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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Emilio Michele Fairendelli</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>I suoi capelli d’oro</title>
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		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/i-suoi-capelli-doro.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 19:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[bardo]]></category>
		<category><![CDATA[Dolano]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto giallo vertente su un caso risolto dopo settanta anni tramite intuizioni sovrasensibili.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-suoi-capelli-doro.html' addthis:title='I suoi capelli d’oro '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Da anni il Commissario Bruno Dolano veniva invitato alle cene che la vicina &#8211; una vedova pallida, raffinata e cortese che abitava l’appartamento sotto il suo &#8211; organizzava con regolarità.</p>
<p style="text-align: justify;">Gente interessante. Vite brillanti, pensava ogni volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui era da tempo in pensione ma gli era sempre piaciuto raccontare le sue storie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne aveva viste così tante e gli altri non si stancavano mai di chiedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Terminata la cena, davanti a un brandy, nel salone così scuro, la Verità sul racconto che esponeva, sull’uomo o la donna che gli aveva dato vita in un tempo lontano  sembravano apparirgli per la prima volta con chiarezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Non la verità dei fatti e dei conti della giustizia umana &#8211; cadaveri questi oramai da tempo come gli assassini e  i colpiti -  ma la Verità essenziale, quella eternamente vivente.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo perché Lei avesse potuto mostrarsi, apparire sulla Terra, accadevano l’orrendo e l’innominabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Così credeva il Commissario.</p>
<p style="text-align: justify;">Al mattino parenti ed amici avevano partecipato al funerale della padrona di casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Era morta nel sonno due giorni prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Eugenia, la sorella che viveva in Francia e che lui conosceva bene aveva insistito perché restasse con loro a cena.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fratello Alberto, il più giovane, alcuni cugini, gli amici più cari.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle stanze l’ombra della morta si aggirava senza requie, come avrebbe fatto ancora per qualche giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfiorava soffitti e pareti.</p>
<p style="text-align: justify;">Toccava gli oggetti e gli specchi, forse convinta che attraverso di loro avrebbe di nuovo potuto raggiungere la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi poteva sapere cosa avrebbe visto Luisa nel suo Bardo?</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine si rimase tutti intorno al grande tavolo ellittico, che fu liberato.</p>
<p style="text-align: justify;">Eugenia stava mostrando un sottile libro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">“Pensa, l’ho terminato solo venerdì scorso, il giorno prima che mi telefonassero per Luisa. L’abbiamo fatto noi. Un sito dove crei il tuo libro. Mi ha aiutato Irène. Vero Irène?”</p>
<p style="text-align: justify;">Il Commissario guardò la ragazza. Alta e magrissima, vestita di nero. Venticinque anni, forse meno. Occhiaie. Una dark. Nel profondo, qualcosa che nessuno saprà mai, le mangia il cuore. Odia.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, in uno sguardo, anche se non avrebbe mai svolto nessuna indagine, aveva compreso qualcosa ed era pronto a sapere altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si alzò per andare alle spalle di Eugenia e guardare nel libro.</p>
<p style="text-align: justify;">“Questo è il nonno, Mario. Guarda la grande motocicletta dietro di lui”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Qui siamo al Touquet. Dio come eravamo giovani. Ecco Irène nella culla, ha due mesi. Nel giardino”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io e Luisa piccole davanti al cancello della casa. Alberto non era ancora nato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un libro di foto di famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto Eugenia ne chiudeva la copertina  dove si vedeva uno stemma con un rosso toro rampante.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine il Commissario rimase solo con lei e la figlia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tendeva ad andarsene sempre per ultimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Deformazione professionale: qualcosa avrebbe potuto sempre accadere, anche all’ultimo istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli  sarebbe poi  bastato salire le scale e avrebbe trovato subito i suoi libri, il suo luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiese se in qualche modo avrebbe potuto rendersi utile.</p>
<p style="text-align: justify;">Le questioni pratiche.</p>
<p>Eugenia scosse la testa.</p>
<p>“Bruno quanto le voleva bene Luisa. Venga, si sieda ancora un poco”.</p>
<p>Irène se ne era andata in una delle camere, senza salutare.</p>
<p style="text-align: justify;">Sedettero. Lei teneva in grembo il libro.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Così.” &#8211; disse piano il Commissario.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Così.” &#8211; rispose Eugenia.</p>
<p style="text-align: justify;"> Aveva aperto il libro.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Lei Bruno sapeva di Anna?”</p>
<p style="text-align: justify;"> Disse di no.</p>
<p style="text-align: justify;"> Gli mostrò allora una pagina del libro e lui la vide.</p>
<p style="text-align: justify;"> Una bambina di cinque o sei anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche dalla foto grigia e così rovinata la sua bellezza appariva sovrannaturale: lunghi capelli che cadevano in giri d’oro, una fronte luminosa, gli occhi due piccoli punti di stampa più chiara che sapevi essere stati laghi di colore celeste.</p>
<p style="text-align: justify;">Una veste candida fermata da una cintura.</p>
<p style="text-align: justify;"> “La mia sorellina.”</p>
<p>“Un giorno è scomparsa. Mai più ritrovata. Sua madre morì di crepacuore dopo nemmeno un anno. Dicevano fossero spariti alcuni bambini in quegli anni, nei paesi lungo quella riva del Lago. Un maniaco, forse. Papà ci ha raccontato la storia, poi. Ninni, la chiamavano. Aveva una valigia con le sue cose e io e Luisa a volte l’aprivamo: vestiti, piccoli giochi, disegni. Dopo qualche anno lui si risposò e siamo nate io, Luisa ed Alberto.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sapevo.” &#8211; disse il Commissario.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Più di settant’anni fa. Lei crede Bruno si potrebbe sapere qualcosa, dopo così  tanti anni di una storia come questa? Pensi che sfida affascinante per lei. Ricordo bene qualcuna delle sue indagini. Luisa me ne parlava spesso”.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Non fossi così stanco, Eugenia. La cosa più orrenda del Male è il suo ripetersi, sempre uguale, nei secoli dei secoli. Non che rimpianga qualcosa circa il mio lavoro ma forse non credo più nel suo senso. E’ in me, ma come un aculeo intellettuale, un gioco di enigmi di cui si compiace la mente e solo in parte il cuore, l’Anima. Non pensi ad Anna. Tutto è davvero impossibile e dopo tanto tempo saranno morti non solo l’assassino ma anche i suoi figli. Lasci ogni cosa in pace, nel silenzio.”</p>
<p style="text-align: justify;">Tacque e poi riprese:</p>
<p style="text-align: justify;">“Mi piacerebbe avere quel libro, lei crede che&#8230;”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma certamente Bruno, scriverò più tardi a mio marito e quando lo farò aggiungo il suo nome sul sito dove da domani potrà scaricarlo con questa password”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si alzò per scrivere qualcosa su un foglietto che diede al Commissario.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui era già in piedi e si congedò:</p>
<p style="text-align: justify;">“Grazie Eugenia, buonanotte. Domani pomeriggio passerò a salutarla.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lei ci sarebbe stata, partiva solo il giorno successivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Toccando il primo gradino della scala lui sapeva già ogni passo che avrebbe compiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Si coricò volentieri, pensando, e si addormentò.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mattino successivo, con il caffè caldo ancora davanti, scaricò il libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Stampò su un foglio la foto di Anna e la pose davanti a sé sul tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guardò a lungo, poi si risolse e scrisse:</p>
<p style="text-align: justify;">“Anima mia, devo vederti. Dimmi se posso essere da te domani nel pomeriggio. En sof or. Io.”</p>
<p style="text-align: justify;">La donna rispose a sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Era sola, nessuno dei ragazzi, sì, poteva venire a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indomani prese il primo treno per Trieste dove arrivò all’ora di pranzo: il ristorante, poi lungo il Molo Audace, il mare, il vento che allontanava ogni peso.</p>
<p style="text-align: justify;">Si incamminò verso casa di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse sei anni, dall’ultimo incontro, pensò il Commissario.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’elevatore guardò il suo volto nello specchio: così vecchio, carico di peccati e di cose sbagliate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma mai per lei, Cristina.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando aprì la porta e lo fissò con quello sguardo carico di dolcezza e di vertigine lui provò come ogni volta il desiderio di inchinarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla tra di loro aveva mai parlato solo il linguaggio della carne, dell’amore che vibra senza consistere: una Luce, una presenza bagnava anche ora di Sé le pareti della stretta anticamera e ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei disse calma: “Anima mia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sedettero. Il Commissario le chiese dei ragazzi, della loro vita.</p>
<p style="text-align: justify;">E di lei: andava tutto bene?</p>
<p style="text-align: justify;">La guardava: il viso chiaro e affilato, le mani dalle dita sottili e nervose oramai macchiate dagli anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Con quelle  e non con gli occhi,  pensava il Commissario, lei <em>vedeva</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno tanto lontano l’aveva conosciuta: un banale furto in appartamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva un marito e tre figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei iniziò a <em>vederlo</em>, nelle notti.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavano, insieme, sotto un albero, un mandorlo, in una Luce assoluta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una voce le diceva parole che lei ripeteva.</p>
<p style="text-align: justify;">En sof or, nella Luce senza fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Le’olam va’ed, per l’Eternità.</p>
<p style="text-align: justify;">Jadà, Amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben Gilgul, il figlio del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tehom, l’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">In quell’altro mondo lei baciava la sua gola e gli occhi, il Commissario incideva con una lama lettere sul suo polso e poco sotto il cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">Contavano gemme su pettorali a terra in attesa di essere indossati, nominavano le Sefiroth come stelle, venivano sfiorati da Angeli delle schiere più alte.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto sarebbe per sempre rimasto un mistero per Cristina, donna di cultura modesta, salvo la consapevolezza di essere una sola cosa con lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui non la raggiunse cosciente, in quell’altrove, che poche e confuse volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il resto conosceva le sue notti, ciò che lui stesso agiva, ciò che lui stesso era, solo dai resoconti di lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa sapeva vedere?:  la loro unità essenziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristallo  attraverso il quale la Luce del Supremo riusciva ad apparirle era quello di Israele: <a title="simboli" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">simboli</a>, lettere e linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo modo Cristina diceva all’ebreo Bruno Dolano: io ti appartengo,  qui e sempre,  come ti sono appartenuta in mille altre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Così tutto trovava un senso profondo che non doveva produrre nulla: era sufficiente ricevere, contemplare, pronunciare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al meraviglioso basta mostrarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei non lasciò mai la famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre che in quelle notti luminose, non si videro che qualche volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una veggente dal potere assoluto: un nome, una foto, un’allusione le rendevano possibile conoscere la storia, il destino, la cifra di un uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Commissario tentò diversi esperimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Cercava di capire, di dominare il potere di lei, di usarlo per il suo lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno le chiese di pronunciare per sette volte &#8211; lui lo aveva immaginato al momento e divenne un dei loro metodi &#8211; un nome: Alexei Sultanov.</p>
<p style="text-align: justify;">Si trattava di un giovane pianista russo che il Commissario amava e che era morto giovane dopo un ictus.</p>
<p style="text-align: justify;">Per anni, il lato sinistro paralizzato, aveva suonato con una sola mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei stette malissimo: un forte formicolio al braccio sinistro le durò per giorni, tanto che il marito dovette portarla in Ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo aiutò nelle indagini due volte.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui riuscì a fare passare per colpo di fortuna, per intuizione bizzarra, ciò che gli aveva permesso di risolvere il caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza le sue visioni non sarebbe  mai riuscito.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando <em>vedeva </em>Cristina provava freddo, si indeboliva, a volte sveniva.</p>
<p style="text-align: justify;">I giorni successivi non mangiava, accusava assenze e paure.</p>
<p style="text-align: justify;">Era pericoloso, soprattutto quando le visioni avvenivano durante il giorno, con i figli piccoli  in casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando lei si spostò in un’altra città continuarono una corrispondenza rara e accorata, mentre Cristina continuava a vederlo, nei mondi sottili, ogni notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Là nulla sarebbe mai cambiato.</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ per qualcuno, vero?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì.” &#8211; rispose il Commissario.</p>
<p style="text-align: justify;">“Giustizia, Luce sui dimenticati. E’ un momento giusto, ora. Sono tua. Non ho paura. No.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lui aprì la busta che aveva lasciato sul tavolo e ne tolse la foto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Anna. Sette volte il nome, sette volte. Un piccolo paese sul lago”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei &#8211; non aveva ancora guardato l’immagine &#8211; disse: “Non voglio che resti, prendi una camera o tornatene a casa. Io ti scriverò. Domani”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Anima mia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Prese una camera in una piccola pensione all’isolato successivo e l’indomani il treno per Milano.</p>
<p style="text-align: justify;">Passò il pomeriggio ai giardini di Villa Reale.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminando,  guardando i calmi specchi d’acqua, i cigni che vi si muovevano lentamente come incantati.</p>
<p style="text-align: justify;">Attendeva, come chi attenda una telefonata che dall’Ospedale gli annunci la nascita di un figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">A sera, dopo cena, giunse sul suo computer la risposta di lei:</p>
<p style="text-align: justify;">“Una donna. Ha una stella sulla fronte, è rovesciata, non è come la nostra. Algol. Cerca Algol. Non è lei che l’ha uccisa ma ha governato tutto. Tante volte. Algol. La allatta con il sangue ma lei non è più una neonata. E’ orrendo. La costringe. Una grandissima stanza scura, c’è un rumore insopportabile, battono metalli contro metalli. L’aria è piena di dardi di fuoco. E’ l’Inferno? Un ragazzo guarda tutto questo, non lo sopporta. E’ la sua casa, lui abita lì. Stringe le mani sul collo di lei, gli occhi si gettano fuori, le cartilagini del collo che cedono. La lingua fuori dalla bocca, lui la bacia. C’è una scatola dentro un’altra scatola. Di ferro. Lei è là dentro e guarda il cielo. Di nuovo scintille di fuoco, tutte intorno a lei. Poi silenzio. L’acqua è fredda e sempre uguale giorno dopo giorno. Silenzio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindici minuti dopo il primo giunse un altro messaggio:</p>
<p style="text-align: justify;">“Quattro grandi lettere, che stanno sopra tutto: R O T A. Ora ho freddo e devo stendermi. Credo di dover vomitare. Spero basti. E’ difficile. Tua.”</p>
<p>Il Commissario iniziò subito a lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima dell’alba aveva tracciato il suo disegno.</p>
<p style="text-align: justify;">Avrebbe dedicato quel giorno alla riflessione sulle sue note e il giorno successivo sarebbe partito.</p>
<p style="text-align: justify;">In missione, come una voltà, pensò.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva già inviato una richiesta di prenotazione ad un albergo in quel piccolo paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il paese di Anna. E di Eugenia, Luisa e Alberto.</p>
<p style="text-align: justify;">Riprese le sue considerazioni. Algol era la stella fissa più nefasta del Cielo, stella di violenza e di morte. Il suo nome significava Satana.  Ogni dodici ore la sua luce aumentava e qualcuno sulla Terra uccideva. Nessuno recupererà mai l’ora di quell’assassinio ma avvenne nell’ora di Algol. Cristina aveva visto la Stella presiedere l’uccisione della bambina. Era difficile distinguere nelle visioni tra momenti simbolici e visioni della realtà come questa era accaduta, semplicemente per il fatto che per lei, la veggente, non esisteva alcuna differenza. La grande stanza scura piena di dardi di fuoco era una visione metafisica? Rappresentava il paesaggio interiore dell’uccisore? Un ragazzo. La parola Rota. Molte altre volte Cristina aveva visto lettere e parole di lingue antiche e perdute muoversi nel cielo, scriversi sul proprio corpo o sulla fronte degli uomini nelle sue visioni. Forse la parola muoveva alta, lenta e perfetta nel cielo così come è del destino di tutto, tempo, vittime, assassini, Universo. <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli/">Simbolo</a> del Cerchio dell’Uno, che tutto include.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivò alla pensione era sera.</p>
<p style="text-align: justify;">Disfece la sua piccola valigia considerandone l’ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordine e semplicità erano importanti, lo avrebbero aiutato.</p>
<p style="text-align: justify;">Cenò in una trattoria dove si trattenne a lungo, lavorando sul portatile per un po’ di tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al mattino ottenne dalla municipalità, compilando una semplice richiesta, il certificato di nascita e morte di Anna.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco i due giorni, la luce e il buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Meno di sei anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Identificò la casa della  famiglia dalle indicazioni e dalle immagini del libro di Eugenia, che aveva con sé.</p>
<p style="text-align: justify;">La grande casa era stata divisa in alcuni appartamenti, forse negli anni settanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Percorse la costa del lago lungo il paese, si spinse sino alle località vicine.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una magnifica giornata di Maggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Respirava, cercava l’attimo dell’intuizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Al tramonto, stanco, tornò vicino alla casa della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Vide un grande spazio aperto poco distante e vi entrò.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un centro commerciale, di quelli che oramai fanno dappertutto, anche nei paesi più piccoli: una larga via centrale con tavolini all’aperto, ai lati porticati con locali e negozi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli edifici in mattoni erano vecchi, forse dei primi del novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano restaurati con un gusto che il Commissario apprezzò.</p>
<p style="text-align: justify;">Si sedette ad un tavolo ed ordinò un calice di vino.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensava a come avrebbe proceduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardò l’edificio davanti a lui, alte e strette finestre che ora servivano due piani e un tempo un’officina o un magazzino.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena alzò gli occhi vide in alto, enorme, nera sui mattoni rovinati, mantenuta dai restauratori, la scritta: “M. ROTA &amp; figli.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il velo alzarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’antro scuro, i dardi di fuoco di Cristina.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo l’aveva uccisa nell’officina. Un giorno di festa, forse.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui vi andava spesso e ciò che vi accadeva  &#8211; i forti rumori, le scintille di fuoco, i fiumi d’oro dei metalli in fusione  &#8211; ne accendeva la nascente follia.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo, il corpo di lei in una scatola di ferro  nera, di quelle  per le barre metalliche.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiudila, saldane gli angoli, lo sa fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta una carriola su ruote, la sera buia e le rive frastagliate del lago.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascia cadere, lascia tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Al mattino successivo trovò nella Biblioteca comunale alcuni dati.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonderia e Fabbri “M. Rota &amp; figli”, una delle grandi aziende storiche del paese, fondata nel 1876 dal capostipite Michele, guidata poi dal figlio di lui, dal 1930 dai figli Giovanni e Mario. Nel 1975 la fonderia chiuse l’attività e i grandi edifici del complesso rimasero così per decenni. Vennero poi acquistati dal Comune e ristrutturati alle fine degli anni ottanta. Su un libro, la foto di un gruppo di uomini davanti all’edificio principale.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla bibliotecaria, una signora cortese e in età, chiese della famiglia Rota.</p>
<p style="text-align: justify;">Possedeva mezzo paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Mario, l’ultimo a mandare avanti l’azienda, era morto da diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’immobiliare, i suoi figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sorella, non so quanti figli.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni, l’altro fratello non c’era mai stato molto con la testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Una debolezza di nervi. Ricorrente, nella famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Mai lavorato nella fonderia.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui, lo seppe immediatamente, aveva ucciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo conoscevano tutti: quasi novantenne viveva nella Casa di Riposo del paese, la S. Giuseppe.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Commissario chiese dove si trovava.</p>
<p style="text-align: justify;">Salita Cappelletta.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui avrebbe atteso l’indomani.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni eventi potevano accadere solo nella luce del mattino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’erano orari di visita fissati e vide molti parenti.</p>
<p style="text-align: justify;">All’infermiera disse se poteva salutare Giovanni Rota.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui era Bruno Dolano, un amico del fratello. Doveva lasciare un documento?</p>
<p style="text-align: justify;">Lei rispose che non era necessario e lo guidò.</p>
<p style="text-align: justify;">Il reparto azzurro, sul retro dell’edificio, la vetrata del soggiorno dava su un giardino chiuso da un basso muro di pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">Le indicò l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Stava, solo e come acceso dal sole, sulla sedia a ruote accanto a un tavolino rotondo, il viso torto sulla spalla destra, una coperta sulle gambe.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui si avvicinò e si sedette.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sua destra in modo che lui avesse potuto vederlo senza muovere la testa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo guardò, gli occhi  dall’iride opaco erano ancora vivi, inquieti, una grande massa di capelli bianchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul volto, chiarissimi, i tratti dell’antica follia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il labbro inferiore gli tremava leggermente.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrava che una mano invisibile gli premesse il viso contro la spalla, da un lato.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispose al suo saluto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Venti minuti al pranzo” &#8211; disse una voce di donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Commissario aprì allora la sua cartella e ne tolse la foto della bambina.</p>
<p style="text-align: justify;">La tenne tra le mani e la mostrò all’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Disse due volte: “Anna.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lui serrò gli occhi, come  se qualcosa lo avesse abbagliato.</p>
<p style="text-align: justify;">Li tenne chiusi a lungo, poi iniziò a biascicare debolmente una frase.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli accenti cambiavano ogni volta, sulle parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Commissario non riusciva a comprenderla.</p>
<p style="text-align: justify;">Accostò l’orecchio, vicinissimo alla guancia di lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora udì: “I suoi capelli d’oro, i suoi capelli d’oro, i suoi capelli d’oro…”</p>
<p style="text-align: justify;">Dichiarava così &#8211; ancora adorando la bambina &#8211; il Male per ciò che era, qualcosa che non era al suo posto e che la Luce più alta avrebbe un giorno redento.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimise la foto nella cartella  e se  ne andò.</p>
<p style="text-align: justify;">La Verità. Settant’anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Eugenia avrebbe scritto prima o poi ma lui non le avrebbe detto nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">Così giusto nel segreto dissolvere il nero, riguadagnare quel luogo alla luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo per questo lontano nello spazio e nel tempo qualcosa, forse il destino dei nuovi nati, un gesto, un agire dell’Anima, sarebbe avanzato nel chiarore con più forza.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse Irène,  nel cui cuore bruciava qualcosa del destino di Anna, avrebbe trovato un poco di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">L’indomani pomeriggio fu di nuovo a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Attese l’ora più scura e calma della sera per scrivere  a Cristina: “E’stato fatto. Luce sui dimenticati. Le’olam va’ed”.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/MfMRbr0LviU?rel=0" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/i-suoi-capelli-doro.html' addthis:title='I suoi capelli d’oro ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Nel Bardo</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 10:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[Bardo Thodol]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tucci]]></category>
		<category><![CDATA[morire]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto-resoconto del morire, nella stessa chiave del Libro tibetano dei morti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nel-bardo.html' addthis:title='Nel Bardo '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: right;"><em>a Maria Cristina e al suo potere</em></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-9186" style="margin: 10px;" title="nel-bardo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/nel-bardo-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" />“Ohimè, in questo momento, quando entro nello stato dell’esistenza intermedia, io debbo far dileguare le immagini terribili e spaventose che mi dovessero comparire davanti. Debbo riconoscere che sono immagini del mio pensiero, immagini proprie dello stato dell’esistenza intermedia. Non devo provare alcuna paura, perché questa può ostacolare il mio supremo Bene”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ohimè, privo di amici io sto vagando, solo. Non sorgano terrore e spavento dalle mie proprie immagini, riflesso del vuoto. Provo dolore per le mie azioni. Possa il Divino togliere questo dolore. Odo come rombo di tuono il rumore del piano esistenziale. Possa il Divino renderlo il suono di sillabe sacre. Perseguitato dal mio <em>karma</em> non trovo rifugio. Venga il Divino in mio aiuto e annulli ogni propensione, ogni peso, consentendomi di poter riconoscere e meditare la Luce suprema. Possa il Divino accettarmi nella Sua Luce azzurra, la Luce prima, o rifiutarmi se il mio tempo non è venuto concedendomi una degna rinascita”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Bar do t’os sgrol</em> (<em>Il Libro Tibetano dei morti</em>) a cura e con traduzione di Giuseppe Tucci, Bocca, Milano 1949.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E’ così diverso dagli altri il giorno in cui si muore.</p>
<p style="text-align: justify;">In quell’alba avevo considerato, come non facevo mai, il cielo sopra Los Angeles: su veli di chiare nubi il sole aveva aperto un graffio, una corta ferita diagonale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne usciva una fredda luce d’oro.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai che il cielo, così inciso, potesse provare dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Si era trattato &#8211; avrei poi compreso &#8211; di un segno, un segno per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Mossi la macchina e guardai la mia casa di Dalehurst Avenue: il piccolo e curatissimo prato, i due alberi, il cane che mi fissava immobile forse presentendo il mio destino.</p>
<p style="text-align: justify;">Eva, mia moglie, e i miei due figli dormivano.</p>
<p style="text-align: justify;">Per loro sarebbe stata una giornata identica alle altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo intorno a mezzogiorno lei avrebbe ricevuto una telefonata dall’Ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrai nell’Interstate 5 come facevo sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">Accesi la radio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il notiziario, che ascoltai distrattamente, parlava di tensioni con gli iraniani nello Stretto di Hormuz.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi accadde.</p>
<p style="text-align: justify;">Non saprò mai se qualcosa mi si ruppe in petto o nella fronte facendomi perdere il controllo della macchina o se fu l’altro, l’uomo che guidava quell’articolato, a farlo deviare dal suo percorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo l’enorme cabina venirmi incontro come un animale feroce, ruotata di novanta gradi rispetto al resto dell’autotreno.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi mi trovai in uno spazio buio ed angusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavo sotto la mia Cherokee rovesciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Le rotonde sagome dei sedili che rassomigliavano uno scuro paesaggio, una, due luci impazzite sul cruscotto, lamiere curvate e poi tese in alcuni squarci, il cristallo segnato da una crepa in forma di runa strana e segreta, una lettera che forse ero chiamato a pronunciare: inspiegabilmente, la visione mi parve meravigliosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa &#8211; quello che mi avrebbe ucciso, forse una lama d’acciaio &#8211; mi era entrato nel fianco sinistro dove sentivo un grande calore.</p>
<p style="text-align: justify;">Non soffrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una goccia regolare, di olio o di carburante, cadeva da qualche parte come a segnare il tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai che non avrei mai più rivisto Eva e i ragazzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era perduto e la memoria, povera cosa d’uomo, iniziò a vibrare cercando di esistere ancora come già stavano facendo il cuore, le vene, ogni cellula &#8211; ricordai un temperino rosso che papà mi aveva regalato da ragazzo incidendovi le mie iniziali, Lucienne, una bambina di cui mi ero perdutamente innamorato nei primi anni di scuola, un pesce preso all’amo in quella giornata sul fiume a Yosemite, la sua grande testa d’argento nel sole.</p>
<p style="text-align: justify;">Morii.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia schiena si inarcò in un raggio infinito e salii al cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza peso, per la prima volta libero da quando mia madre mi aveva fatto nascere al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’alto vidi il ventre nero e rovinato della macchina che mi copriva.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai subito ad Eva e immediatamente fui davanti a lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Intenta nel suo lavoro di edizione i suoi occhi si fissavano in me come in uno specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza parole le dissi: “Eva, sono io. Sono morto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non udiva, abitavamo oramai due mondi diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oh ascoltami, ascoltami.</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciai a roteare in spirali larghissime, sempre più in alto.</p>
<p style="text-align: justify;">Lontano, inziai a vedere un arco luminoso e volli raggiungerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo oltrepassai.</p>
<p style="text-align: justify;">File di uomini e donne mi guardavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano i miei maggiori, coloro che mi avevano preceduto nella linea del sangue sulla Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno di loro si avvicinò tanto che i suoi occhi parvero entrare nei miei.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sette giorni e sette luci” &#8211; sentii dire in me.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto divenne di una luce azzurra.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessun tempo trascorreva, non ero io ad avanzare ma la luce turchina a scorrere ai miei lati e come in una sfera, Suo velo infinito che mi lambiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Era la Luce suprema.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla Terra avevo avuto un Maestro che mi aveva trasmesso alcuni insegnamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Conoscevo il Bardo e i suoi giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">La Luce suprema mi atterriva: per me, Anima ancora segnata dall’io e gravata da ogni suo peso, il tempo della trasferenza non era venuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Scomparve la Luce azzurra, così come un Sole nel suo tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu il secondo giorno, luce bianca ed abbagliante di grande dolcezza colma di esseri alti e benevoli, il rifugio creato nel Bardo dall’aspirazione spirituale e dal potere che si possedeva in vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Caddi in ginocchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Una Creatura superiore, Michael, avanzò in quel biancore, in quelle onde mosse da Angeli e tese verso di me il palmo aperto della mano dove stava una foglia sottile di una pianta che non riconobbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardò e, ancora una volta senza parole, udii in me: “Nishmoth Haim. Gilgal Nishmoth.”</p>
<p style="text-align: justify;">La Vita, la Ruota delle Anime.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella luce tuttavia, per propria sostanza di luce originata dal Supremo e dalla Sua Unità impensabile, non poteva ritornare nella Luce azzurra ma solo decadere.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi abbandonò volando altrove, sopra i milioni che abitavano il Bardo con me, per il loro giorno dello Spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">Compresi che i mondi creati, ogni forma ed ogni tempo in loro non erano che modulazioni della luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Vennero il terzo giorno e gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">I due modi della luce rossa, quella del sangue d’uomo e quella dei Demoni, i due modi della luce verde, quella dei Lemuri nemici del corpo glorioso dell’uomo e quella, infetta e fosforescente, della carne morta delle coscienze inferiori sulla quale il soffio dell’Origine Suprema non restava che come un debole vapore che avrebbe dormito per milioni di anni prima di poter iniziare la sua Redenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">In quei mondi mi apparvero cose tremende, che erano in me, proiezioni delle mie deformità mentali e vitali, dei segni che Satana aveva avuto il diritto di scrivere sulla mia fronte lottando con l’Angelo della mia nascita.</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi una donna nuda e feroce sospesa come un uccello in quella luce color rubino, dal suo sesso usciva sangue che colava lungo l’interno delle cosce, un anello d’oro pieno di punte acuminate le mordeva il seno.</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi non darmi requie un essere senza lineamenti, gonfio e liquido.</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi migliaia di deità terrifiche in migliaia di forme, gli esseri a cui io stesso davo sostanza nel Bardo per le colpe commesse in vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordai le parole del mio Maestro: “…allora non dovrai temere, non saranno che proiezioni che quasi non sono più di un te stesso che quasi non è più. E come possono immagini vuote prodotte dal vuoto spaventare? Tu ripeterai allora pensando al Supremo: solo Tu, solo Tu, solo Tu. E quando la rinascita sarà inevitabile chiedi che la matrice sia degna. Che la matrice sia degna”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quale strazio e dolore, uncini delle proprie colpe a straziare le carni, nei giorni delle luci inferiori. Quale terrore.<br />
Come piangere? Dove rifugiarsi?</p>
<p style="text-align: justify;">Come riuscire a non cadere nel tempo come forma inferiore?</p>
<p style="text-align: justify;">Solo Tu, solo Tu, solo Tu.</p>
<p style="text-align: justify;">Venne, infine, il settimo giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Una luce cremisi mi circondò e placò ogni cosa: la Maestà eternamente risonante &#8211; anche negli inferni più bui degli altri giorni &#8211; della Luce azzurra, i fulmini e i tuoni delle luci inferiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Potevo riposare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora la luce non scorreva intorno a me, ero io ad avanzare in lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto era familiare, la coscienza era di nuovo presente, limpida.</p>
<p style="text-align: justify;">La Terra. Ricadere nella ruota del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Oh, essere Tuo servo migliore.</p>
<p style="text-align: justify;">Che la matrice sia degna.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti a me il velo di luce cremisi si aprì come il ventre di una madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Caddi a braccia aperte da un’altezza inimmaginabile verso la Terra, piccola perla d’opale tra infinite nubi di stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Nuvole in cui ruoto, oceani, spuma sulle buone terre, verde e cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una casa sulla collina, la grande vetrata sulla città sterminata, le sue luci.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel letto, la spasimante raggiera di un uomo e di una donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avvicino: la nuca dell’uomo, la guancia e il delicato orecchio di lei, un piccolo gioiello d’ametista.</p>
<p style="text-align: justify;">Non vedo i loro volti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è senso e così pesante materia nei loro gesti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche altro: aspirazione, altezza d’animo, chiarità.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dita di lei sulla sua spalla.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre. Madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, il buio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>NdA le frasi tratte dal Libro curato da Tucci sono fedeli ad eccezione di qualche termine modificato a vantaggio di chiarezza in questo contesto; la successione dei giorni e delle luci nel Bardo, le caratteristiche stesse delle luci sono liberamente interpretate nella costruzione narrativa; spero e credo senza perdere in senso e in verità sostanziale.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/yCaaPaQx5zg?rel=0" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/nel-bardo.html' addthis:title='Nel Bardo ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Musée Dupuytren o del corpo di Luce</title>
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		<comments>http://www.centrostudilaruna.it/musee-dupuytren-o-del-corpo-di-luce.html#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 15:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
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		<description><![CDATA[Un racconto ambientato nel futuro su una sorta di discesa agli inferi e resurrezione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/musee-dupuytren-o-del-corpo-di-luce.html' addthis:title='Musée Dupuytren o del corpo di Luce '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>“…sì il mondo è orrendo (silenzio, il Maestro trae una lunga boccata di sigaro). La pluralità, la stranezza di ogni cosa, di ogni essere. Ma come puoi guardare come bizzarro il serpente, il pesce degli abissi o il ragno quando tu stesso hai un corpo con cinque dita mobili per ogni mano, occhi liquidi e viscere piene di linfa e di sangue? Senza mettere nel conto anomalie e deformità, prezzo che la Natura paga per il suo sforzo di perfezionamento, per il suo yoga. O perché possa esistere Purna (ndr: una discepola dell’Ashram di sovrannaturale bellezza fisica, i discepoli sorridono). Quello che dovete comprendere è che questa Manifestazione caduta non è Opera del Divino che nel Suo primo istante, quello in cui decise che la Luce sarebbe stata lanciata là dove Lui si era ritratto perché l’Universo potesse essere. Poi se ne sono occupati i Formatori, Demiurghi perduti che hanno fatto quello che potevano. Non erano del resto molto abituati a uscire dall’Unità primigenia nella libertà infinita. Così hanno fatto disastri notevoli (risate). Ma il Decreto più alto, immodificabile, è contenuto nel Suo primo e impensabile raggio di Misericordia, nell’Opera di Restituzione che si va compiendo dal primo istante del tempo. Il Mondo verrà trasformato, il corpo di Luce verrà”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">B. Subram, <em>Autumn talks with the Master</em>, Spencer &amp; White, New York 1952, pag. 122, traduzione dall’inglese di <a title="Emilio Michele Fairendelli" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/emilio-michele-fairendelli/">Emilio Michele Fairendelli</a>.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il regalo di mia madre per la licenza liceale era stato, come desideravo, una macchina, una piccola Mercedes elettrica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono passati così tanti anni ma ancora la ricordo in ogni dettaglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo celeste chiaro si accordava ai miei vent’anni, a capelli color del miele che portavo lunghi e liberi, alle camicie aperte e sgargianti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero arrivato nel Perche dopo quasi un mese lungo le strade di Francia: parchi, chiese e conventi, castelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Così bella e luminosa, la terra, e così anche la mia migliore gioventù.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo, adolescente addolorato e in cerca di un destino, viaggiavo in quella piccola e lucida scatola di latta dai silenziosi meccanismi elettronici che mi ricordava &#8211; contrapposta a fiumi dalle gore limpide e sensuali, a cattedrali gotiche di pietra eppure come di tessuto finemente ricamato, a orizzonti di onde verdi, a profumi di menta e verbene, a cieli striati e come feriti ai quali inchinarsi durante i lunghissimi tramonti delle campagne &#8211; quanto tutto nel mondo e nell’esperienza umana di questo fosse bizzarro.</p>
<p style="text-align: justify;">Credo il 26 Luglio &#8211; l’anno era il 2021 &#8211; raggiunsi l’Hotel Coudray au Perche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il luogo mi era stato indicato dalla guida.</p>
<p style="text-align: justify;">Un Museo, lessi distrattamente, era ospitato nelle grandi cantine.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasciai la macchina nel grande prato davanti all’Hotel, un edificio del ‘600 dalle facciate di bianca pietra locale, semplicissime e come decantate in poche linee.</p>
<p style="text-align: justify;">Lei, la vidi subito, al banco di accoglienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi accolse e mi assegnò la camera.</p>
<p style="text-align: justify;">Da diversi anni, seppi poi, gestiva l’Hotel per conto dei proprietari parigini, la famiglia Dupuytren.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nome del Museo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo, l’indimenticabile nome di lei, era Beatriz Elena Vicario.</p>
<p style="text-align: justify;">Veniva dalla Galizia e qualche circostanza, forse un uomo che amava, l’aveva portata in Francia e nel Perche.<br />
Non aveva mai voluto andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Hotel non ospitava quella settimana che un piccolo gruppo di tedeschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei tre giorni che rimasi conversai a lungo con Beatriz.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva una grazia unica, che non ho mai più incontrato in una donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Portava capelli neri e corti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne consideravo, incantato, il profilo: qualcosa che non sapevo dire accadeva lungo quelle linee procurandomi una vertigine.</p>
<p style="text-align: justify;">Le sue dita sottili scorrevano, mentre me le mostrava, lungo le pagine del grande quaderno dove gli ospiti dell’Hotel lasciavano le loro impressioni, come raggi di luce che ritrovavano e per un istante illuminavano quelle persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorrideva.</p>
<p style="text-align: justify;">La desideravo, ma aveva alcuni anni più di me e in quel genere di cose ero ancora acerbo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo di averla amata nella notte, toccando il mio sesso, forse di averla sognata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiese se avevo già visitato il Museo.</p>
<p style="text-align: justify;">Risposi che non lo avevo ancora fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Avevo visto la targa di ottone, la grande freccia che indicava la scala di pietra che scendeva alle cantine.</p>
<p style="text-align: justify;">Beatriz mi spiegò che si trattava di un museo di anatomia patologica fondato dal Barone Guillaume Dupuytren, un avo della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per molto tempo il Museo era stato ospitato nel Refettorio del Convento dei Cordeliers a Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni si era trovato senza più visitatori e la famiglia aveva deciso di unirlo all’Hotel di Coudray.</p>
<p style="text-align: justify;">Convenni con Beatriz che un Museo delle deformità, delle mostruosità umane e animali, aveva oggi la vita dura.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiunque avrebbe potuto partorire atrocità ancora peggiori con il proprio computer e un buon software.</p>
<p style="text-align: justify;">Altrettanto vive e reali quanto bastava: non si guardavano allo stesso modo nelle teche i mostri che la formalina aveva reso come di liquida cera?</p>
<p style="text-align: justify;">Le diagnosi prenatale facevano strage di ogni orrore, che così non poteva più apparire nella realtà dove avrebbe potuto dire in verità del sacro e del glorioso che un corpo compiuto d’uomo rappresentava.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima sera &#8211; il gruppo di tedeschi se ne era andato nel primo pomeriggio e il tramonto aveva incendiato il prato davanti all’Hotel Coudray come se stesse combattendo una battaglia &#8211; lei mi disse : “Devi vedere il Museo, ora.”</p>
<p style="text-align: justify;">Scendemmo insieme la stretta e curva scala di pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">Eravamo soli, non ricordavo nessun visitatore per il Museo da quando ero arrivato.</p>
<p style="text-align: justify;">Giunti all’ingresso delle sale &#8211; enormi cantine voltate a mattoni, la vista era impressionante, il Museo doveva avere raccolto il proprio materiale in molti decenni &#8211; Beatriz mi prese la mano.</p>
<p style="text-align: justify;">“Guarda”.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa, che non udii, sembrò richiamarla al piano superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ne andò, credo senza una parola.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimasi nel Museo forse per due ore.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright  wp-image-9106" style="margin: 10px;" title="dupuytren" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dupuytren-300x222.jpg" alt="" width="210" height="155" />Su tavoli metallici, dentro armadiature di vetro stavano, come fossero saliti da qualche profondità della terra, cilindri alti un metro e del diametro di una ventina di centimetri.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla base, un luogo e una data.</p>
<p style="text-align: justify;">All’interno, nel loro bagni di formalina, i mostri.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dire tutto quello che vidi?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella testa enorme di un feto lo sguardo, dolcezza dell’umano, lago dell’Anima, il miracolo di Beatriz Elena, era abortito in un foro da ciclope nero e slabbrato.</p>
<p style="text-align: justify;">Deformità dalle dimensioni incredibili violentavano volti ed addomi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulle labbra di quel ragazzo la parola era fiorita in uno spaventoso tumore lobato.</p>
<p style="text-align: justify;">Genitali ritorti, crani aperti, gemelli uniti da arti che appartevano a un’altra, mai formata creatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bambino di forse pochi mesi che l’ittiosi aveva reso simile a un animale dalla pelle lucida, gli occhi due noduli rossi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ferite e mostruosità sul corpo di adulti, là dove erano durate tutta la vita: viscere aperte da crateri o lunghi tagli, mani tarate, gigantismi.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright  wp-image-9107" style="margin: 10px;" title="dupuytren2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/dupuytren2-300x300.jpg" alt="" width="210" height="210" />Ecco l’esercito dell’orrore: erano i caduti sul campo di battaglia della trasformazione, la parte di Natura che prendeva su di sè il disordine e l’errore, il niente, perchè altrove coscienza e bellezza potessero fiorire.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro di loro vedevo apparire il viso altero e bellissimo di Beatriz, il suo corpo, le sue mani benedette.</p>
<p style="text-align: justify;">Di quella Gloria, ed ogni altra dell’umano che è stata e che sarebbe venuta essi erano parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Preparavano il corpo di Luce.</p>
<p style="text-align: justify;">Risalii.</p>
<p style="text-align: justify;">Beatriz stava sistemando un vaso a lato dell’ingresso.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardai lei, i fiori dai grandi petali colorati che aveva arrangiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le passai accanto per uscire, attraverso il grande arco di pietra, al giardino.</p>
<p style="text-align: justify;">Respirai.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel cielo cominciavano ad apparire piccoli punti di diamante, le stelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Nascevano come tentando di accordarsi, le vive e quelle morte la cui luce ci raggiungeva ora dopo milioni di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Scrittura dell’Opera che presto, oh sì presto, avremmo saputo leggere.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/j1C-GXQ1LdY?rel=0" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/musee-dupuytren-o-del-corpo-di-luce.html' addthis:title='Musée Dupuytren o del corpo di Luce ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>L’uomo nel coro</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 16:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[hotel]]></category>
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		<description><![CDATA[Il racconto della vita di un corista attravero le parole del gemello, incontrato in un hotel alpino, e un finale a sorpresa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99uomo-nel-coro.html' addthis:title='L’uomo nel coro '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8955" style="margin: 10px;" title="adler" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/adler-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Occorreva salire un poco per raggiungere l’ingresso dell’Hotel Adler.</p>
<p style="text-align: justify;">Un percorso breve, rettilineo, lastricato, così largo da avere un che di solenne.</p>
<p style="text-align: justify;">Si faticava con il proprio bagaglio, le macchine potevano raggiungere solo il piazzale più sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando fui davanti alla vetrata guardai come facevo ogni volta la scura aquila di metallo appesa alla facciata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi pareva una scultura di alta qualità, mi colpiva soprattutto l’atteggiamento, protettivo ed aggressivo ad un tempo, che l’animale aveva nei confronti di chi sotto di lui oltrepassava quella soglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul retro dell’edificio, in un prato bianco di neve si vedeva la grande piscina esterna a forma d’arco.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi si accedeva direttamente dalla vasca principale delle terme interne, dal primo seminterrato.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un giorno di fine gennaio, il freddo era assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni ospiti dell’Hotel si muovevano nell’acqua calda, in quel vapore capace di sciogliere la neve sino ad un metro oltre il bordo della piscina.</p>
<p style="text-align: justify;">Di alcuni, immobili mentre guardavano la lunga linea di corona di quei monti dei Grigioni, non si scorgevano che la testa e le spalle.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri nuotavano &#8211; le braccia e le gambe si muovevano lentamente come volassero al di sopra della superficie liquida -  o galleggiavano accarezzando l’acqua con le mani, il viso leggermente inarcato all’indietro, gli occhi al cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tutto pareva un limbo, uno spazio temporaneo e sospeso in cui qualcosa sarebbe potuto accadere.</p>
<p style="text-align: justify;">Da anni, e sempre in quel periodo di gennaio dove le tariffe erano migliori, venivo all’ Hotel Adler di Vals: acque sulfuree e fanghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Piacevole e, alla mia età, consigliato dal medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Quell’anno la mia compagna, Maria Cristina, non aveva potuto raggiungermi e mi preparavo a trascorrere dieci giorni di riposo, di lettura, di cure vaghe e di indolenza serale &#8211; i notiziari, un giro di carte con qualche gruppo &#8211; da solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui, lo vidi quella sera stessa, prima di cena, nella vasca delle rose, al termine del mio consueto giro del primo giorno alla ricerca delle novità di quell’anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una piccola vasca ipogea &#8211; non vi si poteva stare che  in una decina &#8211; cui si accedeva da una scala di pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’acqua limpida e tiepida galleggiavano petali di rosa di diversi colori: all’incirca ogni ora venivano aspirati e sostituiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal fondo della vasca alcune luci rotonde proiettavano, tanto più grande e vibrante, l’ ombra dei petali sulla curva volta di pietra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aria era carica di un profumo indimenticabile.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, che stava seduto sulla panca perimetrale semisommersa, mi rivolse un silenzioso cenno di saluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimasi per una ventina di minuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad occhi chiusi lo sentii sussurrare a se stesso qualcosa: una frase in una lingua dura e scabra che in  quel momento non riconobbi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando riaprii gli occhi se ne era già andato.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo rividi a cena occupare un tavolo singolo non lontano dal mio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ero orfano di Maria Cristina, di un  calice alzato con lei davanti ai suoi grandi occhi verdi e allo sguardo che mi riservava chissà da quale giorno del tempo, da quale altra vita; in questa, pensavo a volte malinconicamente, non me lo sarei mai potuto meritare.</p>
<p style="text-align: justify;">Al termine del pranzo dell’indomani, senza averlo deciso prima, avvicinai l’uomo e gli chiesi se voleva condividere il tavolo.</p>
<p style="text-align: justify;">In quel momento eravamo gli unici ad essere soli nell’Hotel e in fondo sarebbe stato piacevole, qualche parola, un commento sui piatti della cuoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Accettò.</p>
<p style="text-align: justify;">A cena trovammo pronto un tavolo per due, i numeri delle nostre camere davanti al piatto di ognuno in un piccolo vaso basso con un fiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un uomo piacevole, i capelli bianchi e ordinati, elegante, sempre con una giacca e un girocollo scuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Dissi che venivo all’Adler da molto tempo, di solito con la mia compagna, ma un problema con la madre l’aveva quest’anno trattenuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche fango, e i massaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi tanto ozio, i libri che rimanevano non letti durante l’anno.</p>
<p style="text-align: justify;">A Zurigo, abitavo a Zurigo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Anche io e mio fratello  abbiamo abitato per molti anni a Zurigo.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Voltastrasse 15.” &#8211; disse come se quel nome e quel numero avessero un potere magico.</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ solo da qualche anno, da quando lui  non c’è più, che mi sono trasferito in un piccolo villaggio, una ventina di chilometri a sud”.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensai che non eravamo più noi due soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva voluto da subito, che suo fratello fosse con noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano gemelli, aveva detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Pronunciammo i nostri nomi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il suo era Richard Schwarz: un ebreo, quasi certamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Capii immediatamente cosa gli avevo sentito dire nella vasca delle rose: una berakhà, la benedizione degli aromi.</p>
<p style="text-align: justify;">Doveva averla imparata tanti anni prima, forse da bambino e quella vasca era certamente un buon luogo per pronunciarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il primo anno per lui a Vals.</p>
<p style="text-align: justify;">Glielo aveva quasi ordinato il suo medico: schiena  e nervi.</p>
<p style="text-align: justify;">La mattina gli era oramai impossibile alzarsi dal letto, occorreva una buona mezz’ora prima che potesse muovere una gamba o un braccio.</p>
<p style="text-align: justify;">E una volta in piedi i primi passi erano quelli di un infermo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Forse tutto simbolico, forse no. Meglio, sempre, provare a guarire.” -  aveva detto sorridendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci vedevamo a metà mattina per un caffè, dopo l’ora dei fanghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella giornata ci incontravamo e ci lasciavamo diverse volte, tra le vasche delle terme, la sauna e i bagni a vapore, la grande hall.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai pasti &#8211; due uomini che si conoscevano da poco eppure in qualche modo uniti da un legame &#8211; parlavamo di così tante cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lui emanava una energia calma, che sentivo e che mi confortava.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad entrambi piaceva uscire nel pomeriggio, poco prima che scurisse, nella piscina esterna.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardavamo allora quelle montagne che non davano requie, tutt’intorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il confronto che &#8211; silenziose &#8211; chiedevano, qualunque altro accadimento sarebbe stato rimandato all’indomani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il buio scendeva.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu due giorni prima della sua partenza, noi due soli nella hall deserta intorno alla mezzanotte, un brandy, una candela accesa sul piccolo tavolo rotondo, che tornò a parlarmi del fratello.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sa come sono i gemelli.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando la carne è stata un tempo, nel ventre di nostra madre, una, lo è anche l’Anima”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ci separammo dopo gli studi universitari, pur abitando nella stessa città. Ci vedevamo ogni fine settimana, non potevamo farne a meno, ma iniziammo a vivere due vite diverse. Sapevo che insegnava matematica all’ETH, sapevo di una sua compagna per qualche tempo, di quanto amava e cercava”.</p>
<p style="text-align: justify;">“A settembre di quell’anno, io e Daniel avremmo compiuto quarant’anni, fui chiamato dalla ragazza che abitava sotto di lui. Mi conosceva”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Veli di acqua sporca avevano iniziato a filtrare dalle fenditure del vecchio solaio di legno. Aveva suonato senza ricevere risposta e mi aveva chiamato credendo mio fratello fosse via per lavoro. Sapeva che avevo le chiavi della casa”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando arrivai trovai Daniel disteso nella vasca dalla quale usciva un’acqua rossa. I polsi recisi da un coltello che vidi a terra, gettavano fiotti di sangue color rubino ad ogni battito del suo cuore. Aveva già perso conoscenza, il viso, pallido e bellissimo come mai lo avevo visto, stava di un lato, appoggiato sulla spalla sinistra”.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’ambulanza arrivò in pochi minuti. Ci vollero due giorni per salvarlo, per farlo ritornare nel mondo. Pochi minuti ancora e sarebbe morto”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Fu quando tornai nell’appartamento una mattina, per preparare il suo rientro e sistemare le cose, che vidi quel quaderno. Stava, chiuso, sul tavolo. Lo avevo già notato ma non avevo immaginato contenesse le parole di mio fratello, il senso del suo gesto, il messaggio per me”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lessi tutto. Tutto. Daniel si era macchiato di una colpa innominabile, tra le più orrende che un uomo possa compiere. Una colpa che non nominerò. Morire gli sembrò un nulla, ma un giusto contrappasso, il primo passo verso un tempo nuovo: per sé e per la propria Anima che nello Sheol avrebbe vagato per mille e mille anni prima di trovare un’altra possibilità di redenzione nella realtà materiale, per la memoria del mondo e per quella di chi era stato colpito e forse ancora esisteva ma solo come un curvo fantasma legato alla ragnatela di quel Male”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando fu tempo, tornammo insieme nella sua casa. Abitai con lui per un mese. Avevo riposto il quaderno nella libreria, a lato di un libro che lui amava. Quando lo avesse aperto, per rileggere le lunghe note che aveva lasciato in una grafia sempre più agitata, avrebbe trovato al fondo una scritta con il mio nome: tuo fratello, Richard Schwarz. Non ne parlammo mai”.</p>
<p style="text-align: justify;">“La convalescenza di Daniel fu rapida e sicura: il supporto psicologico che l’Ospedale gli aveva indicato fu efficace e continuò poi i colloqui negli anni. Tornò al lavoro e l’anno successivo la pubblicazione di due articoli su una rivista di studi matematici gli valse la Cattedra di ordinario”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Con il tempo la nostra frequentazione tornò quella di un tempo: una visita settimanale alla casa di uno di noi, l’intera giornata  passata insieme parlando di tutto, del passato e non del futuro ma come se ancora condividessimo quella stanza di Voltastrasse”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Oltre che ai suoi studi di dedicava a quelli religiosi ed esoterici. Non ho ancora terminato di decifrare i torrenziali appunti che riempiono i margini dei testi della biblioteca che ho ereditato”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Daniel era stato da ragazzo, con grande soddisfazione di nostro padre, un ottimo cantore di Sinagoga. Entrò nel coro della Predigerkirche, la chiesa domenicana a pochi isolati da lui”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le Cantate, la Grande Messa in si minore. Non mancavo mai, alle rappresentazioni più importanti. Gli archi, la gioia delle trombe, la musica che ti  colpiva come un’onda. Il “Dona nobis pacem” alla fine di tutto. Guardavo con il mio binocolo da teatro i volti dei coristi, labbra ed occhi aperti in quel volo del respiro e di tutto il loro sé come il Direttore sembrava chiedere, donne giovani e meno giovani, i loro lunghi capelli, uomini dallo sguardo limpido e aperto, altri che parevano compresi in un dolore, in uno smarrimento, poi lui, Daniel, mio fratello. Nel suo canto, che sapevo attento e preciso, fissava un punto oltre di noi, in alto, tra le scure volte della chiesa. Pensai che da lì sperasse venire, crollati quei muri larghi metri, una Luce, una Luce che nulla dimentica ma tutto include nell’Eterno. Non saprò mai se già la vedeva, se mai ne avesse scorto almeno qualche segno”.</p>
<p style="text-align: justify;">“E’ morto anni fa. Io ero all’estero e arrivai solo dopo qualche giorno”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ecco, è tutto. Mi perdoni, ho parlato per più di un’ora e di una sola cosa. Quale interesse per lei, poi. Ma era il mio gemello. Non me ne voglia. Domani, a pranzo e cena, ascolterò io”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno successivo era l’ultimo che avremmo trascorso insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe partito molto presto la mattina del lunedì.</p>
<p style="text-align: justify;">A pranzo discorremmo di cose inessenziali e vaghe, del profilo e delle gambe di Monika, una delle cameriere più giovani.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo incontrai che verso sera, nella sauna.</p>
<p style="text-align: justify;">Era seduto, immobile, nudo, gli occhi chiusi.</p>
<p style="text-align: justify;">Rivoli di sudore scendevano lungo ogni parte del corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le braccia erano rilasciate sulle cosce, i palmi leggermente ruotati perché il corpo potesse respirare appieno.</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi solo allora le due cicatrici ai polsi, larghe e rettilinee, irrimediabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Le portava come medaglie, pensai.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo pochi minuti, silenziosamente, uscii.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui era Daniel.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro, il gemello, forse non era mai esistito.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo in quel modo aveva potuto raccontarmi la storia, sperare di condividerne il senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui aveva compiuto quel delitto inimmaginabile, lui era guarito nel tempo &#8211; forse togliendo da sé e dal mondo quel Male agendolo, così come il corpo rigetta in modo orrendo il cibo corrotto dopo ore di sofferenza &#8211; lui era il professore di matematica, l’esoterista.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui era l’uomo nel coro.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sembra di rivederlo con gli altri nella Predigerkirche.</p>
<p style="text-align: justify;">Così diversi, non erano che uno: chi avrebbe mai potuto mancare in ognuna delle file?</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre la musica si alzava visi e labbra, ogni intenzione della voce, ogni sguardo, mostravano la propria imperfezione, la propria distanza dalla purezza assoluta.</p>
<p style="text-align: justify;">E tuttavia qualcosa, precursore di quella Luce che Daniel chiamava, accadeva.</p>
<p style="text-align: justify;">La notte sognai spalti infiniti, un coro di milioni dove eravamo io e Maria Cristina e Daniel e Richard ed ogni altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli avevo promesso che mi sarei alzato per salutarlo e così feci.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo vidi nella hall, una grande valigia al fianco.</p>
<p style="text-align: justify;">“All’anno prossimo, allora!”</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno prossimo, l’anno prossimo a Vals.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/izVzruuk1lc?rel=0" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/l%e2%80%99uomo-nel-coro.html' addthis:title='L’uomo nel coro ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Jutta Vos o del vero Amore</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un ricordo immaginario del musicista Youri Egorov.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/jutta-vos-o-del-vero-amore.html' addthis:title='Jutta Vos o del vero Amore '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>A Youri Egorov, in memoriam</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Jutta Vos, che ancora vive oggi in qualche luogo d’Olanda</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/egorov.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-8862" style="margin: 10px;" title="egorov" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/egorov-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a>Avrei taciuto per sempre &#8211; sì per sempre -<em> </em>se lo scrittore Jan Brokken non avesse parlato di me nel suo libro su Youri Egorov.</p>
<p style="text-align: justify;">Un personaggio irreale,  un fantasma che senza mai parlare appare ogni sera sotto le finestre della casa di Youri nel Brouwersgracht, che si materializza nella sua camera d’ospedale e vi passa le notti sul pavimento toccando con la mano un lembo del suo lenzuolo, una piccola figura vestita di nero &#8211; i lunghi e mai puliti capelli rossi vi cadevano come un pianto &#8211; che disperata, da lontano, oltre il canale, assiste al pellegrinaggio di tanti musicisti i giorni che seguirono la sua morte e poi, alla sua ultima ora, prima che il suo corpo venisse bruciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Brokken, che non scambiò con me che poche parole, mi definisce una “groupie”, come quelle che seguivano le band rock negli anni ’70.</p>
<p style="text-align: justify;">Non gliene voglio.</p>
<p style="text-align: justify;">In verità tra le righe del suo lavoro, nei pochi passaggi che mi sono dedicati e per chi sa leggere nel profondo, ogni cosa appare chiara.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia devo parlare, perché la chiarezza si trasformi in verità e questa in senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché io possa pronunciare il mio vero nome: Jutta Vos.</p>
<p style="text-align: justify;">Provengo da un villaggio dell’Olanda meridionale cattolica, piccolo nello spazio quanto nelle anime.</p>
<p style="text-align: justify;">In rotta con i miei, li lasciai senza mai rivederli intorno ai miei diciott’anni, nel 1979.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad Amsterdam mi unii a un gruppo di punk senza destino.</p>
<p style="text-align: justify;">Abitavamo in case occupate, fumavamo spinelli, vivevamo grazie all’aiuto della municipalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi truccavo pesantemente e un grosso piercing, simile ad una spilla da balia, mi trafiggeva il labbro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò, vago, pronto a dissolversi come ogni fatto ed ogni peso del tempo, non era che il mio alone: avrei incominciato a vedere il mio cuore, ciò che davvero e solo ero, il 10 Maggio del 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto, stanca di me, di quella vita nera e sempre uguale, senza ordine e senza amore, lasciavo quel gruppo di sbandati  e giravo sola per la città, guardavo volti  e figure per capire chi avrebbe potuto prendermi la mano, appoggiarla sul mio stesso cuore guarendo il niente che lo abitava.</p>
<p style="text-align: justify;">Sedevo per ore su una panchina lungo i canali, entravo in una mostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno passai davanti all’ingresso del giardino del Concertgebouw.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel gazebo, ora demolito, dietro la sala grande davano spesso dei concerti all’aperto. Di lì a poco, si sarebbe tenuto un recital di un pianista russo fuggito quell’anno in Occidente e che ora viveva in città: Youri Egorov.</p>
<p style="text-align: justify;">Decisi  &#8211; avevo suonato per qualche anno il violoncello &#8211; che avrei assistito al concerto.</p>
<p style="text-align: justify;">Bach, il Primo Libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando uscì quasi correndo dalla quinta laterale, prima che iniziasse a suonare, io lo riconobbi.</p>
<p style="text-align: justify;">I lunghi capelli neri, gli zigomi alti, la figura morbida e snella.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo era lui -  Youri Egorov &#8211; in questa vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando iniziò a suonare alla mia Anima fu lasciata parola e Lei disse: “ Tu.”</p>
<p style="text-align: justify;">Oh non crediate fosse il come suonava.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa ne sapevo io se davvero era il più grande, l’unico, come molti dicevano e come era chiaro per chi vedevo ascoltarlo trasognato e con gli occhi pieni di lacrime o se non era che un grande pianista come altri “…forse segnato, addirittura condannato da una sensibilità eccessiva?”</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo per  una donna che si innamora delle parole di uomo non ha alcuna importanza la sua reale statura di poeta: non si tratta che di un segno di Verità attraverso il quale essi si riconoscono e si ritrovano.</p>
<p style="text-align: justify;">In un viaggio sciamanico, guidato da una ragazza che abitava con noi e che sarebbe morta, strafatta di droghe bizzarre, l’anno successivo, avrei visto Youri e me in mille altre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo vidi prendere tra le braccia, con un volto così diverso e così uguale, nostro figlio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo vidi insegnarmi a tendere l’arco in un giardino di altri secoli che non dimenticherò, vidi i suoi tanti occhi, ora dolci e d’azzurro venato ora neri, profondi e duri, fissarsi in me.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera, tornando a casa lungo il Brouwersgracht, sentii la stessa musica  provenire da una finestra del secondo piano.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui abitava lì.</p>
<p style="text-align: justify;">Presi l’abitudine di passare le giornate su una panchina davanti a un piccolo olmo, guardando le sue finestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Lì Brokken iniziò a vedermi.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo dovetti sembrargli un buon episodio narrativo.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte anche Youri, nei cinque anni che avremmo vissuto insieme in questo tempo, si affacciava e guardava.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui sapeva tutto: chi ero e perché ero lì, le condizioni stabilite per noi per questa volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Da lui non ebbi mai nulla, uno sguardo prolungato, un cenno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sfiorai le sue dita lunghe e pallide solo una volta, in ospedale, a notte fonda, mentre dormivo sul pavimento, ignorata dagli infermieri di guardia come fossi invisibile, a lato del suo letto e lui lasciò cadere un braccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Viveva con il suo compagno, tra alcol, droghe e orge omosessuali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella musica e per la musica, che stava sopra tutto il resto come uno stendardo: libero, pulito, vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sognava della terra perduta e di sua madre con quell’amica russa, Tatiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesi quegli anni in lui e per lui, senza che nulla avvenisse, ma piena e felice.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-8870" style="margin: 10px;" title="tomba-egorov" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/tomba-egorov-265x300.jpg" alt="" width="265" height="300" />Ai suoi concerti &#8211; una volta anche a Bruxelles, accompagnata da quel balordo di Gabriel -  seguendone ogni spostamento quando era in città, respirandone le ore, i minuti nel cerchio di quell’olmo mentre abitava la casa, quando già era morto e Mischa Maisky suonava nella casa davanti a lui, poi al Cimitero e poi ancora nel Brouwersgracht, ogni giorno e ogni giorno che sarebbe venuto.</p>
<p style="text-align: justify;">In piedi nel prato fuori dal Crematorio di Driehuis-Westerweld &#8211; così verde in quel pomeriggio di primavera da parere di smalto &#8211; vidi uscire centinaia di persone dal suo ultimo luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Jan Brokken mi riconobbe e si avvicinò.</p>
<p style="text-align: justify;">Stranamente mi disse: “Mi dispiace. Mi dispiace così tanto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ero più la “groupie”, la punk bizzarra e pericolosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto avesse capito, non so, certamente una parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo così tanti anni abito ancora la stessa città.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia vita è cambiata ma non trascorre giorno senza che io non passi lungo il Brouwersgracht e guardi la sua finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">L’olmo è ancora lì.</p>
<p style="text-align: justify;">Come cade veloce il tempo, Youri, guarda come  rovinano i secondi che il grande orologio dai numeri rossi sopra Piazza Dam divide in cento parti.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure l’eternità è ferma, cielo di zaffiro oltre giochi di nubi che durano millenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Là  noi restiamo, Youri, uno e mai due, sempre e ancora nel luogo che è per noi.</p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/zP6nZzLre3s?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/jutta-vos-o-del-vero-amore.html' addthis:title='Jutta Vos o del vero Amore ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Caminantes</title>
		<link>http://www.centrostudilaruna.it/caminantes.html</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 13:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[caminantes]]></category>
		<category><![CDATA[Cile]]></category>

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		<description><![CDATA[Un racconto ambientato nel Sudamerica del futuro, incentrato sull'enigmatica figura dei caminantes.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/caminantes.html' addthis:title='Caminantes '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Asciutta, casta, luminosa, la primavera dell’anno 2019 si oppose sino all’ultimo alla forza ardente dell’estate australe che toccò poi ogni cosa segnandola del suo destino, l’agonia d’autunno.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quasi quarant’anni avevo esercitato la professione di notaio nella città di Comodoro <a title="Rivadavia" href="http://www.centrostudilaruna.it/genaro-rivadavia.html">Rivadavia</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oramai ritirato, trascorrevo gran parte dell’anno ad Adroguè, una piccola località di mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal terrazzo della nostra casa quasi sulla spiaggia  Golfo San Jorge appariva come un immenso arco aperto dove mare e cielo si baciavano in un unico respiro.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre le due punte che lo chiudevano sapevamo che la costa, a volte per centinaia di chilometri di spiagge senza uomini, continuava quasi infinita, a settentrione verso un’altra America,  a sud verso la Terra del Fuoco e poi il mare d’<span class='bm_keywordlink'><a href="http://www.libriefilm.com/category/generi/viaggi/antartide" target="_blank">Antartide</a></span>, la fine del mondo, il nulla.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_8586" class="wp-caption alignright" style="width: 234px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-medium wp-image-8586" title="Il volto di &quot;Ilya&quot; disegnato da Esther Bueno nel novembre 2019" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/caminantes-224x300.jpg" alt="Il volto di &quot;Ilya&quot; disegnato da Esther Bueno nel novembre 2019" width="224" height="300" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Il volto di &#8220;Ilya&#8221; disegnato da Esther Bueno nel novembre 2019</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;">Mia figlia Esther &#8211; io ero vedovo  e il suo promesso marito era negli Stati Uniti per un corso  &#8211; trascorse quella primavera e gran parte dell’estate con me.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre riposavo lei faceva lunghe escursioni accompagnata dal mio cane, passava ore lungo il sottile nastro di sabbia interrogando il mare e il vento, la vita che sarebbe venuta.</p>
<p style="text-align: justify;">A sera cenavamo insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">Io ricordavo il tempo che era stato, il giorno della sua nascita e, prima ancora, il giorno in cui ne vidi l’Anima nei grandi occhi di noce chiara di sua madre, ai primi mesi di attesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Stanco mi siedevo poi sulla mia poltrona, sorseggiando un brandy.</p>
<p style="text-align: justify;">La coscienza, povera cosa d’uomo, andava allora sognando ovunque, nel cielo, tra le stelle e negli anni trascorsi, lungo gli spigoli di luce e ombra, sul piano del grande mobile di legno dove le immagini di Mariella, mia moglie, di mamma e papà mi guardavano ancora dal tempo della loro vita, mi attendevano.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso Esther suonava qualcosa per me al pianoforte.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ala dei capelli &#8211; la stessa che fu di Mariella &#8211; la forma delle mani, il profilo che si faceva attento o sognante mentre la musica si alzava, il labbro che si increspava per un istante, sensuale, doloroso.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Lui arrivò poco prima di un tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu Esther a vederlo per prima: “Guarda!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un piccolo punto scuro, un uomo, camminava sulla sabbia.</p>
<p style="text-align: justify;">Aveva appena superato la Punta Norte.</p>
<p style="text-align: justify;">Era ancora lontanissimo ma in un’ora o poco più sarebbe passato davanti a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Procedeva senza fermarsi seguendo l’arco della linea dell’oceano, da cui non distava che pochi metri.</p>
<p style="text-align: justify;">Presi il vecchio binocolo e guardai.</p>
<p style="text-align: justify;">Era vestito di bianco e pareva fissare davanti a sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre guardava a sua volta nelle lenti Esther disse: “Si è perduto”.</p>
<p style="text-align: justify;">La continuità del suo cammino, senza soste, inquietava.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando fu a forse duecento metri da noi &#8211; già imbruniva &#8211; scendemmo i gradini della terrazza e, sulla unanime sabbia d’oro ci dirigemmo incontro a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Camminai più veloce per raggiungerlo per primo: se fosse stato un folle?</p>
<p style="text-align: justify;">Eccolo:  era vestito con ordine, una camicia aperta e dei pantaloni, forse di lino, sandali di cuoio ai piedi, niente altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno sguardo chiaro, i capelli curati, sbarbato.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiesi se aveva bisogno di qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Si fermò guardandomi, ma non rispose.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiesi, toccandogli delicatamente un braccio, da dove veniva, se si era smarrito.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse voleva un bicchier d’acqua, dissi indicando la casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui la guardò per un istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi voltai facendogli un cenno.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci seguì.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla terrazza si sedette senza alcun disagio e bevve.</p>
<p>“Ascolti io sono Carlos Bueno &#8211; dissi tenendogli le mani che teneva in grembo – questa è mia figlia Esther. E questa  è la nostra casa. Ci dica se dobbiamo avvertire qualcuno, un parente, un amico. Qualcuno. Viene da lontano? Da dove?”</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna parola.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardava, con quei suoi grandi occhi di un azzurro liquido, ora noi, ora la sabbia innumerabile &#8211; pareva volesse riconoscerne ogni grano &#8211; ora il cielo e il mare.</p>
<p style="text-align: justify;">Era come se vedesse tutto questo per la prima volta eppure come se qualcosa affiorasse &#8211; non completo, non trattenuto &#8211; da laghi profondi nel suo essere.</p>
<p style="text-align: justify;">Non provava alcuna paura &#8211; lo si vedeva &#8211; né si leggeva in lui alcun segno evidente di pazzia o  di squilibrio.</p>
<p style="text-align: justify;">Irradiava stupore e malinconia, qualcosa di più vasto, con un nome unico e proprio, che stava saldamente e per sempre sul limite che divideva quei due modi dell’Anima.</p>
<p style="text-align: justify;">Dissi a Esther che avrei fatto una telefonata dal salone, ma che non l’avrei mai persa di vista.</p>
<p style="text-align: justify;">Se accadeva qualcosa, doveva chiamarmi a gran voce.</p>
<p style="text-align: justify;">Composi il numero di un cugino che lavorava alla polizia di Comodoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli raccontai il fatto e chiesi di verificare &#8211; era domenica, l’avrebbe fatto l’indomani mattina &#8211; circa qualche persona scomparsa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’era quel ricovero psichiatrico nell’interno, a Las Heras, poco distante?</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla porta del salone chiamai Esther.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo non sembrava pericoloso, qualche patologia piscologica, uno smemorato o qualcosa di simile.</p>
<p style="text-align: justify;">Presto avremmo saputo.</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile dire se comprendeva le nostre parole, come a me pareva.</p>
<p style="text-align: justify;">Non avevamo altra scelta che trattenerlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione e prudenza, certo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Senta &#8211; gli dissi con dolcezza &#8211; lei starà con noi. Lunedì o al più tardi il giorno successivo, ne sono sicuro, verranno a prenderla. Non si deve preoccupare.</p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente.  Mangerà con noi e dormirà qui. Venga”.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli mostrai la camera di Pilar, la domestica che quella settimana era assente.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui la guardò come guardava ogni altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si riposi e rinfreschi, il bagno è qui. La chiamerò per la cena, sì”.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiusi la porta e tornai da mia figlia.<img class="alignright size-medium wp-image-8587" title="argentina" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/argentina-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p style="text-align: justify;">“Tomaso e la Polizia di Comodoro ci diranno domani.  Probabilmente un giovane autistico fuggito da casa o qualcosa del genere”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Direi che ha almeno una trentina d’anni” &#8211; disse Esther porgendomi un foglio: aveva disegnato con un <em>lapis</em> il viso dell’uomo come lo ricordava, come ci era apparso in quei primi istanti, sulla spiaggia.</p>
<p style="text-align: justify;"> “È vestito bene. E curato. Hai visto la sua pelle come è candida? Deve avere vissuto sempre in casa. O in un altrove.”</p>
<p style="text-align: justify;">“In un altrove” &#8211; ripetei io.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando fu ora  di cena bussai piano, una, due volte, alla camera di Pilar.</p>
<p style="text-align: justify;">Aprii la porta e lo vidi dormire, il viso verso l’alto, un braccio lungo il corpo e l’altro al petto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il lenzuolo era candido e ordinato: pareva un re morto che guardasse il cielo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avvicinai, vidi i suoi occhi chiusi dal velo delle palpebre oltre il quale era certamente librato in un volo di sogno, udii il suo respiro sottile: era vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">I vestiti erano appoggiati con cura su una sedia, sotto la quale stavano i suoi sandali.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dorme, dorme” &#8211; dissi a mia figlia ritornando nella sala &#8211; “Dormirà tutta la notte, vedrai. Chissà da dove veniva”-</p>
<p style="text-align: justify;">A cena non parlammo che  di lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Mia figlia aveva preso a chiamarlo Ilya, per la somiglianza con un giovane pianista russo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ricordi, papà quel sito che guardavamo a Natale l’anno scorso? Nuova Era, o qualcosa del genere. Il fantasma della Recoleta di Buenos Aires, il chupacabra? I caminantes”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì ricordo. Caminantes?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì la leggenda di uomini “non morti” o fantasmi o quello che sono che percorrono le lunghe spiagge  del nostro continente, in Cile come qui. Li si incontra come i fantasmi dell’autostrada, occhi bianchi, sguardo fisso.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ci si spaventa e fine, no? O portano messaggi? Comunque, la solita spazzatura esoterica. Come vedi – continuai &#8211; “Ilya” veste lino fine, dorme sereno, ha uno sguardo normale. Ha pure bevuto un bicchier d’acqua. Non parla, ma la maggior parte della gente lo fa a vanvera e quindi gli vanno dei bei complimenti. Tomaso ci dirà domani di cosa si tratta, te l’ho già detto: il figlio autistico di qualche famiglia benestante dell’entroterra, un uomo fuggito da un ricovero, qualcos’altro”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Come guarda le cose” &#8211; disse Esther.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sì, come le vedesse ogni volta, come se dovesse nominarle, come se il mondo fosse per lui qualcosa di stupefacente.”</p>
<p style="text-align: justify;">“O di misterioso, di intollerabile.” &#8211; aggiunse lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Tacemmo per un poco.</p>
<p style="text-align: justify;">“Esther, immaginalo camminare lungo tutto il continente, ogni stagione, estate, inverno, sempre uguale, sempre lui, come fosse fatto di nulla, di un’altra materia, come seguisse altre leggi. Se ha un senso che i fantasmi esistano è per mostrare qualcosa così come si mostrano il Sole e la Luna o le Aurore Boreali, non certo per spaventarci come bambini. E forse i veri fantasmi sono di carne ed ossa e dormono profondamente. Forse gli Angeli hanno tolto loro la parola per una segreta ragione”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sai, lo vedo continuare il suo cammino verso Sud, le infinite spiagge, le scogliere che a volte deve percorrere aiutandosi con le mani, Usuhaia, la Terra del Fuoco, poi  il punto estremo. Quale roccia del Capo lo fermerà? O continuerà in un modo inconcepibile il suo cammino anche sull’oceano sino a giungere in quel luogo dove tutte le linee del mondo convergono e si annullano ed è più facile immaginare ciò che era prima. Prima del nostro mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarebbe importante &#8211; disse Esther &#8211; sapere quale sarto gli taglia gli abiti. Da lì capiremmo molte cose”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorridemmo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bach?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bach e brandy.” &#8211; risposi.</p>
<p style="text-align: justify;">Venne la musica e poi la notte.</p>
<p style="text-align: justify;">Controllai che l’uomo ancora dormisse.</p>
<p style="text-align: justify;">Non presi sonno, attento ad ogni rumore nella casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, prestissimo, scesi dal letto, lo vidi in piedi accanto alla grande vetrata del salone.</p>
<p style="text-align: justify;">Immobile, contemplava l’avanzare dell’alba.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sarà una giornata luminosa &#8211; gli dissi aprendo la portafinestra. Qui, sul terrazzo, si sieda, faremo una buona colazione e poi vedremo il da farsi. Un caffè prima di tutto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi aveva guardato: io ero Carlos Bueno, in quella primavera dell’anno 2019 di questa era della Terra stavo ad Adroguè con mia figlia Esther, di ventidue anni, il cielo e le stelle tutte ruotavano sopra di noi così come facevano dall’inizio del tempo. Il mondo era lì, intero, bastava guardarlo per comprenderlo. Senza alcuna parola.  Questo “Ilya” ci insegnava? Quando e chi sarebbe venuto in un altro giorno, per dirci se qui dove uomini e pietre e stelle si squassano e muoiono nella pluralità, tutto era perduto o se ci sarebbe stato un tempo diverso”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un tempo del ritorno. Della trasformazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Posi il caffè sul fuoco e tornai sul terrazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui era già sulla spiaggia, lungo la linea del mare camminava verso Sud.</p>
<p style="text-align: justify;">Corsi a svegliare Esther.</p>
<p style="text-align: justify;">Vicini lo guardammo &#8211; sempre più piccolo, sempre più lontano &#8211; scomparire.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo Sole aveva fatto nascere un vento fine, il nostro cane ci saliva felice sulle gambe.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non importa, non importa. Lasciamolo andare. Lasciamolo” &#8211; dissi.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso le undici mio cugino mi chiamò da Comodoro Rivadavia per dirci che allo stato non risultava nessun scomparso. Avevano già scritto ai Comandi dell’interno, per verificare.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentendo, dissi che al risveglio non avevamo più trovato l’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">No nessun problema, non mancava nulla, nella casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Fosse successo qualcos’altro avrei fatto sapere.</p>
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		<title>Il raggio d’oro</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 13:12:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un racconto sulle possibilità di un fluire ciclico del tempo cosmico e di quello dell'uomo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-raggio-d%e2%80%99oro.html' addthis:title='Il raggio d’oro '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Volti, oggetti, una musica, le parole ed il sentire esistono come linee, forme, luci ed ombre, vibrazioni nei mondi materiali e vitali.<br />
Tutto questo non è che il supporto dal quale il loro puro raggio può essere lanciato verso di noi.<br />
Per toccarci. Per trasformarci.<br />
Così ogni cosa vive e compie il proprio destino nel mondo: irradiando.<br />
A Sua immagine, perché quando il Supremo si ritirò dal cerchio infinito dell’Essere per dare nascita ad altro da Sé lasciò scendere in quella fenditura un raggio della Luce più alta che creò gli universi e che si ruppe &#8211; fu il fallimento di Dio o la Sua impensabile Opera? &#8211; in fulmini luminosi che dal cielo caddero come cose morte a terra mentre il tempo batteva il primo istante e tutto veniva condannato all’ imperfezione, al Bene e al Male, alla ricerca della Reintegrazione.<br />
Questo penso mentre ricordo il volto di lei, Verena, che scendeva verso di me dalla collina di Grinzing.<br />
La incontravo ogni mattina, mentre andava a scuola.<br />
Aveva allora diciassette anni ed io, che salivo alla casa di Richard per andare con lui all’Università, poco più di venti.<br />
Di solito &#8211; attendevo alla fine della Himmelstrasse di scorgerla in cima alla via per essere sicuro di poterne osservare l’intero cammino &#8211; ci affiancavamo davanti al Rudolfshof, ancora chiuso a quell’ora.<br />
L’ala dei capelli batteva delicatamente contro le sue tempie, sul collo.<br />
Il grande bottone d’oro che le chiudeva il mantello si incendiava di sole in certe giornate d’autunno.<br />
Sotto la grande insegna di metallo battuto dell’Heurigen, dove tralci di vite si avvolgevano intorno a una stella dal cuore vuoto, i suoi occhi verdi in cui stavano minuscoli punti più scuri come incisi da uno stilo, mi guardavano ogni volta.<br />
Come avrei voluto scartare dalla mia via e pormi di fronte a lei, al raggio di quella sua bellezza, di quella sua essenza, fare che mi colpisse direttamente, che mi attraversasse.<br />
In quel raggio era già ogni cosa, il suo amore per me, la nostra vita condivisa, il figlio che sarebbe nato solo quindici anni più tardi e che ora stava raccolto come una runa, un segno infinitamente piccolo in una di quelle ferite nel suo iride.<br />
Come accadde che gli anni precipitarono così veloci da quel tempo magico e vergine per giungere all’oggi?<br />
L’oggi incredibile in cui lei non è più, vinta da un male a cui si oppose con la stessa dolcezza, con lo stesso sguardo con cui amava me e il nostro bambino.<br />
Quanto nel nostro mondo appare di compiuto, restituito &#8211; come fu il nostro essere uno, come è ogni tremendo, ogni sublime &#8211; porta in sé, nascosta sotto il tempo cronologico e i suoi eventi la nostalgia di un altro mondo, quello che precedeva la catastrofe della Manifestazione e, ugualmente insostenibile, la tensione verso quello che la seguirà.<br />
<img class="size-full wp-image-8390 aligncenter" style="margin: 10px;" title="stella2" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/stella2.jpg" alt="" width="486" height="340" /> Per questa segreta legge &#8211; che può distruggere l’unità proprio quando e perchè questa è vissuta pienamente &#8211; la morte allontana, forse per milioni di vite, il cuore dei veri amanti.<br />
Per questo lei scoprì un giorno due nodi di carne dura tra le costole.<br />
Per questo essi si moltiplicarono come pianeti mortiferi nelle pieghe del suo corpo, tra gli organi.<br />
Perché lei tornasse , come voleva senza sapere di volerlo anzi volendo solo essere qui e con me, a un più vero mondo, dove sapeva mi avrebbe comunque ritrovato, noi unico essere senza confini.<br />
Neri raggi di cobalto avrebbero colpito il suo corpo lasciando aloni scuri sulla pelle dopo averla bruciata.<br />
Verena lasciò il mondo e me &#8211; nel dolore, incredulo, pieno di ansia e per mesi di febbre come se quell’evento incredibile ne avesse dovuto preannunciare altri e inauditi &#8211; il 26 Settembre del 1995.<br />
All’Osservatorio Kuffner di Vienna, dove avevo sempre lavorato dopo la mia laurea in Fisica, mi parve che nei mesi che seguirono la sua morte le immagini del cielo conservate nei neri archivi elettronici &#8211; le guardavo per interrogarle, per trovare una pace &#8211; mutassero, forse anche nelle notti, accordandosi al mio sentire, all’Universo senza Verena.<br />
Le stelle doppie di Mizar e Albireo rilasciavano ora il loro abbraccio, perdendo un poco della loro luce.<br />
Nell’immagine raccolta dagli strumenti luce e nubi di colore nate da una fiamma cosmica di milioni di anni prima e che solo ora ci raggiungevano pareva scorgersi, al centro di Mizar, come una ferita, un taglio nero e sottile lungo forse milioni di parsec.<br />
Gli anelli di Saturno non erano più la corona perfetta di un conoscere, lenti che fissavano lo spettro dei suoi colori ma solo vie sconvolte dove turbinavano frantumi e disordine.<br />
Le nubi di Magellano muovevano più lente i loro veli, Silenzio che precedeva una Parola perduta e irecuperabile o ancora da pronunciarsi.<br />
Nella primavera del 1996 l’Osservatorio organizzò un seminario sul tema “Novae, Supernovae, Hypernovae”.<br />
Relatori i più quotati astrofisici mondiali sul tema.<br />
Le conferenze, scientificamente di prim’ordine, erano affollatissime.<br />
Pareva di cadere nell’enorme schermo dove venivano proiettate immagini &#8211; galassie, nubi, raggi, esplosioni stellari &#8211; di una bellezza suprema.<br />
Isidore Kaplan dirigeva il Telescope Institute di Baltimora.<br />
Lo notai la prima volta per una sua curiosa richiesta, quella di selezionare personalmente il traduttore in cuffia, come se la sua relazione dovesse avere in qualche modo un valore poetico.<br />
I suoi studi pretendevano di individuare l’esplosione della Supernova che aveva determinato l’estinzione di quasi tutta la vita organica sulla Terra all’incirca centosessanta milioni di anni fa.<br />
Chiarì lungamente per noi i suoi calcoli, che contemplavano uno scarto temporale dell’evento di soli diecimila anni e due ipotesi circa la posizione della Stella.<br />
Ammise che molto probabilmente non sarebbe riuscito nella sua vita ad individuare con una precisione accettabile questo luogo.<br />
Augurava grande fortuna a chi sarebbe venuto dopo di lui, sognando il momento in cui quella Supernova, di cui non restavano, oramai flebili e incerti, che i suoi effetti nell’Universo, avrebbe potuto ricevere un nome e così esistere davvero.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quello che è certo &#8211; disse &#8211; è che il raggio di fasci gamma originato dall’esplosione della Supernova si accese rendendo per un istante la stella che scompariva più luminosa dell’intera galassia che la ospitava e generando un’energia più grande di quella che il Sole produrrà nella sua intera esistenza.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il raggio, che sarebbe apparso ai nostri telescopi come una vibrante striscia d’oro liquido, avrebbe poi tracciato l’universo vaporizzando ogni oggetto materiale, stelle e pianeti, che avesse incontrato nella prima parte del suo cammino.<br />
Il raggio gamma incontrò il sistema solare al suo termine, raggiunse esausto la Terra distruggendo la vita organica sulla superficie, lasciando dormiente quella al fondo degli oceani.<br />
Il suo tocco sconvolse e segnò la materia.<br />
La nuova vita, risorgendo, avrebbe avuto una nuova forza, capace di condurre infine alla Coscienza, all’Uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Di questo noi rendiamo grazie all’Eterno” &#8211; disse alla fine Kaplan.<br />
“Il raggio gamma &#8211; alle sue spalle stava sullo schermo l’immagine di Orione: a destra in alto, come inciso, si vedeva un sottile raggio d’oro &#8211; è in fondo un Suo raggio, secondo rispetto all’inconcepibile primo, quello con cui Tutto venne creato. Ma Suo. E per i Suoi inconoscibili fini, come in fondo ogni cosa, opera”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/raggio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8391" style="margin: 10px;" title="raggio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/raggio.jpg" alt="" width="280" height="280" /></a>Alla cena dopo la conferenza seppi che Isidore Kaplan era anche Rabbino, un riferimento per un piccolo gruppo di ebrei di Baltimora di cui faceva parte anche la segretaria che lo accompagnava.<br />
Volli accompagnarlo in macchina all’hotel.<br />
Mi chiese se volevo un ultimo drink, lui non beveva ma sarebbe stato felice che io accettassi, perché avremmo potuto parlare un poco ancora.<br />
Dissi di sì.<br />
Parlammo di molte cose, partendo dalle stelle e dai suoi segreti.<br />
Finimmo, come era inevitabile con un Rav, benchè americano, a parlare di me e della mia vita.<br />
Ascoltò ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">“WR 104, Costellazione del Sagittario, due stelle abbracciate in un vortice ardente” &#8211; disse calmo ma come in un’unica parola.</p>
<p style="text-align: justify;">“Diverranno Hypernovae tra duecento, duecentocinquanta anni, non di più. Mi chiedo quanti astrofici hanno visto e sanno, senza dire. Sono forse solo io? I calcoli sono molto complicati, ma difficilmente contestabili.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Siamo esattamente sulla linea del raggio gamma che originerà da WR 104. Il vortice delle due stelle dista da noi solo ottomila anni luce, l’energia sarà centinaia di volte superiore rispetto a quel raggio di centosessantacinque milioni di anni fa, sarà tale da distruggere interamente il nostro pianeta. E’ assolutamente certo che avverrà, come il fatto che io le sto parlando.”</p>
<p style="text-align: justify;">Tacque per qualche istante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Questi tempi epocali rendono tutto irreale, e in fondo irrilevante. La notizia potrebbe apparire su un quotidiano e la gente la dimenticherebbe l’indomani. Ma, mi ascolti la prego, in relazione all’Eterno, ai tempi di vita di un pianeta e dell’Uomo che questo &#8211; per Suo decreto &#8211; abita ottomila, diecimila anni non sono che un istante.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Il vero, unico problema &#8211; alzò la mano e la tenne sospesa &#8211; è se riusciremo in tutto questo tempo a trasformare l’Universo e le sue leggi, a mutare la gravità nel suo inverso e la carne in Spirito, a non dovere più avanzare ed evolvere retrogressivamente, risorgendo ogni volta dopo e solo per il passaggio del Male e della Morte.”</p>
<p style="text-align: justify;">“O se il raggio d’oro dovrà di nuovo distruggere.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sarà, allora, che per un’altra volta. Occorre avere fede. Una fede assoluta in questo.”</p>
<p style="text-align: justify;">Parlammo sino a poco prima dell’alba, poi ci lasciammo.<br />
Sapevo che Isidore Kaplan diceva la verità, che avremmo continuato a morire e risorgere, in ere di durata inimmaginabile, in ogni luogo dell’Universo, prima e dopo i colpi del raggio d’oro, sino a che l’Opera, per cui Lui ci aveva tratto dal nulla, non fosse stata compiuta.<br />
Presi sonno subito e sognai di trovarmi, in una grigia giornata di inverno, al Cimitero di Hietzinger ma tra un milione di anni, davanti alla impossibile tomba di Verena.<br />
Immaginai che, mentre guardavo la grigia lastra con il suo nome, il raggio d’oro colpisse per un’ultima volta la terra facendo svanire ogni cosa in un vento di luce. Non più materia, non più tempo, non più linee a separare le cose, nessun confine. Solo l’Uno. E in quella nebbia fine lei, non più forma né volto ma solo Anima. E il suo chiamarmi a sé, a quale mondo ulteriore, senza voce né gesto, così come una stella il suo doppio.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/gMq44NLoVPc?rel=0" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/il-raggio-d%e2%80%99oro.html' addthis:title='Il raggio d’oro ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>La Principessa Savitri o una favoletta iniziatica</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 09:42:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un padre racconta la storia alle due figlie. Spera che oggi le possa addormentare e poi, notte dopo notte, risvegliare lui, che la racconta, e loro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-principessa-savitri-o-una-favoletta-iniziatica.html' addthis:title='La Principessa Savitri o una favoletta iniziatica '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;">Un padre racconta la storia alle due figlie. Spera che oggi le possa addormentare e poi, notte dopo notte, risvegliare lui, che la racconta, e loro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-8130" style="margin: 10px;" title="savitri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/savitri.jpg" alt="" width="291" height="226" />C’era una volta, tanto tanto tempo fa, in India, un paese lontanissimo, una Principessa che si chiamava Savitri.<br />
Lei era bella come il suo nome, era la più bella.<br />
I suoi occhi erano due gioielli verdi e risplendevano nel giorno come quelli della tigre nelle notti.<br />
Nessuno poteva guardarla senza abbassare lo sguardo.<br />
Gli uomini più nobili, i poeti della corte, i generali intrepidi &#8211; il volto d’eroe pieno di ferite lontane &#8211; cadevano sulle ginocchia e portavano la mano al cuore.<br />
Suo padre, il grande Re Aswapati, la amava così tanto.<br />
In lei, nello specchio del femminile, vedeva ciò che lui avrebbe voluto essere come re, come guerriero, come uomo.<br />
Ciò che lui avrebbe voluto ogni altro uomo fosse.<br />
Era giunta l’età in cui Savitri avrebbe dovuto sposarsi ma lei indugiava.<br />
Il Re aveva allora mandato un messo a tutti i Principi d’India.<br />
Venissero al suo Palazzo ad incontrare la Principessa.<br />
Lei avrebbe scelto.<br />
E uno dopo l’altro i Principi vennero &#8211; una lunga carovana, piena di doni per il Re &#8211; e giunsero a Palazzo e salutarono Aswapati e la Regina e salirono la scala alla grande terrazza per incontrare Savitri.<br />
Ma ogni volta scendevano con lo sguardo scuro.<br />
Al Re, al padre che le chiedeva quando si sarebbe decisa lei non opponeva che un sorriso.<br />
I pretendenti si stavano esaurendo quando Aswapati si ricordò di un piccolo Regno del Nord, alle pendici dei monti più alti.<br />
Il Principe di quel regno si chiamava Satyavan.<br />
Perché lo aveva scordato?<br />
Subito, fu inviato il messo.<br />
Non ci vollero che poche settimane e il Principe Satyavan fu a Palazzo.<br />
Si inchinò al Re, alla Regina e poi salì verso Savitri.<br />
Quando Savitri apparve alla balconata per toccare con il suo sguardo la folla e ogni cosa, Aswapati comprese subito.<br />
Satyavan.<br />
Lei scese qualche gradino della scalinata, la sua lunga veste la rendeva simile a una fiamma azzurra.<br />
Si girò e tese la mano verso il Principe, che la raggiunse.<br />
Lei lo guardò, lo invitò a superarla, a scendere per primo, ad abbracciare il Re.<br />
Aswapati volle subito gridarlo alla folla: “Savitri ha scelto il suo sposo, il Principe Satyavan! Sia interrotto il lavoro dei campi ed ogni servizio! Sia in festa il Palazzo per cinque giorni! Vi siano le bevande e i cibi migliori, i musici più scelti!”.<br />
E così fu.<br />
Una grande festa.<br />
Tutti furono felici e dimenticarono il peso della vita di ogni giorno.<br />
Il Re aveva donato a Savitri e Satyavan il palazzo di Chandernagore, dove loro avrebbero vissuto sino alla sua morte.<br />
Poi, insieme avrebbero regnato.<br />
E così anche questa volta fu.<br />
Vissero tanti anni insieme a Chandernagore.<br />
Chi può dire come fu quel tempo e la sua felicità?<br />
Solo Savitri e Satyavan.<br />
I campi fiorivano con magnificenza e, d’inverno, quando la bruma fredda calpestava i campi, ogni colore viveva ancora nei loro occhi.<br />
Un giorno al risveglio Savitri non trovà accanto a sé Satyavan.<br />
Lo cercò in ogni angolo del Palazzo, nei campi, lungo il corso del fiume, nelle foreste.<br />
Chiese ad ognuno: lo avevano visto?<br />
Non lo trovò più.<br />
Pianse per giorni e notti.<br />
Una sera, mentre forte singhiozzava nel grande portico sentì una voce: “Savitri. Savitri. Satyavan non è più qui. Yama, il Dio della Morte, lo ha preso e portato nel suo regno, il regno della terra nera”.<br />
Lei allora disse “Allora io, Savitri, scenderò in quel regno, risveglierò il mio sposo Satyavan e lo riporterò qui, nella terra del Sole”.<br />
L’indomani stesso volle partire.<br />
Nolini, il veggente di Chandernagore, le indicò la direzione per la terra di Yama.<br />
Fu subito in viaggio.<br />
Uccelli deformi e immondi roteavano sopra di lei.<br />
Ogni volta che lei alzava gli occhi al cielo e diceva: “Non ho paura di voi!”, svanivano.<br />
Quanto fu lungo il viaggio e quante volte temette di non farcela.<br />
Come le aveva detto Nolini giunse infine alla grande porta del regno di Yama.<br />
La porta era nera e &#8211; la toccò &#8211; incredibilmente fredda.<br />
Savitri era così stanca che si addormentò.<br />
Sognò di muovere un grande martello d’oro e di battere una, due volte la grande porta di Yama, che cadeva in frantumi.<br />
Al mattino vide la porta in terra, ridotta a piccole pietre fumanti.<br />
Varcò la soglia e discese.<br />
Tutto era livido, gli alberi erano scheletri i cui rami scrivevano qualcosa di disperato nel cielo.<br />
Da lontano, vide il grande albero.<br />
La sua altezza, la sua forza la impressionarono e &#8211; per la prima volta &#8211; provò paura.<br />
Vide Yama seduto ai piedi del’albero.<br />
Immobile, avvolto nella sua veste rossa.<br />
Pareva compiere, nelle profondità di sé, un lavoro segreto: doveva costare così tanto, tenere incatenato il mondo.<br />
Poco lontano un uomo era rovesciato a terra, come se dormisse: Satyavan.<br />
Quando Savitri fu di fronte a lui, Yama aprì gli occhi.<br />
Le chiese perché fosse venuta.<br />
Lei rispose: “Sono venuta a risvegliare il mio amato, Satyavan, per portarlo di nuovo con me, nella terra del Sole”.<br />
Yama scoppiò in una fragorosa risata, che parve scuotere ogni cosa.<br />
Per una seconda volta Savitri ebbe paura.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tu vuoi riportare Satyavan nella terra dei vivi? Non lo sai che da quando batte il primo minuto del mondo ogni cosa che vive è distrutta, condotta a me che la sciolgo come nube di fumo perché non ne resti nulla, nulla! Guarda il corpo del tuo sposo. Vi cadono le foglie e già ne viene odore di morte. Gli occhi che ti guardavano sono di cera sciolta. Torna tra qualche giorno, Savitri, e vedrai davvero il miracolo delle cose che si trasformano”.<br />
“Il miracolo del ritorno!” &#8211; disse gridando feroce.</p>
<p style="text-align: justify;">Yama balzò in piedi e si avvicinò a Savitri aprendo il suo mantello come per scacciarla.<br />
Nolini le aveva detto che, fosse mai giunta davanti al Signore della Morte avrebbe dovuto attingere una Forza ben oltre quella di Savitri, per resistere.<br />
E così fu, perché il Divino sa toccare il mondo nei momenti più alti, e la Sua assenza, il Suo silenzio, il Suo nascondimento non sono che per questo fine.<br />
Così lei aprì la mano verso Yama e pronunciò parole che non erano sue: “È per questa volta. È adesso. Il tuo regno, povero regno dell’illusione, ha fine. Scompari, bambino che ti credevi Re dell’Universo e, rotolandoti nel fango e nel sangue, non sei stato che il servo più umile, il lavoratore più instancabile dell’Opera divina”.<br />
Il Signore della Morte scomparve all’istante.<br />
Savitri credette di averlo visto sorridere, forse felice di lasciare quel compito che durava dall’eternità, forse già ritornato un Essere di Luce.<br />
Si chinò allora la Principessa verso Satyavan e toccò il suo costato per qualche istante.<br />
Lui aprì gli occhi.</p>
<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/la-principessa-savitri-o-una-favoletta-iniziatica.html' addthis:title='La Principessa Savitri o una favoletta iniziatica ' ><a href="http://www.centrostudilaruna.it//addthis.com/bookmark.php?v=250&amp;username=xa-4d2b47597ad291fb" class="addthis_button_compact">Share</a><span class="addthis_separator">|</span><a class="addthis_button_preferred_1"></a><a class="addthis_button_preferred_2"></a><a class="addthis_button_preferred_3"></a><a class="addthis_button_preferred_4"></a></div>]]></content:encoded>
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		<title>Mokele Mbembe</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Aug 2011 14:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un immaginario reportage avventuroso dal cuore dell'Africa equatoriale, sulle orme del leggendario Mokele Mbembe.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/mokele-mbembe.html' addthis:title='Mokele Mbembe '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><p style="text-align: justify;"><em>Il nostro compito non termina<br />
quando, dopo tanto averlo cercato,<br />
incontriamo il Meraviglioso.<br />
Dobbiamo comprendere,<br />
illuminare ciò che il suo apparire<br />
porta nel mondo, farlo permanere.<br />
Infine, guardare ancora più in alto.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per quasi tutta la mia vita ho raccontato cose mirabolanti e magiche, cose di un altrove.<br />
Cose che molte volte non esistono o vivono solo grazie all’inganno.<br />
In tutto questo tempo ho finito per sognarle, per crederle.<br />
Questo è stato il mio destino: quale simbolo disegna, di quale verità più alta di noi non è che l’opposto, il riflesso?<br />
Venni assunto dalla BBC a ventiquattro anni, grazie a un concorso.<br />
Allora credevo ancora in un futuro di scrittore, di autore teatrale forse, ma le mie pagine sono rimaste dove erano allora, nella memoria del computer.<br />
Quando le riapro le guardo con amore, con nostalgia, come si guardano le vecchie immagini di un figlio cresciuto e lontano, o scomparso.<br />
Fu per un semplice caso che entrai nella redazione di una trasmissione che allora andava per la maggiore, “Misteri”.<br />
Il pubblico televisivo ci andava pazzo.<br />
La sete di meraviglioso, di inaudito è per l’uomo &#8211; si tratti della casalinga di Manchester lettrice del <em>Sun</em>, del ricercatore universitario o del poeta &#8211; la condizione più vera e profonda, la più irrinunciabile.<br />
E’ il primo desiderio che dalle stelle più alte e lontano da queste (de sidera) nasce in lui quando vede la luce del mondo o quando qualcosa in noi ancora ricorda il primo istante del tempo, la rottura dell’unità originaria.<br />
Quando vedremo nuovamente ciò che la precedeva?<br />
La trasmissione, volutamente ad effetto, non era granchè.<br />
Storie, immagini e colori, domande a cui non c’era, né forse ci sarebbe mai stata, nemmeno una parte di risposta.<br />
Chi disegnava i cerchi nel grano?<br />
Le flottiglie di dischi dorati nel cielo sopra Città del Messico erano degli UFO?<br />
Esisteva il fantasma dei ruderi dell’Abbazia di Chertsey?<br />
Thomas Henman, un cosiddetto bambino indaco dodicenne e un tremendo rompicoglioni come ebbi modo di sperimentare personalmente, parlava davvero con degli esseri vissuti un tempo su Marte?<br />
Chi sono i rettiliani? Era autentica l’intervista con uno di loro del 2007?<br />
Io, più semplicemente, mi chiedevo: avrei mai baciato il viso di Carolyn, quei suoi occhi di cielo?<br />
Non lo avrei mai saputo perché lei, la collega per la quale avrei venduto l’anima al mercato rionale, lasciò la BBC pochi mesi dopo per diventare redattrice e poi direttrice letteraria da Allyson &amp; Busby.<br />
Il fatto decisivo, quello che fissa per sempre la tua carriera, fu la trasmissione “Alla ricerca del Mostro”.<br />
Ne fui il curatore principale.<br />
Si trattava di una serie di cinque trasmissioni dedicate al Mostro di Loch Ness.<br />
Avremmo ripercorso tutta la storia dell’ipotetica creatura, dall’epoca di San Colombano ai primi avvistamenti del ‘900, ai cicli &#8211; diversi e durati anni &#8211; di ricerca scientifica con sonar ed altre diavolerie da parte di Istituti come il MIT e il Museo di Storia Naturale di Londra.<br />
Una puntata introduttiva sui mostri lacustri e marini del mondo che terminava con la geografia del Loch, due dedicate alla storia degli avvistamenti e alla documentazione fotografica e video disponibile, una alle testimonianze dirette di avvistamenti e ai programmi di ricerca, l’ultima con una serie di interviste e conclusione: il Mostro probabilmente non esiste, tuttavia…<br />
Era chiaro come il sole che il Mostro non esisteva ma era bene non dirlo al mondo.<br />
Alcune immagini storiche &#8211; come la famosa foto Wilson del 1933 &#8211; erano falsi dichiarati o smascherati, le indagini a tappeto dei sonar non avevano captato pressocchè nulla, nessun resto di animali sul fondo, la catena alimentare del lago era troppo limitata per permettere la vita di creature di quelle dimensioni.<br />
Alcune foto nelle profondità realizzate del “Progetto Urquhart” avevano immortalato due pinne, forse di un piccolo pesce che aveva urtato la camera subacquea e una forma verticale che altro non era che la polena di una nave vichinga adagiata sui fondali.<br />
Abbastanza perché i responsabili del Progetto spedissero il tutto al Museo di Storia Naturale chiedendo di classificare l’animale come “Nessiteras Rombopteryx”, il mostro del Ness dalle pinne a forma di rombo.<br />
Da chiedersi se avessero qualche parente nell’Associazione Commercianti di Drumnadrochit.<br />
In ogni caso la serie ebbe un successo strepitoso, fu venduta in quasi tutti i paesi europei.<br />
Logico quindi che fossi in prima fila anni dopo, quando il Museo di Londra, grazie al lascito di un criptozoologo che aveva triplicato la già discreta fortuna di famiglia con la pubblicazione di alcuni libri certamente non memorabili sugli animali misteriosi, affidò a un Comitato scientifico di primo livello il compito di una spedizione alla ricerca del Mokele Mbembe, il presunto dinosauro delle paludi congolesi.<br />
La BBC ne avrebbe fatta una serie: sotto la direzione mia e di Connor Lloyd avremmo seguito la spedizione dall’inizio.<br />
Avevo allora quasi sessant’anni ma la ragione per cui mi affiancarono Lloyd erano i miei problemi di salute, oramai noti a tutti.<br />
Duravano da più di un anno e mezzo, con lunghe assenze dal lavoro: debolezze estreme e ricorrenti, sudori notturni, alcuni valori del sangue tali da fare sì che il dottore mi guardasse con una strana intensità dopo l’esame delle carte, come a sincerarsi fossi ancora vivo.<br />
Si parlava di leucemia mieloide cronica.<br />
Ancora nella fase iniziale ma la malattia avrebbe saputo fare il suo lavoro.<br />
In acuto tra qualche anno, non si sa quando, e poi in pochi mesi tanti saluti.<br />
Sempre che non fosse capitato nel frattempo altro, all’animale oramai vecchio e stanco.<br />
Come quel sauropode di un’altra era che probabilmente non esisteva nelle paludi del Congo, pensai.<br />
Nessuno, memori della infruttuosa spedizione Powell di più di vent’anni prima, si attendeva di trovare nulla, ma si sarebbe fatto il solito prodotto suggestivo e vendibile.<br />
Studiavo intanto la storia.<br />
Tutto chiaro, solo testimonianze e qualche impronta.<br />
Un video giapponese girato da un elicottero mostrava l’avanzare di un enorme animale nell’acqua.<br />
Ti chiedevi perché non si fossero avvicinati almeno un poco di più.<br />
Sembrava in realtà di vedere solo un elefante con la proboscide alzata.<br />
Brazzaville era una città orrenda: architetture moderne di quart’ordine e sterminate distese di baracche.<br />
Frotte di neri camminavano per le sue strade quasi rimbalzando, con le cuffie alle orecchie, portando scarpe della Nike e cappelli da baseball rovesciati.<br />
Davanti ai fast-food e ai negozi di elettronica passavano uomini e donne in vesti bizzarre che portavano frutta e verdura da vendere in città.<br />
Molti erano pigmei.<br />
Sembravano provenire da un altro secolo.<br />
Una carovana di grandi fuoristrada con il logo della spedizione sulla fiancata portò tutti sulle rive del Lago Tele, un viaggio di diversi giorni.<br />
Sulla sponda occidentale del lago avremmo fissato per quasi tre mesi la nostra base.<br />
Lì iniziavano le paludi dei fiumi Likouala e Ogovè: duecentomila chilometri quadrati &#8211; poco meno dell’intera Inghilterra &#8211; di fango e acqua bassa e limacciosa, di vegetazione ossessiva che formava una cupola contro il cielo dal quale pareva colare come sciolta da quel caldo inimmaginabile.<br />
Nelle nostre tende non mancavano l’aria condizionata, ogni comunicazione satellitare, molte bottiglie di un whisky ben invecchiato.<br />
Alla sera luci rotanti poste su alti pali rendevano punti d’oro, appena oltre la rete di protezione, gli occhi delle fiere che dovevano tenere lontano.<br />
Io, Lloyd e Ann Evert, una giovane antropologa che ci accompagnava e che mi ricordava Carolyn e quegli anni lontani, ci divertimmo una sera come pazzi &#8211; mentre in quest’altro mondo il tramonto africano incendiava ogni cosa &#8211; a guardare un programma di BBC3 sull’uso dei sex toys nella vita delle coppie inglesi di oggi.<br />
Trasmissione che passava in tarda ora di Londra, è chiaro.<br />
“Misteri” dopo le prime puntate era andata in prima serata, atteso con impazienza da tutta la famiglia: il meraviglioso, invocato da tutti, non ha nulla di censurabile.<br />
Le prime due settimane di lavoro furono dedicate alle interviste.<br />
Sulla mappa erano segnati i villaggi dove erano state registrate le testimonianze già raccolte da Powell (ne avremmo selezionate alcune) e le nuove segnalazioni.<br />
Ci spostavamo con una stretta barca a motore.<br />
Lavorai alle interviste con Ann: ero riuscito a dirottare Connor Lloyd sulla preparazione degli interventi degli studiosi e scienziati che facevano parte della spedizione.<br />
Ascoltai forse una decina di nuove testimonianze di avvistamenti.<br />
Tolta una vecchia che doveva avere visto il Mokele Mbembe in sogno e che ripeteva cose appartenenti alla tradizione orale del villaggio e un pescatore mezzo isterico che voleva solo millantare, dovetti ammettere che le testimonianze di avvistamento, concordi per come ci venivano tradotte da un inglese che conosceva il linguaggio degli indigeni, erano assolutamente convincenti.<br />
Io guardavo Ann, i suoi capelli d’oro fradici di umidità, le dolci labbra un poco aperte nello stupore e nell’attenzione dell’ascolto.<br />
Cercavo in lei, la donna, una conferma a quanto sentivo.<br />
Lo avevano visto.<br />
Parlavano di un animale di dimensioni enormi &#8211; doveva essere lungo almeno venticinque metri &#8211; dotato di coda e di un collo sottile.<br />
Sulla testa ovoidale, minuscola in relazione al resto e coronata da una cresta frastagliata, gli occhi erano due tagli scuri.<br />
La descrizione identificava un sauropode, probabilmente un Apatosauro.<br />
Doveva essere estinto da sessantacinque milioni di anni.<br />
Un terrore tranquillo, pieno di primitiva devozione verso la maestà sconosciuta di quell’apparizione riempiva, sempre uguale, l’atmosfera dei resoconti.<br />
Pareva l’animale vivesse nell’acqua bassa, nutrendosi solo delle piante che crescevano nelle paludi.<br />
Mi colpì la testimonianza di un uomo anziano, che non figurava nell’elenco di Powell.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-8017" style="margin: 10px;" title="Mokele-Mbembe" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Mokele-Mbembe.jpg" alt="" width="259" height="216" /> Da un altro ramo del fiume aveva visto il Mokele Mbembe (in lingua africana significa “la cosa che ferma il corso dei fiumi”) nell’acqua al termine delle piccole cascate di Ssombo, un luogo che ricordavo di avere visto segnato sulle mappe.<br />
Terrorizzato da quella visione, dalla possibilità di essere notato, aveva atteso senza muoversi per ore, ancorato a una piccola isola di vegetazione.<br />
Una barca di pescatori con tre uomini a bordo era scivolata lungo le rapide.<br />
Aveva udito le loro urla, altissime, quando avevano visto l’incredibile animale.<br />
Il Mokele Mbembe, creatura vegetariana e non aggressiva come tutti i sauropodi, era impazzito di terrore.<br />
L’uomo ricordava una specie di altissimo fischio, un sibilo.<br />
Poi lo aveva visto roteare la coda fuori dall’acqua e con quella colpire la canoa una, due, tre volte, fracassandola.<br />
L’acqua si era alzata in cielo per decine di metri.<br />
Era fuggito.<br />
Molti pescatori scomparivano.<br />
Il loro corpo, se mai veniva ritrovato, era quasi completamente divorato dagli animali delle paludi e si pensava a un qualunque incidente.<br />
Il Mokele Mbembe, passata la paura, continuava altrove a mangiare placidamente foglie grandi come stanze di un appartamento.<br />
La rarità delle apparizioni era verosimile.<br />
Il terreno in cui l’animale viveva era inconcepibilmente vasto, in gran parte inesplorato, la popolazione indigena minima per numero e primitiva: probabilmente gli incontri avvenivano sul limite occidentale che a volte i pescatori raggiungevano, là dove rari esemplari sconfinavano dalla loro area abituale.<br />
Le risorse del territorio, la taglia e la prevedibile durata di vita del Mokele Mbembe rendevano possibile pensare che una comunità anche di solo un centinaio di esemplari avrebbe potuto perpetuare la specie.<br />
Quanto a come fosse giunto sino a noi dal Giurassico chi poteva saperlo.<br />
Gli scienziati che facevano parte della spedizione avanzavano teorie complicate ma anche il celacanto era stato pescato un giorno da qualche parte nell’oceano indiano.<br />
Esisteva e basta.<br />
Si stava avvicinando la fine della spedizione.<br />
Lloyd con altri, due cameramen e qualche indigeno si era spinto molto in là nelle paludi &#8211; un viaggio di ben cinque giorni &#8211; senza vedere nulla.<br />
Le trasmissioni sarebbero state comunque di ottima qualità, si poteva essere contenti.<br />
Avrei imposto al materiale un taglio scettico per poi fare approdare lo spettatore a una posizione diversa, sulla quale lo avremmo lasciato.<br />
Non avevamo infatti nulla in mano per una soluzione sconvolgente.<br />
Tra vent’anni la prossima spedizione, prima forse lo scatto della digitale di un indigeno capace di ritornare al villaggio.<br />
Lo avrebbero visto tutti, allora.<br />
Avevo passato tutto il periodo della spedizione in uno stato inspiegabilmente buono di salute, non uno svenimento, non una giornata in cui fossi stato costretto, come spesso accadeva in Inghilterra, a letto con il corpo in fiamme pensando fosse meglio crepare.<br />
Qualcosa di quel clima pazzesco si combinava forse con i medicinali che prendevo tramutandoli temporaneamente in un elisir.<br />
Proposi ad Ann di lasciare partire gli altri, di restare con me per un breve periodo prima di tornare per montare a Londra il materiale.<br />
Io e lei soli.<br />
Balbettai qualcosa sul Togo, sul Sudafrica.</p>
<p style="text-align: justify;">“Con te verrei, lo sai &#8211; mi rispose in un sorriso &#8211; e mi basterebbe la Cornovaglia. Ma mi attendono. E anche io voglio tornare. Poi non ci sarebbe nessun Togo, mi trascineresti lungo queste paludi per immaginarlo, per essere ancora più sicuro. Lui esiste, Albert, ma lascialo qui. E’ l’ora per riguardarti, per avere cura di te.”</p>
<p style="text-align: justify;">Questo suo alludere all’animale senza nominarlo, intimamente, come fosse un nostro compagno, mi commosse.<br />
Non era in verità il Mokele Mbembe una parte del segreto cerchio dell’esistenza cosciente, la cui origine e il cui fine ci sono ignoti?<br />
Non eravamo forse uno, noi e lui, noi che nelle ere arrampicavamo sanguinanti, continuamente morenti e continuamente nascendo &#8211; dal paramecio nel brodo primordiale all’<em>homo sapiens</em> e a lei, Carolyn e Ann &#8211; la spirale dell’evoluzione?<br />
Qualche giorno prima della partenza &#8211; il campo agitato dalla confusione dei preparativi &#8211; chiesi a Ian e a un indigeno di cui non ricordo il nome di portarmi lungo le paludi.<br />
I due guidavano abitualmente le spedizioni con le barche a motore.<br />
Saremmo partiti prima dell’alba e tornati a tarda sera, viaggiando solo per quanto lo avrebbe consentito un giorno.<br />
Vidi per un’ultima volta quell’acqua scura che brulicava di forza e di vita tanto da parere infetta, il fiume &#8211; lento come forse quello del sangue malato in me &#8211; e le sue sponde, sognai l’incredibile corpo del Mokele Mbembe, la sua testa che si alzava verso il cielo lasciando cadere una cascata d’acqua dalla bocca, le gigantesche uova maculate che, nel loro sonno, galleggiavano in luoghi tranquilli sopra il terreno quasi liquido.<br />
Ecco la realtà della Terra prima che vi apparisse l’uomo, segni tremendi che &#8211; come i vulcani, come le profondità marine, il cielo macchiato di galassie &#8211; ne annunciavano la comparsa e l’ascesa.<br />
Cosa siamo, se questi sono i segni che ci precedono?<br />
Avessi incontrato l’Apatosauro avrei vinto il mio terrore?<br />
Avrei visto, saputo, solo l’ignota afflizione di quella montagna di carne o sarei stato capace di sentire altro?<br />
Ogni tanto dalle sponde provenivano rumori, voci di animali di ogni tipo, ora come un canto, ora dalla gola di prede già azzannate.<br />
Verso metà del pomeriggio calò il silenzio.<br />
Era il momento in cui ogni essere, anche il più umile, doveva raccogliersi in sé, nella propria minima, oscura coscienza, trovare nuova energia per la vita e la morte, per le trasmutazioni dell’indomani e dell’infinito futuro, governate dai raggi cosmici e da un Dio per noi ancora impensabile.<br />
Il fiume si aprì in un calmo lago chiuso da un fronte di alberi.<br />
Nel verde compatto si leggevano vie, stretti canali che avrebbero potuto condurre ancora più ad occidente.<br />
Non mancava molto al tramonto.<br />
Ian lanciò un breve urlo e con un gesto secco ordinò di invertire la rotta della barca.<br />
Il sole fu alle mie spalle e su ogni cosa calò un velo d’ombra.<br />
Mi voltai indietro, molte volte.</p>
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		<title>Trine Brunnen</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 09:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Michele Fairendelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vita ed esperienza di una giovane condannata per stregoneria sul finire del sedicesimo secolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.centrostudilaruna.it/trine-brunnen.html' addthis:title='Trine Brunnen '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><img src="http://www.centrostudilaruna.it/category-icons/letteratura48x48.png" width="48" height="48" alt="" title="Letteratura" /><br/><blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>A Gitta Mallasz</em></p>
<p style="text-align: justify;">Al turista &#8211; forse in viaggio verso il Mar Baltico e l’Isola di Rügen &#8211; che si trovi a percorrere le piane ondulate  del Meclemburgo le guide consigliano una sosta nel piccolo villaggio di Penzlin e la visita del Museo delle Streghe. Solo a Penzlin tra il 1560 e il 1638 si svolsero circa quattromila processi per stregoneria su un totale di trentamila nell’intera Germania, la maggior parte dei quali conclusi con condanne a morte. Il Museo è il vecchio castello della cittadina. Sono originali alcuni degli oggetti esposti – vesti, rotte bacchette della condanna con i nomi ancora leggibili, amuleti – e l’impressionante cantina dove le streghe venivano rinchiuse dopo la condanna in strette nicchie nei muri. Il curatore ha appeso nel corridoio del primo piano una dozzina di fogli con tutti i nomi degli accusati – vi sono anche un centinaio di uomini – e l’anno del procedimento. Dopo il nome e la data un assurdo e rarissimo <em>smiley </em>ci dice se il processato fu giudicato innocente, una freccia se riuscì a fuggire dopo la condanna, due linee ondulate se fu annegato, un fulmine se fu bruciato, un rettangolo se morì nei muri delle segrete. A circa metà del terzo foglio si legge, prima dell’anno, il 1609, e seguito da un rettangolo,  il nome di Trine Brunnen. Nei registri della Parrocchia di Penzlin, su fogli che il tempo, diversamente dagli altri, non ha ancora distrutto, Trine è per noi ancora viva : “Caterina, di Alois Brunnen e Maria di Penzlin, A 1588, in Cristo qui  il 2 di Maggio”. Questa è la sua storia.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’inizio.<br />
Molte volte ho provato a raccontarlo ai Padri, e poi al Giudice dell’ultima parola,  pensando che questo avrebbe svelato la Verità.<br />
Che sarebbe tornata, su tutto, la Luce e non avrei perso &#8211; senza alcuna mia colpa e così giovane &#8211; quella cosa tanto grata, la vita.<br />
Che l’Angelo avrebbe continuato a parlare e poi a trasformare il mondo, come credo volesse.<br />
Ma fu tutto inutile.<br />
L’inizio.<br />
Correvo con Helga nel prato che sovrastava  la punta del lago e giocavamo, ragazze che eravamo, a rincorrerci.<br />
Quando cadevo a terra i miei capelli d’oro volavano davanti agli occhi come lunghi nastri luminosi.<br />
Ad un tratto il mondo parve fermarsi in un tremito.<br />
Poi venne la voce: “Trine”.<br />
La sentii nel  petto, con forza e senza voce, non come si sentono le parole.<br />
Vidi poi le lettere del mio nome nel cielo.<br />
Erano scrittura e suono ad un tempo e tuttavia non apparivano, stavano – come scriverlo per voi? &#8211; dietro e al di sopra delle cose, nella loro relazione: le gonfie, enormi nuvole bianche, gli spazi d’azzurro, virgole di uccelli che si innalzavano e ricadevano in linee d’iperbole, il disco trasparente della luna.<br />
Io ero in tutto e tutto era in me, in pienezza e gioia e senza colpa.<br />
Anche il giorno successivo, quando sentii il mio nome &#8211; Trine &#8211; provenire dalla sala del camino, non ebbi paura.<br />
Attraversai due stanze  e fui di fronte all’Angelo.<br />
Vidi una figura alta oltre il soffitto e sino al cielo, una figura d’uomo dalla veste candida e  dalla cinta d’oro.<br />
Provai una devozione mai sentita e caddi sulle ginocchia, con la fronte a terra.<br />
Non scorderò mai le parole che volle dirmi quel primo giorno:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Trine tu puoi sentire</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il tre è sulla Terra</em><br />
<em> ma in Cielo è Uno</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Uno</em><br />
<em> Materia è Luce</em><br />
<em> Luce è Materia</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi chino verso di te</em><br />
<em> tu sali verso di me</em><br />
<em> insieme lodiamoLo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lodiamo Lui</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Mondo verrà trasformato</em><br />
<em> venite a me voi che potete</em><br />
<em> presto l’Uno sulla Terra</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Solo per questo</em><br />
<em> Lui creò il Cielo e la Terra</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Trine tu puoi sentire</em><br />
<em> ascolta ogni giorno</em><br />
<em> mi chino verso di te</em><br />
<em> tu sali verso di me</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Trine</em></p>
<p style="text-align: justify;">Gli occhi mi si riempirono di lacrime senza dolore, il mio petto  fu rotto da singhiozzi che non conoscevo e che non sorgevano dal mio cuore ma da un altro luogo.<br />
L’Angelo tornava ogni giorno, poco prima del tramonto.<br />
Vivevo sola, i miei genitori erano morti nella grande epidemia di quattro anni prima  e solo una zia veniva  di quando in quando a trovarmi.<br />
Io Lo amavo &#8211; come forse si può amare un uomo &#8211; perché avrei lasciato in Lui tutto di me, Anima e carne e sangue e respiro e in me avrei preso tutto di Lui, Parola e Forza e seme.<br />
Ogni sera l’Angelo mi parlava.<br />
Dopo le prime volte  iniziai a sedermi con le mani quietamente raccolte in grembo, mentre ascoltavo.<br />
Lui parlava: era il Senso, la Verità, lo scopo per cui era venuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi colse la paura che le Sue parole,  così assolute, così importanti per il mondo, non trovassero in me il giusto luogo.<br />
Cosa sarebbe accaduto se quelle parole non fossero state consegnate ad altri, se non si fosse mai saputo che erano state pronunciate?<br />
Perché furono per me, la piccola Trine che non valeva nulla? A chi avrei potuto lasciarle?<br />
Nemmeno avrei saputo scriverle.<br />
Anke, la bambina che veniva ogni tanto nel cortile a giocare con i miei gatti, mi vide mentre ascoltavo l’Angelo.<br />
Mi fissavano, i suoi occhi aperti, mentre guardavo in quella  luce: non seppi mai se Lo vide, se udì qualcosa.<br />
Lui, il giovane chierico, lo vedevo spesso percorrere lo stretto sentiero che portava nel bosco, il Libro tra le mani.<br />
Julian era il suo nome.<br />
Credo gli sorrisi chiedendo con un piccolo inchino se avesse potuto guardare  qualcosa nella mia casa.<br />
Lui venne.<br />
Era l’ora.<br />
Le parole che avrei detto: poteva scriverle per me?<br />
Gli toccai un braccio.<br />
Mi guardò senza capire: lo avrebbe fatto.<br />
Sedetti nel mio luogo, le mani in grembo.<br />
Lui stava in un angolo, con lo stilo e i fogli di pergamena chiara.<br />
L’Angelo venne, preceduto da una Forza chiara che riempì la stanza.<br />
Parlò, mentre io ripetevo per Julian ogni parola:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Trine tu puoi sentire</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il tre è sulla Terra</em><br />
<em> ma in Cielo è Uno</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Uno</em><br />
<em> Materia è Luce</em><br />
<em> Luce è Materia</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mi chino verso di te</em><br />
<em> tu sali verso di me</em><br />
<em> insieme lodiamoLo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lodiamo Lui</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il Mondo verrà trasformato</em><br />
<em> venite a me voi che potete</em><br />
<em> presto l’Uno sulla Terra</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Solo per questo</em><br />
<em> Lui creò il Cielo e la Terra</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Trine tu puoi sentire</em><br />
<em> ascolta ogni giorno</em><br />
<em> mi chino verso di te</em><br />
<em> tu sali verso di me</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ogni cellula prega</em><br />
<em> un Inno</em><br />
<em> ogni cellula prega</em><br />
<em> perché venga il Giorno</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il nero è Luce</em><br />
<em> ogni peso è vento</em><br />
<em> il mondo è trasformato</em><br />
<em> per questo è stato creato</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Morte non serve più</em><br />
<em> Il mondo lascia il Male</em><br />
<em> come tu la logora veste</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tu senti ma non puoi pensare</em><br />
<em> ciò che è Impensabile</em><br />
<em> conta solo sentire</em><br />
<em> e il Mondo è trasformato</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Io sono qui</em><br />
<em> Io sono ancora qui</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Trine tu puoi sentire</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chiesi a Julian di lasciarmi i fogli, che aveva riempito di una scrittura minuta.<br />
Sarebbe tornato domani, alla stessa ora?<br />
Sì.<br />
Misi i fogli in un cassetto della credenza di noce, dove tenevo le mie cose più care: la cuffia di lana che fu di mia madre, il burattino di legno dalla lunga lingua colorata che usciva all’improvviso tirando una cordicella oramai consunta.<br />
Julian tornò tante altre volte.<br />
L’Angelo.<br />
Molte parole, un solo Senso.<br />
Lo scorrevole della credenza fu presto pieno di fogli.<br />
Non so cosa mi perse.<br />
Forse Anke, la bambina, aveva raccontato di come mi avesse visto, devota, ascoltare un Essere invisibile, forse Julian, incapace di vedere l’Angelo, di amarLo così come di amare me, incapace di distinguere il vero dal falso, ciò che viene dal Cielo da ciò che viene dalla terra franta e scura &#8211; questo il vero Regno di Satana &#8211; si era confidato con i superiori.<br />
Vivevo sola e circondata da gatti che furono tutti uccisi nel fuoco prima del mio processo: compresi che da sempre Penzlin, l’intero villaggio come fosse una sola persona, mi aveva guardato con sospetto.<br />
Vennero, quegli uomini, un mattino e mi mostrarono una bacchetta sottile su cui era già stato scritto il mio nome.<br />
Nel castello il processo non durò che pochi giorni: chi infatti avrebbe potuto difendermi?<br />
Non avevo nessuno.<br />
Invocai l’Angelo ma non venne più.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-7844" style="margin: 10px;" title="penzlin" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/penzlin.jpg" alt="" width="203" height="270" /> Quale Essere invisibile, che pronunciava parole che io solo potevo sentire – chiesero &#8211; ascoltavo al tramonto?<br />
Perché i gatti &#8211; lo avevano visto &#8211; si radunavano sulla lunga pietra dell’abbeveratoio vicino alle finestre?<br />
Qualcuno li convocava?<br />
Avevo saputo che Anna, la vicina, era morta di un male alle viscere dopo atroci tormenti? Vi avevo avuto parte?<br />
Mi toccava, quell’Essere?<br />
Parlai.<br />
Ma cosa dire?<br />
Una febbre altissima mi rodeva ed ero così stanca di ogni cosa.<br />
Chiusi gli occhi e iniziai a ripetere e ripetere e ripetere le parole dell’Angelo mentre i Giudici urlavano pieni di paura, di un niente che mi disgustava.<br />
Sentii la bacchetta con il mio nome rompersi sulla fronte e seppi che la mia sorte era decisa.<br />
Quella sera stessa fui condotta nelle segrete.<br />
Fui denudata, qualcuno mi  schiaffeggiò con violenza il seno, legata a dei ferri in un varco del muro che fu chiuso con una pesante anta di legno.<br />
Sopra lo spazio di quella cella avevo visto sporgere una enorme pietra.<br />
Doveva impedire al Demonio di raggiungermi, per salvarmi o solo per lenire la mia sofferenza.<br />
Respiravo a fatica.<br />
Urlai per tutta la notte.<br />
Mamma, papà, la piccola Trine.<br />
Mamma. Papà.<br />
Quando venne l’alba non mi dolevano più i ferri rovinati che tagliavano le carni, né la schiena tesa e curvata oltre il suo limite dalla quale, come da un arco esausto, ancora veniva lanciato nell’aria il mio respiro di ruggine.<br />
Forse l’Angelo, poiché essi sanno venire anche dal profondo della Terra e non solo dal Cielo, mi aveva raggiunto e aveva tolto ogni mio soffrire.<br />
Era forse lì, con me, in quello spazio così miserabile e sporco, Lui che conosceva gli spazi infiniti che solo la Luce riempie?<br />
L’ultimo istante era vicino: mi avrebbe baciato, allora?<br />
Quei fogli, che Julian aveva riempito, quei fogli così importanti per il Mondo, le parole, il linguaggio che intuivo e nel cui Amore mi perdevo senza poterlo conoscere appieno.<br />
Il rogo della mia casa li aveva distrutti.<br />
Perché l’Angelo venne a me senza che nulla davvero potesse vivere?<br />
Sbagliò forse il tempo e il luogo della Sua venuta?<br />
Sarebbe tornato? A chi avrebbe parlato?<br />
Nel cielo di quale futuro del mondo, a quali occhi avrebbe indicato il Senso dell’Opera, la trasformazione del Mondo?<br />
Forse avrebbero compreso, il Suo profeta, colui che poteva ascoltarLo, ed ogni altro uomo, forse tutto sarebbe stato compiuto.<br />
Volando in questo sogno, immaginando che una veste candida e fresca toccasse il mio petto sporco e incrostato di sangue per essere indossata lasciai il mondo un giorno di Giugno del 1609, nelle segrete della Rocca di Penzlin.</p>
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