Arte e filosofia. Le tre vie dell’arte occidentale secondo Massimo Donà

teomorficaLa filosofia di Massimo Donà ha certamente una qualità: è una ricerca coraggiosa, sollecitata, come è accaduto a tutti i pensatori di vaglia, dalla vita stessa. Coraggioso è il serrato interrogarsi di Donà, animato com’è dal tentativo di destrutturare le facili certezze e le apparenti conclusioni apodittiche, cui sembravano essere giunte le correnti della filosofia novecentesca con maggior ascolto; non scontata è, del resto, la sua ricerca di precedenti autorevoli, di “fratelli maggiori” (in senso cronologico) manifestanti il medesimo intento speculativo, incontrati oltre le divisioni ideologiche dell’intellettualmente corretto. Il suo ultimo libro, di cui daremo conto, lo testimonia in modo paradigmatico. Ci riferiamo a Teomorfica. Sistema di estetica, da poco nelle librerie per Bompiani (euro 30,00).

Lo stesso sottotitolo chiarifica l’ambizioso progetto di Donà: proporre un sistema di pensiero, muovendo dall’ambito estetico (dico “muovendo” perché mi pare che il senso ultimo e più profondo delle pagine dell’autore resti fortemente caratterizzato in senso teoretico), in un frangente storico in cui il comune sentire filosofico dice l’impossibilità del sistema. Il libro raccoglie saggi editi ed inediti, è monumentale sia in riferimento al numero delle pagine (circa 1200, inusuale nella saggistica corrente), sia in quanto il suo argomentare attraversa la tradizione speculativa d’Occidente, dai Greci alle avanguardie del Novecento. L’autore rifugge dal consueto apparato di note della saggistica, per evitare di aprire sentieri paralleli al già articolato percorso testuale, e la cosa rende agevole la lettura. Tale scelta non inficia la chiarezza dei riferimenti: si evincono da queste pagine gli snodi della formazione di Donà. Il pensatore viene qui a “ferri corti” tanto con il neoeleatismo di Emanuele Severino, che pur molto conta quale alter ego sistemico nella definizione della sua filosofia, ri-elaborando e ri-pensando, con verve argomentativa, il pensiero abissale del nume tutelare che, mai citato, dice di sé in ogni parte del testo, Andrea Emo. Questi non è che il capofila di quella “scuola italiana” che, in epoca moderna, già con Giacomo Leopardi (a cui non casualmente Donà ha dedicato la monografia Misterio Grande) ebbe contezza che le cose non sono mai quello che dicono di essere. Il che dovrebbe far riflettere sul ruolo eminente della tradizione filosofica del nostro paese.

L’ubi consistam del volume va individuato nella constatazione da cui Donà muove. La centralità del momento estetico si dà in quanto la forma in esso è sempre in relazione al principio. Quindi, “fare i conti con il problema della forma significa doversi necessariamente misurare con la questione teo-logica per eccellenza; quella relativa alla natura di Dio” (p. 20). Il sistema di Donà si costituisce in una topologia tripartita, nella quale individua, analizza e discute, tre vie dell’estetica occidentale, vale a dire la platonico-aristotelica, la neoplatonica e la tomista, giungendo a presentare, per le prime due, gli esiti ultimi cui sono pervenute, e per la terza, le possibilità future. La trattazione è preceduta da una Ouverture, che ci immette nel cuore del problema estetico ed onto-teologico. Qui vengono di fatto discusse le pagine del Timeo platonico, alla luce delle acquisizioni cui Platone giunse nel Parmenide e nel Sofista.

Donà sostiene che “Platone capisce che l’arte è destinata a decostruire e vanificare tutto quello che in ogni altra forma di esperienza sembra disegnarsi come spazio sempre concretamente attraversabile” (p. 31). Nel fare artistico, l’universale non si profila più come semplice ulteriorità di fatto mai attingibile nell’orizzonte sensibile. Ogni nostro fare “corretto”, ha per modello quello demiurgico, che produce la totalità, ciò oltre cui nulla potrà mai esserci. Platone, al di là di ogni presunto dualismo, ci induce a considerare che la dimensione stabile della totalità “è rinvenibile solo in rapporto al divenire del diveniente”. Il kosmos demiurgico è stato prodotto guardando a ciò che non diviene. Eppure “Tutto…ossia anche quel che apparentemente sembra non manifestare l’identico, in realtà lo manifesta” (p. 41). Ogni parte dice il medesimo kosmos, ogni diverso, ogni determinato, mostra l’identico, il non-parziale. L’essere è il medio di due estremi: l’identico e il diverso, così come l’Ateniese lì pensò nel Sofista.

Da ciò consegue che, in ogni divenire, ciò che viene all’essere è solamente il non-essere. Siamo all’interno della discussione del problema della causa, che la produttività artistica quanto la constatazione del divenire, ci inducono a tematizzare: “Una causa in grado di connettere il non essere ancora della cosa al suo essere” (p. 51). Come avviene nella relazione di albero e tavolo, nella quale il primo dice quel che in esso ancora non è, vale a dire il tavolo, ed il secondo dice il non essere più dell’albero. Ogni cosa, a livello diacronico, dal punto di vista della successione temporale, manifesta l’identico, che essenzialmente è un non, una negazione, mentre nel relazionarci al reale sincronicamente, sotto il profilo spaziale, le cose si svelano, per la mediazione della ratio identitaria, diverse l’una dalle altre: il tavolo non è l’albero e questo non è il tavolo. L’arte nella prospettiva di Donà indica l’identità delle parti e del tutto, anzi, nel suo peculiare fare, coglie come il tutto sia in fondo nella parte. La produzione artistica collegata alla pratica demiurgica è così sintonica al mito, capace di significare oltre il logos.

La prospettiva platonico-aristotelica, conclusasi in una produttività mimetico-edonista, venne strutturalmente modificata da Plotino, che separò il semplicissimo Uno dall’essere, legandolo al Nous cosmico. L’arte assunse il compito di ricondurci dal molteplice al Principio, la cifra essenziale delle estetiche neo-platoniche essendo quella della nostalgia. Ciò che manca non è “nulla”: “stante che l’Uno non è un qualcosa che possa mancare” (p. 185). Ma se l’Uno non è un qualcosa, non è onticamente conseguibile, questa estetica non può concludersi che in uno scacco finale. Esso si annuncia nel Romanticismo tedesco e si esplicita nelle avanguardie, con Malevič, Mondrian e Klee che compresero come tale anelito avrebbe dovuto rivolgersi ad altre pratiche.

Ben diversa la posizione tomista, in forza della dottrina dell’analogia entis e della relazione di essere ed essenza. In Dio le determinatezze non si danno mai come una diversa dall’altra, ma Egli crea “in quanto vocato a distinguere le essenze l’una dall’altra” (p. 189), mentre in lui l’essere degli enti, quello del tavolo, non sarà. Ma egli esiste in ogni “è” “come ciò che rende esistente ogni determinetazza ” (p.190). In Dio ad essere è l’impossibile che si fa possibile. La creazione avviene come gesto originario in e di Dio, è il distinguersi dell’identico. E le creature manifestano la sua invisibilità. L’arte propone l’indistinzione divina di essenza ed esistenza e ciò, distinguendola da ogni produzione umana, la rende “sacra”. Nella bellezza mondana prodotta dall’artista si mostra la relativa presenza dell’autosussistenza divina: come accaduto in Duchamp, Man Ray e Magritte.

Oltre a questo percorso generale non possiamo non segnalare, tra le molte rilevanti del testo, le pagine dedicate a Florenskij, al dadaismo, al rapporto Hegel-Proust, alla filosofia del frammento di Benjamin. Il lettore non tema di perdersi in questo mare magnum, l’autore fornisce il filo d’Arianna necessario a seguirlo, fin dall’incipit del volume.

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Massimo Donà, Teomorfica. Sistema di estetica, Bompiani, Milano 2015.

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Giovanni Sessa è nato a Milano nel 1957 e insegna filosofia e storia nei licei. Suoi scritti sono comparsi su riviste e quotidiani, nonché in volumi collettanei ed Atti di Convegni di studio. Ha pubblicato le monografie Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter (Roma 2008) e La meraviglia del nulla. Vita e filosofia di Andrea Emo (Milano 2014). E' segretario della Scuola Romana di Filosofia Politica, collaboratore della Fondazione Evola e portavoce del movimento di pensiero "Per una nuova oggettività".

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