Atlantide, Mu, Lemuria, Gondwana, Iperborea

INTRODUZIONE

David Hatcher Childress, Le città perdute di Atlantide, Europa antica e Mediterraneo Al lettore non sarà forse sfuggito come nella letteratura fantascientifica e, in generale, fantastica, affiori ripetitivamente il tema del ‘dopo’: del mondo che ci sarà dopo questo, destinato necessariamente al dissolvimento, con obliterazione della presente civiltà e modo di vita. Questo tema non è tanto nuovo: ai tempi della ‘guerra fredda’, il ‘dopo’ era generalmente presentato come il post-olocausto nucleare, a sua volta prospettato come un ‘fenomeno della natura’, per prevenire il quale non c’era niente da fare. Adesso, la tematica del post-catastrofe ecologica si fa avanti sempre più insistentemente – non senza una valida ragione – presentata anche quella come qualcosa di ‘inevitabile’. Il fatto che masse crescenti di genti civili accettino supinamente questo tipo di cose come ‘fenomeni della natura’ è di per sé un indicatore addizionale che effettivamente stiamo andando incontro a un’epoca di stravolgimento esistenziale: a una cesura nel tempo.

Sotto queste condizioni è stato ritenuto utile di riproporre la casistica dei ‘continenti perduti’ – ‘inabissati’ -, ma affrontandola sotto punti di vista totalmente diversi da quelli semplicemente storici – o fantascientifici o sensazionalistici – generalmente adottati nella letteratura corrente. Sull’Atlantide esistono 20 – 25.000 pubblicazioni, fra libri e opuscoli (pochissime, spesso quasi niente, sugli altri ‘continenti perduti’). A questa pletora di carta stampata non sarebbe stato certo il caso di aggiungere, se non si avesse avuto la convinzione di avere da dire qualcosa di nuovo e di diverso.

Questo libro, originalmente, doveva fare da appendice a un altro, sull’argomento dell’equilibrio antropocosmico, che lo scrivente ha in progetto e che sarà probabilmente completato nel prossimo futuro. Si è poi optato per una stesura separata per non appesantire eccessivamente quel testo e anche perché quello dei ‘continenti perduti’ è un tema che può essere trattato indipendentemente e che possiede un suo specifico interesse.

1. ATLANTIDE, MU, LEMURIA, GONDWANA, IPERBOREA

1.1 Note introduttive

Riccardo Orizio, Tribù bianche perdute. Viaggio tra i dimenticati Come schema strutturale – come ‘struttura portante’ o paradigma -, per un esposto generale dell’argomento dei ‘continenti perduti’, si può adottare quello ammesso dalla letteratura teosofica (1). Lì si prospetta una successione di ‘razze radicali’, o ‘razze madri’, a ognuna delle quali si presume sia corrisposto uno specifico habitat – ‘continente’; ‘mondo’ – destinato alla lunga alla distruzione catastrofica, per inabissamento o conflagrazione vulcanica, come conseguenza di sconvolgimenti naturali; facendo così posto alla seguente ‘razza radicale’, abitante di un altro ‘mondo’ non carente però di un qualche nesso di continuità con quello precedente. Ogni ‘razza madre’, dopo la sua caduta, lascia indietro dei residuati umanoidi, dalla psicologia spesso incomprensibile; e i corrispondenti ‘continenti’ dei relitti geologici, sotto forma, generalmente, di isole.

Da notarsi comunque che anche nella letteratura teosofica – peraltro, sia chiaro, pregevole – non sembra esserci il concetto dell’illimitato divenire, senza principio né fine, che è invece proprio di ogni Weltanschauung sanamente tradizionale: anche i teosofi soggiacciono, forse senza avvedersene, alla concezione segmentaria del tempo, secondo la quale ogni cosa deve avere avuto un inizio e deve, alla lunga, finire in gloria dopo un processo di ‘perfezionamento’. Le ‘razze madri’ verrebbero a essere in tutto sette (quattro passate, una presente, due future). L’umanità civile attuale verrebbe a essere la quinta ‘razza madre’, quella atlantidea la quarta e quella lemuriana la terza. E il ciclo dovrebbe finire per chiudersi con degli esseri ‘perfetti’ (qui si mette mano a concetti tipo riincarnazione, karma, ecc., resi fumosi da un’interpretazione moralistica) (2). Viceversa, la teosofia mostra sempre una preoccupazione per coordinare la propria cronologia con quella della scienza geologica ufficiale, quella delle ‘ère geologiche’ (3). Ne risulta che le ‘razze madri’ più antiche convissero con i dinosauri e altri animali preistorici – né la cosa è assurda: l’uomo (‘uomo’ in senso lato) è di immemoriale antichità e l’antropogenesi (ammesso che di antropogenesi si possa parlare) si perde nella notte dei tempi (4). La presunta ‘modernità’ della specie umana, sostenuta maldestramente dalla scienza ufficiale contemporanea, obbedisce al dogma evoluzionistico darwiniano e non ha niente di veramente scientifico.

I testi teosofici (e non solo quelli) molto spesso dicono di fare riferimento a documenti di antichità immemoriale, la cui visione è permessa solo a persone ‘qualificate’ (la Blawacki faceva riferimento a un fantomatico libro tibetano, le cosiddette Stanze di Dzyan [5], mentre il già citato Scott-Elliot parla di antichissime mappe su terracotta o pergamena); nonché a fonti psichiche (6), cioé alle possibilità parapsicologiche di certi ‘veggenti’ particolarmente dotati.

Si tratta, è chiaro, di fonti poco verificabili e anche magari opinabili; il che non togli che, nell’insieme, la visione teosofica sia, a parer nostro, adatta a fare da struttura portante per questo argomento. Essa fu adottata, peraltro, dallo stesso Julius Evola (7).

Né le ‘fonti psichiche’ vanno prese del tutto sottogamba – anche se, ovviamente, ci vuole un certo criterio nel valutarle. In riguardo, è il caso di ricordare che l’Atlantide non fu un’invenzione di Platone, né egli è l’unico autore dell’antichità che ne parla: è invece vero che la ‘nozione’ di una grande civiltà scomparsa posta a ‘occidente’ (‘oltre le Colonne d’Ercole’) era molto diffusa a quei tempi – essa circolava nella ‘psiche collettiva’ dell’Europa antica. Viceversa, nell’Africa nera c’era una diffusissima ‘nozione’ secondo la quale i negri non si consideravano una razza giovane, ma enormemente arcaica e crepuscolare (8) – e i negri sarebbero, secondo la letteratura teosofica, fra i ‘fossili viventi’ che ci ha lasciati indietro la Lemuria.

La geologia ufficiale ci assicura che l’Atlantide platonica (e, a fortiori, il resto dei ‘continenti scomparsi’) non possono essere esistiti (9). Qui è il caso di ricordare che la scienza ufficiale, che spesso e volentieri segue mode culturali, ha un valore del tutto relativo quando si tratta di valutare eventi posti in epoche o luoghi remoti – per esempio, la teoria della deriva dei continenti, lanciata da Alfred Wegener nel 1915, fu inizialmente coperta di ridicolo dai santoni dell’establishment scientifico (allora erano in voga i ‘ponti intercontinentali’), mentre adesso è divenuta una colonna portante della scienza geologica ufficiale (fino a quando, staremo a vedere). Vale comunque l’osservazione che una cosa è prendere alla lettera la svariata letteratura sull’Atlantide ecc. e un’altra ammettere che i ‘continenti perduti’ possano avere avuto un’esistenza obiettiva di qualche genere, in un passato difficilmente precisabile.

Si è già menzionato che sull’Atlantide ci sono migliaia di pubblicazioni e molte meno sugli altri ‘continenti perduti’: si tratta sempre di scritti specifici su di un certo ‘continente’. Che lo scrivente sappia, l’unica opera dove si cerchi di dare una visione d’insieme è quella di Serge Hutin, Hommes et civilisations fantastiques (10).

1.2 Atlantide

1.2.1 L’Atlantide classica

L’Atlantide, come essa è generalmente intesa, viene a essere quella ‘grande isola’ oltre le Colonne d’Ercole descritta da Platone nei suoi dialoghi Critia e Timeo. La letteratura in riguardo è ipertrofica (11), e qui ci si limiterà a qualche pertinente osservazione. – Secondo certe fonti (12), l’Atlantide originalmente sarebbe stata una specie di ponte intercontinentale fra l’America e l’Europa che si sarebbe ‘sgretolato’ a più riprese, l’Atlantide platonica venendo a essere quel che ancora ne rimaneva verso la metà dell’XI millennio a.C., quando essa scomparve per immersione nei flutti del mare.

Qui interessa fare notare che è estremamente improbabile che Platone si sia inventato di sana pianta il suo racconto e che invece si può prendere per certa la verità di quanto egli afferma (che glie lo aveva raccontato Critone, che a sua volta lo aveva ascoltato da suo nonno Solone, che lo aveva appreso da sacerdoti egiziani). E comunque, prima, contemporaneamente e dopo Platone, parecchi autori antichi hanno parlato dell’Atlantide, in termini analoghi a quelli platonici anche se in minore dettaglio: Esiodo, Omero (nella sua Odissea), Solone, Euripide, Strabone, Dioniso di Alicarnasso, Diodoro Siculo, Plinio, Teopompo, Marcello (13) – il tema dell’Atlantide faceva parte della ‘memoria ancestrale collettiva’ di tutto il Mediterraneo da lunghissimo tempo. Questo sembrerebbe invalidare quelle teorie secondo le quali l’Atlantide avrebbe potuto essere nei più svariati luoghi, mentre Platone, a conoscenza di un qualche cataclisma geologico o meteorologico di grandi dimensioni, lo avrebbe utilizzato come spunto per imbastire la sua storia. Qualche notizia in riguardo sarà data più avanti, ma va detto subito che tutte queste teorie si rivelano insoddisfacenti: la svariate ‘Atlantidi’ poste nei più disparati luoghi del mondo non sono l’Atlantide.

1.2.2 Le ‘colonie’ atlantidee

1.2.2.1 Generalità

Nella letteratura sull’Atlantide è rappresentata spesso l’idea che prima del suo inabissamento essa avrebbe fondato una serie di colonie sia in Europa che in America, le quali, in qualche modo, ne avrebbero prolungato la civiltà – pur serbando un ricordo impreciso e confuso delle loro origini. La civiltà delle piramidi – presente dall’Egitto attraverso la Sumeria fino all’estremo Oriente e anche in America (14) – è stata indicata come il più probabile ‘prolungamento culturale’ dell’Atlantide. Meno attenzione invece è stata data al fenomeno megalitico, che pure, in questo riguardo, forse presenta un maggiore interesse. Sul megalitismo ci si dilungherà un po’ nella sezione che segue.

1.2.2.2 I megaliti

Il fenomeno megalitico si è dato in Europa, in Nord Africa, nel Medio Oriente, e poi attraverso l’Asia centrale e meridionale si è esteso agli arcipelaghi del Pacifico e all’Australia e ha attraversato il Sahara per raggiungere l’Africa nera; ed è presente anche in America (15) – di notevole importanza il fatto che il megalitismo è legato, in Eurasia e in Africa, al culto del toro. Secondo alcuni autori, fra i quali Alberto Cesare Ambesi e Pierre Carnac (16), nella civiltà megalitica si dovrebbe ravvedere il nocciolo dell’idea dell’Atlantide, tanto più che essa fu, in parte, fisicamente sommersa ai tempi della fine dell’ultima glaciazione (fatto ammesso ufficialmente anche dalle scienze universitarie). Il megalitismo europeo è perfettamente documentato, quelli asiatico e polinesiano molto meno, scarsissimamente quello americano (17), con l’eccezione di certe formazioni subacquee nella zona di Bimini (isole Bahamas) che potrebbero essere resti megalitici e che certuni hanno addirittura voluto identificare con la platonica Atlantide (18). Si tratta comunque di una faccenda ancora pochissimo chiara.

La civiltà megalitica, in tempi preistorici e protostorici, ebbe come origine l’Europa occidentale da dove, per diffusione culturale, si estese enormemente (anche il megalitismo americano ha da essere visto, probabilmente, come di origine europea, anche se in riguardo qualsiasi affermazione non può essere se non arbitraria). La ‘sostanza genetica’ dei suoi artefici ha da ravvedersi in quella sottorazza della razza europide che ebbe come centro di diffusione quella medesima Europa occidentale, a ovest del Reno – la ‘razza’ mediterranea o, più esattamente, occidentale (19). E la civiltà megalitica ebbe delle caratteristiche tutte proprie che la rendono il candidato più idoneo per incarnare l’Atlantide platonica: culto del toro, orientamento ctonio dei suoi culti religiosi e – molto importante – la spiccata lunarità del suo orientamento astrologico (20). Alcuni fra i monumenti megalitici principali (per esempio, Stonehenge [21]), sembrerebbero essere stati osservatori astronomici nei quali appositi sacerdoti elaboravano oroscopi lunari (22). Tutte queste sono caratteristiche crepuscolari e decadenti, da un punto di vista tradizionale superiore, che indicano in quella civiltà qualcosa di residuale, al seguito di una qualche catastrofe. Nè va sottovalutato il fatto che la costruzione dei megaliti propone degli insolubili problemi tecnici (per chi ragioni sulla falsariga del pensiero tecnico contemporaneo), non dissimili da quelli proposti dalle costruzioni incaiche del Perù (23) – su di questo si ritornerà alla fine di questo scritto.

1.2.3 Le ‘Atlantidi-Ersatz’

1.2.3.1 Generalità

Si è già menzionato come certuni, nell’impossibilità di prendere alla lettera il racconto di Platone, ma non riuscendo a vedere le sue eventuali valenze simboliche, abbiano ipotizzato che egli abbia preso come spunto qualche catastrofe fisica o storica meglio conosciuta per imbastire i suoi racconti. Poi, molti hanno usato il concetto di Atlantide per costruire di sana pianta dei mondi inventati o per dare un qualche ‘paludamento di lusso’ a storie più o meno immaginarie poste nel passato di luoghi che a loro stavano a cuore (24). Sotto questa casistica ricadono le ipotesi dell’Atlantide a Thera, di Spiridon Marinatos, quella nella Spagna meridionale, di Adolf Schulten, e tante altre descritte in dettaglio nelle opere atlantologiche da noi già indicate nelle note. È appena il caso di ripetere che queste ‘Atlantidi-Ersatz’ non convincono assolutamente. Ci si soffermerà brevemente su due casi poco conosciuti, sia per ragione di completezza che per il loro valore particolare.

1.2.3.2 L’Atlantide nel Mare del Nord di Jürgen Spanuth

Il pastore luterano Jürgen Spanuth, parroco in un paesino dello Schleswig posto in quell’incantevole Dithmarsch alla quale il pittore Hans-Heinz Domke dedicò un’eccellente collezione di paesaggi (25), sostenne in un suo poderoso e documentatissimo libro (26) che l’Atlantide era stata nel Mare del Nord, fra la Dithmarsch e l’isola di Helgoland; e che il suo inabissamento non sarebbe stato se non verso la metà del II millennio a.C. Queste sue affermazioni egli basa, essenzialmente, su due presupposti: (a) quando Platone parlava di 10.000 anni prima della sua epoca, si trattava invece di 10.000 mesi, in quanto gli egiziani parlavano, sembra, in termini di mesi e non di anni e che quindi a Solone avrebbero raccontato che l’Atlantide si era inabissata 10.000 mesi, e non anni, addietro (e lui capì male); (b) la validità del cosiddetto eschatologische Schema [schema escatologico] secondo il quale ci sarebbe stata una tendenza in tutte le opere letterarie dell’antichità di proiettare nel futuro disastri realmente accaduti nel passato: per cui, i racconti apocalittici dell’Edda (Ragnarök), nonché di fonti classiche ed egiziane, si riferirebbero a cose realmente accadute nel passato. Basandosi su di queste due assunzioni, egli approda all’idea che i platonici atlanti furono in realtà i filistei e i hiksos che verso la metà del II millennio conquistarono l’Egitto (‘germani’ provenienti dallo Schleswig, secondo lo Spanuth, illiri invece in base ai moderni dati dell’indoeuropeistica). Lo Spanuth conclude dicendo che la platonica Poseidonia, capitale dell’Atlantide, doveva essere nel Mare del Nord, non lontano da dove adesso c’è l’isola di Helgoland, e che nel fondo marino (‘Steingrund‘) della zona ne dovrebbero rimanere le tracce.

1.2.3.3 Le ‘Atlantidi’ sotterranee

Esiste una persistente leggenda a proposito di un ‘Re del Mondo’ e di una civiltà sotterranea fondata – o nella quale avrebbero trovato rifugio – dei non meglio identificabili ‘saggi’ provenienti da qualche luogo imprecisato travolto da una qualche catastrofe (27). – Qui vale la pena di ricordare come, indipendentemente da qualsiasi riferimento mitico, Ivan Sanderson (28) aveva convincentemente ipotizzato l’esistenza di una civiltà sottomarina indipendente e parallela a quella sulla superficie della terra (se c’era, adesso sarà certamente stata affogata dalla montante contaminazione degli oceani). Il Sanderson non faceva ipotesi su quali potessero essere gli esseri portanti di quella ipotetica civiltà; ma il suo libro vale a dimostrare come esista la possibilità obiettiva dell’esistenza di civiltà del tutto dislocate, poste in ‘nicchie ecologiche’ diverse, che menino ognuna una sua esistenza autonoma senza neanche rendersi conto l’una dell’altra.

Comunque, forse abusivamente, anche la casistica delle ‘città sotterranee’ è stata abbinata al fatto ‘Atlantide’ – e così, soprattutto in Sud America, ‘città atlantidee’ poste sotto i massicci montagnosi o nel sottosuolo amazzonico sono state indicate da diversi esploratori, come Percy Fawcett e Paul Gregor (29). Allo scivente toccò, durante il suo soggiorno in Sud America, di fare la conoscenza di un esploratore italiano, Roberto Lovato, che lo assicurò di avere trovato una città ‘atlantidea’ sotterranea vicino alle sorgenti dell’Uraricuari (30).

1.3 Mu

Stando alla documentazione esistente, tutto ciò che si riferisce a Mu, continente ‘inabissatosi’ nel Pacifico centrale grosso modo allo stesso tempo dell’Atlantide (circa XI millennio a.C.), ha la sua origine nelle pubblicazioni di James Churchward, ufficiale coloniale inglese in India nella seconda metà del secolo XIX (31). Egli ne avrebbe appreso l’esistenza attraverso certe tavolette di terracotta – le ‘tavolette dei naacal’ -custodite in un tempio indiano del cui riši egli era divenuto amico. I naacal sarebbero stati una confraternita di ‘saggi’, provenienti da Mu, i quali le avrebbero scritte o a Mu stesso, prima del suo inabissamento, oppure in Birmania dopo il medesimo, da dove poi esse furono esportate in India. Churchward dà una trascrizione dell’alfabeto di Mu nei suoi scritti, ma gli originali delle tavolette non sembra siano stati mai più visti da alcuno dopo di lui. In quelle tavolette sarebbe stata descritta la storia di Mu (vecchia di oltre 50.000 anni) nonché una dettagliata descrizione del medesimo, presentato come una specie di ‘paradiso tropicale’ altamente civile, nel quale convivevano pacificamente tutte le razze umane ma dove la razza bianca aveva in mano il potere. L’inabissamento di Mu viene attribuito a un improbabile processo geologico (collasso di sacche di gas poste sotto la sua superficie), che avrebbe lasciato indietro come relitti gli arcipelaghi del Pacifico (un po’ come, secondo certuni, le isole dell’Atlantico orientale sarebbero relitti dell’Atlantide).

In modo non dissimile a quanto è stato affermato sull’Atlantide, Mu avrebbe, prima del suo inabissamento, ‘colonizzato’ e incivilito altre terre, incominciano dalla costa americana del Pacifico e dall’Asia orientale e centrale, da dove i suoi tentacoli sarebbero arrivati un po’ dappertutto (la stessa Atlantide viene indicata come una colonia di Mu). La civiltà delle piramidi viene indicata come di origine muana, e sarebbe giunta in Egitto dal Medio Oriente e lì dall’Asia centrale. – Il Churchward, dopo avere visionato le tavolette dei naacal, dedicò il resto della sua vita a cercare evidenza per puntellare la sua teoria dell’origine muana di tutta la civiltà. Questo suo lavoro egli descrive nelle sue opere e fu proseguito da un suo discepolo francese, Jean-Claude Vincent (32). Sia il Churchward che il Vincent danno un’importanza determinante a certe pietre incise (del II millennio a.C., secondo si afferma), trovate nel Messico occidentale da un certo William Niven.

Un’analisi comparata di quanto ha da dire Churchward sul conto di Mu e della classica teoria platonica dell’Atlantide – poi sviluppata dagli atlantologi, teosofi o meno – rende l’idea che Mu venga a essere una specie di immagine speculare dell’Atlantide, posta ai suoi antipodi ma conservante tutte le sue caratteristiche principali, reali o presunte.

Sappiamo che il Churchward era un ‘patito’ dell’India e dell’Asia sud-orientale – e si è evidenziato che l’idea del continente di Mu è esclusivamente sua, nel senso che (a differenza del caso dell’Atlantide di Platone) non è sostenuta da alcuna documentazione indipendente. Insorge quindi il sospetto che anche Mu possa essere un’altra ‘Atlantide-Ersatz‘.

1.4 Lemuria

Il continente della Lemuria, sito nell’Oceano Indiano, fu proposto dalla Blawacki come ‘supporto’ per la sua quarta ‘razza radicale’, e lo chiamò Lemuria ricalcando il nome che lo zoologo Philip Sclater aveva dato a un ipotetico continente che un tempo, secondo lui, era esistito nell’Oceano Indiano. Esso sarebbe stato distrutto, eoni addietro, da attività vulcanica (non per inabissamento). Il già citato Scott-Elliot è l’unico che si riferisca in dettaglio a questo continente; e per quanto egli asserisca di basarsi su fonti soprattutto ‘psichiche’, quanto ha da dire non manca di spunti notevolmente interessanti.

Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni Vestigia della Lemuria sarebbero l’Australia e la Nuova Zelanda, il Madagascar, l’Africa meridionale e la Terra del Fuoco. Queste sono proprio le terre dove fino a recentissimamente allignavano (e in parte, ancora allignano) quei tipi umani descritti dagli etnologi come posti all’ultimo gradino della specie: negri, boscimani, australoidi d’Australia e Indostan, pigmei di vario tipo, fueghini (tutti esplicitamenti menzionati dallo Scott-Elliot come ‘fossili viventi’ lemuriani). Particolarmente interessante è il Madagascar, isola che per quel che riguarda la sua flora e la sua fauna viene a essere un microcontinente a sé stante, né africana né asiatica (33). Anche se, storicamente, il Madagascar fu popolato per la prima volta da genti indonesiane solo un migliaio di anni fa (e adesso, attraverso l’importazione di schiavi, la sua popolazione si è quasi interamente africanizzata), la sua atmosfera ‘psichica’ e religiosa non manca di tratti particolari che non sono né indonesiani né bantù (34) – residuo psichico, forse, di un’umanità arcaica ormai fisicamente estinta.

Alla Lemuria è stata anche attribuita una ‘civiltà’, nei suoi tempi di pieno rigoglio – che però non è immaginabile se non come qualcosa di ctonio e sinistro, sul tipo di quella meroitica o zimbabweana. L’uomo lemuriano, supporto di questa civiltà, è descritto come uno strano essere semi-rettiliano, dall’intelligenza larvale, dotato di un ‘terzo occhio’ e coevo dei dinosauri, che egli anche addomesticava (35); mentre le sue comunicazioni avvenivano per via telepatica – col tempo, gli uomini avrebbero perso le facoltà telepatiche generalizzate e la lingua ebbe origine. Ma anche questo non sarebbe stato il primo ‘uomo’ ad abitare la Lemuria: prima di lui vi sarebbero state ‘razze dalle ossa molli’ (36): “il gigantesco corpo gelatinoso di questi esseri mostruosi cominciò lentamente a modificarsi e le sue membra e ossa molli si trasformarono in una più solida struttura” – qui c’è un conturbante parallelismo con certe antropogenesi mitiche australiane (37).

Come nel caso dell’Atlantide, il fatto ‘Lemuria’ non deve essere necessariamente essere preso alla lettera, ma potrebbe stare a indicare una ‘civiltà’ – e una sua ‘umanità’-supporto – fiorita nella notte degli eoni; i cui residui hanno da essere visti in certe etnie animalesche della parte Sud del mondo (38) e il cui ricordo permane nell”immaginario collettivo’ di certe popolazioni.

1.5 Gondwana

‘Continente’ ipotizzato dall’Hutin (39) per rendere anche l’Antartide il relitto di una terra che negli eoni del passato avrebbe potuto essere sede di una difficilmente definibile civiltà. (L’Hutin afferma, senza dare riferimenti bibliografici, che sotto i ghiacci antartici, nel 1961, sarebbero stati identificati resti di pavimentazioni o scalinate.) Il nome ‘Gondwana’ (i gond furono una popolazione australoide di infimo livello dell’Indostan centrale) è stato scelto con riferimento alla teoria wegeneriana della deriva dei continenti: la primeva Pangea si sarebbe spezzata in due monconi, la Gondwana a Sud e la ‘Laurasia’ a Nord.

1.6 Iperborea

Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno Il caso dell’Iperborea è atipico rispetto rispetto agli altri, quando ci si immaginava una catastrofe naturale distruttiva posta alla fine di un periodo di decadenza culturale e spirituale. Qui invece, con riferimento alle mitologie indoeuropee, si vede il Nord come scaturigine di civiltà e di rinascita spirituale, dal quale i nostri antenati ariani sarebbero emigrati come conseguenza di peggioramenti climatici quando essi erano all’apogeo della loro capacità e della loro cultura: quindi non relitti di una qualche razza già involuta, catastroficamente travolta da un improvviso e spaventoso cataclisma naturale. In riguardo, di ottimo riferimento è la spesso citata Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola; mentre l’origine artica degli indoeuropei è proposta quale dato scientifico ‘positivo’ in un prezioso libretto di Jean Haudry (40). La tesi – dovuta a Serge Hutin – di un continente iperboreo ‘sommerso’ (alla stregua dell’Atlantide; e i cui residui sarebbero certe isole periartiche come le Spitzberg, le Jan Mayen. ecc.) obbedisce probabilmente alla volontà di incastrare anche il fatto delle origini indoeuropee nel paradigma dei ‘continenti perduti’.

1.7 Qualche conclusione

Da notarsi innanzi tutto come la successione cronologica dei ‘continenti scomparsi’ – per via catastrofica: Atlantide-Mu, Lemuria, Gondwana – ci porta da Nord a Sud, quasi a significare un ‘movimento’ di civiltà scaturenti dal Nord (‘Iperborea’) e obliterate a Sud. Qui ci troviamo di nuovo davanti a un’enigmatica metafisica della storia dell’involuzione umana, legata all’equilibrio antropocosmico, argomento sul quale, in questa sede, non ci possiamo dilungare.

Si è poi menzionato che le fini catastrofiche incontrate dai ‘continenti perduti’ non hanno necessariamente da essere prese alla lettera. Si tratta piuttosto del fatto che la dissoluzione di quella che poté essere stata una grande e fiorente civiltà, al punto di perdersene addirittura il ricordo storico – la sua trasformazione in un ‘fantasma psichico’ – può passare all’inconscio collettivo di certi gruppi di popolazioni cammuffato da ‘inabissamento’, ‘terremoto’, ‘eruzione vulcanica’, ecc. Sia però chiaro che questo non esclude la concomitanza di una qualche apocalisse anche fisica – per esempio, l’inabissamento dell’Atlantide va appaiato alla fine dell’ultima èra glaciale, quando ci furono vaste inondazioni.

Charles Berlitz, Atlantide. L'ottavo continente Qui si entra nella casistica della concomitanza fra fatti fisici e fatti metafisici – il già menzionato equilibrio antropocosmico. In riguardo, cè una persistente ‘nozione’ secondo la quale le catastrofi che portarono all’estinzione dei continenti perduti potrebbero essere state conseguenza dell’abuso di certi ‘poteri’ – che Julius Evola chiamò ‘magia nera titanica’ – scappati di mano ai loro originatori e resisi autonomi, con spaventosi séguiti. Qui siamo abbastanza palesemente davanti ai possibili sviluppi di una ‘scienza’ di tipo moderno, la quale, vista come metodologia per l’attuazione di un dominio distruttivo sulla natura, viene a essere né più né meno che una forma particolarmente sinistra di magia nera (41). Non è necessario immaginarsi la catastrofe finale come uno scenario apocalittico illuminato da un’infinità di funghi termonucleari, come fa, per esempio, Charles Berlitz. Le cose potrebbero essere andate in modo molto più ‘indolore’, come sta succedendo adesso con lo snaturamento di tutta la natura come conseguenza di attività finanziarie, commerciali, industriali selvagge – la cosiddetta catastrofe ecologica (42). – Un’altra conturbante analogia fra l’Europa ‘post-atlantidea’ e quella contemporanea è la presenza di grandi masse di non-europidi nel suo territorio. La presenza di non-europidi nell’Europa preistorica fu riconosciuta dai paleontologi ancora alla fine del XIX secolo (43): si trattava di neandertaliani (44) nonché di elementi negroidi e boscimaneschi, dei quali non è rimasta traccia se non come reperti fossili. Adesso, invece, c’è una straordinaria presenza extracomunitaria.

Marija Gimbutas, Il linguaggio della dea Nè gli apocalittici collassi di civiltà hanno da essere visti necessariamente come fatti di portata globale. C’è da credere che la civiltà possa essere stata qualcosa di permanente al mondo, con alti e bassi localizzati (sia pure su aree anche estremamente grandi). Per quel che riguarda i nostri tempi – quelli post-glaciali – di particolare significanza è il ritrovamento di quella brillante civiltà dei Balcani che, fino a dove se ne sa, è la civiltà più antica del mondo. I reperti archeologici ci permettono di arrivare fino all’VIII millennio a.C., avvicinandoci alla data della sommersione dell’Atlantide, ma le radici di questa civiltà si perdono nella notte dei tempi (45).

Questa civiltà aveva sviluppato, fra l’altro, una scrittura che dovette esistere almeno due millenni prima di quella sumera e che si diramò verso Ovest e verso Est. Nell’Europa occidentale megalitica (‘post-atlantidea’) si svilupparono forme di scrittura direttamente ricollegabili a quella della civiltà dei Balcani (in modo particolare quella di Glozel, nella Francia centrale, ma anche nella Penisola Iberica). Viceversa, siccome la civiltà dei Balcani aveva degli avamposti in Asia Minore, esiste la possibilità che anche la scrittura fenicia sia una variante di quella balcanica (46).

Concludiamo questo capitolo indicando l’assoluta non-essenzialità di un ‘alto livello tecnologico’ (‘magia nera titanica’) per potere sviluppare delle squisite civiltà, sia sul piano materiale che su quello intellettuale e artistico, capaci di perdurare per tempo indefinito in una condizione di perfetto equilibrio con l’ambiente (47). Qui, quel che valeva, era la qualità spirituale delle popolazioni. In riguardo, un’osservazione sull’ascesa e il trionfo di Roma non è fuori contesto. Non sono mancati tanti ottusi, soprattutto di area anglosassone, che hanno preteso di attribuire la formazione dell’Impero di Roma a una conquista non dissimile a quelle che portarono alla formazione degli imperi coloniali europei degli ultimi cinque secoli: delle nazioni ‘progredite’, usando armi ‘moderne’, hanno sottoposto dei selvaggi. Invece è vero che, dal punto di vista tecnico, Roma non era superiore alla maggioranza delle popolazioni europee contro le quali si trovò a combattere. Il successo di Roma si dovette a una superiore qualificazione metafisica, ‘a essere stata segnata dagli dèi’. Se c’è stato un impero che può reggere il confronto con Roma, almeno entro certi limiti, fu quello dei tartari, fondato da Cinghis-Khan. I metodi usati dai tartari e dai romani per affermare il loro dominio non furono particolarmente dissimili, e ambedue furono estremamente duri. Eppure, quando si disintegrarono, ambedue questi imperi furono rimpianti dai discendenti di coloro che erano stati sottomessi nel più violento dei modi: perché, passata la conquista, ambedue avevano portato un sistema sociale molto preferibile a quanto c’era stato prima e incomparabilmente migliore di ciò che venne dopo.

* * *

NOTE

(1) La dottrina teosofica fu codificata dalla fondatrice della Società Teosofica, Jelena Petrowna Blawacki, nella sua opera principale, La dottrina segreta (edizione italiana Napoleone, Roma, 1971; originale Adyar, Madras [India], 1888), della quale un buon riassunto è stato fatto da Arthur E. Powell, Il sistema solare, Bocca, Milano, 1947. Per quel che riguarda specificamente l’argomento dei continenti perduti, di ottimo riferimento è il libro di W. Scott-Elliot (pseudonimo di W. Williamson), Storia di Atlantide e della Lemuria sommersa, Adyar, Torino, 1997 (originale 1896 per l’Atlantide e 1904 per la Lemuria, prima edizione combinata 1925).
(2) Sull’influenza sotterranea monoteista sul modo di ragionare di tanti che pure si credono dei ‘liberi pensatori’, cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo e sua diffusione e conseguenze in Europa, Istituto Mediterraneo di Studi Politeisti, Marostica (Vicenza), 2000.
(3) Su quale valore possano avere queste estrapolazioni cronologiche, cfr. Silvano Lorenzoni, Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo, di prossima pubblicazione.
(4) In riguardo, indispensabili sono le opere di Edgar Dacqué, un autore che esercitò un’influenza importante anche su Julius Evola, e in particolare Urwelt, Sage und Menschheit, Oldenbourg, München, 1928 e Leben als Symbol, Oldenbourg, München, 1928. Ottimo anche Giuseppe Sermonti, La Luna nel bosco, Rusconi, Milano, 1985.
(5) Delle quali essa ne pubblicò una ‘traduzione’ in inglese presso la Hermetic Publishing Co., San Diego (California, Stati Uniti), 1915; comunque sono riportate anche nella Dottrina segreta, cit.
(6) La Blawacki era essa stessa psichicamente dotata, mentre lo Scott-Elliot, cit., usava le capacità parapsicologiche del teosofo inglese Charles Webster Leadbeater.
(7) Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee, Roma, 1969.
(8) Questo è menzionato da Serge Hutin nel suo Hommes et civilisations fantastiques, J’ai lu, Paris, 1970; e lo scrivente ha potuto apprenderlo in prima persona durante la sua decennale permanenza in Africa. L’autore di fantascienza Emilio Tumminelli ha imbastito attorno a questa nozione un divertente romanzo di lettura leggera, La pietra misteriosa, Campironi, Milano, 1975. – Adesso, con la pandemia di AIDS, c’è da credere che quella ‘crepuscolarità’ possa divenire estinzione. Cfr. Silvio Waldner, La deformazione della natura, Ar, Padova, 1997.
(9) Cfr., per esempio, Alberto Cesare Ambesi, Atlantide il continente perduto, Xenia, Milano, 1994.
(10) Serge Hutin, Hommes, cit. È un libro ben fatto al quale si farà frequente riferimento, che però, come spesso capita nelle opere dell’Hutin, lascia alquanto a desiderare per quel che riguarda i riferimenti bibliografici.
(11) Sia pure a livello divulgativo, due libri di Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, Zsolnay, Wien, 1976 e Mysteries from forgotten worlds, Corgi, New York, 1972, sono parecchio ben fatti (anche il Berlitz faceva affidamento su di un veggente americano della prima metà del XX secolo, Edgar Cayce). Di utile riferimento anche Alberto Cesare Ambesi, op. cit. e, soprattutto, Marius Lleget, La Atlàntida, A.T.E., Barcelona, 1977. Quest’ultima opera, forse una delle migliori in argomento, è però estremamente frammentaria e incompleta nella sua bibliografia.
(12) Cfr. W. Scott-Elliot, op. cit.; Marius Lleget, op. cit.
(13) Cfr. Alberto Cesare Ambesi, op. cit., Marius Lleget, op. cit., Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, cit., ecc.
(14) Andrew Tomas (Los secretos de la Atlàntida, Plaza y Janés, Barcelona, 1969) afferma che l’azteca Tenochtitlàn verrebbe a essere una replica quasi perfetta della platonica Poseidonia, capitale dell’Atlantide.
(15) Uno studio dettagliato in riguardo, che include una buona bibliografia, fu pubblicato dallo scrivente sulla rivista “Primordia” (Milano), nn. XV (ottobre 1999) e XVI (marzo 2000) (Ricordiamo i nostri antichi padri pagani). In quello studio si mette in risalto la concomitanza del megalitismo con il culto del toro. Per quel che riguarda il megalitismo negli arcipelaghi del Pacifico esiste un interessante libro (A. Riesenfeld, The megalythic culture of Melanesia, Leiden, 1950) dove l’autore indica come là la civiltà megalitica sarebbe stata portata da invasori dal colorito chiaro dediti a riti religiosi di tipo lunare provenienti da Ovest.
(16) Pierre Carnac, La historia empieza en Bimini, Plaza y Janés, Barcelona, 1976.
(17) Lo scrivente, durante la sua ventennale permanenza in Sud America, ebbe occasione di visitare e fotografare un campo di megaliti nella zona dei Caraibi del quale non ha trovato menzione nella letteratura rintracciabile in Europa.
(18) Cfr. Pierre Carnac, op. cit.; Charles Berlitz, Das Atlantis-Rätsel, cit. Gli ultimissimi sviluppi dell’archeologia subacquea delle Bahamas sono dati da Andrew Collins, Gateway to Atlantis, Headline, London, 2000.
(19) In riguardo, fondamentali sono le opere di Hans. F. K. Günther, in particolare la sua Rassenkunde des deutschen Volkes, Lehmann, München, 1939.
(20) Julius Evola, op. cit., identificava la civiltà atlantidea con quell’età dell’argento dominata dall’astro notturno.
(21) Ma anche altri, ancora più antichi e più grandi di Stonehenge, fatti però di legno (e dei quali non rimangono se non le fondamenta), nell’Europa settentrionale e centrale (i ‘megaliti di legno’, di cui parla Robert Heine-Geldern, cfr. Silvano Lorenzoni, Ricordiamo i nostri antichi padri pagani, cit.). Una scoperta in riguardo è stata fatta recentemente in Germania (cfr. il quotidiano “La Padania” del 24.09.00).
(22) Cfr., per esempio, Serge Hutin, Hommes, cit.
(23) Cfr. Mario Polia, Gli Incas, Xenia, Milano, 1999.
(24) Lo scrivente, quando era in Sud America, ebbe occasione di conoscere una signora Maria Verschuren che lo assicurò che l’Atlantide era stata la penisola di Paraguanà, nel Mar dei Caraibi.
(25) Hans-Heinz Domke, Dithmarscher Skizzenbuch, Westholsteinische Verlagsanstalt Boyens, Heide, 1976.
(26) Jürgen Spanuth, Atlantis, Grabert, Tübingen, 1965. Cfr. anche Gerhard Gadow, Der Atlantis-Streit, Fischer, Frankfurt, 1977.
(27) Cfr., per esempio, Ferdinand Ossendowski, Hommes, betes et dieux, J’ai lu, Paris, 1973; Gastone Ventura, Agartha e Schamballah, Centro internazionale di studi tradizionali, senza indicazione di luogo o data di pubblicazione (anni Novanta) (ma comunque reperibile presso la libreria per corrispondenza Carpe Librum di Nove [Vicenza]); Serge Hutin, Des mondes souterrains au Roi du Monde, Albin Michel, Paris, 1976.
(28) Ivan Sanderson, Invisible residents, Avon, New York, 1973.
(29) Citati da Serge Hutin, Hommes, cit.
(30) Un dettagliato resoconto dell”Atlantide’ di Roberto Lovato è stato pubblicato dallo scrivente sul foglio di diffusione libraria “Cronache dal Sottomondo” (Treviso), marzo 2001.
(31) James Churchward, Mu, le continent perdu, J’ai lu, Paris, 1969. Un riassunto ben fatto delle opere del Churchward è stato fatto da Stephan Santesson, Le dossier Mu, J’ai lu, Paris, 1976.
(32) Louis-Claude Vincent, Le paradis perdu de Mu, La source d’or, Marsat, 1975 (2 voll.).
(33) Cfr., per esempio, Willy Ley, Exotic zoology, Viking, New York, 1959.
(34) Cfr. Serge Hutin, Hommes, cit.; Mircea Eliade, Trattato di storia comparata delle religioni, Boringhieri, Torino, 1976 (originale 1948).
(35) Qui c’è un interessante parallelo con le idee di Edgar Dacqué, cit. – È anche probabile che Edgar Rice Burroughs, inventore di Tarzan, si sia ispirato allo Scott-Elliot nell’imbastire i suoi romanzi di fantascienza marziana e veneriana.
(36) Cfr. anche Julius Evola, op. cit.
(37) Cfr. Mircea Eliade, Réligions australiennes, Payot, Paris, 1972.
(38) Questo si ricollega alla dotrina involutiva dell’origine dei selvaggi, visti non come razze ‘giovani’, ma come residui degenerati o degenerescenti di genti che ebbero un livello molto superiore. Su di questo argomento lo scrivente ha in progetto un’opera specifica.
(39) Serge Hutin, Hommes, cit.
(40) Jean Haudry, Les indoeuropéens, Presses Universitaires de France, Paris, 1981 (una traduzione italiana vedrà presto la luce per i tipi di Ar, Padova). Questo testo dà anche un’esauriente bibliografia.
(41) Cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo, cit.
(42) In riguardo, si consulti per esempio Silvio Waldner, Deformazione, cit. Un parallelo, su scala sociale, può essere fatto fra la rivoluzione francese o russa, violentissime, e la rivoluzione industriale, ‘indolore’, la quale, a lunga scadenza, ebbe risultati ancora più distruttivi, in quanto fattore denaturante della compagine sociale europea, e che anzi fu determinante perché anche tanti fatti sanguinari e violenti potessero avere luogo. Cfr. Massimo Fini, La ragione aveva torto?, Camunia, Belluno, 1985.
(43) Cfr., per esempio, Heinrich Driesmans, Der Mensch der Urzeit, Strecker und Schröder, Stuttgart, 1923; Piero Leonardi, L’evoluzione dei viventi, Morcelliana, Brescia, 1950.
(44) Nel neandertaliano si ha da ravvisare un elemento di tipo australoide, simile, se non identico, all’australiano. Cfr. John R. Baker, Race, Oxford University Press, Oxford (Inghilterra), 1974; Vittorio Di Cesare, Gli aborigeni australiani, Xenia, Milano, 1996 (dove è dato anche un discreto resoconto del megalitismo australiano).
(45) Cfr. Marija Gimbutas, Old Europe, c. 7000-3500 b.C., in “Journal of indo-european studies” I, 1973 e Il linguaggio della dea, Neri Pozza, Vicenza, 1997 (originale 1989); Mircea Eliade, Histoire des croyances et des idées réligieuses, Payot, Paris, 1976 (3 voll.) dove è menzionata anche una civiltà pre-sumera in Mesopotamia (civiltà di El-Obeid).
(46) Cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, Chroniques des civilisations disparues, Laffont, Paris, 1976.
(47) E comunque (cfr. Patrick Ferryn et Ivan Verheyden, op. cit.), anche presso le società preistoriche e protostoriche si riscontravano dei ritrovati tecnici a dir poco sorprendenti.

(Capitolo 1 del saggio I continenti perduti, la luna e le cesure epocali).

Una Risposta

  1. Davide
    | Rispondi

    Partiamo da qualche dato certo. La ghiotta occasione è la scoperta della costruzione sommersa nell'isola giapponese di Yonaguni. Purtroppo dopo 16 anni da tale staordinaria scoperta siamo ancora quasi al punto di partenza: solo congetture. La scienza moderna dovrebbe dedicare gran parte delle sue risorse allo studio di tale ritrovamento per fornire indicazioni plausibili nel merito.

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