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	<title>Centro Studi La Runa &#187; Alberto Lombardo</title>
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	<description>Archivio di storia, tradizione, letteratura, filosofia</description>
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		<title>I grandi spazi europei nella geopolitica di Karl Haushofer</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 17:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicate dalle Edizioni all'insegna del Veltro due conferenze di Karl Haushofer, il 'padre' della geopolitica europea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/centrostudilaruna48x48.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Centro Studi La Runa online" /><br/><p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_4227" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-4227" title="Haushofer" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Haushofer.jpg" alt="" width="200" height="290" /><p class="wp-caption-text">Karl Ernst Haushofer (Monaco di Baviera, 27 agosto 1869  – Berlino, 13 marzo 1946)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La geopolitica è quella scienza che studia i rapporti della politica internazionale nella prospettiva degli spazi, grandi e piccoli. Lungamente svalutata o ignorata, essa permette di penetrare assai più a fondo le dinamiche storiche, poiché comprende nella sua indagine una vasta gamma di interessi (sociali, etnici, storici, culturali, economici etc.) che sovente vengono analizzati in modo soltanto settoriale. Offre cioè visioni complessive e di ampio raggio, e al tempo stesso, sulla base di questo complesso insieme di dati, propone analisi, previsioni, orientamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In Germania la geopolitica ha avuto un terreno particolarmente fertile. Nel cuore dell’Europa, non solo in virtù di questa sua specifica collocazione geografica, ma anche per ragioni culturali, le scienze geopolitiche hanno trovato un terreno d’elezione. E fu proprio per questo motivo, probabilmente, che in Germania il “padre della geopolitica”, Karl Haushofer (1869-1946), ebbe il suo maggiore successo. Vissuto come tanti intellettuali dell’epoca in un rapporto di intensi amore e odio col regime nazionalsocialista, fautore di una politica “imperiale” dei grandi spazi che sapesse coniugare le singole specificità con gli interessi comuni, Haushofer fu sostanzialmente uno spirito libero. Attraverso i suoi scritti e quelli di altri intellettuali coevi (tra cui il nostro orientalista Giuseppe Tucci, come è stato recentemente dimostrato: v. Tiberio Graziani, <a id="La  lezione di Karl Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel  dibattito geopolitico degli anni trenta" href="../haushofertucci.html"><em>La lezione di Karl  Haushofer e la discreta presenza di Giuseppe Tucci nel dibattito  geopolitico degli anni trenta</em></a>), l’ideale di un’Europa unita ed estesa verso oriente trova una formulazione sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Possa questo modo di vedere i popoli superare qualunque tempesta d’odio di razza e di classe, soprattutto tra i sostegni del futuro»: questa asserzione stupirà forse i detrattori e i cacciatori di nazisti a tempo perso, ma non chi abbia letto i testi delle conferenze haushoferiane recentemente ripubblicate dalle parmigiane Edizioni all’Insegna del Veltro. Come osserva il prof. <a title="Claudio Mutti" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/claudio-mutti/">Claudio Mutti</a>, «il procedimento comparativo adottato da Haushofer, lungi dall’appiattire le differenze tra i popoli presi in considerazione e dallo svilirne le appartenenze etniche, in virtù della generica appartenenza al genere umano e secondo la triste e riduttiva visione individualista, valorizza armonicamente, al contrario, le affinità e le differenze, e le riconduce ad un’analoga condivisione, pur con sensibilità diverse, di valori che potremmo definire ad un tempo etici ed estetici, cioè “nobili”». Il futuro che Haushofer preconizzava era quello di un superamento dei vecchi stati nazionali, tale da garantire all’Europa una prospettiva di potenza e autonomia.</p>
<p style="text-align: justify;">«Le analogie haushoferiane», scrive <a title="Carlo Terracciano" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/carlo-terracciano/">Carlo Terracciano</a> nell’introdurre il testo della conferenza <em>Italia, Germania e Giappone</em>, «sono oggi, ironia della storia, ancor più reali che nel passato prossimo o remoto; ma rovesciate di ruolo, appiattite tutte dalla sudditanza politica, economica, militare e soprattutto ideologica nei confronti della superpotenza vincitrice della II Guerra Mondiale e della Guerra Fredda».</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, il destino del nostro continente, e quello dell’intera Eurasia, non potranno essere davvero autonomi sino a che il nostro grande spazio continentale non avrà riacquisito interamente la sua sovranità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Karl Haushofer, <em>Italia, Germania e Giappone</em>, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2004, pp. 32, € 5,00.<br />
Karl Haushofer, <em>Lo sviluppo dell’idea imperiale nipponica</em>, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2004, pp. 64, € 6,00.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 16 novembre 2004.</p>
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		<title>I popoli europei hanno un solo padre</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 10:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Indoeuropei]]></category>
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		<category><![CDATA[Recensioni di libri sul tema indoeuropeo]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 2001 venne tradotto in italiano dalle Edizioni di Ar uno dei testi fondamentali sugli Indoeuropei, opera del linguista francese Jean Haudry]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-4041" style="margin: 10px;" title="haudry-gli-indoeuropei" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/haudry-gli-indoeuropei.jpg" alt="" width="192" height="284" />Dopo anni di attesa, vede la luce in questi giorni la versione italiana di <em>Les Indo-Européens</em>, il saggio di <a title="Jean Haudry" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/jean-haudry/">Jean Haudry</a> sui nostri antichi progenitori che ha avuto, dalla sua prima edizione francese nel 1981, traduzioni in inglese, tedesco, serbo-croato, greco e portoghese. Questi dati già indicano l’importanza del volume: pochi altri testi su questi argomenti hanno visto così tante traduzioni in pochi anni. La versione in italiano, per i tipi delle Edizioni di Ar (tel. 089/221226) è oltretutto corredata da numerose illustrazioni fuori testo che impreziosiscono il volume.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile riassumere brevemente i pregî del libro, che a uno stile godibilissimo e piacevole associa una precisione minuziosa e soprattutto una sorprendente padronanza di tutti i varî argomenti trattati. Leggendo, si ha l’impressione di trovarsi su un elevato torrione dal quale si possono abbracciare, con lo sguardo, tutti gli ampli territorî della ricerca: la lingua, la mentalità, la vita materiale, l’organizzazione sociale, il senso del tempo e del divino degli <a title="Indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indoeuropei</a>. Il grande fascino è poi dato dall’argomento: si tratta dello studio di quei popoli, dalla cui divisione sortirono le varie “nazionalità” indoeuropee, vale a dire i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, i Germani, gli Slavi, i Balti, i Romani, i Greci, gli Indiani, i Persiani etc. Tutti questi popoli mantennero, in modi diversi, numerose tracce comuni, tanto nelle lingue quanto nella mitologia, nelle espressioni poetiche, nel sistema di pensare il mondo e la società (secondo una tripartizione la cui individuazione è dovuta principalmente a Georges Dumézil).</p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.libreriauniversitaria.it/origini-indeuropee-devoto-giacomo-edizioni/libro/9788889515327?a=395521" target="_blank"><img class="size-full wp-image-2105 alignleft" style="margin: 10px;" title="origini-indeuropee" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/origini-indeuropee.jpg" alt="" width="205" height="298" /></a>È per questi motivi che avvicinarsi allo studio degli antichi avi <a title="Indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indoeuropei</a> è tanto affascinante: si perde, oltretutto, il senso angusto del confine nazionale, avvertito come barriera di civiltà: ciò che costituisce la “patria”, avendo assunta una tale visuale, è piuttosto la comunità con la quale si condividono le origini. Allo stesso tempo, particolare importanza ha il rivolgersi alle proprie specificità indoeuropee, a ciò che rende caratteristici e particolari tutti questi popoli, li differenzia dagli altri, costituisce il discrimine tra un modo di essere e di sentire il mondo, e altri modi, ugualmente legittimi ma sostanzialmente stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto attiene la spiritualità, <a title="Haudry" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/jean-haudry/">Haudry</a> così scrive dell’animo <a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeo</a>: «Essendo pluralista e diversificata, la <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> <a title="indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropea</a> è per sua natura tollerante; anziché impegnarsi nel proselitismo, ciascun gruppo custodisce gelosamente i proprî dèi, riti e formule». Un rapporto col divino fatto di prassi e non di teoria, o meglio «di opere, e non di fede».</p>
<p style="text-align: justify;">Anche un altro tema centrale nella ricerca linguistica e archeologica è sciolto con estrema precisione e con rigore “tradizionale” da <a title="Haudry" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/jean-haudry/">Haudry</a>: quello della localizzazione della patria originaria, l’<em>Urheimat</em>. Così, dopo aver passato sinteticamente in rassegna le varie ipotesi che la dottrina contemporanea ha sostenuto, circa la terra di origine, egli scrive senza mezzi termini: «numerosi indizi ci inducono a ricercare assai più a nord la regione in cui si formarono i <a title="popoli indoeuropei" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">popoli indoeuropei</a> e varie tradizioni concordano su questo punto», vale a dire una terra circumpolare. Per una serie di ragioni, ciò comporta anche una datazione diversa dagli altri studiosi circa la formazione del popolo comune: <a title="Haudry" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/jean-haudry/">Haudry</a> si riferisce così al Paleolitico superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo questo non è il luogo per trattare più diffusamente di questo libro ricchissimo e interessante. Lo raccomandiamo dunque a tutti coloro che vogliano dare una risposta agli incessanti interrogativi: “Chi siamo? Da dove veniamo?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania </em>del 6 giugno 2001.</p>
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		<title>Gli antichi Liguri: una mostra internazionale</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 10:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un dettagliato resoconto sulla mostra internazionale sugli antichi Liguri che si tenne a Genova a cavallo tra gli anni 2004 e 2005]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-liguri-un-antico-popolo-europeo-tra-alpi-e-mediterraneo/3401" target="_blank"><img class="alignleft size-full wp-image-3927" style="margin: 10px;" title="i-liguri" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/i-liguri.jpg" alt="" width="200" height="232" /></a>Lo scorso 23 ottobre 2004 è stata inaugurata a Genova, nella stupenda cornice medievale della Commenda di San Giovanni in Pré, la mostra internazionale “I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo”. Il progetto, sorto nell’ambito delle numerose manifestazioni organizzate in occasione di Genova 2004 (il capoluogo ligure è stato, con Lille, “Capitale europea della cultura” per l’anno che volge ora al termine) è nato «dall’esigenza di fare conoscere al grande pubblico, non solo locale, le testimonianze storiche e archeologiche di una popolazione che abitò un’ampia zona dell’Europa durante la protostoria». Gli organizzatori hanno affidato il progetto dell’allestimento nell’antico Ospedale della Commenda all’architetto Franco Ceschi e la cura dell’esposizione a Giuseppina Spadea. Ha inoltre collaborato un vasto Comitato Scientifico, nel quale figurano i nomi di numerosi membri della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, ente che si è distinto nell’organizzazione di numerose attività in seno al complesso progetto di Genova 2004.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra raccoglie numerose testimonianze archeologiche di quel popolo che abitò nel vasto territorio ligure (ben più esteso degli attuali confini della regione) prima dell’arrivo e della conquista a opera dei Romani, e che anche sotto la dominazione di Roma mantenne un certo grado di autonomia e di identità, conservando nel linguaggio, nei costumi, nella <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> e nella tecnica alcune peculiarità caratteristiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso oltre 900 oggetti esposti per la prima volta insieme (e alcuni dei quali mai presentati al pubblico), è possibile ripercorrere la storia degli antichi Liguri, conoscerne gli aspetti della vita quotidiana, gli usi e i costumi, il mondo spirituale, l’economia, la produzione artigianale e quella artistica.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta della prima occasione in senso assoluto in cui vede la luce una mostra di simili proporzioni sugli antichi Liguri. Vi si possono ammirare le testimonianze archeologiche sparse in numerosi Musei e Istituzioni italiane e straniere, radunate eccezionalmente insieme secondo un filo conduttore che racconta chi essi erano, dove abitavano, quali attività svolgevano, come si sono venuti a caratterizzare nell’immaginario delle popolazioni con cui interagivano (Etruschi, <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>, Greci, Romani), quali erano i loro costumi e i loro rituali di vita e di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra è stata espressamente concepita per attirare flussi di turismo culturale internazionale, dando la possibilità di ammirare oggetti di particolare pregio artistico e storico insieme a curiosità di interesse archeologico, allestiti secondo un valido progetto di moderna museografia. Le nove sezioni in cui si articola la mostra, infatti, sono state accuratamente organizzate e disposte con una serie di sapienti ausili visivi e sonori che interrompono continuamente il ritmo degli oggetti esposti (che nel lungo termine, altrimenti, rischierebbe di rivelarsi noioso e stancante per la maggior parte dei visitatori). Chi attraversa le sale dell’esposizione si imbatte così in rappresentazioni grafiche (ben riuscite e coinvolgenti), grafici indicanti stratigrafie e variazioni storiche, diorami, proiezioni (una delle quali curata dalla redazione del Telegiornale regionale RAI della Liguria), modelli di vario formato, ampie ricostruzioni tridimensionali e anche in curiosi spazi circolari sovrastati da una piccola cupola, sostando entro i quali si può udire un nastro preregistrato con la lettura di brani di autori classici riferiti al tema cui è dedicata la specifica sezione della mostra.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324" target="_blank"><img class="alignright" style="margin: 10px;  border: 0pt none;" src="../immagini/iliguri.bmp" border="0" alt="Renato   del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla   conquista romana" width="94" height="142" /></a>Vi è un preciso disegno anche nella successione delle sezioni. Si inizia con una di particolare fascino, dedicata alla mitologia che avvolge le origini dei Liguri e coordinata dal prof. Giovanni Colonna, ordinario di Etruscologia e <a title="antichità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">Antichità</a> Italiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Essa presenta le raffigurazioni più antiche di Cicno, il mitico re dei Liguri, attraverso alcune eccezionali opere artistiche provenienti da diversi musei europei. La figura del leggendario re dei Liguri, che nel mito piange la morte di Fetonte, si confonde con quella dell’omonimo animale dal bianco collo, rappresentato sin dall’XI secolo a.C. e almeno fino al III a.C. in fibule, ornamenti, lucerne, statuette votive.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda sezione, curata da Roberto Maggi, direttore archeologo della Direzione regionale per i beni culturali e il paesaggio della Liguria, è a carattere più strettamente archeologico e documenta le testimonianze della preistoria e la trasformazione del paesaggio naturale ad opera dei primi pastori e agricoltori che abitarono la terra dei Liguri.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso espositivo prosegue poi con una sezione intitolata “Alle radici degli antichi Liguri”, ove sono posti in mostra oggetti di uso più o meno comune come ceramiche e prodotti metallurgici. Gli archeologi interpretano i tratti e gli elementi comuni di questo materiale come indice di un’omogeneità culturale, o meglio come «nascita di un ethnos comune».</p>
<p style="text-align: justify;">La sezione seguente è una delle più ampie ed è dedicata a “I Liguri fra Greci, Etruschi e <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>”. Coordinata dal prof. Raffaele de Marinis, ordinario di Preistoria e Protostoria all’Università degli Studi di Milano, si apre con una ricostruzione a grandezza naturale, notevole per dimensioni e accuratezza nei dettagli, di parte della necropoli a incinerazione di Chiavari, sito archeologico scoperto nel 1959. Essa documenta non solo «il forte influsso del coevo mondo etrusco orientalizzante sulla popolazione ligure» ma anche i contatti con la cultura celtica di Golasecca. I responsabili della mostra osservano correttamente come «la presenza di materiali importati dall’Etruria e la molteplicità delle componenti culturali riconoscibili sia in forma diretta che mediata in alcuni siti, Chiavari in particolare (hallstattiana, golasecchiana, villanoviana, orientalizzante, greca e forse anche fenicia nel caso degli orecchini d’oro), ci parlano di un centro di traffici che doveva essere frequentato dagli Etruschi, ma anche da genti provenienti da più lontano e da diverse direzioni».</p>
<p style="text-align: justify;">Un’intera sezione (la quinta) è consacrata alla città di Genova, o meglio al suo “emporio”. Sin da epoca remota il capoluogo ligure si presentava come un importante crocevia marittimo e luogo di convivenza di popoli di etnie diverse (etruschi, umbri, greci, golasecchiani).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/i-liguri-e-la-liguria/1837" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3928" style="margin: 10px;" title="i-liguri-e-la-liguria" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/i-liguri-e-la-liguria-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a> Si viene poi, con la sesta sezione, agli scontri tra i Liguri e altri popoli, in particolare i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a> e i Romani. Questi ultimi avviarono le loro campagne militari contro i Liguri Apuani a seguito della Prima Guerra Punica, ossia intorno al finire del III secolo a.C. Sta a testimonianza della deportazione degli Apuani nel 180-179 a.C., riferita anche da Livio, la <em>Tabula alimentaria</em> dei Ligures Baebiani, concessa in <a href="http://www.prestiter.it/">prestito</a> dal Museo Nazionale Romano. Un altro oggetto di grande interesse in mostra in questa sezione è l’elmo con corna in lamina di bronzo e decorazioni a sbalzo, forse appartenente a un mercenario, proveniente da Pulica, in Lunigiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è semplice determinare l’epoca della definitiva pacificazione della zona a opera dei Romani, considerando il lungo protrarsi di una sorta di guerriglia che impose numerose operazioni militari. La settima e l’ottava sezione della mostra vertono proprio sui Liguri nell’epoca della dominazione romana. Delle due sezioni, una ha per principale oggetto la città di Luni, fondata per l’appunto dai Romani e della quale si può ammirare la tabella frontonale e le statue in terracotta del grande tempio, concesse alla mostra dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’altra (denominata “Liguria e Liguri nel riordinamento imperiale”) ospita la famosa Tavola di Polcevera, nota anche come <em>sententia Minuciorum</em>, il più antico documento epigrafico di contenuto giuridico finora restituito nell’Italia nord-occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima sezione, infine, coordinata dal prof. Massimo Quaini, ordinario di Geografia all’Università di Genova, è dedicata al “Ligurismo tra storia e mito”, ossia al risalente movimento di ricerca delle origini dei Liguri dai suoi pionieristici esordi ai giorni nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra resterà aperta sino a tutto il 23 gennaio 2005. Data l’eccezionalità dell’evento, vale davvero la pena di organizzare un viaggio nella Superba per visitarla.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Bibliografia sui Liguri</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">AA.VV., <em>Fontes Ligurum et Liguriae antiquae</em>, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», n.s., vol. XVI (XC), Genova 1976.<br />
A.C. Ambrosi, <em>“Corpus” delle statue-stele lunigianesi</em>, Bordighera 1972.<br />
E. Bernardini, <em>La preistoria in Liguria</em>, Genova 1977.<br />
E. Bernardini, <em>Liguria</em>, Roma 1981.<br />
D.D. Bertilorenzi, <em>Le sacre lame della montagna. Riflessioni su alcune incisioni rupestri delle Alpi Apuane</em>, in «Arthos» I n.s. (1997), n. 2, pp. 49-53.<br />
E. Celesia, <em>Le teogonie dell’antica Liguria</em>, Genova 1868.<br />
R. Del Ponte, <em>I Liguri. Etnogenesi di un popolo</em>, Genova 1999.<br />
R. Del Ponte, <em>Caratteristiche fisiche e psichiche dell’«uomo dei Balzi Rossi»</em>, in «Vie della Tradizione» XXVII (1997), n. 106, pp. 90-100.<br />
R. Del Ponte, <em>L’istituto regio nell’area ligure-alpina alla vigilia della conquista romana</em>, in «Rivista di Studi Liguri» XLI-XLII (1975-1976), pp. 11-19.<br />
N. Lamboglia, <em>La Liguria antica</em>, in <em>Storia di Genova</em>, vol. I, Milano 1941.<br />
G.A. Mansuelli, <em>Le fonti storiche sui Liguri. Le tradizioni fino alla “Naturalis Historia” di Plinio</em>, in «Rivista di Studi Liguri» XLIX (1983), pp. 7-17.<br />
A. Mastrocinque, <em>L’ambra e l’Eridano</em>, Este 1991.<br />
G. Petracco Sicardi – R. Caprini, <em>Toponomastica storica della Liguria</em>, Genova 1981.<br />
U. Postiglioni, <em>L’indoeuropeizzazione dei Liguri</em>, in «Arthos» XVIII-XIX (1989-1990), pp. 170-173.<br />
C. Solano, <em>Brevi considerazioni sul cigno iperboreo in Italia</em>, in «Arthos» XII-XIII, 27-28 (1983-1984), pp. 106-112.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania </em>del 9 gennaio 2005.</p>
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		<title>Le nombre «5» dans la tradition indo-européenne</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 16:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le nombre 5 est un nombre important, tant pour son symbolisme que pour son étymologie: les deux registres se complètent d’ailleurs parfaitement]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-3716" style="margin: 10px;" title="vitruviano" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/vitruviano-295x300.jpg" alt="" width="207" height="210" />Le nombre 5 est un nombre important, tant pour son <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolisme</a> que pour son étymologie: les deux registres se complètent d’ailleurs parfaitement. Selon les reconstructions opérées à l’unanimité par les linguistes, le terme, qui désigne le nombre «5», dérive d’une racine <a title="indo-européenne" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européenne</a> <em>*penkwe</em>, que l’on retrouve dans plusieurs aires linguistiques. Comme pour les autres nombres, on constate des formes différentes dans les différentes langues <a title="indo-européennes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européennes</a>: l’irlandais <em>coïc</em> et le gallois <em>pimp</em>; le gothique et le vieil haut allemand <em>fimf</em>, le lituanien <em> penki</em> et le slave ancien <em>petr</em>, le tokharien A <em>päñ</em>, le tokharien B <em>pis</em>, le latin <em>quinque</em> et l’ombrien <em>pumpe</em> (<em>nas</em>); le grec antique <em>pente</em>, l’arménien <em>hing</em>; le persan avestique <em>panca</em> et le sanskrit <em>panca</em> dérivent tous de cette unique racine phonétique, qui, selon une interprétation, serait composée de <em>*pen </em>et de <em>*-kwe</em>; cette dernière syllabe est un suffixe indiquant une conjonction copulative ou plutôt enclitique, c’est-à-dire qui se place à la fin d’une série de termes: ce type de conjonction est encore bien présente en latin, <em>-que</em> (<em>ndt</em>: dans la formule <em>Senatus populusque romanus</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Ces précisions ne relèvent pas seulement de la simple curiosité philologique parce que c’est en réfléchissant sur la signification de ce <em>*kwe/-que </em>que l’on a pu émettre la théorie qu’aux temps archaïques les <a title="Indo-Européennes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> comptaient non sur base décimale, comme nous le faisons aujourd’hui, mais sur la base du nombre 5; leurs calculs se terminaient donc par une expression pour désigner le nombre final, que nous devrions plutôt traduire par «et 5», <em>*penkwe</em> / lat.: <em>quinque</em> &#8211; it: <em>cinque</em>. L’explication la plus simple est que cinq est le nombre des doigts de la main, sur base de laquelle on effectuait les calculs.</p>
<p style="text-align: justify;">Ensuite, le <a title="symbolisme" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolisme</a> du nombre cinq désigne aussi l’homme (le «microcosme»); ce chiffre, outre le nombre de doigts, représente aussi la somme de la tête et des quatre membres (ou des quatre extrémités des membres inférieurs et supérieurs, soit les mains et les pieds). Le pentacle ou pentagone, inscrit dans un cercle, fut l’un des <a title="symboles" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symboles</a> les plus prisés du pythagorisme car c’est sur une base de 5 que l’on accède à l’harmonie universelle de l’échelle d’or. On ne s’étonnera pas qu’un <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> aussi riche de signification ait été inversé, comme aujourd’hui, où l’on retourne le pentacle et où on le place pointe vers le bas, devenant ainsi l’emblème des divers groupes de «satanistes» dont bien peu comprennent la sens réel du <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> dont ils se sont emparé.</p>
<p style="text-align: justify;">La fleur à cinq pétales indique la «quintessence»; chez les rosicruciens, la rose à cinq pétales est placée toute entière dans une rose à huit pétales. En Inde, le nombre 5 revêt une importance particulière car il rappelle les couleurs primordiales et les sens de la perception, c’est-à-dire les éléments subtils et bruts. Dans la culture nordique antique (et dans d’autres cultures), le 5 est le nombre de l’équilibre puisqu’il est la somme de 2 et de 3, représentation de l’humain et du divin. L’homme et le divin, tout est dans le nombre 5: ainsi le microcosme et le macrocosme, le haut et le bas.</p>
<p style="text-align: justify;">L’étude des proportions et des équilibres de la main, liée étroitement au nombre 5, fait dire à Athanasius Kirchner (<em>Musurgia universalis</em>): «De même, les éléments, les qualités, les tempéraments et les humeurs se maintiennent de manière constante en des rapports bien définis».</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">(article tiré de «La Padania», 23 juillet 2000; trad.. franc.: <a title="Robert Steuckers" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/robert-steuckers/">Robert Steuckers</a>, décembre 2009).</p>
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		<title>Symbolisme du cochon chez les Indo-Européens</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 13:58:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le porc est un élément typique de la culture primitive des Indo-Européens et est lié à de très anciens rites, comme le suovetaurilium romain]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/labrys.png" width="48" height="48" alt="" title="Indoeuropei" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.fr/exec/obidos/ASIN/2717835873/centrostudila-21" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/troisfonctions.bmp" border="0" alt="Bernard Sergent, Les trois fonctions indo-européennes en Grèce ancienne. Tome 1: De Mycènes aux Tragiques" width="93" height="140" align="left" /></a>Les termes pour désigner le porc domestique nous apprennent beaucoup de choses sur notre lointaine <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antiquité</a>. Dans la langue italienne, il y a trois substantifs pour désigner l’animal: «maiale», «porco» et «suino» (en français: <em>suidé</em> ; en néerlandais: <em>zwijn</em>; en allemand: <em>Schwein</em> et <em>Sau</em>).  Le dernier de ces termes, en italien et en français, sert à désigner la <em>sous </em>famille dans la classification des zoologues. L’étymologie du premier de ces termes nous ramène à la déesse romaine Maia, à qui l’on sacrifiait généralement des cochons. L’étymologie du second de ces termes est clairement d’une origine <a title="indo-europeénne" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européenne</a> commune: elle dérive de <em>*porko(s)</em> et désigne l’animal domestiqué (et encore jeune) en opposition à l’espèce demeurée sauvage et forestière; on retrouve les dérivées de cette racine dans le vieil irlandais <em>orc</em>, dans le vieil haut allemand <em>farah</em> (d’où le néerlandais <em>varken</em> et l’allemand <em>Ferkel</em>), dans le lituanien <em>parsas </em>et le vieux slavon <em>prase</em>, dans le latin <em>porcus</em> et l’ombrien <em>purka</em> (qui est du genre féminin). Ces dérivées se retrouvent également dans l’aire iranienne, avec <em>*parsa </em>en avestique, terme reconstitué par Emile Benveniste, avec <em>purs</em> en kurde et <em>pasa</em> en khotanais.</p>
<p style="text-align: justify;">Quant au troisième terme, «suino», il provient de l’<a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européen</a> commun <em>*sus</em>, dont la signification est plus vaste. La plage sémantique de ce terme englobe l’animal adulte mais aussi la truie ou la laie et le sanglier. Les dérivés de <em>*sus</em> abondent dans les langues <a title="indo-européennes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européennes</a>: en latin, on les retrouve sous deux formes, <em>sus</em> et <em>suinus</em>; en gaulois, nous avons <em>hwch</em> ; en vieil haut allemand <em>sus</em>, en gothique <em>swein</em> (d’où l’allemand <em>Schwein</em>), en letton <em>suvens</em>, en vieux slavon <em>svinu</em>, en tokharien B <em>suwo</em>, en ombrien <em>si</em>, en grec <em>hys</em>, en albanais <em>thi</em>, en avestique <em>hu</em> et en sanskrit <em>su(karas)</em>. Dans la langue vieille-norroise, <em>Syr</em> est un attribut de la déesse Freya et signifie «truie».</p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_3651" class="wp-caption alignright" style="width: 260px"><img class="size-full wp-image-3651" title="250px-Suovetaurile_Louvre" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/250px-Suovetaurile_Louvre.jpg" alt="" width="250" height="173" /><p class="wp-caption-text">Suovetaurilia. Louvre Museum, Paris.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Comme l’a rappelé <a title="Adriano Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi">Adriano Romualdi</a>, «le porc est un élément typique de la culture primitive des <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> et est lié à de très anciens rites, comme le <em>suovetaurilium </em>romain, ainsi que l’attestent des sites bien visibles encore aujourd’hui». Les Grecs aussi sacrifiaient le cochon, notamment dans le cadre des mystères d’Eleusis. Chez les <a title="celtes" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celtes</a> et aussi chez les Germains (notamment les Lombards), nous retrouvons la trace de ces sacrifices de suidés. Le porc domestique est de fait l’animal le plus typique de la première culture agro-pastorale des pays nordiques. Parmi d’autres auteurs, Walther Darré nous explique que cet animal avait une valeur sacrée chez les peuples <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européens</a> de la préhistoire et de la protohistoire: «ce n’est pas un hasard si la race nordique considérait comme sacré l’animal typique des sédentaires des forêts de caducifoliés de la zone froide tempérée (…) et ce n’est pas un hasard non plus si lors des confrontations entre <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> et peuples sémitiques du bassin oriental de la Méditerranée, la présence du porc a donné lieu à des querelles acerbes; le porc, en effet, est l’antipode animal des climats désertiques». Il nous paraît dès lors naturel que les patriciens des tribus <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indo-européennes</a>, lors des cérémonies matrimoniales, continuaient à souligner les éléments agraires de leur culture, en sacrifiant un porc, qui devait être tué à l’aide d’une hache de pierre».</p>
<p style="text-align: justify;">Nous avons donc affaire à un sens du sacré différent chez les <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européens</a> et chez les Sémites, qui considèrent les suidés comme impurs mais qui, rappelle Frazer, ne peuvent pas le tuer; «à l’origine, explique-t-il, les juifs vénéraient plutôt le porc qu’ils ne l’abhorraient. Cette explication de Frazer se confirme par le fait qu’à la fin des temps d’Isaïe, les juifs se réunissaient secrètement dans des jardins pour manger de la viande de suidés et de rongeurs selon les prescriptions d’un rite religieux. Ce type de rite est assurément très ancien. En somme, conclut <a title="Romualdi" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/autori/adriano-romualdi">Romualdi</a>, «la familiarité de la présence de porcins est un des nombreux éléments qui nous obligent à voir les <a title="indo-européens" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-européens</a> des origines comme un peuple des forêts du Nord».</p>
<p style="text-align: justify;">Dans sa signification <a title="symbolique" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbolique</a>, le porc est associé à la fertilité et son sacrifice est lié à la vénération due aux dieux et à la conclusion des pactes et traités. Avec la prédominance du christianisme dans l’Europe postérieure à l’<a title="antiquité" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/storia-antica">antiquité</a> classique, le porc a progressivement hérité de significations que lui attribuaient les peuples sémitiques, notamment on a finit par faire de lui le <a title="symbole" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">symbole</a> de l’impudicité, des passions charnelles, de la luxure, avant de l’assimiler au diable. Dans la <em>Bible</em>, en effet, le «gardien de cochons», image de l’<a title="indo-européen" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">Indo-Européen</a> agropastoral des premiers temps, est une figure méprisée et déshonorante, comme le fils prodigue de la parabole, réduit à garder les porcs d’un étranger.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">(article paru dans «La Padania», 30 juillet 2000; trad. franc.: <a title="Robert Steuckers" href="http://www.centrostudilaruna.it/autore/robert-steuckers/">Robert Steuckers</a>, décembre 2009).</p>
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		<title>Il simbolismo del cane</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 09:52:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Brevi cenni sulle origini della parola che designa il cane e sul simbolismo di questo animale, che spesso si incrocia e confonde con quello del lupo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-2793" style="margin: 10px;" title="71919615" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/dog-snow.jpg" alt="71919615" width="319" height="208" />I nostri avi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a> conobbero, certo già nell’epoca precedente la loro diaspora, un termine comune per designare il cane. Questo animale accompagnava infatti la vita agro-pastorale dei lontani progenitori già numerosi millennî orsono. Il nome per designarlo doveva essere <em>*kwón</em>, che si è poi tramandato, tra le numerose lingue, nell’antico irlandese <em>cu</em>, nel gallese <em>ci</em>, nel tocario A <em>ku</em>, nel lituano <em>šuõ(n)</em>, nell’armeno <em>šun</em>, nel greco <em>cúon</em>, nell’avestico <em>span-</em>, nel sanscrito <em>çva-</em>, oltre che nel latino <em>canis</em>, da cui il nostro ‘cane’.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto attiene alle lingue germaniche, si hanno le testimonianze dell’antico alto tedesco (<em>hunt</em>) e del gotico (<em>hunds</em>), e le sopravvivenze, tra le lingue moderne, nel tedesco <em>Hund </em>e nell’inglese, oggi desueto, <em>hound </em>(si noti che ancor’oggi <em>greyhound </em>designa il ‘levriero’).</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/1884964982/centrostudilarun" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/1884964982.bmp" border="0" alt="Encyclopedia of Indo-European Culture" hspace="3" vspace="3" width="109" height="140" /></a>Gli indoeuropeisti Adams e Mallory rilevano come il cane sia il primo animale addomesticato, e come il processo di addomesticazione avvenne oltre diecimila anni orsono. Dal Mesolitico in poi, il cane è largamente conosciuto in Eurasia. I due studiosi, in un loro scritto sul tema, fanno un’osservazione interessante: in varie aree indoeuropee le parole che designano il ‘cane’ possono indicare anche il ‘lupo’, come avviene per esempio in Irlanda e nell’India arcaica. In tali casi il cane assumerebbe il significato e anche la funzione simbolica del lupo, tanto dal punto di vista mitico quanto in quello del comportamento sociale, ove i lupi sono usualmente associati ai guerrieri.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8845907643" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/simbolidellascienzasacra.bmp" border="0" alt="René Guénon, Simboli della Scienza Sacra" width="95" height="145" /></a>La millenaria stretta familiarità con questo animale ha determinato il sovrapporsi di una miriade di leggende, tradizioni e significati, tanto che è impossibile accennare a tutti. Vi sono però alcuni elementi fondamentali: il cane è uno psicopompo, vale a dire una “guida delle anime”, specie nel <em>post-mortem</em>, analogamente a come lo è stato durante la vita (sua e del padrone); è collegato agli inferi, che custodisce o nei quali dimora (si pensi al Garm dei Germani, al Cerbero dei Greci o alle figure dei cinocefali e di Anubis nell’antico Egitto) e alla morte in genere, tanto da poter mettere in contatto con l’aldilà; è, come accennato, un <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> del <em>furor </em>guerriero (specie nel suo aspetto di lupo): esempio ne è l’eroe irlandese Cuchulainn, il cui stesso nome significa “cane di Culann”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8817146331" target="_blank"><img class="alignleft" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/chevalierdizionariodeisimboli.bmp" border="0" alt="Jean Chevalier - Alain Gheerbrandt, Dizionario dei simboli" width="95" height="142" /></a>Giustamente A. Gheerbrant ha scritto che il cane presenta una <a title="simbologia" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbologia</a> contraddittoria, che nelle diverse civiltà si presenta in modo complesso. Egli richiama la tradizione ermetica, spiegando come il cane divorato dal lupo rappresenti la purificazione dell’oro tramite l’antimonio, il che corrisponde alla penultima tappa della Grande Opera alchemica. Conclude con queste belle parole: «ora, che cosa sono in questo caso il cane e il lupo se non i due aspetti dello stesso <a title="simbolo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> che, nell’immagine esoterica, trova indubbiamente soluzione e, nello stesso tempo, il significato più alto? Cane e lupo a un tempo, il saggio – o il santo – si purifica divorandosi, cioè autosacrificandosi per accedere in fine alla tappa ultima del perfezionamento spirituale».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 15 luglio 2001.</p>
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		<title>Simbolismo del topo</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2009 14:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'etimologia dei termini che designano il topo, il sorcio e il ratto e alcune note sui significati simbolici del topo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><p style="text-align: justify;"><a href="http://www.libriefilm.com/animali-fra-mito-e-simbolo/5140"><img class="alignleft size-full wp-image-2452" style="margin: 10px;" title="animali-tra-mito-e-simbolo" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/animali-tra-mito-e-simbolo.jpg" alt="animali-tra-mito-e-simbolo" width="200" height="292" /></a>Nel caso di questo animale la designazione prevalente in italiano non è probabilmente di origine indoeuropea, ma mediterranea. Si tratta infatti del risultato del tardo latino <em>talpus </em>(da <em>talpa</em>, che è appunto di origine mediterranea). In area settentrionale <em>*talp</em> è cambiato in <em>*taup-</em>, per giungere al termine oggi invalso; sino al secolo scorso aveva una diffusione più o meno pari a “topo” anche “sorcio”, oggi però sempre più in disuso. Anch’esso ha probabilmente origine mediterranea.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre le lingue romanze hanno subito tramite il latino questa influenza mediterranea (francese <em>taupe</em>, spagnolo <em>topo</em>, catalano <em>taup</em>) in quelle germaniche il vocabolo si è mantenuto in forme più fedeli alle origini indoeuropee: inglese <em>mouse</em>, tedesco <em>Maus</em>: qui è rimasta evidente la radice indoeuropea <em>*mus</em>, che si manifestò in forme pressoché invariate dal latino all’alto tedesco e al norreno e dal sanscrito al greco, sino al prussiano moderno; nello slavo antico compare come <em>myši</em>, nell’armeno come <em>mukn </em>e nell’albanese sotto la forma <em>mi</em>. A queste parole va ancora aggiunto l’italiano “ratto”, derivante da una serie onomatopeica in cui le due consonanti “r” e “t” dovevano rimandare all’idea del “rodere” (la cui radice era <em>*rod</em> / <em>*rad</em>); forme affini a “ratto”, come rileva Devoto, sono attestate in tutta l’area romanza e in quella germanica occidentale (provenzale e francese <em>rat</em>, spagnolo e portoghese <em>rato</em>, tedesco <em>Ratte</em>), ma verosimilmente anche in area celtica (bretone <em>raz</em>, medio irlandese <em>rata</em>, gaelico <em>radàn</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso il significato simbolico degli animali, delle piante, dei colori e di varie manifestazioni del mondo naturale si intuisce ancor’oggi in via del tutto spontanea, specie se si sviluppa un’adeguata sensibilità. Questo è il caso anche del topo: a tutti viene spontaneo associare questo animale al sudiciume, alla spregevole bassezza e all’oscurità, spesso morbosa. Nelle tradizioni è infatti questo il carattere predominante. A ciò contribuisce in particolare misura il fatto che questo animale scava spesso sottoterra le proprie tane, e che dunque è così legato al mondo tellurico. La caverna assume qui dunque il suo carattere oscuro, umido e ombroso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come di frequente accade nel <a title="simbolismo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolismo</a> cristiano, spesso dualista, si tratta di animale colpito da una caratterizzazione orribile, e viene associato infatti al demonio. Così nell’iconografia, specie medievale, è rappresentato intento a rodere le radici dell’albero della vita. Questo ci riporta vagamente alla mente l’immagine di un altro mitico roditore, e cioè il nordico Ratatoskr. Come molti altri animali, questa sorta di simbolico scoiattolo vive presso l’albero del mondo Yggdrasil: egli corre continuamente su e giù lungo il tronco, e funge da tramite fra l’aquila, che sta appollaiata sui più alti rami, e un tremendo serpe che tormenta le radici, poiché suo compito è riportare le cattive parole che i due animali intendono scambiarsi. Il significato qui è diverso: come ben intuisce Gianna Chiesa Isnardi, «Allo scoiattolo Ratatoskr, “dente che perfora”, più che un valore simbolico il mito attribuisce la funzione di incarnare l’immagine della velocità: alla sua figura è affidato il compito di fare sì che l’antagonismo fra Cielo e Terra, fra spirituale e materiale, fra bene e male abbia corso ininterrotto»: parrebbe proprio una triste descrizione dell’epoca nostra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 14 gennaio 2001.</p>
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		<title>Simbolismo dell&#8217;arco</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 16:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Etimologia, diffusione e simbolismo dell'arco nell'antichità, e in particolare presso i popoli indoeuropei]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><div id="attachment_2593" class="wp-caption alignleft" style="width: 346px"><img class="size-full wp-image-2593 " title="ullr-arciere" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/ullr-arciere.jpg" alt="Ullr arciere. Incisione lignea" width="336" height="389" /><p class="wp-caption-text">Ullr arciere. Incisione lignea</p></div>
<p style="text-align: justify;">È il latino <em>arcus</em>, della quarta declinazione. Devoto testimonia che le parentele indoeuropee di tale termine sono attestate solo in area germanica. Nel gran <em>Vocabolario etimologico indoeuropeo</em> di Walde e Pokorny compare però una ricostruzione di un termine indoeuropeo comune che dovette designare l&#8217;arco, riconducibile alla forma <em>*gwiya</em>. Essa è stata identificata sulla base dell&#8217;antico slavo <em>zi-ca</em>, del lituano <em>gijà</em> (&#8216;filo&#8217;), del greco <em>biós</em>, dell&#8217;avestico <em>jya</em> e del sanscrito <em>jya</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arco deve avere avuto un ruolo assai importante anche nella più antica società guerriera indoeuropea, poiché memorabili arcieri costellano le mitologie indoeuropee. Iniziando dall&#8217;Europa del Nord, vale a dire dalle regioni della patria originaria dei popoli <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a>, troviamo tra gli antichi Germani Ullr, il mitico arciere detto anche Bogaáss, &#8220;dio dell&#8217;arco&#8221; (<em>Gylfaginning</em> 23, 31), che è presente in numerose raffigurazioni e incisioni rupestri. Gianna Chiesa Isnardi ne sottolinea la relazione con un albero, scrivendo nei suoi <em>Miti nordici</em> che &#8220;il legno di tasso, materiale preferito per l&#8217;arco <em>yr</em> significa sia &#8216;tasso&#8217; che &#8216;arco di tasso&#8217;) richiama forse l&#8217;albero cosmico&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Migrando poi, come i <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">popoli indoeuropei</a>, verso il Sud, giungiamo all&#8217;Ellade, ove figura l&#8217;arciere Ulisse (la parentela linguistica con il dio nordico è stata notata da alcuni studiosi) che, oltre al noto episodio di gara con l&#8217;arco che si trova nella conclusione dell&#8217;<em>Odissea</em>, è noto per il suo letto nuziale costruito sul possente tronco d&#8217;albero. Ma si pensi, ancora, alla figura centrale di un fondamentale testo di ascesi guerriera quale la <em>Bhagavad Gîta</em>, l&#8217;arciere Arjuna, o a varie divinità come Kama, Apollo, Cupido o a eroi come l&#8217;irlandese CúChulainn. Negli <em>Inni omerici</em> è detto: &#8220;Io parlerò dell&#8217;arciere Apollo i cui passi nella dimora di Zeus fanno tremare tutti gli dei: tutti si levano dal loro seggio al suo avvicinarsi quando tende il suo arco illustre&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche divinità femminili sono armate d&#8217;arco: si pensi per esempio alla nordica Skaði, moglie di Njörðr &#8211; dea cacciatrice che tanto ci rammenta Diana, signora delle selve e degli animali.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;arco è inoltre <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/simboli">simbolo</a> di una precisa disciplina spirituale: è, in India, l&#8217;arma tipica da <em>kshatriya </em>(questo termine indica la casta dei guerrieri), adatta alle iniziazioni cavalleresche. Risalendo a uno dei più antichi testi <a href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropei</a>, il <em>Rig Veda</em>, leggiamo: &#8220;Possiamo con l&#8217;arco conquistare le vacche e il bottino, vincere le più dure battaglie! L&#8217;arco è il tormento del nemico; vinciamo con l&#8217;arco tutte le regioni dello spazio!&#8221;. E certo significativamente, sempre riguardo al mondo e allo spirito nordico, troviamo questa considerazione della Chiesa Isnardi: &#8220;la freccia e l&#8217;arco sono strumenti del guerriero e del cacciatore, per i quali l&#8217;esperienza della vita è la lotta contro le forze del male: l&#8217;apprendimento del loro uso è perciò azione iniziatica&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>* * *</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania</em> del 6 maggio 2001.</p>
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		<title>Il Blasonario dei Gran Maestri dell&#8217;Ordine del Tempio</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 15:19:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Recensione del saggio di Gaspare Cannizzo sulla simbologia araldica dei Gran Maestri templari]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/algiz.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Algiza" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/carlomagno48x48.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Medioevo" /><img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/yggdrasil.thumbnail.jpg" width="48" height="48" alt="" title="Simboli e simbologia" /><br/><div id="attachment_1794" class="wp-caption alignleft" style="width: 178px"><img class="size-medium wp-image-1794" title="Jacques de Molay (1243-1314), ultimo Gran Maestro dell'Ordine del Tempio" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/molay.jpg" alt="Jacques de Molay (1243-1314), ultimo Gran Maestro dell'Ordine del Tempio" width="168" height="221" /><p class="wp-caption-text">Jacques de Molay (1243-1314), ultimo Gran Maestro dell&#39;Ordine del Tempio</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il <em>Blasonario dei Gran Maestri dell&#8217;Ordine del Tempio (1118-1314)</em> di Gaspare Cannizzo (Edizioni di Vie della Tradizione) è un volume pregevole tanto per la veste grafica quanto nei contenuti. La cura editoriale infatti è notevole: la carta bianchissima è di grande qualità, le riproduzioni a colori dei blasoni sono ottime; ricco di illustrazioni, e con la copertina in caratteri gotici dorati su sfondo azzurro. A parte queste note editoriali, che non mancheranno comunque di interessare gli amanti del bel libro, l&#8217;ultimo lavoro del compianto direttore della pluridecennale “rassegna di orientamenti tradizionali” «Vie della Tradizione» costituisce un nuovo importante contributo alla storia e all’araldica dell’Ordine del Tempio. L’Autore si dimostra profondo conoscitore dell’epopea dei Templari, che costituirono, con il loro prezioso esempio, uno tra i più risalenti esempî di un vero e proprio esercito transnazionale europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume reca l’Introduzione di Loredana Imperio, una nota studiosa di templarismo, vicepresidente della L.A.R.T.I. (Libera Associazione Ricercatori Templari Italiani), in cui si può leggere: «Ricostruire la storia dell’Ordine del Tempio è come cimentarsi nella composizione di un mosaico, un lavoro lungo e faticoso, ma esaltante e splendido. Un tassello oggi, uno domani, poi un altro ancora e la meravigliosa storia dei Templari si disegna innanzi ai nostri occhi». Queste parole non sono solo un tributo al valido Autore di questo studio, ma anche una significativa indicazione della direzione operativa e di studî.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel testo di Cannizzo le figure blasonarie vengono illustrate con precisi riferimenti alla storia delle casate dei Gran Maestri e ampî cenni alle loro biografie, dalle quali emergono in particolare due dati: il primo, del resto ben noto, è che la maggior parte di questi condottieri gloriosamente cadde sul campo di battaglia; l’altro circa la possibile nazionalità nostrana d’alcuni di essi. Sin dal primo mitico capostipite dei Gran Maestri, Ugone dei Pagani (1118/19 &#8211; 24 maggio 1136), la attribuzione della nazionalità è dubbia da lungo tempo. Cannizzo ne sostiene, soprattutto su basi araldiche, la nascita a Nocera: «L’attenta indagine di particolari collegamenti e di certe memorie avvalora questa tesi. Noi concordiamo quindi nel ritenerlo un cavaliere crociato italiano dell’omonima famiglia Pagano di Nocera in Basilicata. Ciò che ci pare invece molto verosimile è che si trattasse di un ramo proveniente dalla Francia e che ancora, in quel tempo, esistessero rapporti di reciprocità e sentita parentela fra i rimasti in Francia e quelli venuti in Italia».</p>
<p style="text-align: justify;">
<div class="wp-caption alignright" style="width: 212px"><a href="http://www.centrostudilaruna.it/algiza"><img title="Questo articolo è stato tratto da Algiza 8 (1997), p. 26." src="../immagini/Algiza8.jpg" alt="" width="202" height="299" align="right" /></a><p class="wp-caption-text">Questo articolo è stato tratto da Algiza 8 (1997).</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ancora, del quindicesimo Gran Maestro, Pietro di Montaigu (1219 &#8211; 28 gennaio 1232), Cannizzo scrive: «Apparteneva a una delle più illustri famiglie del meridione di Francia. Da qualcuno si sostenne che fosse di origine italiana, della nobile famiglia dei Monteacuto. Non propendiamo per questa tesi, semmai è possibile che il ramo francese e quello italiano avessero comune origine. È però un fatto che lo stemma di questi Montaigu di Francia e quello dei Monteacuto d’Italia è pressocchè identico». Aggiunge inoltre l’Autore nei dati biografici: «Ritenne di non dovere obbedienza all’imperatore Federico II e venne da Roma esentato dalla giurisdizione del Patriarca di Gerusalemme».</p>
<p style="text-align: justify;">Il ventesimo a reggere la Gran Maestranza fu poi Tommaso Berardi (o Berard), «originario d’Italia – e su questo pare che si sia quasi tutti d’accordo – molto verosimilmente fu piemontese». Il libro offre poi un ulteriore elemento di particolare importanza, la descrizione di scudi di antichi cavalieri templari particolarmente noti. Vi figurano, tra gli altri, i blasoni delle famiglie Falcone, Moncucco, Biandrate, Ponzone, Malaspina, Monferrato, Pallavicino e Lupi. Inoltre numerose illustrazioni corredano le pagine di questo volume appassionante. Questo volume non può mancare all’appassionato medievista e al cultore di studi templari.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Gaspare Cannizzo, <em>Blasonario dei Gran Maestri dell&#8217;Ordine del Tempio (1118-1314)</em>, ed. di Vie della Tradizione, £30000.<br />
Questo articolo, parzialmente rielaborato alla data della pubblicazione sul sito, venne scritto originariamente in <a title="Algiza" href="http://www.centrostudilaruna.it/algiza"><em>Algiza</em></a> 8 (1997), p. 26.</p>
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		<title>Culti e religiosità degli antichi Liguri</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 15:51:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli studi ottocenteschi di Emanuele Celesia sugli antichi Liguri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<img src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/storia-antica.JPG" width="48" height="48" alt="" title="Storia antica" /><br/><div id="attachment_1716" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><img class="size-medium wp-image-1716" title="180px-vallee_des_merveilles_103" src="http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/180px-vallee_des_merveilles_103.jpg" alt="Il &quot;mago&quot;. Incisione rupestre, Monte Bego, Valle delle Meraviglie." width="180" height="141" /><p class="wp-caption-text">Il &quot;mago&quot;. Incisione rupestre. Monte Bego, Valle delle Meraviglie.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel lontano anno 1868 venne pubblicato a Genova un libro sulla <a title="religiosità" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religiosità</a> degli antichi Liguri, che è rimasto quasi unico nel suo genere. Si tratta de <em>Le teogonie dell’antica Liguria</em> dell’avvocato Emanuele Celesia. Nel volgere di quasi un secolo e mezzo lo stile espressivo della nostra lingua è talmente mutato che la lettura di quel libro ci risulta un po’ difficoltosa; eppure esso è ancor oggi un passaggio obbligato per studiare la religiosità dei Liguri.</p>
<p style="text-align: justify;">Celesia aveva una vasta cultura e si era studiato con accuratezza le fonti storiche latine e greche; inoltre utilizzava un metodo intelligente, quello cioè di intersecare i documenti letterari con i dati relativi al folklore, alle tradizioni popolari, alle credenze locali e agli usi delle campagne ancora esistenti ai suoi tempi. A ciò univa buon senso e intuizione: riuscì così a delineare un quadro della <a title="Religione" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/temi/religione">religione</a> dei Liguri abbastanza accurato e non troppo fantasioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="nofollow" href="http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2317&amp;isbn=8875458324" target="_blank"><img class="alignright" style="border: 0pt none; margin: 10px;" src="../immagini/iliguri.bmp" border="0" alt="Renato del Ponte, I Liguri. Etnogenesi di un popolo. Dalle origini alla conquista romana" width="94" height="142" /></a>Nel suo libro Celesia si occupava in primo luogo del culto della natura presso i popoli italici, individuando la figura suprema nel dio-luce (lo Jupiter dei Latini, che deve il suo nome all’<a title="indoeuropeo" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/indoeuropei">indoeuropeo</a> “dio-padre”). Grande importanza rivestiva presso i Liguri uno speciale culto delle vette, attestato in particolar modo nella zona del Monte Bego, come del resto quello di boschi e alberi, “fenomeni aerei e plutonici”, divinità dei flutti e dei mari. Inoltre vi erano particolari animali “sacri” o emblematici (cosa che avveniva presso molti popoli antichi, per esempio tra i <a title="Celti" href="http://www.centrostudilaruna.it/sezioni/storia/celti">Celti</a>). Infine un ruolo religioso assai importante ebbero le “primavere sacre”, migrazioni di giovani che andavano a fondare nuove colonie in terre remote.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda le divinità dell’antica Liguria, Celesia riconosceva la difficoltà di trattare l’argomento, per via della scarsità di notizie nelle fonti storiche; per lo più vi erano dunque divinità di cui si perse il nome, ma almeno su alcune era possibile congetturare. Certamente su Penn, il dio che i Romani avrebbero tramutato in Giove Pennino e che era probabilmente legato al culto delle vette; il dio Belen, Belino o Abeglio, che ebbe certo un corrispondente celtico, e che è sopravvissuto nell&#8217;intercalare dialettale genovese; e poi vari dei con caratteristiche del tutto affini a quelle di loro corrispondenti venerati da altri popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">«Presso un popolo agricola come quello della valle padana ogni atto della vita rurale dovea rivestire un carattere di festività in onoranza di quella arcana virtù che fecondava le mandrie ed i campi; quindi la vendemmia, la seminagione, la mietitura suonavano d’inni d’esultanza e di azioni di grazie a quelle deità che le prosperava». Cerimonie e riti, secondo il Celesia, avevano uno stretto legame col ciclo dell’anno, occupando in modo caratteristico altri momenti importanti come il matrimonio (presso i Liguri la donna godeva di importanza e autonomia), gli usi funerari, i sacrifici rituali e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello di Celesia sarebbe un buon libro da riscoprire oggi da parte di qualche saggio editore, ovviamente con tutti gli opportuni aggiornamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">* * *</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto da <em>La Padania </em>del 18 dicembre 2003.</p>
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