perché, si sa, le renne vengono al mondo un pochino sproporzionate. Senza corna e senza coda, Mikko era decisamente ridicolo. In compenso egli era molto felice di essere al mondo. Era nato da poche ore, ma, veramente, gli sembrava di essere esistito sempre, adagiato sul soffice letto di lichene croccante, sul quale ora si teneva in piedi. Tentò di gridare la sua gioia, ma non ne fece nulla: così imparò che le renne sono mute e non gli rimase altra soddisfazione che quella di attaccarsi alle mammelle di mamma renna che ruminava tranquilla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nascono le corna </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando fu in grado di camminare speditamente, Mikko fu accompagnato dalla madre a visitare gli immensi pascoli di lichene, imparò come si possa estirpare il cibo con le radici senza dover inghiottire troppa terra. Erano tutti questi gli insegnamenti che una povera renna poteva dare al figliolo e Mikko gliene fu molto riconoscente. Conobbe presto anche il padre, ammirò le sue folte corna e sentì proprio in quell&#8217;istante il solletico che lo avvertiva che presto sarebbero spuntate anche a lui. Allora si sdraiò per terra e strofinò il vertice del cranio contro alcune pietre rugose. Con le gambe in aria si accorse che il mondo, visto alla rovescia, era del tutto differente. Ma questa stupefacente scoperta non ebbe il potere di spiegargli perche mai l&#8217;acqua del lago e il cielo avessero lo stesso colore, cioè, secondo i pensieri che possono passare per il capo a una povera renna, sembrassero la stessa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il branco emigrò, Mikko conobbe le verdi foreste di pini e di betulle, imparò a galoppare sulle lunghe gambe, a sentire nel vento l&#8217;odore del lichene e a distinguere da lontano le zone buone per il pascolo. Volle assaggiare anche il muschio profumato e i germogli di betulla. Ma il giorno dopo stava malissimo e aveva completato il primo capitolo delle sue esperienze.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sera egli corse spaventatissimo in cerca della mamma. Il sole si era abbassato sotto l&#8217;orizzonte e ciò per lui ch&#8217;era nato verso la fine di maggio rappresentava una cosa sbalorditiva. M vide la madre che ruminava come nulla fosse accaduto e si sentì più tranquillo. Rimase però vagamente inquieto e l&#8217;allegria gli riempì di nuovo il cuore, quando l&#8217;astro maggiore, poco dopo, risalì nel cielo. In seguito, un po&#8217; alla volta, si abituò a vederlo scomparire per periodi sempre più lunghi e fece dei lunghissimi sonni come mai gli era accaduto prima di allora.</p>
<p style="text-align: justify;">Un mattino, aprendo gli occhi vide che il pascolo era diventato tutto bianco e che il branco si metteva in cammino tranquillamente come verso una meta invisibile ma sicura. Mikko si sentì stringere il cuore da un presentimento difficile da enunciarsi. Avrebbe voluto abbandonare il branco, andarsene tutto solo per la sua bella tundra in cerca di lichene e di silenzio. Ma ebbe paura di qualche cosa di imprecisabile e e seguì gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Conoscenza con l&#8217;uomo</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così fece conoscenza dell&#8217;uomo e del cane, anzi, del cane e dell&#8217;uomo, perché fu Trilluk, un fragoroso pastore lappone, che lo costrinse a non abbandonare neppure per un istante il fianco tiepido della madre. Poi scorse uno strano animale che camminava su due zampe, che sembrava una buffissima renna ma non poteva esserlo perchè urlava, urlava, urlava, agitando una lunga frusta. Quando gli fu vicino, Mikko avverti l&#8217;odore della morte, perchè lo strano animale era coperto di pelli di renne. Non poteva capire, Mikko, cosa fosse la morte, tanto più che non sapeva neppure di essere nato. Tuttavia cominciò a temere l&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-6666" style="margin: 10px;" title="porot" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/porot-300x208.jpg" alt="" width="300" height="208" />Nevicava solennemente quando Mikko, confuso fra le altre renne, cominciò, a galoppare in ronda, sollevando una piccola nuvola di polvere di neve. Si fermò quando vide sua madre legata ad un albero, senza immaginare neppure che, così facendo, esaudiva precisamente il desiderio dell&#8217;uomo. Questi correva da tutte le parti e, armato di un nodoso bastone, espelleva dal recinto tutti i maschi, di modo che, fra le palizzate artificiali, rimasero ben presto solamente le femmine e i loro piccoli. Allora un uomo si avvicinò a Mikko con un oggetto lucente nella mano destra. Guardò prima il marchio della madre, quindi, con un gesto rapidissimo che sorprese e sconvolse la giovane renna, afferrò l&#8217;orecchio destro di Mikko, tracciandovi con il coltello affilato una stella a sei punte. Il piccolo tentò di sfuggirgli, guardò il proprio sangue che gocciolava sulla neve e, per la seconda volta, avrebbe voluto gridare. Madovette starsene silenzioso. Del resto non sapeva che, da quel momento, aveva un padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il branco riprese la via dei boschi. Mikko imparò a spaccare la neve gelata collo zoccolo ormai robusto per scoprire il vitale lichene. Ben presto fu il più abile e il più forte fra i giovani maschi, che batteva anche nella corsa con una facilità davvero incredibile. I due alberi delle corna erano spuntati ed egli si sentiva capace di qualunque impresa.</p>
<p style="text-align: justify;">La temperatura diminuiva ogni giorno ed ormai il sole non spuntava più. La Lapponia era un mare fi ghiaccio dove anche il mercurio gelava, ma tutto questo non impedì ai lapponi, scivolanti sugli sci di betulla, di tornare e di spingere nuovamente il branco nella trappola di palizzate, il «poro-erotus». E Mikko vide molte cose strane che non aveva mai neppure immaginato potessero accadere.</p>
<p style="text-align: justify;">I lapponi, con un laccio, prendevano ad una ad una tutte le renne e, a seconda del marchio che recavano all&#8217;orecchio, le mandavano in differenti recinti. Quando un animale non aveva alcun segno, allora interveniva il capo — al quale la bestia apparteneva di diritto — e si svolgeva un&#8217;asta fra i proprietari di renne. Qualche giovane maschio fu afferrato da due uomini, buttato a gambe levate, e, mentre uno gli teneva la testa inchiodata nella neve, un altro, coi denti, lo sterilizzava per sempre. Non poteva sapere Mikko che quello era il miglior modo di castrare, perchè il collello, col gelo, lascia delle inguaribili piaghe, mentre l&#8217;operazione eseguita coi denti non fa versare neppure una goccia di sangue. Afferrarono anche Mikko e il giovane maschio fu pieno di terrore. Ma un uomo si fece avanti e disse:</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Addio libertà</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Questo no, lo tengo io. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Da allora cominciò per la giovane renna una nuova esperienza. Venne legato ad un albero e lasciato solo. Per un po&#8217; Mikko rimase tranquillo, poi cominciò a dibattersi, a percuotere il suolo cogli zoccoli, furioso e ansioso di libertà. Allora il padrone gli si avvicinò e accorciò la correggia. Mikko, ansimante, dovette starsene quasi immobile, con il muso contro il tronco della betulla. Allora gli venne concessa una maggiore liberta. Per alcuni giorni la giovane renna rimase attaccata all&#8217;albero: quando si imbizzarriva la corda era accorciata, mentre, se stava tranquilla, veniva allungata. Così Mikko imparò a sue spese come viene addomesticata una renna. Ma le sue nuove esperienze non giunsero ad una conclusione che quando gli venne impastoiato il muso e gli furono gettati addosso i finimenti e lo attaccarono alla «pullka», una piccola slitta che sembrava una canoa, sotto la quale era stato posto un larghissimo sci. Mikko guardò curiosamente il lappone che si legava al braccio i finimenti, poi, quando un colpo di frusta gli sfiorò i reni, partì come una saetta, scartando a destra. Udì urlare e voltandosi vide che la <em>pullka </em>era rovesciata e che stava trascinando nella neve il proprio padrone legato a lui dalle lunghe correggie di cuoio. Si ebbe una nuova razione di legnate ed allora imparò rapidamente come si comporta una renna. Partì non appena il padrone si fu accoccolato nella <em>pullka</em>, girò a destra quando senti uno strappo alle costole, a sinistra quando veniva leggermente percosso sulla schiena, si fermò quando i suoi occhi, per una torsione del collo obbligata dalla forza dell&#8217;uomo, incontrarono quelli del padrone. L&#8217;unica cosa che non potè mai capire, era perchè il lappone si legasse le redini al braccio. Non sapeva che era quello il frutto di una millenaria esperienza che insegna come la renna meglio addestrata, se la <em>pullka</em> si rovescia, scappa al grande galoppo piantando il padrone in mezzo alla tundra gelata, cioè in braccio alla morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Così passarono gli anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6667" style="margin: 10px;" title="renne" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/renne-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" />Un inverno fu particolarmente penoso per Mikko. Il padrone  era debolissimo e malato e la <em>pullka</em> si era spezzata proprio in  mezzo alla tundra. Il termometro  segnava quaranta gradi sotto zero, ma potevano essere anche molti di più, perché oltre quel limite i gradi non erano  marcati. I boschi e le capanne degli uomini erano lontanissimi, duecento  o trecento chilometri. Ma Mikko era contento. Sotto la neve il lichene era  abbondante e di ottima qualità e, quando la renna si accavacciava al  suolo, i fiocchi bianchissimi la ricoprivano ben presto di un caldo mantello.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il padrone  vedeva il volto della morte e non voleva morire. Allora brandì il  coltello, si avvicinò al suo animale e, proprio e dove il femore si congiunge al bacino, taglio profondamente le carni, raggiungendo l&#8217;osso nella sua parte più tenera e vi fece un buco. Mikko non sentì nessun dolore, ma sentì la vita che gli sfuggiva rapidamente. L&#8217;uomo applicò le labbra al piccolo foro nel femore e succhiò avidamente il sostanzioso midollo. Poi chiuse abilmente la ferita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il padrone piange </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così, per parecchi giorni, l&#8217;uomo e l&#8217;animale camminarono sulla neve gelata. Ogni tanto il lappone tagliava le carni del paziente Mikko che si sentiva ormai stremato, malgrado il cibo abbondante e gustoso. Ma finalmente il villaggio fu raggiunto e Mikko fuaccarezzato da tutti con moltissimo affetto. Tanto che si ebbe  persino una incredibile quantità di sale in dono.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornò il sole.  Mikko, come tutti gli anni il quell&#8217;epoca, venne  lasciato in libertà. Fuggì con Munsikka, una femmina veramente  graziosa, verso la pace dei boschi e il silenzio dei laghi. L&#8217;anno   dopo era padre di un piccolo che  gli ricordò stranamente se stesso  al  tempo nel quale aveva imparato il gusto del lichene. Dov&#8217;era sua madre?  Ma subito dimenticò madre e figlio perchè questa è la natura della  renna. E continuò a  tirare la <em>pullka</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno Mikko si spezzò una zampa. Era  l&#8217;epoca dello sgelo e mentre correva veloce su una pista recente il suo zoccolo affondò  nella neve. La <em>pullka</em> lanciata gli piombò addosso e quando egli tentò di alzarsi si accorse che non avrebbe mai più camminato. L&#8217;uomo imprecò; accarezzò la sua bestia, poi, per la terza volta nella sua vita, vide il coltello nella mano del padrone. Ma l&#8217;arma, questa volta, affondò molto lentamente nel petto di Mikko, molto stupito di vedere il suo padrone piangere. Allora, ed era pure la terza volta, avrebbe voluto parlare.  Invece chiuse quietamente gli occhi ed attese. L&#8217;arma raggiunse il cuore  che pulsava vigoroso. Mikko riaprì gli immensi occhi neri, ma il suo  sguardo non incontrò quello del padrone. Allora cercò una comoda  posizione nella neve, allungò il muso sulla zampa spezzata e&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il  padrone ebbe una nuova casacca, una signorina di Helsinki un bellissimo astuccio d&#8217;osso, il villaggio carne fresca ed abbondante per parecchi giorni, mentre gli zoccoli  finivano con tanti altri in una fabbrica di bottoni. Perche questa fu  la fine di Mikko, come lo è quella di tutte le renne che  nulla  chiedono al loro padrone ma  di questo sono il  solo mezzo di vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 30 agosto 1939.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/storia-di-una-renna-qualunque.html' addthis:title='Storia di una renna qualunque ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La tutela del popolo lavoratore negli ordinamenti della Germania in guerra</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 11:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un reportage di guerra dalla Germania nazionalsocialista pubblicato in Italia nel giorno della caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-tutela-del-popolo-lavoratore-negli-ordinamenti-della-germania-in-guerra.html' addthis:title='La tutela del popolo lavoratore negli ordinamenti della Germania in guerra '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">Berlino, 24 luglio 1943.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tutto un popolo combatte e lavora con ogni  energia possibile, quando ogni individuo compie il massimo sforzo per  conseguire un vittorioso risultato finale, bisogna concludere che il suo  morale è altissimo. I dubbi occasionali non possono significare la  realtà dei fatti. Le parole pronunciate per amore di originalità o per  dimostrare uno «spirito indipendente» non scalfiscono — alla resa dei  conti — neppure una pallottola di fucile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Un popolo in linea </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un  popolo è in linea quando i suoi cittadini compiono con esattezza e con  energia il proprio dovere. Orbene, il popolo germanico compie questo  dovere al cento per cento. Una prima constatazione è questa: l’elemento  più sano della Germania nazionalsocialista è il suo popolo — diremo più  chiaramente la «classe proletaria che forma il nerbo delle forze armate  e dell&#8217;esercito dei lavoratori». Le rare debolezze, le altrettanto  rare riserve si incontrano in un certo strato sociale che non è  borghesia attiva e che potrebbe essere definita «borghesia parassitaria».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6545" title="m34ù" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/m34ù.jpg" alt="" width="700" height="342" /></p>
<p style="text-align: justify;">Sono coloro che più di tutti hanno subito la dannosa influenza della  «cultura americana», sono coloro che in una vita comoda trascorsa fra  denaro di più o meno legittima provenienza (ad ogni modo non sudato) e  niente lavoro, hanno assorbito attraverso il cinematografo, la <a title="letteratura" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/letteratura"> letteratura</a>, la propaganda e il moderno edonismo statunitense in base al  quale nessun concetto morale deve impedire di godersi la vita il meglio  possibile, non importa a spese di chi. Orbene, se il popolo  germanico è oggi compatto nella lotta, ciò non è dovuto al caso. Le  realizzazioni sociali compiute dal Nazionalsocialismo sono più vive che  mai in tempo di guerra, e da questa loro vitalità il proletariato  germanico trae la convinzione che questa volta si batte non già per una  classe predominante, ma unicamente per se stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-6546" style="margin: 10px;" title="gustloff" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/gustloff.jpg" alt="" width="201" height="320" />La prova più evidente  del concetto di giustizia sociale che persegue il Governo germanico è  data dal razionamento. Chi più di altri soffre per la guerra? Il popolo.  Da dove escono le centinaia di migliaia di eroi che in lontani campi di  battaglia combattono e muoiono ? Dal popolo. Da dove le centinaia di  migliaia di operai e di contadini che col loro quotidiano lavoro danno  alle Forze Armate le armi per combattere e alla comunità germanica i  mezzi di sussistenza? Dal popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; quindi il popolo, cioè la massa  dei soldati e dei lavoratori che deve essere più di ogni altra favorita.  E le leggi lo favoriscono.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; ora inutile fare l&#8217;elenco in grammi di  quanto più siano favoriti i lavoratori manuali o intellettuali in paragone alla categoria sociale che sopporta minori sacrifici. Basti dire che  le razioni del lavoratori raggiungono fino il triplo di quelle dei  normali cittadini. Anche nelle recenti disposizioni che hanno ridotto le  razioni settimanali di carne da 350 grammi a 250, il concetto di  preferire la massa lavoratrice risulta evidente quando si consideri che  chi usufruiva di assegnazioni extra non vede diminuito questo extra.</p>
<p style="text-align: justify;">In  altre parole, l&#8217;operaio che aveva diritto a due razioni settimanali di  carne (cioè 700 grammi in totale) vede oggi questa doppia razione  diminuita solamente di 100 grammi anziché di 200. Inoltre — e questo è  un fattore essenziale per il benessere del popolo — il potere  d&#8217;acquisto della moneta nazionale è identico al periodo prebellico per quanto riguarda i generi  di prima necessità. Il pane, i grassi e la carne hanno i medesimi prezzi dell&#8217;anteguerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Tutto per chi lavora </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">E l&#8217;estrema rigidità delle leggi, la spietata  caccia alla «borsa nera», e la dura severità dei Tribunali che  contempla la pena di morte anche per reati annonari che possono sembrare  minimi, queste realtà economiche e giuridiche hanno come effetto che  veramente in Germania il popolo vive molto meglio della borghesia:  mangia di più, ottiene più facilmente indumenti ed aiuti, gode di una  assistenza medica gratuita e adeguata alle necessità; trova nelle  amministrazioni nazionali, provinciali e cittadine un appoggio ed una  comprensione totalitarie. In queste condizioni è naturale che la massa  del popolo sia fermamente decisa a non mollare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6548" style="margin: 10px;" title="wir-arbeiter-sind-erwacht" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/wir-arbeiter-sind-erwacht.jpg" alt="" width="272" height="406" />Se l&#8217;uso di questa  espressione è consentito in tempo di guerra quando il vero privilegio è  solamente quello di vestire l&#8217;uniforme, diremo che è logico che la  classe privilegiata — quella lavoratrice — non abbia nessuna voglia di  cessare una lotta che oltre a garantirgli i privilegi odierni gliene  assicura di maggiori e di più fecondi in un domani vittorioso. In questo  favorire le classi lavoratrici è visibile il calcolo politico di una  mente rivoluzionaria.</p>
<p style="text-align: justify;">I capi del Nazionalsocialismo sanno benissimo come  e perchè la loro Rivoluzione sia riuscita. Sanno che la loro bandiera è  uscita vittoriosa da un&#8217;asperrima lotta politica perchè il popolo  lavoratore era scontento, disoccupato, vittima delle fiuttuazioni dei  prezzi e dei salari. Sanno anche che il nerbo delle forze rivoluzionarie  è sempre costituito — nella società moderna — dagli operai. Per questo,  a parte il fatto che il Nazionalsocialismo salito al potere aveva il  dovere di mettere in pratica il programma di giustizia sociale sui quale  aveva imperniato la propria vittoria, sono consci — per personale  esperienza — che per impedire nuovi disordini è necessario prevenire i  bisogni materiali e morali di quella massa operaia che costituisce la  vera forza della Nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso, oltre alla borghesia che spende  poche energie nel quotidiano lavoro, anche la classe impiegatizia è  sottoposta a sacrifici più duri di quella operaia. Oltre alle  considerazioni di carattere politico e sociale vi sono quelle mediche.  Complicate tabelle stabiliscono le calorie che forniscono i vari cibi e  le calorie necessarie per compiere un determinato lavoro. Ora è evidente  che un Tizio che rimane seduto nel suo ufficio otto o dieci ore al  giorno, consuma meno calorie di un minatore. Rigide sono le tabelle e  altrettanto rigida l&#8217;applicazione pratica.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alle eccezioni che in  pratica si verificano, vi sono dei medici che, stabilita l&#8217;anomalia,  stabiliscono i supplementi di carne, di grassi e di uova. Questo per gli  ammalati, per i convalescenti, per gli affetti da disfunzioni croniche.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="size-full wp-image-6547 alignleft" style="margin: 10px;" title="arbeit-freiheit-brot" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arbeit-freiheit-brot.jpg" alt="" width="282" height="400" /><em><strong>Nessuno si  lamenta </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Diremo subito che prima che un medico firmi un documento del  genere il soggetto è ben studiato. Il risultato di questi studi  amministrativo politico e sociali è nell&#8217;odierna Germania veramente  eccellente. Il governo di Hitler ha solide e profonde radici non solo  nell&#8217;enorme maggioranza dei tedeschi ma anche e principalmente in quegli  strati sociali che, più fra tutti, fanno la guerra e che della guerra   maggiormente soffrono i pericoli e le dure prove.</p>
<p style="text-align: justify;">Certamente nelle città della Germania occidentale, provate quanto  quelle dell&#8217;Italia fascista, di tanto in tanto si levano voci accorate.  Non sarebbe umano rimanere impassibili di fronte a tanta barbarie e a  tanta delinquenza. Ma appunto dalle atrocità del nemico risalta agli  occhi di tutti l’impellente necessità di vincere, bisogna liberare  l’Occidente europeo da un nemico che domani possa ricominciare questa  orribile storia di uccidere le donne e i bambini che formano i più  preziosi tesori della razza germanica.</p>
<p style="text-align: justify;">Già da tempo in Germania sono  cessati i lamenti; l’orrore della realtà ha vinto anche la paura di  morire. Si tace e si lavora. E se si parla, si parla lavorando. Oppure  combattendo. È un identico modo di servire la Patria. Chi s’illude di  vedere il fronte interno crollare in Germania commette gravissimo  errore; un errore del quale prima o poi dovrà pagare le conseguenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Più  solida e più umana che mai, moralmente rafforzata dall&#8217;eroico contegno  dell&#8217;Italia alleata che soffre degli stessi dolori, la Germania di  Hitler — l&#8217;intero popolo dei lavoratori attende con calma e fiducia  quello che porterà il domani.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 25 luglio 1943.</p>
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		<title>Le mille strade del Mare del Nord</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Dec 2010 15:39:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un resoconto in presa diretta sulla vita pericolosissima dei marinai norvegesi durante la seconda guerra mondiale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-mille-strade-del-mare-del-nord.html' addthis:title='Le mille strade del Mare del Nord '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">(Dal nostro inviato) BERGEN, febbraio.</p>
<p style="text-align: justify;">Bergen è la capitale dei mari norvegesi. Nascosta in fondo al più lungo fiordo del mondo, questa pittoresca città che sale e scende sugli scogli, irrequieta come i marinai che l&#8217;hanno fondata, è diventata, dall&#8217;inizio della guerra, il centro di raccolta di tutte le informazioni marittime, informazioni che si traducono in misteriosi segni vaganti su carte geografiche in grandissima scala. Tutte le principali compagnie di navigazione hanno la loro sede centrale a Bergen: anche Oslo è sul mare, è vero, ma ci vuole molta fantasia per accorgersene. E poi, è perfettamente inutile che Oslo si dia da fare: per i pescatori Bergen è il centro del mondo, il solo centro possibile per il loro mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima della guerra da questa città partivano cinque « strade del mare »: la più battuta, quella di Newcastle: l&#8217;orgoglio dei norvegesi, la linea del nord America; quella dell&#8217;America Latina; quella delle Svalbard e, infine, quella diretta alla Germania e al Baltico. Ora, di tutti questi itinerari, uno solo rimane intatto, quello che conduce verso le isole Svalbard e l&#8217;estremo nord. Ma, per una ironia della&#8230; stagione, le navi che vi sono adibite non prestano servizio, perchè Longyearbyen e la Baia del Re sono bloccate dai ghiacci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Carte geografiche arabescate </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6472" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-6472" title="L'affondamento del vapore norvegese Kommandøren" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/kommandoeren-300x195.jpg" alt="L'affondamento del vapore norvegese Kommandøren" width="300" height="195" /><p class="wp-caption-text">L&#39;affondamento del vapore norvegese Kommandøren</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ora una nave parte per Newcastle. Parte magari vuota per non urtare gli interessi bellici della Germania e nella speranza che il controblocco tedesco chiuda occhio su un piroscafo che si reca in Inghilterra solamente a prendere del combustibile assolutamente necessario alla Norvegia. Ma, logicamente, non segue la rotta di pace. Prima di tutto ci sono gli sbarramenti di mine inglesi e tedeschi, poi ci sono i sottomarini e gli aeroplani che sembra abbiano cento occhi. Allora il capitano, dopo aver navigato in grande meditazione tutto il lunghissimo fiordo, si avventura sul Mare del Nord. Sul leggìo del ponte di comando sta una grande carta del mare, con i profili delle coste proprio sui limiti e le precise linee dei paralleli e dei meridiani. Ma, a matita, sull&#8217;azzurro del mare sono segnati puntini, linee spezzate, date. I puntini vogliono dire che in quel posto, la data nave, in giorno tale, ha incontrato una mina; le crocette significano che in quel punto è stato colato a picco un piroscafo; i cerchietti indicano che è stato scorto un sommergibile; le linee spezzate segnano le presumibili rotte percorse dai sottomarini e, in ogni caso, le zone dove navigano preferibilmente. Naturalmente, sotto tutti i puntini, le crocette (sono circa quattrocento le navi colate a picco nel Mare del Nord), i cerchietti, le date, le linee spezzate e le rotte, l&#8217;azzurro cartografico che indica il mare è assolutamente invisibile. Se ciò non bastasse, ogni tanto la radio Bergen chiama: <em>«Hallo, Hallo&#8230; MS «X&#8230;» segnala mina vagante latitudine&#8230; longitudine&#8230; Date conferma segnalazione ricevuta onda media 700 metri. Over!»</em>. Abbiamo detto «radio Bergen», ma è la radio dei pescatori, o, meglio, degli armatori. Allora, il povero capitano che aveva già minuziosamente studiato il proprio itinerario si accorge che la mina incontrata dal MS « X&#8230; » si trova proprio sulla sua strada ed è costretto a riprendere in mano il compasso e a tracciare una nuova «strada del mare». E questa è la solita storia di tutti i vascelli che navigano quassù.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;avventura della navigazione in questo mare è resa ancora più grave dalla esistenza di quella che in tempo di pace è la grande benedizione dei mari norvegesi, cioè dalla Corrente del Golfo, la quale porta lentamente verso il nord e le coste della Norvegia tutte le mine che si staccano dagli ancoraggi dei campi delimitati. Quando una «mina incontra le onde relativamente calde del Gulf Stream diventa doppiamente pericolosa. Trovandosi in acque più calde di quanto non siano normalmente quelle del Mare del Nord, il terribile ordigno in attesa di una nave si immerge ad una profondità maggiore, e se diventa inoffensivo per i <em>trawlers </em>di piccolo tonnellaggio che pescano poca acqua risulta pericolosissimo per le grosse navi che non riescono più ad avvistarlo con i comuni mezzi a disposizione. Per questo, accanto ad ogni puntino che indica il ritrovamento di una mina flottante, è segnala una data e, qualche volta, anche un&#8217;ora. Il comandante, tenuto conto delle correnti, delle maree e — compito veramente improbo — del soffiare dei venti, deve calcolare dove possono trovarsi al momento del suo passaggio le mine segnalate. Non si tratta più di essere un vecchio ed esperto marinaio, ma un professore di algebra, di geometria e di meteorologia. E solo un uomo del mare può capire che peggiore maledizione non può certamente cadere sulla testa di un comandante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ore febbrili </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così, al posto delle «cinque strade del mare» sono sorte le «mille». Mille, in questo caso, è un numero qualunque che indica che le rotte sono assai numerose, una per ogni nave che salpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dare qui dei dati sulle navi che partono e che arrivano è assai pericoloso. I norvegesi adorano i loro bei piroscafi e sono propensi a vedere in ogni segnalazione in merito qualche cosa che, se non è proprio spionaggio, lo rasenti assai. Non hanno tutti i torti e, in fondo, ai nostri lettori non interesserà eccessivamente il numero esatto delle navi in servizio, tanto più che, nelle precedenti corrispondenze, abbiamo segnalato di quanto siano state ridotte le partenze.</p>
<p style="text-align: justify;">A Bergen abbiamo trascorse alcune ore nell&#8217;«ufficio informazioni» di una grande Compagnia. Otto impiegati stavano curvi sui loro tavolini di lavoro, intenti a riportare sulle carte marittime le segnalazioni che due radiotelegrafisti registravano su striscie di carta azzurra. Su una grande lavagna, un ragazzo tracciava delle grandi lettere: U D, U G B, M, WSGB, WSD&#8230; che significano rispettivamente sottomarino germanico, sottomarino inglese, mina, incrociatore britannico, nave da guerra tedesca, e accanto scriveva longitudine e latitudine seguite dal nome della nave dalla quale arrivava la segnalazione. Era un ragazzo molto coscienzioso, che non dimenticava mai di scrivere «nord» accanto a latitudine e «est» o «ovest», con tanto di Greenwich, dopo la longitudine. Due impiegati prendevano i dati, calcolavano il punto sulla carta, confrontavano il risultato ottenuto dalle loro misure e passavano la tavoletta a un terzo impiegato che, consultando un libretto aggiornato, vi aggiungeva i nominativi delle navi della Compagnia che dovevano trovarsi nei paraggi. La tavoletta passava quindi ad un altro impiegato, certamente di maggiore responsabilità, il quale, dopo un accurato studio sottolineava i nomi di alcuni piroscafi. Un altro giovanotto allora tracciava del messaggi, li passava ad un ragazzetto molto svelto il quale si precipitava immediatamente nella cabina di vetro del radiotelegrafista trasmettitore. La dinamo cominciava a a girare. <em>«Hallo, hallo&#8230; Bergen chiama Sterne, Sterne, Sterne&#8230; Sterne risponda&#8230; Hallo, hallo&#8230; sentite?&#8230; Capitano U&#8230; segnala mina sulla vostra rotta, longitudine&#8230; latitudine&#8230; Sentito? Ripetete posizione!</em>». I radiotelegrafisti di bordo devono essere sempre tutti attenti, perchè una voce rispondeva subito dal mare e ripeteva il nominativo: <em>«&#8230;Sta bene. Modifichiamo rotta. Over!»</em>. Cosa stesse bene, questo è un vero mistero. Ma i marinai norvegesi hanno adottato il modo di dire britannico «all right» e sarebbe impossibile spiegare loro quello che vuole effettivamente dire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>«Colata a picco» </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche nave non risponde affatto alle chiamate che vengono ripetute ogni tre minuti per delle ore intere. Si tratta dei piroscafi di grande tonnellaggio i quali hanno delle potenti stazioni riceventi e non sarebbe possibile sfuggisse. loro una chiamata. Certi di essere intesi, gli armatori rinunciano alla risposta perchè è assai facile, col radiogoniometro, localizzare una nave che «parla» e quindi andarla a «pescare».</p>
<p style="text-align: justify;">A queste segnalazioni di pericolo vengono intercalati ogni tanto i bollettini meteorologici, i notiziari politici, le ultime novità del mare. In questi giorni ce ne sono state di importantissime, le unità norvegesi scomparse sotto le onde del Mare del Nord piuttosto numerose. E noi eravamo assorti davanti a una aggrovigliatissima carta di navigazione, quando vennero spazzati via dalla lavagna tutti i numeri e il ragazzo scrisse in grandi lettere: <em>«5.17 G. T. &#8211; e sotto &#8211; MS «Tempo» sunkt»</em>: ore 5,17 tempo di Greenwich, la motonave «Tempo» è colata a picco. Tutti zittirono. Poco dopo il radiotelegrafista inviava d&#8217;urgenza un&#8217;altra striscia di carta azzurra e il ragazzo riprendeva in mano il gesso: «Ventidue morti, sei scampati». Allora gli impiegati si misero tutti al lavoro e ventidue telegrammi partirono per qualche sperduto paese della Norvegia: <em>«Odd Olsen perito naufragio. Abbiamo il profondo dolore di darvene personale annuncio. Tutti premi e assicurazione saranno liquidati in settimana»</em>. Poi la in stancabile radio chiamava tutti i piroscafi della Compagnia in navigazione: <em>«Hallo, hallo! Il «Tempo» è stato affondato. Bandiera a mezz&#8217;asta per 24 ore!»</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun commento, nessuno sprone. Perchè non ce ne sarebbe bisogno coi marinai norvegesi. «Noi — dicono quando salpano — noi abbiamo firmato un patto con la morte». Sanno i rischi che corrono, sono uomini. Gli uomini che corrono le «mille strade del mare» non hanno bisogno di essere confortati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa </em>del 22 febbraio 1940.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/le-mille-strade-del-mare-del-nord.html' addthis:title='Le mille strade del Mare del Nord ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Euforia della sauna</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 16:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul finire degli Anni '30 un giornalista italiano viene accolto da una famiglia finlandese e prova l'esperienza della sauna, all'epoca da noi ancora pressoché sconosciuta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/euforia-della-sauna.html' addthis:title='Euforia della sauna '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Suomien non ha nulla di speciale. È un invisibile paesetto come ce ne sono tanti in Finlandia, dove ogni contadino, accanto alla propria casetta di legno rosso cupo e alla stalla per la immancabile vacca senza corna, ha costruito la sua brava «sauna» di tronchi di betulla. La «sauna» è il bagno dei finlandesi, la clinica che guarisce tutti i mali e tutte le debolezze del corpo e dell&#8217;anima, dove nascono tutti i bimbi della fattoria e dove vanno a ficcarsi gli uomini quando, alla vigilia di certe feste, decidono di prendere una epica sbornia di acquavite e di birra fermentata.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Suomien è sparso sulle rive del lago Kulovesi, che significa «l&#8217;acqua ch&#8217;è scesa dalla foresta», ciò che è davvero un poetico nome, ed è ricco, come raramente accade, di una signorile «hovi», una villa di legno come tutte le altre, un pochino più spaziosa, e dimora estiva della Anziana Signora, la mamma di tutte le belle ragazze del villaggio e, ciò che più conta, nonna di un nostro ottimo amico.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6415" style="margin: 10px;" title="hovi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/hovi.jpg" alt="" width="358" height="226" />Per arrivarci bisogna attraversare il lago su una leggera imbarcazione e in questa occasione Ralph e Martin si dimostrarono gagliardi rematori, fra gli strilli di gioia del piccolo Ulf, ranicchiato tutto fremente di allegra paura fra le braccia della sua mamma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;Anziana Signora </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La « hovi» dell&#8217;Anziana Signora è nascosta fra le betulle e una fitta siepe di serenelle in fiore la circonda completamente. Vi si accede per una solida scalinata di legno, in cima alla quale la padrona di casa attende l&#8217;ospite che viene dall&#8217;Italia, una dolce terra che le ricorda un anno felice della sua vita. Le servette, con gli occhi scintillanti di curiosità, sono in fila dietro di lei, fanno ad un suo cenno una graziosa riverenza e scappano via sorridenti. Silja sola rimane per impadronirsi dei miei bagagli e per annunziare che è pronto in tavola. Allora l&#8217;Anziana Signora entra nella sala da pranzo, afferra dalla mensola sopra il camino una campana e squilla, perchè io ìmpari una volta per sempre, il segnale dell&#8217;adunata intorno alla mensa, quello stesso che ella obbedì molti anni or sono, quando era una bambina felice e il mondo era del tutto diverso. Siamo tutti intorno a lei allegri e sereni. Il sole è stat0 ostinatamente dietro le nuvole per tutta la giornata, ma ora che sono quasi le dieci di sera si fa vedere, mentre va a prendersi il suo meritato riposo che a Suomien, di luglio, non dura mai più di due ore.</p>
<p style="text-align: justify;">A tavola si servono i soliti antipasti finlandesi, le aringhe arrotolate ed affumicate, il salmone rosso e saporito, le carni fredde, le varie insalate, le alici piccanti, le sardine, il <em>dill </em>caratteristico — il basilico del nord — pathé di pesci e di fegato, ravanelli, burro. Gira il vassoio col bianco pane di frumento, quello nero di segala, il <em>kotivehnä </em>grigio e dolce, e i famosi <em>knäckebröd </em>scandinavi che in finnico si chiamano <em>näkkileipä</em>, ovvero «il pane che fa nec» dal rumore che produce spezzandolo coi denti. Un bicchiere di latte appena munto innaffia il tutto. Poi è la volta del <em>ruispuuro</em>, una specie di polentina di segala che si condisce col latte, come sogliono fare, nella bergamasca, i bimbi dei nostri montanari. Segue in tavola il cappone arrosto, eccellentemente guarnito con marmellata di mirtilli (fatta in casa) e patate fritte. L&#8217;Anziana Signora, che ad ogni portata fa precedere lo squillio di una campanella d&#8217;argento, dirige la conversazione, domanda se l&#8217;Italia sia sempre bella, mi spiega ciò che sto mangiando e, quando viene servito il caffè, mi insegna che i pacifici lapponi lo condiscono col sale e quindi lo aspirano tenendo stretto fra i denti un pezzo di zucchero. Il che è, credo, altrettanto difficile quanto strano. Poi la padrona di casa si accorge di essere stanca e se ne va appoggiandosi ad un elegante bastoncino, dopo averci augurato la buona notte. Sulla porta si ferma un attimo per chiedere a Silja se la «sauna» per l&#8217;ospite sia pronta ed in ordine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Pronostico del sorbo </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I profumati fasci di fronde di giovani betulle sono ancora sul prato davanti alla villa, quando ci precipitiamo fuori allegramente, dimenticando il sonno della Signora. Tra le leggere foglie dell&#8217;albero bianco spicca un ramoscello di sorbo in fiore. E&#8217; l&#8217;antico augurio dei finlandesi, un uso che ricorre sovente nella loro incantevole ed originale mitologia: se, usato sull&#8217;ospite, il sorbo suda sangue allora gravi guai lo attendono nella vita; se geme acqua, nozze felici lo vincoleranno fra poco: se, infine, stilla idromiele allora è una serena esistenza ch&#8217;è tracciata lungo tutto il cammino della vita. Perchè quest&#8217;augure non manchi, in ogni cortile, in ogni giardino finlandese troverete sempre un sorbo, oggetto di tutte le cure.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-6416" style="margin: 10px;" title="interno-sauna" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/interno-sauna-300x231.jpg" alt="" width="300" height="231" />La «sauna» della Villa Söderhjelm è eguale a quella dei contadini. Si compone di due stanze, una più piccola che serve da vestibolo ed una seconda, assai più grande, che costituisce il bagno, la «sauna» propriamente detta. Nell&#8217;interno si trova una stufa in muratura, sormontata da una <em>kiuas</em>, una caldaia colma di pietre di granito, accuratamente scelte da uno specialista. Accanto sono due mastelli, d&#8217;acqua tiepida e fredda, una panchina dove si appoggiano, col sapone e le ruvide spugne da massaggio, i profumati fasci di betulla. Di fronte alla stufa vi è una serie di impalcature d&#8217;assi sovrapposte, alle quali si accede per mezzo di una scaletta. Quando la «sauna» è ben chiusa, si ravviva la fiamma nella stufa. La previdente donna di servizio ha già provveduto da tempo alla bisogna e le pietre della <em>kiuas </em>sono ormai roventi. Allora, con unmestolo, si getta dell&#8217;acqua fredda sui sassi ardenti. Una sorda detonazione rimbomba, seguita dal sibilo dell&#8217;evaporazione. Si continua così e, ad ogni mestolo d&#8217;acqua, la temperatura dell&#8217;ambiente aumenta. Allora si comincia a salire sulle impalcature, per gradi, perchè quella più in alto è esposta alla temperatura maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Sdraiati sulle tavole si attendono gli effetti del calore. Si comincia a sudare, mentre il sangue martella tumultuoso. Quaranta, cinquanta, sessanta gradi&#8230; Quando la traspirazione è completa, allora, reciprocamente, ci si staffila con i fasci di betulla il petto, il ventre, le gambe, il dorso. L&#8217;impressione gradevolissima non è turbata da un secchio d&#8217;acqua fredda rovesciata fra capo e collo. La pelle, sotto la profumata azione istigatrice dei rami di betulla, è tutta un pizzicore delizioso per il sangue che accorre a dar vita a tutti i pori spalancati. Dopo una ventina di minuti si scende dalle impalcature, ci si insapona e&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ralph e Martin corrono fuori dalla «sauna» e scendono nel lago per la breve scaletta. Io, fumigante nella incerta luce della chiara notte estiva, esito un poco.</p>
<p style="text-align: justify;">— Tule! Vieni! — urta Ralph già immerso sino alle ascelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi tuffo. So che l&#8217;acqua «ch&#8217;è scesa dalla foresta» non può avere una temperatura superiore ai dodici gradi, ma non me ne accorgo. Nuoto lentamente nel lago scuro e immobile, poi, quando mi sembra che i primi brividi di freddo mi assalgano, mi avvio verso la riva. Gli amici mi seguono ed entrano di nuovo nella «sauna».</p>
<p style="text-align: justify;">— Ancora!.&#8217; — chiedo.</p>
<p style="text-align: justify;">— Quello non è stato che l&#8217;antipasto. Avanti la colazione!</p>
<p style="text-align: justify;">— Ma&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio «ma» sta per un lungo discorso. Vorrei dire che mi sento deliziosamente bene, ma un pochino fiaccato, che non è per scortesia, ma che preferirci&#8230; Invece chiedo:</p>
<p style="text-align: justify;">— Dopo, per caso, non verrano anche la frutta e il caffè?</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda seduta è breve. Nuova immersione nel lago, poi, avvolti in accapatoi spugnosi, sediamo sulla scaletta di fronte alla distesa d&#8217;acqua, fumando una sigaretta.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-6417" style="margin: 10px;" title="panorama-finlandese" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/panorama-finlandese-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" />Ho l’impressione che un nuovo Bellotti sia sgusciato dalla pelle del vecchio ch&#8217;è entrato nella «sauna» e penso che certament devo provare la sensazione del serpente quando cambia pelle. Mi sento più leggero, più arrendevole e più disposto ad amare il mio prossimo e a perdonare ai miei innumerevoli nemici. In un impulso di generosità incredibile perdono persino le ragazze di essere civettuole, vanesie e graziosamente sciocchine. Com&#8217;è bello stare al mondo!!</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il tonico della «sauna». Un tonico molto prezioso, dopo un energico trattamento, penso, che bisognerebbe usare contro certe mummie che conosco e che non conosco, ma delle quali è pieno il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’idromele del sonno </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il tonico della «sauna» è l&#8217;ottimismo. Mentre si aggirano queste strane idee per il mio cervello, l’augure sorbo stilla nelle mie membra l&#8217;idromele del sonno. Un sonno breve e riposante, dal quale mi desta il tintinnìo dei bicchieri che Ralph ha scovato in un ang0l0 del vestibolo. Un liquido ardente, la limpida acquavite di grano, rinvigorisce il mio corpo, mentre intendo Martin raccontare che si è in dubbio se l&#8217;origine della «sauna» sia religioso o igienico, se, cioè, non sia stata inventata dagli antichi pagani per purificare se stessi davanti agli dei o se non sia stata una necessità di traspirazione artificiale per gli uomini che vivono in queste tèrre fra le quali, per sette mesi all&#8217;anno, il sole è latitante.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, poco dopo, mi addormento di un sonno profondo nel fresco lino del lettuccio di campagna, tutto il mio corpo odora ancora del corroborante aroma della betulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la vera «sauna» finlandese, ben lontana da quelle delle città, celebri in tutto il mondo perchè in esse delle brutte donne massaggiano degli uomini nudi. Ad Helsinki, ciò accade veramente: ma fra la pseudo-sauna della capitale e il «bagno turco» di Londra o di Parigi non ci trovo proprio nessuna differenza: sono tutti salotti di pettegolezzi, trappole per i gonzi, meta delle moderne carovane turistiche che, in otto giorni, sono convinte di avere imparato come si mangia a Berlino, come si veste a Stoccolma, come si fa la «sauna» in Finlandia e come si cuoce la «zuica» in Bessarabia.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto alla cinquantina di gradi di differenza fra la temperatura della «sauna» e quella delle acque del lago, c&#8217;è qualcuno che dice che ammazzerebbe un toro. Bene, io non sono affatto un toro e sto proprio benissimo!</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa </em>del 5 agosto 1939.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/euforia-della-sauna.html' addthis:title='Euforia della sauna ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Agonia senza lacrime di Turku la città martire</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 16:18:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un reportage giornalistico sulla guerra d'inverno e le sofferenze patite con grande dignità dai civili finlandesi sottoposti ai bombardamenti dell'Armata Rossa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/agonia-senza-lacrime-di-turku-la-citta-martire.html' addthis:title='Agonia senza lacrime di Turku la città martire '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">(Dal nostro Inviato)</p>
<p style="text-align: justify;">Turku, martedì sera.</p>
<div id="attachment_6360" class="wp-caption alignright" style="width: 364px"><img class="size-full wp-image-6360" title="I primi bombardamenti sulle città finlandesi" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bombardamenti.jpg" alt="I primi bombardamenti sulle città finlandesi" width="354" height="345" /><p class="wp-caption-text">I primi bombardamenti sulle città finlandesi</p></div>
<p style="text-align: justify;">Con il sole sono tornati gli aeroplani sovietici. Una misteriosa, vedetta li ha segnalati di lontano, quando ancora l&#8217;orizzonte del cielo non tradiva la minaccia di morte e una aurora radiosa sembrava promettere una giornata di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">— Vengono, vengono!</p>
<p style="text-align: justify;">Le sirene hanno urlato il loro allarme e la popolazione, questa ammirevole popolazione della tormentata Turku, si è rassegnata a scomparire ancora una volta sotto terra. Se ne sono andati tutti nei rifugi: bimbi che guardano con occhioni spalancati e ridenti la morte che viene incontro e che non può spaventarli, ragazze bionde e diafane, che imbacuccate in lane multicolori, degnano appena di uno sguardo i bombardieri grigi che distruggono la loro felicità; massaie, sorprese nel loro giro mattutino per i negozi con le vetrine di legno, e che si dirigono di corsa verso i rifugi non per paura, ma per coloro che attendono a casa; uomini calmi e gravi, che fremono di non poter fissare lo sguardo in quello del nemico, che assistono impotenti alla lenta morte della loro città. Perchè Turku muore. Da sette settimane, quasi senza soste, l&#8217;aviazione sovietica viene due, tre volte al giorno a portare &#8220;pacchetti di Molotoff&#8221; e una casa oggi, due domani e il porto che scompare sotto il ghiaccio, a poco a poco la città si addormenta di un sonno senza risveglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Una casetta&#8230; </strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, ancora di buon’ora, una bomba da 250 è scoppiata con immenso fragore proprio sulla piazza principale e una casa è sparita come d&#8217;incanto. Era una casetta modesta, che non si sapeva bene come mai avesse potuto restare in prima fila a fare compagnia ai palazzoni moderni, era una casetta di antica data, ma dentro vi vivevano degli uomini e certamente la loro anima è fuggita in cielo, nascosta nel fumo dell&#8217;incendio e nella polvere del crollo. Poi la pioggia degli spezzoni ha incendiato qua e là case di legno e ha svelato i segreti di tante dimore, facendo crollare intere mura maestre e la macchia di sangue innocente versato a Turku si è ingrandita ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi eravamo con Metzger, proprio nella grande piazza e lo spostamento d&#8217;aria ci gettò di peso contro il nostro albergo, mentre una tintinnata pioggia di vetri si abbatteva su di noi. Noi restammo un poco storditi ma fummo felici della nostra buona sorte, mentre seguivamo con lo sguardo la squadriglia nemica che sfilava in parata nel cielo tutto costellato dal le nuvolette bianche delle granate antiaeree. I giornalisti hanno il privilegio di pigliarsi una bomba in testa, se deve accadere, guardando il sole. Nessuno li obbliga a correre nei rifugi antiaerei. E questo ci ha permesso di osservare il volto della gente che usciva dai ricoveri, quando il fischio delle sirene ebbe annunziato che il nemico alato era scomparso. E su quei volti, in questa mia ultima giornata finlandese, ho scorto il volto della Finlandia; ho imparato improvvisamente ciò che sapevo da sempre, che questo è un paese che si intuisce col cuore, perchè nessuna intelligenza può svelarne il mistero. Sono troppi i laghi e le leggende, troppo vaste le foreste dove d&#8217;estate i daini conversano con i corimbi e d&#8217;inverno il gelo si mette in gara col vento del nord, per avere la palma del freddo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>«Povero Oivu!» </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi a Turku, quando il nemico se ne fu andato, i cittadini si radunarono attorno alle rovine fumanti. Parlavano poco; dicevano solamente qualche parola.</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_6359" class="wp-caption alignleft" style="width: 288px"><img class="size-full wp-image-6359" title="Soldati finlandesi in una trincea nei pressi del fiume Kollaanjoki." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/soldati-finlandesi.jpg" alt="Soldati finlandesi in una trincea nei pressi del fiume Kollaanjoki." width="278" height="418" /><p class="wp-caption-text">Soldati finlandesi in una trincea nei pressi del fiume Kollaanjoki.</p></div>
<p>«È la casa di Oivu, che è andato in guerra. Povero Oivu!».</p>
<p style="text-align: justify;">Non dicevano che i suoi bimbi e la sua donna non lo attendevano più. Dicevano: «Meno male che Mima e le sue sorelline sono state evacuate»; «sono più di sessanta ormai le case distrutte»; «bisogna che qualcuno venga ad aiu tarmi a mettere a posto le finestre che sono tutte schiantate». Questo dicevano, e nessuno si lamentava.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi volevamo a tutti i costi sapere a che ora sarebbe partito il nostro aereo per Stoccolma, perché a Helsinki ci avevano detto che è proibito dirlo. La compagnia aerea è finlandese e i russi potrebbero anche attaccare l&#8217;aeroplano in volo. Bene, l&#8217;ufficio era installato in autobus, perchè una bomba aveva devastato l&#8217;ufficio vero. Ma l&#8217;esplosione aveva frantumato anche i finestrini dell&#8217;autobus e in un ufficio dove erano 30 gradi sotto zero, non era affatto piacevole intavolare delle conversazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">— Quando si parte?</p>
<p style="text-align: justify;">— Non lo sappiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">— Bene, e quando si potrà saperlo ?</p>
<p style="text-align: justify;">— Verremo a prendervi all&#8217;albergo, quando sarà arrivata l&#8217;ora della partenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il freddo ci consiglia di rinunciare all&#8217;interrogatorio. Aspettammo. Cominciammo a girare per la città, passando accanto alle rovine nere, dove una volta, poche settimane or sono, c&#8217;erano case piene di gènte felice. Quanto dolore abbiamo visto; ma nessuno piangeva. Dissero a Minuska che il suo fidanzato era morto e la ragazza divenne di fiamma come le avessero fatto una proposta di amore. Chiese loro: «È caduto combattendo, è vero? Paavo era un uomo di coraggio». E se ne andò. Nessuno piange in Finlandia. Tutti si chiudono nel loro dolore e giurano di ottenere la loro vittoria.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando tornai all&#8217;albergo un nuovo allarme vuotava le case. Ma nella stanza accanto alla mia, una persona non ubbidì al segnale. Io udivo come un lamento sommesso e, incuriosito, socchiusi l&#8217;uscio. Col volto nascosto nel cuscino, Minuska piangeva, piange-va perchè nessuno poteva sentirla. Fuori lo scoppio delle bombe sommergeva ogni tanto il rombo dei motori e il gracidare dei cannoncini antiaerei&#8230; Chi poteva ascoltare i suoi lamenti? Nessuno piange in Finlandia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Appuntamento in cielo </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;aeroporto silenzioso, avvolto nelle tenebre della notte, un signore grande e grosso con i capelli di stoppa, aveva gli occhi arrossati, la cornea striata di sangue e le palpebre e le occhiaie stranamente colorate, tanto che il suo volto sembrava infarinato per una gaia rappresentazione. Accompagnava sua moglie e i due bambini gemelli di cinque anni all&#8217;aereo di Stoccolma. Taceva, accarezzava qualche volta nervosamente i piccoli, che, felicissimi di volare per la prima volta, passeggiavano in su e in giù per la saletta di attesa, pavoneggiandosi.</p>
<p style="text-align: justify;">— E tu, papà — chiese il più vispo, tu quando vai in guerra?</p>
<p style="text-align: justify;">— Domani, caro. — E lo copriva di baci.</p>
<div id="attachment_6358" class="wp-caption alignright" style="width: 346px"><img class="size-full wp-image-6358 " title="Bambini finlandesi evacuati durante la Guerra d'Inverno (Museovirasto - Helsinki)" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/bambini-finlandesi.jpg" alt="Bambini finlandesi evacuati durante la Guerra d'Inverno (Museovirasto - Helsinki)" width="336" height="189" /><p class="wp-caption-text">Bambini finlandesi evacuati durante la Guerra d&#39;Inverno (Museovirasto - Helsinki)</p></div>
<p style="text-align: justify;">—. Anch&#8217;io vorrei venire in guerra, sai? Vorrei essere bravo come te. Invece sono piccolo e devo andar via. Ma ci rivedremo presto, vero papà? Verrai a trovarci?</p>
<p style="text-align: justify;">— Si caro, verrò a trovarvi.</p>
<p style="text-align: justify;">E il piccolo si mise a sillabare un manifesto, dimentico ormai di tutto il lungo discorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il rombo dell&#8217;aeroplano; è i passeggeri si misero in fila. Oli occhi del signore grande e grosso con i capelli di stoppa luccicarono nella penombra.</p>
<p style="text-align: justify;">— Ciao papà caro, ciao. — Le manine inguantate si agitarono in segno di saluto. Poi dalle tenebre fitte la vocina, filtrando magicamente fra il rombo dei motori, squillò distinta:</p>
<p style="text-align: justify;">— Non piangere papà, caro papà. Non importa anche se muori, sai! Tanto ci rivedremo in cielo, non è vero papà?</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno piange, in Finlandia. Ma, perchè non dovrei dirlo, anch&#8217;io, maledizione, avevo gli occhi rossi di pianto. E non mi accorsi affatto che l&#8217;aereo si alzava in volo. Partiva «l&#8217;aeroplano cieco», cosi chiamato perchè vola appunto nella notte, a zig zag, sul mare di ghiaccio. Turku restava avvolta nelle tenebre; restava immobile e coraggiosa ad attèndere col sorgere del nuovo sole il ritorno dei suoi assassini.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa </em>del 23 gennaio 1940.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/agonia-senza-lacrime-di-turku-la-citta-martire.html' addthis:title='Agonia senza lacrime di Turku la città martire ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Pesca pericolosa sui mari del Nord</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 08:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il diario di viaggio del giornalista Felice Bellotti, imbarcato sul dragamine norvegese n. 2130 durante i primi mesi della seconda guerra mondiale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/pesca-pericolosa-sui-mari-del-nord.html' addthis:title='Pesca pericolosa sui mari del Nord '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/storiacontemporanea48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Storia contemporanea" /><br/><p style="text-align: justify;">(Dal nostro inviato)</p>
<p style="text-align: justify;">« N. 2130», marzo.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6291" class="wp-caption alignright" style="width: 326px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-6291 " title="La nave norvegese Alexandra Hoegh, affondata da una mina il 21 gennaio 1941." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/alexandra_hoegh.jpg" alt="La nave norvegese Alexandra Hoegh, affondata da una mina il 21 gennaio 1941." width="316" height="168" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La nave norvegese Alexandra Hoegh, affondata da una mina il 21 gennaio 1941.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Il dragamine «N. 2130» non è certamente la nave delle mille meraviglie. È un peschereccio a motore, se volete è veramente un bel <em>trawler </em>potente e veloce, ma, per virerci sopra, bisogna amarlo come lo possono i pescatori che calcando la sua tolda si guadagnano la vita da una quindicina d&#8217;anni oppure si deve essere un caparbio giornalista che, a tutti i costi, si è messo in testa di vedere la «morte che fluttua» e di scrivere la cronaca di come si «pescano» le mine. A me è già capitato di vedere uscire dalle acque dell&#8217;Artico tanti bei sacchi gonfi di splendidi pesci, ma questo avveniva quando il mondo faceva di tutto per provocare la guerra sbraitando che questa era lontanissima dalle sue intenzioni. Ora la guerra c&#8217;è, nessuno si decide a farla ed anche i merluzzi e le aringhe vivono pacificamente in fondo al mare perché i migliori pescherecci si sono vestiti di grigio, hanno piazzato un cannone sulla prua, hanno cambiato rete e abolito i divergenti e si sono messi a pescare certi curiosi ed improvvisi abitanti delle onde, tutti rotondi ed irti di percussori, sfere di acciaio che hanno il potere di mimetizzarsi coi flutti e che celano nel loro interno un infernale pericolo di morte: le mine. Ed ora, ogni epoca ha le proprie usanze, sono tornato a bordo di un peschereccio, che non si chiama più peschereccio ma dragamine, e sto a vedere cosa diavolo può fare uscire dal mare questa guerra della quale tanto si parla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Cordiale accoglienza </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Noi abbiamo preso il largo molto a nord degli sbarramenti ufficiali. Però, a questo proposito, cioè a proposito della ufficialità di certi campi minati, diciamo subito che non è il caso di mettere la mano sul fuoco. Hanno un bel dire Londra e Berlino che i loro posamine (anche questi sono pescherecci. Guardate che caso, un <em>trawler </em>depone le mine e un altro le «pesca») hanno seminato i loro ordigni fra il tale e il tal’altro parallelo in una zona compresa fra questa e quella latitudine! Il Mare del Nord è sempre di umore piuttosto nero, è pieno di correnti calde e fredde che corrono da tutte le parti e, colle più buone intenzioni di questo mondo, non è davvero possibile dire a una mina di fare la savia e di starsene educatamente al posto assegnatole. Perciò, quando si parla di «campi minati», si ha una vaghissima idea di quello che si dice e certamente i vari ammiragliati devono voler dire questo: che in quei famosi paraggi, tanto esattamente definiti da longitudine e latitudine, i posamine hanno l&#8217;ordine di seminare il loro carico con una certa regolarità. La prova migliore sta nel fatto che le navi girano molto al largo delle cosidette «zone pericolose» ma questo non impedisce che vadano a trovare i pesci una dopo l&#8217;altra con una rapidità che produce tanta rabbia a Londra quanta gioia a Berlino. Rabbia e gioia belliche, beninteso.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6292" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6292" title="La nave norvegese Astrell, affondata da una mina il 5 novembre 1942." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/astrell-300x167.jpg" alt="La nave norvegese Astrell, affondata da una mina il 5 novembre 1942." width="300" height="167" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La nave norvegese Astrell, affondata da una mina il 5 novembre 1942.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a stare a sentire le lezioni di navigazione che l&#8217;Anmiragliato britannico impartisce gratuitamente, noi dovremmo navigare attualmente in una zona assolutamente priva di pericoli. Siamo almeno duecentocinquanta miglia a nord del più settentrionale campo di mine e ci sarebbe quasi da domandare al comandante cosa diavolo si faccia da queste parti. Ma il comandante mi sembra un tipo scomodo come la sua nave e non è davvero il caso, dopo la «gioia» che ha dimostrato vedendomi piombare a bordo, di andarlo a importunare. Quanto al primo ufficiale, questi mi guarda orribilmente in cagnesco perchè ha dovuto cedermi la sua cabina ed andarsene a dormire a prua coi marinai e, benché sia stato ufficialmente nominato mio istruttore, cerca di rendersi irreperibile oppure talmente indaffarato che neppure la faccia tosta di un collega di mia conoscenza oserebbe disturbarlo. E debbo rassegnarmi a fare la parte dello spettatore silenzioso con la macchina piombata e chiusa nella cassaforte di bordo.</p>
<p style="text-align: justify;">La«pesca» delle mine è una impresa piuttosto rischiosa. È organizzata in modo perfetto, ma in tutto il sistema esiste un difetto assolutamente inevitabile e che consiste nella probabilità di «pescare» una mina dandole addosso colla prua. Il che provocherebbe — secondo il programma stabilito — la scomparsa della mina, è vero, ma anche — e ciò, invece, non è affatto in programma — quella del dragamine. A parte questa «probabilità », che sarebbe diffìcile raccontare poi come si è verificata, l&#8217;organizzazione è buona. Una flottiglia di dragamine — da tre a sette unità — prende il largo contemporaneamente. A una certa distanza della costa i <em>trawlers </em>si separano uno dall&#8217;altro e seguono delle differenti rotte, restando in contatto solamente col radiotelefono. Si naviga lentamente, con tre vedette costantemente ai loro posti sulla prua, sulla coffa e sul ponte di comando. Nella cabina radiotelegrafica oltre all&#8217;incaricato di mantenere il contatto con i compagni di flottiglia vi è una radiotelegrafista che ascolta le trasmissioni delle varie navi e quelle delle stazioni costiere. Quando un dragamine avvista una mina, allora chiama il compagno più vicino e prende inizio la rischiosa manovra della «pesca», mentre le altre unità continuano a perlustrare le onde per proprio conto. Questo è lo schema del sistema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ci sono e ci resto </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il D. «N. 2130» è l&#8217;ammiraglio della nostra flottiglia, ricca di cinque <em>trawlers </em>che farebbero la gioia del mio amico Gismondi, ne sono certo, anche se non lo conosco. Quando usciamo in mare, la sera sta per cadere e fa un freddo indemoniato. In Italia, sento dalla radio, torna la primavera. Spuntano le viole, fioriscono le primule, l’Ariccia è tutta un biancore di narcisi. E l’idea dei narcisi mi dà i brividi, perchè anche qui tutto è bianco, sempre bianco, disperatamente bianco: c&#8217;è ghiaccio, sempre ghiaccio nei flutti del mare che assale i fianchi del nostro dragamine, negli spruzzi che si arrampicano sulle sartie e che velano i finestrini del ponte di comando; c’è ghiaccio nel vento che soffia urlando per chiamare le onde alla riscossa come se non sarebbe ora che se ne stessero un pochino tranquille; c&#8217;è ghiaccio anche nel sole che, quando ci degna della sua presenza, si adorna di un alone di nebbia opaca che lo fa sembrare piuttosto un anemico signorino del Parini. La neve e il ghiaccio stanno molto bene nelle novelle di Andersen, ma nella vita, maledizione!, nella vita di un italiano puro sangue, che da mesi e mesi si trascina in queste nordiche contrade, no, ci stanno proprio malissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;equipaggio si è accorto di questo mio malessere morale e se ne infischia pacificamente. Mi si guarda di sottecchi e mi sembra che tutti mi vogliano dire: «Ci sei venuto, quassopra, te ne vorresti andare, eh? E invece ci devi restare!». Ma tutti si sbagliano, perchè io voglio restare, sono contentissimo di esserci venuto, di mangiare colla fondina in mano per non rovesciarmi tutto addosso, di tagliare la carne tra le sbarre del «tavolo di rollio» e di tenermi il bicchiere in tasca.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia abilità nell&#8217;adattarmi alla vita di bordo senza chiedere nulla a nessuno mi ha guadagnato le simpatie del comandante Olsen. «Io — mi dice — sono un amico degli italiani. Sono stato <em>skipper </em>a bordo di un vostro peschereccio». E poiché quella barca per caso, la conosco anch&#8217;io, l&#8217;amicizia è subito fatta. « Bel peschereccio! — diceva. — Come tiene il mare!». Io approvavo a parole, invece mi veniva il mal di mare a pensare a quel bruttissimo naviglio popolato da pescatori davvero eroici, sul quale c&#8217;era un curiosissimo capitano, un catanese, che teneva le sigarette e il rum nascosti nella sua cuccetta e tutti lo sapevano e andavano a prendere quello che volevano ed egli non si accorgeva di nulla. Perchè queste cose accadevano veramente al capitano Salimbene, a bordo del P. P. «Anguilla». Fu così, per questa mia imperdonabile menzogna d&#8217;amore per un peschereccio, che il comandante Olsen si decise, sul fare della notte, a farmi una prima lezione sulle mine.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_6293" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-6293" title="La nave norvegese Arcturus, affondata da una mina il 1 dicembre 1939." src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/arcturus-300x165.jpg" alt="La nave norvegese Arcturus, affondata da una mina il 1 dicembre 1939." width="300" height="165" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La nave norvegese Arcturus, affondata da una mina il 1 dicembre 1939.</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">«Le mine — disse — secondo gli accordi internazionali dovrebbero essere di un solo tipo, cioè ancorabili e tali da perdere ogni efficacia qualora una causa estraneo, venga a staccarle dall&#8217;ancoraggio. Ma, a parte la implicita buffoneria degli uomini che v0gliono mettersi d’accordo sulle maniere legittime per ammazzare i marinai ed affondare le navi, in pratica le mine, a mio parere, sono di diversi tipi e la mia esperienza me lo insegna perchè ne ho una raccolta di dodici tutte differenti». Mi venne voglia di chiedergli se, la raccolta, la tenesse a casa sua, ma poi preferii lasciare perdere. Hanno tutte &#8211; continuò &#8211; un unico punto di contatto: a toccarle scoppiano». A questo punto credetti bene di esprimere la mia approvazione, perché, che scoppiassero, lo sapevo anch&#8217;io. «Una prima divisione può essere fatta in questo modo: mine di superficie e mine subacquee. Le prime sono quelle che affiorano e, col mare in bonaccia cippa, si possono scorgere. Dico «si possono scorgere», perchè, per via dell&#8217;acqua che le bagna si mimetizzano col mare, riflettendo il colore del cielo come fanno le onde. Le seconde sono quelle che tendono a rimanere a una profondità di quattro-cinque metri. Queste sono evidentemente le più pericolose per la navigazione. Tuttavia, per fortuna, non restano sempre sotto l&#8217;acqua. Per rimanere a mezz&#8217;acqua, queste mine sono fornite di un meccanismo a pressione che svuota certi compartimenti stagni quando l&#8217;ordigno affonda oltre il necessario. Per poter arrivare a cinque metri di profondità bisogna che la mina sia più pesante del volume di acqua che sposta. Ma se è più pesante a un metro di profondità lo è anche a cinque, molto semplice, vi pare. Bene, allora, funziona il meccanismo. A cinque metri la pressione che preme attorno alla mina è maggiore che non a un metro e il meccanismo agisce, espellendo l&#8217;acqua che, attraverso appositi fori, ha invaso certi scompartimenti stagni ed ha appesantito la mina quel tanto che basta per farla affondare molto lentamente. E chiaro?». «Chiarissimo, comandante. Ma com&#8217;è fatto il meccanismo?». «Questa è una faccenda che dovrebbe spiegarvi il tecnico. Vi basti sapere che funziona. Poi ne esistono di vari tipi, il più semplice dei quali è costituito da un&#8217;elica applicata sotto la mina, la quale si avvita e si svita a seconda che la mina vada su o giù; poi ne esiste un altro il quale funziona quando l&#8217;acqua che ha invaso i compartimenti stagni comincia a pesare su un sensibile diaframma, il quale reagisce sollevandosi spinto da uno stantuffo e ributta l’acqua fuori dai buchi attraverso i quali è entrata&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dormirci sopra!</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">«Questi sono i tipi correnti. Ora, come è logico, queste mine subacquee non restano mai ferme ad una determinata profondità, ma vanno su e giù continuamente, finché il meccanismo non si guasta e allora o restano a galla o vanno sotto e nessuno più ne sente parlare». Il comandante Olen, con una matita in mano, baava a tracciare degli schizzi, per farmi comprendere meglio le sue parole. «Anche le mine di superficie sono assai differenti fra di loro, sono grandi e piccole, hanno molti e pochi percussori, sono di ferro e di ghisa».</p>
<p style="text-align: justify;">«E — chiesi io a un certo punto — di mine magnetiche ne avete mai viste?». Il comandante sogghignò, guardò il primo ufficiale, digrignò i denti bestemmiando e rispose: «Mai!&#8230; Mai, capito? E per una ragione ben semplice! Perchè non esistono. Le mine magnetiche non esistono!».</p>
<p style="text-align: justify;">Lo guardai un pochino incredulo ed egli rise. «Eh, non ci credete! Ma ragionate un pochino! Ve le vedete voi, delle mine che vanno in cerca delle navi come se avessero un cervello? Per prima cosa, appena posate si metterebbero a seguire il posamine. Sono o non sono magnetiche? Oppure andrebbero una addosso all&#8217;altra. Questa delle mine magnetiche è una bella invenzione! Vorrei davvero sapere quanto ha pagato l’idea l’Ammiragliato britannico». « Ma — obbiettai — Churchill&#8230; ». « Macché Churchill d&#8217;inferno! Nessun dragamine al mondo ha mai pescato una mina magnetica! Va sotto una nave, la mina non c&#8217;è più e a Londra si urla che è stata una mina magnetica e nessuno può provare il contrario ed allora i tedeschi sono degli «infami violatori delle leggi internazionali». Churchill è il primo a sapere che di mine magnetiche non ne esistono affatto. Ma esse servono al suo gioco. Ve lo dice il capitano Olsen che non esistono. E dovete credergli, perchè il capitano Olsen non ha mai detto una bugia&#8230; Salvo alle donne, ma questo non c’entra!». Davvero il mio interlocutore non ama il signor Churchill. « Non crediate che io abbia particolari predilezioni per i tedeschi che fanno le migliori mine che io abbia mai visto. Ma quel Churchill&#8230; non c&#8217;è un marinaio in tutta la Scandinavia che creda a una delle sue parole!».</p>
<p style="text-align: justify;">Il lume a petrolio si era messo a descrivere circoli perfetti, incerto se cedere agli inviti del rolli0 0 del beccheggio e il primo ufficiale, che evidentemente doveva aver fatto l&#8217;abitudine alle sfuriate del suo comandante, dormiva saporitamente con la fronte appoggiata sugli avambracci incrociati. Ci salutammo e mentre me ne andavo verso poppa, tenendo in equilibrio una candela, il comandante mi gridò dietro: «Dormiteci sopra, alle mine magnetiche. Ve lo dice il capitano Olsen che non esistono e io non ho mai detto bugie. Lo giuro! Sempre colla dovuta eccezione delle donne, però!». Già, pensavo addormentandomi, colla dovuta eccezione delle donne. Econcludevo che certamente, da giovane doveva «pescare» ragazze come ora «pesca» le mine.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 2 aprile 1940.</p>
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		<title>Il gran ballo dei pesci</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Nov 2010 16:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Felice Bellotti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il resoconto di un'avventurosa battuta di pesca del Gismondi nelle acque delle Spitzbergen nel 1939]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-gran-ballo-dei-pesci.html' addthis:title='Il gran ballo dei pesci '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">(Dal nostro inviato)</p>
<p style="text-align: justify;">Da bordo del «Gismondi».</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6244" style="margin: 10px;" title="tempesta" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempesta.jpg" alt="" width="252" height="176" />Avevamo la prua sul Capo Sud delle Spitzberg e si pescava tranquilli, protetti dal vento dell&#8217;ovest dalla catena montuosa delle isole. Mai era capitato al Gismondi di andarsene tanto tranquillamente per la sua strada, sotto un magnifico sole che stava impartendo una solenne lezione su come sia inesauribile la gamma delle tinte, colorando i ghiacciai eterni con delicate sfumature dall’azzurro cupo al verde smeraldo, dal giallo oro al viola ardente delle pervinche. Una folata di vento aveva spazzata via la nebbia stagnante e, contrariamente al solito, il mare non era diventato troppo allegro. Ogni tanto, precipitando fra un turbinio di nevischio, attraverso le gole delle montagne, sino nelle onde, un blocco di ghiaccio diventava un <em>iceberg</em>, che si abbandonava in balia delle correnti. Il pesce accorreva assai numeroso nel nostro sacco e un meraviglioso fiume d’oro si precipitava ad ogni cala sulla tolda del peschereccio, le tonnellate si sommavano alle tonnellate e, anziché a pochi chilometri dalla banchisa polare, ci sembrava di navigare in uno sconosciuto angolo del globo, dove il ghiaccio e il fuoco sapessero andare d’accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">— Troppa grazia! — brontolava il comandante.</p>
<p style="text-align: justify;">— <em>Mai andà cusi ben, la sa? </em>— commentava beato il capo macchinista che riusciva a fare insospettabili economie di carbone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Comincia la lotta </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma ecco, dalla cabina della radio esce il nostro biondo marconista di fortuna, un norvegese di Tromsö, che parla, a modo suo, l’inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">— <em>Captain! Captain! </em>—</p>
<p style="text-align: justify;">Ci vuole un po’ a capire che la radio di Ingöy annuncia un fortunale, vento da greco, violentissimo, che scende dalla Baia dell’Agonia. Noi guardiamo increduli il pacifico nordico, le previsioni di Ingöy sui capricci dell&#8217;Artico rimangano troppo sovente delle semplici previsioni, poi spingiamo il nostro sguardo verso nord, oltre lo sperone della Betty Bay e chiediamo:</p>
<p style="text-align: justify;">— Dite un po’ mister Marconi, siete certo di quello che dite?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cielo i cirri si colorano di rosa e se ne stanno immobili, disposti pittorescamente sullo sfondo del firmamento.</p>
<p style="text-align: justify;">— Ehi, mister Marconi, a che ora scoppia la tua bufera?</p>
<p style="text-align: justify;">È un <em>padrone </em>viareggino che interroga, un bravo ragazzo arruolato come marinaio e che non sa stare mezz’ora senza fare un po’ di spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Si gira la prua, si cala nuovamente la rete e su, verso il nord, passando in rassegna i tremendi e magnifici scenari delle Spitzberg.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mare diventa lungo, le onde si ornano di candide creste, il vento comincia a soffiare da settentrione. Navighiamo ora di fronte alla Betty Bay, balliamo un pochino, poco assai per il Gismondi. Poi è di nuovo bonaccia cippa,un mare che sorride azzurro come il Mediterraneo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-6245" style="margin: 10px;" title="pesca-svalbard" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pesca-svalbard.jpg" alt="" width="173" height="200" />E, all&#8217;improvviso, il solito tradimento dell&#8217;Artico. Una folata di vento, girando il promontorio, si precipita verso mezzogiorno, spingendo avanti un enorme razzo di mare, la nave, in meno che si dica si trova sulla vetta del gigantesco maroso, avvolta in una nuvola di schiuma gelida. E il grecale comincia a fischiare a più non posso, come per incitare il mare ad assalire il peschereccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gran ballo dei pesci è cominciato.</p>
<p style="text-align: justify;">— Su la rete! — urla il comandante e il verricello gira rapidissimo, i cavi si arrotolano attorno ai tamburi. Un’onda sommerge il peschereccio, invade le cucine, rotola giù scrosciando per la scaletta delle macchine.</p>
<p style="text-align: justify;">— Chiudete le paratie stagne!</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;equipaggio eseguisce rapidamente, ha cento occhi, provvede al tutto. Gli stoccafissi, appesi a lunghe corde longitudinali allo scafo. Iniziamo l&#8217;ultimo balletto, come per dare il «via» alla gran festa dei merluzzi, finalmente, lasciati tranquilli sul fondo del mare. I pesanti cavi, le gomene le sartie sventolano come bandiere, il fumo non ce la fa più ad uscire dalla ciminiera, lo coperta è uno spumeggiante lago che sportelli ed ombrinali non riescono a prosciugare, perchè ormai le onde sono dieci volte più alte delle murate.</p>
<p style="text-align: justify;">La manovra per ritirare la rete è una vera battaglia. Il mare si avventa furibondo sul peschereccio, scompiglia le gomene, imbroglia la rete, la strappa dalle mani dei pescatori, scuote i divergenti che rullano sulla murata d&#8217;acciaio una fanfara di guerra. Ma i marinai non mollano. Lo sbirro stride, la linea dei piombi precipita con risonante fragore e subito si mette a rotolare, seguendo il rollio. Le grandi sfere d&#8217;acciaio battono il tempo della furia del mare, correndo in catena, formidabili arieti, dalle murate alle sovrastrutture, mentre i marinai, equilibristi e saltatori per forza nell&#8217;intento di evitare urti pericolosissimi, cercano di afferrare il cavo che le unisce per assicurarle alle bitte e agli appositi anelli. Le «palle di Adamo» approfittando della situazione, tentano di scardinarci l&#8217;albero della carrucola, percuotendolo, appese come sono alle lunghe catene a guisa di catapulta.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Il marconista soddisfatto</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Il comandante, al timone, dirige la battaglia con perizia e rapidità, urlando i suoi ordini col megafono. Bisogna fare alla svelta.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-6246" style="margin: 10px;" title="tempesta2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tempesta2.jpg" alt="" width="250" height="167" />Quando tutto è affrancato, l&#8217;equipaggio congelato e fradicio si rifugia nel castello di prua e nella sovrastrutture di poppa. Le paratie stagne vengono chiuse e il Gismondisi trasforma in una specie di sommergibile che però non può scendere sotto il livello del mare. Le onde sono ora padrone assolute della coperta, si inseguono da babordo a tribordo, da poppa a prua, sormontano gli oblò, raggiungono la passerella del ponte di comando.</p>
<p style="text-align: justify;">— Prua al mare!</p>
<p style="text-align: justify;">Il comandante non vuole allontanarsi dal banco ricco di pesce e tenta l&#8217;unica manovra possibile, quella di mettere la nave con la prua rivolta al vento e al mare per aspettare che la burrasca passi.</p>
<p style="text-align: justify;">Se in fondo all&#8217;oceano i pesci ballano, nel peschereccio sono gli oggetti che si danno alla pazza gioia. Le pentole improvvisano un concerto, i cassetti sgusciano dai mobili e vanno a spasso per le cabine, in amichevole confusione con il loro contenuto, colle sedie, coll&#8217;innaffiatoio che — per la prima volta, con mia grande gioia — è vuoto come sempre (questo arnese di giardinaggio sostituisce, nella mia cabina, l&#8217;acqua corrente). Gli indumenti appesi dondolano veloci, sbattendo da tutte le parti, soffitto compreso, e gli uomini&#8230; gli uomini si arrangiano come possono, puntellati vigorosamente nelle loro cuccette o agguantati a qualche sporgenza.</p>
<p style="text-align: justify;">— Andiamo indietro!</p>
<p style="text-align: justify;">È il capo macchinista Premuda che grida l&#8217;avvertimento. Il vento e le onde trascinano il  Gismondi alla deriva, verso l&#8217;immenso ghiacciaio Vasilico che si immerge nel mare. Non resta che uno scampo, la fuga. Si vira di bordo e, a tutta forza, spinti dall&#8217;elica, dal vento e dal mare, si corre verso mezzogiorno per girare il Capo Sud e cercare un riparo sul versante occidentale delle Spitzberg.</p>
<p style="text-align: justify;">In cielo, il sole brilla impassibile e i cirri, immobili, si colorano di rosso cupo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il marconista va in cerca del viareggino:</p>
<p style="text-align: justify;">— Alle 17:20 scoppia la mia bufera, ok!</p>
<p style="text-align: justify;">E sembra tutto contento che un simile sconquasso sia venuto a dargli ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Raramenti il Gismondi, in vita sua, ha corso più di undici miglia all&#8217;ora, ma, in quest&#8217;occasione, ne fa quindici, con grande gioia del signor Premuda che finalmente è il re della situazione. Va da sé che il merito delle quattro miglia in più e tutto di Eolo e di Nettuno, ma questo non guasta la sua soddisfazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quattro ore il peschereccio è un fuscello volante in balìa dell&#8217;Artico infuriato. Scavalca ondate dieci volte più grandi di lui, si tuffa arditamente in paurosi abissi, scompare fra i marosi, sommerge la prua e fa scintillare l&#8217;elica al sole. Chi ci seguisse da lontano ci darebbe per naufragati ogni cinque minuti. Invece la nave combatte vittoriosamente la sua difficile battaglia, segue la sua rotta, si mantiene in fondo, guidata da una mano espertissima.</p>
<p style="text-align: justify;">Al Capo Sud la bufera è in pieno sviluppo. Il vento impetuoso gira la roccia che sperona il mare, creando un turbinio di trombe marine; e le onde schiumeggiano per l&#8217;urto delle correnti, aprendosi in pericolosi vortici nei quali gli <em>icebergs</em> si sono certamente dati appuntamento per fracassarsi gli uni contro gli altri con scricchiolanti frastuoni. Evitiamo gli scogli di Trestein, continuiamo rotta a sud-ovest per una mezz&#8217;ora, poi viriamo decisamente sulla diritta. È il momento più pericoloso della nostra impresa, perchè i frangenti sono vicini e le montagne di ghiaccio imperversano in tutte le direzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora son tutti seri, a bordo. I muscoli e i nervi sono stanchi, il vertiginoso ballo dei pesci comincia a scocciare.</p>
<p style="text-align: justify;">— Preparate la massima pressione!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;ultimo sforzo </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un ultimo sforzo, il Gismondi si scaglia a tutta velocità nell&#8217;incredibile turbinio. Per dieci minuti non riesco a capire in che bolgia io sia capitato, da che parte sia il cielo, da quale il fondo del mare. Poi, di colpo, il peschereccio si calma, ogni rumore si tace. Guardo fuori dal mio oblò. Il Capo Sud deve essere stato girato, perche siamo in acque tranquille, avvolti in un fitto nebbione.</p>
<p style="text-align: justify;">Si aprono le paratie, si ricomincia a circolare sulla coperta, a stirare le braccia, a massaggiare le ammaccature, si commenta la burrasca.</p>
<p style="text-align: justify;">— Appenellate l&#8217;ancora!</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ancora si affaccia dall&#8217;occhio della cubia, scende a sfiorare l&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">— Fondo!</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-6247" style="margin: 10px;" title="pesca-svalbard-2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/pesca-svalbard-2.jpg" alt="" width="165" height="200" />Le catene singhiozzano scorrendo rapide e la nave si ferma. Sembra tirato al pomice, il Gismondi, dopo l&#8217;energico bagno. Neppure una scaglia di pesce è rimasta sulla tolda, la rete è stata accuratamente purgata di tutti i molluschi del fondo marino che erano rimasti impigliati. Si fa un po&#8217; di ordine a bordo, si studia la carta dei banchi.</p>
<p style="text-align: justify;">— Ehi, giovinotti! Sveglia!</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ancora si nasconde di nuovo nella ospitale cubia, le eliche riprendono il loro vorticoso girare.</p>
<p style="text-align: justify;">— Preparate la rete. Vediamo un po&#8217; se riusciamo ad accalappiare qualche ritardatario al gran ballo dei merluzzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il «telegrafo di macchina» fa squillare la campana nella ardente camera delle fornaci. Si ricomincia a pescare.</p>
<p style="text-align: justify;">I pescatori artici non sanno cosa sia il riposo.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Stampa</em> del 30 novembre 1939.</p>
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