Le anomalie dell’ultimo Papa

fulmine-sul-vaticanoDa almeno un millennio, diciamo dal Medioevo, l’umanità occidentale non ha più una percezione magico-simbolica della realtà, come sino a quel momento era stato: i fatti sono e restano tali, rimandano solo a se stessi, non hanno un senso ulteriore, su piani diversi, non sono simboli di un bel nulla. Quindi, nel 2015 non tener conto dei “segni” è normale, ma non per questo non bisogna evidenziarli e poi ognuno ne tragga le conclusioni che crede, anche nessuna conclusione.

Il primo segno è stato il fulmine che ha colpito il crocifisso sulla cupola di San Pietro durante un temporale alle 17,56 dell’ 11 febbraio 2013, il giorno in cui Benedetto XVI annunciò le proprie dimissioni lasciando tutti basiti eccetto che se stesso (ma anche l’anniversario dei Patti Lateranensi del 1929). Lo scatto venne effettuato dal fotografo dell’ANSA Alessandro Di Meo e proprio per questa simbolica coincidenza qualcuno la definì un falso, ma un filmato mandato in TV che mostra la caduta del fulmine sta a confermarla, tanto che l’agenzia la usa per pubblicizzare il proprio archivio fotografico. Ovviamente ha fatto il giro del mondo ed ha spopolato in Rete, dove il filmato è rintracciabile.

corviecolombeIl secondo segno è del 26 gennaio 2014, non meno significativo: le due colombe lasciate libere da papa Francesco dopo l’Angelus vengono attaccate da un gabbiano (bianco) e un grosso corvo (nero), la prima se la cava, la seconda no. Un anno prima, nel gennaio 2013, la colomba liberata da Benedetto XVI e attaccata anch’essa da un gabbiano si salva rientrando nel’appartamento papale. Una differenza che può far pensare. Il fatto, anch’esso divulgato in televisione e in Rete, ha impressionato, ma gli “esperti” si sono affrettati a minimizzare. Uno studioso di demonologia, certo Vincenzo Scarpello, ha detto a Lettera43.it.: “Quando succedono queste cose, è normale collegarle a chissà quale simbologia. Ricordiamoci che siamo a Roma, dove la superstizione pagana dell’ornitomanzia (trarre presagi dagli uccelli) non è poi così lontana nel tempo”. Banalità in cui si cerca di ridurre la portata di una simbologia più complessa, cioè quella che riguarda una Chiesa cattolica che attraversa un periodo sconcertante e travagliato, in un modo mai avvenuto prima, nemmeno all’epoca di Celestino V, quello del “gran rifiuto”.

Più che i “presagi” che qualcuno ha evocato, qui si tratta come si è detto, di, “segni dei tempi” da interpretare e capire, per chi crede ad essi. Che dire invece delle profezie? Ad esempio quelle celeberrime attribuite a Malachia? Ci si creda o meno, è bene addentrarsi nel caso, senza fare spallucce. Poi ognuno deciderà cosa pensare.

Questo elenco di motti riferito ai papi è contenuto in un testo pubblicato per la prima volta nel 1595 in appendice a Legnum Vitae di Arnold de Wyon che le attribuì al santo irlandese del XII secolo. Molti sostengono che l’attribuzione a Malachia sia un falso e che in realtà si tratti di un testo realizzato intorno al 1590 da un famoso falsario dell’epoca, Alfonso Ceccarelli, una specie di Simonides umbro (il falsificatore greco dell’Ottocento cui si deve, secondo Luciano Canfora, il famigerato “Papiro di Artemidoro”).

Sia come sia, quel che qui interessa è che in base a quella elencazione, che parte da Celestino II nel 1143, Benedetto XVI sarebbe stato il 111° e penultimo della serie con il motto De gloria olivae (l’olivo, la pianta di Minerva, che simboleggia la sapienza, poi solo in seguito diventato simbolo di pace). Subito dopo c’è una citazione che alcuni interpreti riferiscono a questi, mentre la maggioranza la intende come riferita ad un 112° e conclusivo pontefice della serie: “In persecutione extrema sacrae romanae ecclesiae sedebit Petrus romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibi transactis, civitas septis collis diruetur, ed Judex tremendus judicabit populum suum. Amen” E cioè: “Durante l’ultima persecuzione di Santa Romana Chiesa siederà (sul trono) Pietro Romano (o di Roma) che pascerà il gregge in mezzo a molte tribolazioni; terminate queste la città dei sette colli sarà distrutta, e il terribile Giudice giudicherà il suo popolo. E così sia”.

Ma non è finita: una tradizione popolare afferma che in realtà dopo De gloria olivae ci sia stato un altro enigmatico motto poi trascurato, emendato o cancellato: Caput Nigrum, e che questo sì identificherebbe l’”ultimo papa”. Le due parole si possono intendere in modi diversi: una “testa negra” con riferimento al colore della pelle, quindi un papa di colore, africano o meno; oppure un “capo nero”. Ora Bergoglio, Francesco I succeduto nel modo traumatico che sappiano a Benedetto XVI, è nella bimillenaria storia della Chiesa romana il primo gesuita che sale al soglio di Pietro: il primo che assommi implicitamente in sé anche la carica di “papa nero”, come viene chiamato il generale dei gesuiti, il solo ordine che risponda direttamente al Sommo Pontefice. In tal modo Francesco I, nonostante la scelta del nome di un santo mite e povero per definizione, riunisce in sé un potere che in precedenza altri non hanno mai avuto (ed è il motivo per cui mai prima un gesuita è diventato papa). Egli inoltre, non si saprà mai se per un caso o no, in modo inconsapevole o voluto, affacciatosi su Piazza San Pietro appena eletto si è presentato come “il papa che viene dalla fine del mondo”. Di certo ha preso in mano una vera e propria situazione di crisi in cui versa una struttura sia spirituale che temporale e sta operando, pur col sorriso sulle labbra e l’affabilità che gli è tipica, con mano decisa a volte diretta e a volte indiretta, dicendo tutto e il contrario di tutto, da gesuita, da “papa nero”, appunto.

papa-francescoJorge Mario Bergoglo, argentino di origina italiana, sarebbe l‘ultimo papa della serie descritta dalle “Profezie di Malachia” dopo il quale avverrà “la fine del mondo”? Potrebbe esserlo? e in che senso?

Di certo è, anche agli occhi di un osservatore esterno e non credente, un pontefice assolutamente anomalo rispetto alla tradizione papale e ai suoi predecessori dell’ultimo secolo che anche furono considerati “rivoluzionari” rispetto alla tradizione vaticana.

Intanto, lo è per il modo in cui è stato eletto. Non per la morte del suo predecessore ma per le sue “dimissioni” da Vicario di Cristo. Un gesto eclatante di quello che è stato definito “il papa teologo”, ma che a quanto pare – notizia assolutamente sconcertante – aveva in animo sin dal giorno della sua elezione, il 19 aprile 2005. Secondo quanto ha raccontato prima di morire nel 2015 in un video poi messo in Rete, il gesuita Silvano Fausti, confessore del cardinale Carlo Maria Martini, ha raccontato che durante il conclave convocato alla morte di Giovanni Paolo II tra i cardinali riuniti per scegliere c’erano tre fazioni: i “curialisti”, i “conservatori” di Ratzinger e i “progressisti!” di Martini. Lo scopo di questi ultimi due era proprio di sconfiggere i “curialisti” per riformare radicalmente una Curia ormai autonoma e ingestibile. Mentre era in corso una manovra per eleggere un cardinale “molto strisciate” di Curia, Martini andò da Ratzinger offrendo i propri voti purché il suo scopo, da papa, fosse quello di smantellare il potere della Curia: “Se riesci a riformare la Curia bene, se no te ne vai” ha raccontato Fausti. Ratzinger venne eletto, ma non riuscì assolutamente in questo intento nell’arco di sette anni. Nell’’ultimo incontro fra i due, il 12 giugno 2012, due mesi prima della sua morte il 31 agosto, Martini disse a Benedetto XVI che avendo fallito tanto valeva che si dimettesse. Carlo Maria Martini come si sa era un gesuita. Sei mesi dopo Ratzinger fece la clamorosa affermazione, esplicitando quanto aveva sin dalla elezione in animo. Sorpresa per tutti, ma non per lui, il “papa teologo”.

Alle spalle di Bergoglio c’è tutto questo che nessuno ha mai smentito e che è stato dettagliatamente illustrato dalla intervista del confessore e da un ampio articolo di Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera dl 16 luglio 2015.

Bergoglio è anch’egli un gesuita, popolare e non sulle sue come Martini, ma ragiona e opera come tale. A Buenos Aires veniva considerato un “peronista” e vicino alla cosiddetta Guardia di Ferro argentina. Populista, invero, più che popolare.

Bergoglio ama presentarsi come tale. Il giorno dell’elezione apparendo sul balcone di San Pietro ha esordito con uno inaspettato e sconcertante “Buonasera!” che per un attimo ha spiazzato la folla, oltre a pronunciare la ricordata frase sulla “fine del mondo”. Un papa “alla mano”.

Bergoglio ci tiene a sottolineare di essere il Vescovo di Roma, tanto è vero che non vive nei Palazzi Apostolici ma a Santa Marta: più che il Sommo Pontefice, cioè, il Petrus Romanus delle profezie di Malachia. Piuttosto il Sommo Parroco, il Parroco del mondo che non la suprema autorità ecclesiastica. Ma i problemi del mondo non sono quelli di una grande città.

Bergolio è soprattutto un Papa Bis, l’anomalia più grande, un evento da “fine del mondo”. Il suo predecessore vive tra Castel Gandolfo e Roma, è vivo e vegeto pur se quasi novantenne, è un “papa emerito” con una definizione mai esistita in precedenza e a quanto pare coniata dallo stesso Ratzinger per giustificare la sua inedita posizione.

Bergoglio ha di certo svolto rapidamente il suo compito nei confronti della Curia – le sue decisioni non possono essere certamente contestate essendo un sovrano assoluto e non un presidente della repubblica – come da programma del progressista Martini e del conservatore Ratzinger, ma sta anche smantellando molto altro. Non passa giorno che non dica qualcosa di inaspettato, non solo sul piano materiale e pratico, su cui è contestabile, ma anche sul piano religioso e teologico, su cui non è contestabile: dai divorziati al’aborto, dagli omosessuali agli immigrati, dalla donna nella Bibbia all’ecologia. Sembra che abbia letto l’ultima intervista in cui il gesuita cardinale Martini diceva di una Chiesa “rimasta indietro di 200 anni: come mai non si scuote?” come riportato il citato Corriere della Sera. Il gesuita papa Bergoglio gli sta dando energici scossoni. Ma con quali risultati?

Bergoglio ha evidentemente un suo programma pragmatico e spirituale che certo non si può sapere perché non si entra nella mente di un pontefice tanto più gesuita, ma di cui traspaiono le linee: una Chiesa cattolica che si identifichi assolutamente ed esclusivamente in quella della misericordia (il Giubileo proclamato all’improvviso e in modo anomalo quanto a date) e al perdono, aperta a tutti i peccatori e a tutti i non cattolici. Intende essere il parroco di tutti, un prete popolare e non aristocratico, che va “verso la gente”, “verso il mondo” e cerca di capirne le “esigenze”, le “istanze”, le “novità” emerse con la sua evoluzione, con il progresso dei costumi, della morale, della scienza che hanno modificato la società e i rapporti umani anche sessuali, insomma con la modernità, cercando così di recuperare i due secoli perduti lamentati dal cardinale Martini. Cosa che inizialmente è sembrata essere di gradimento (“Questo papa piace troppo”, scrisse Giuliano Ferrara, l’ateo devoto), ma poi non sembra più così, e ci si lamenta che le sue udienze non siano sempre affollate. Adeguandosi al mondo la Chiesa di Roma scende sul piano della morale spicciola o della grande politica internazionale, tralasciando la sua missione che non è quella di “perdonare”, non facendo sostanzialmente nulla contro la secolarizzazione imperante. Invece di frenare, si adegua.

Bergoglio, da bravo gesuita, si comportata come tale in diverse occasioni. Si veda quel coup de theatre di andare a comprarsi gli occhiali facendosi accompagnare in utilitaria ad un ottico al centro di Roma, come se non ve fossero stati all’interno della Città del Vaticano o nei suoi immediatissimi paraggi. Una azione ben meditata perché non poteva non immaginarne le conseguenze mediatiche. L’assiepamento della folla e l’uso frenetico dei telefonini per riprenderlo e mandare le immagini nella Rete e in televisione: lui, il capo della Chiesa cattolica che come un semplice cittadino, o prete, si reca a comprarsi gli occhiali cercando di spendere il meno possibile.

Bergoglio si presenta, e speriamo che non lo creda, come uno qualsiasi e non come il Vicario di Cristo in Terra secondo l’origine della Chiesa con l’investitura dell’apostolo Pietro. Quella frase, in sé sconvolgente, “Ma chi sono io per giudicare?”, ne è un po’ la pietra tombale. Ma come, verrebbe da dirgli da parte di un credente, ma tu sei appunto il Sommo Pontefice, il rappresentante di Gesù Cristo, il capo della religione più diffusa sul globo, mica uno qualsiasi! Tu ti puoi permettere benissimo di giudicare, anzi devi giudicare. Gesù Cristo lo fece e non solo perdonò peccatori e peccatrici…

Non entro nel merito, dato che me ne sono sempre disinteressato, delle varie tesi “sedevacantiste”, di quelle dei lefebvriani, della Comunità San Pio X, o di altre sette cattoliche del genere. Mi limito a vedere quel che accade e a raccontarlo. Poi se ne traggano le conseguenze. Sono fatti, ma anche segni dei tempi…

Bergoglio è il papa qui pascet oves in multis tribulationibus. Egli sta vivendo il suo pontificato proprio nel periodo della massima persecuzione dei cristiani dell’ultimo secolo, in tutto il mondo e non in singoli e specifici paesi, proprio come indica l’ultima quartina di Malachia. Invece di far fronte energicamente a questa catastrofe umana e religiosa che ha propaggini sino intorno all’Italia, e di cui nessuna organizzazione internazionale si preoccupa, apre le braccia a tutti, quasi una vocazione al martirio che riemerge dal passato… Mentre l’Occidente imbelle e smarrito, condizionato dai mass media e dai politici, si guarda in giro e non sa che decisioni prendere, attanagliato da condizionamenti ideologici e conformismi morali, e avrebbe bisogno di un reagente deciso, con idee chiare, valori forti, proprio sul piano spirituale.

Forse l’ultimo papa, il papa della fine dei tempi, è proprio un Papa Nero, non solo dei gesuiti ma dell’intera Chiesa cattolica. Ne parla anche una quartine delle Profeties di Nostradamus, per quel che essa può valere, che si riferisce a un papa “gris et noir de la Compagnir yssu” che “onc ne fut si maling”, un papa “grigio e nero uscito dalla Compagnia” che “non ce ne fu uno così malvagio”, il quale porterà la Chiesa alla distruzione.

ciproIl concetto di “fine” può intendersi in molti modi: una religione che ha anche un potere temporale è soggetta a concludere la propria missione in forme diverse. Una Chiesa e un Papato possono estinguersi e crollare non solo e non tanto materialmente, quanto spiritualmente, concludendo, fallendo o distorcendo la loro missione.

A Roma, sui muri esterni della fermata Cipro della Metro A c’è da tempo un suggestivo murale, nulla a che vedere con gli indecenti scarabocchi deturpanti sparsi per ogni dove: su uno sfondo a onde nere-verdi-blu cadono dall’alto sassi o meteoriti; in basso la cupola di San Pietro e altri edifici indistinti; a destra un grande volto caricaturale di Bergoglio dai cui occhi cola sangue; a sinistra lo stemma del Vaticano, tiara e chiavi che però non sono d’oro e d’argento ma grigie, color acciaio; al centro di sbieco la scritta “Petrus Romanus” che sembra liquefarsi e un piccolo punto interrogativo; poi in un angolo “2017”. Non so chi possa averlo fatto, ma di certo riassume una sensazione generale…

* * *

(Questo articolo sarà pubblicato su Il Borghese)

Segui Gianfranco de Turris:
Giornalista, vicedirettore della cultura per il giornale radio RAI, saggista ed esperto di letteratura fantastica, curatore di libri, collane editoriali, riviste, case editrici. E' stato per molti anni presidente, e successivamente segretario, della Fondazione Julius Evola.

17 Responses

  1. PMF
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    Ottimo articolo. Aggiungo solo alcuni altri segni: il gabbiano sul comignolo della Cappella Sistina durante il conclave, il pastorale spezzato durante la visita in Bosnia, i serpenti che attaccavano i fedeli durante la Messa in Paraguay. Ma potremmo anche ricordare l’incendio al Santo Sepolcro poche ore dopo la visita del Papa. Un uomo del Medio Evo avrebbe tremato…

    • Luxor
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      E aggiungerei anche il santuario di Muxia incendiato da un fulmine la mattina di natale del 2013.

  2. Nicola
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    Il graffiti ha scritto Roma 2013 non 2017! e un 3 con licenza artistica, a mo’ di firma.

  3. Dalmazio Frau
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    La mia risposta a commento del posto apparso su “il Corriere Metapolitico”

    Caro Aldo, che dire? Mi chiedo “perché”, soprattutto.
    Mi chiedo il perché di questo attacco a un pezzo di Gianfranco de Turris nel quale non mi riesce di ravvisare nulla di quanto tu gli imputi. Anche perché non vi è traccia nell’articolo di nulla contrario o in avversione né alla Chiesa né a questo papa che – detto per inciso n quanto la cosa non cambia nulla a nessuno – a me personalmente non piace, sarà anche in quanto sudamericano e dunque molto distante dalla mia Europa. Non capisco la virulenza dell’attacco anche perché de Turris non fa operazione per nulla diversa da quella effettuata proprio da Panunzio nel lontano 1975 a proposito di un cartellone pubblicitario relativo al film “L’Anticristo” traendone conseguenze alquanto analoghe con un medesimo metodo deduttivo simbolico. Perché a Panunzio questo non è stato mai criticato e a de Turris si? I Simboli parlano, parlano ancora all’uomo che non li sa più leggere, i fulmini cadono oggi come duemila o duecentomila anni fa, un fenomeno analogo a quello su San Pietro è riportato nelle cronache del 1500 a riguardo di Alessandro VI e gli auspici che ne vennero tratti allora, nefasti, purtroppo si confermarono esatti. E allora? Perché improvvisamente ricorrere a pseudo razionalizzazioni materiali? I fulmini cadono, ma quello è caduto direttamente sul cupolone, proprio in quel momento, non in un altro. Stesso dicasi sugli uccelli, corvi, colombe e gabbiani. Ricordiamo il vento che aperse il Vangelo alla morte di Giovanni Paolo II? Di cose “strane” intorno a questo Papa – che a me non piace – ne sono successe parecchie, e soltanto uno sciocco non vorrebbe vederci dei “segni” senza per questo voler fare gli “apocalittici” per forza. Allora cosa ci sarebbe di sbagliato nell’interpretazione simbolica effettuata da de Turris? È una possibilità, perché non prenderla in considerazione? O forse piuttosto perché viene da Gianfranco de Turris e allora va criticata a prescindere? L’armamentario che tu gli attribuisci è lo stesso di Silvano Panunzio, Aldo, non capisco dunque perché criticare in un caso sì e nell’altro no. Infine il murale, sono andato io personalmente a constatare cosa vi fosse dipinto e posso garantire che l’opera è gravida di simboli estremamente “curiosi” che non andrebbero glissati con così tanta nonchalanse, anche perché ricordo che la “Verità, grida agli angoli delle strade” – lo diceva sempre l’ottimo Silvano tu lo sai bene – e ripeto ancora non è diverso questo “murale” da un manifesto degli anni 70. Chi sa leggere sa leggere, poi c’è chi non vuole e allora è inutile parlarne… Comunque chiunque volesse potrà confrontare quanto da me detto leggendo il cap. “L’Anticristo a Roma” pag 844 di “Metapolitica- La Roma Eterna e la Nuova Gerusalemme” Ed. del Babuino – Roma 1979, ovviamente di Silvano Panunzio.

  4. Michele
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    Bergoglio il papa nero. E’ lui? Forse no. Questa è una mia valutazione del tutto personale dei fatti dove la figura di “papa nero” non è interpretata nel senso letterario della parola “Papa” ma come personaggio di massima influenza di un determinato periodo. Cercherò essere descrivere questa mia ipotesi nel modo più semplice e chiara possibile. Malacchia vedeva nel suo Sommo pontefice l’immagine di un potente in grado di influenzare le vicende della sua epoca, un uomo a cui nessun osava dire di no senza ripercussioni, insomma l’immagine dell’uomo più potente del mondo. Ora supponiamo che Malacchia riesca a visualizzare il futuro ed in particolare i nostri giorni. Vede la situazione geopolitica in corso, le guerre tra popoli di religioni diverse, attentati, ecc.. Vede l’uomo più influente del mondo di oggi, l’equivalente di papa Celestino ed i suoi successori, un uomo dalla pelle nera alla testa di una grande nazione come quella del regno di Dio terra. Si avete capito bene, Obama il papa nero contemporaneo di Bergoglio. Cose cambia nel caso in cui la profezia sia vera!? Nulla. Cambia solo l’approccio al finale. Voi cosa ne pensate?

  5. fabio
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    Lo dico con dispiacere ma questo Papa non mi ha mai entusiasmato. Sono daccordo con chi sostiene che una lettura degli eventi in chiave simbolica, cosa ormai abbandonata, non prometta niente di buono. Papa Francesco non perde occasione per “sparare” sulla Chiesa, quella Chiesa che Egli ha il compito di rappresentare e difendere al massimo livello. Sembra che la Chiesa debba, innanzi tutto, avere vergogna di se’ e, di conseguenza, limitare al massimo l’esercizio di quello che è un Suo preciso dovere: evngelizzare il mondo. La chiesa di questo Papa, mi sembra, si stia diluendo lentamente nel mondo e nel pensiero modernista. Non credo sia un caso il fatto che Francesco sia il Papa osannato proprio da coloro che hanno sempre detestato la Chiesa e questi lopercepiscono come un fustigatore di Questa e non come il Vicario di Cristo. La Chiesa, in quanto unica istituzione al mondo di origine Divina è, indubbiamente, una realtà complessa e Bergoglio appare come un Pontefice troppo semplice, a volte banale. In una società come la nostra, nella quale non vi è nessuna cultura della storia della Chiesa sembra che questa si occupi dei poveri soltanto da quando è arrivato Papa Francesco. Il compito della Chiesa, non lo dico io, è la predicazione del Vangelo ed è all’interno di tale cornice che Essa si fa carico delle miserie del mondo, non il contrario. Preghiamo per questo Papa.

    • Michele
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      Partendo dal presupposto che trovo poco divino nel divino e che Dio creo gli uomini ed il Diavolo le religioni per confonderne le menti, non capisco perché banalizzare il lavoro di questo papa. Dopotutto non facendo altro che ammettere gli errori fatti dalla chiesa nel passato recente o remoto che sia. Ammettendo questi errori non vuole certo colpevolizzare il prete di periferia che da corpo e anima per il prossimo o il missionario nel più sperduto villaggio del terzo mondo che cerca di sollevare lo spirito degli ultimi del mondo. Bergoglio vorrebbe denunciare coloro che indossano indegnamente i paramenti sacri. E’ normale che chi si era allontanato dalla chiesa possa venire nuovamente attratto anche se non per fede ma per l’immagine carismatica di Bergoglio. Mi ricorderò sempre il servizio televisivo trasmesso alcuni mesi dopo l’elezione di Bergoglio in cui un prelato di alto rango disse che quanto chiedeva il papa in fatto di rispetto per i poveri, di non ostentare ricchezze ed altro era una cosa giusta; il mio pensiero fu ” ma ce lo doveva dire un papa che venire dalla fine del mondo!!!”
      Sicuramente nemmeno lui sarà senza peccati, molto probabilmente la sua elezione non ha nulla di divino, forse sarà l’ultimo papa ma perlomeno sta dando un po’ di fiducia in quella istituzione chiamata chiesa che, malgrado i tanti difetti, grazie a molti suoi sacerdoti fanno tante opere di bene.

  6. Diacono Martino
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    Il Papa non è Vicario di Cristo, non capisco perché tutti insistono su questa frottola.
    Il Papa è Vicario di Pietro.
    Vicario di Cristo è sempre stato l’Imperatore che infatti presiedeva i Concili Ecumenici.
    Egli è infatti Vicario secondo l’ordine di Melchisedeq.
    Il Papa è Pastore ma l’erede di Cristo è Giovanni perché ha ascoltato i battiti del cuore di Cristo, per questo viene chiamato il prediletto.

  7. fabio
    | Rispondi

    Gent.le Diacono Martino,
    Lei ha perfettamente ragione, sul piano dell’interpretazione storico-letterale della questione, tuttavia riporto, alla lettera, quanto affermato da Papa Wojtyla nel libro “Varcare la soglia della Speranza” in risposta alla domanda di Vittorio Messori, se sia giusto o no definire il Papa Vicario di Cristo Egli risponde:”… il Papa è detto anche Vicario di Cristo. Questo titolo va visto nell’intero contesto del Vangelo. […] In questa prospettiva, l’espressione Vicario di Cristo assume il suo vero significato. Più che a una dignità, allude a un servizio: intende cioè sottolineare i compiti del Papa nella Chiesa, il suo ministero petrino, finalizzato al bene della Chiesa e dei fedeli. Lo aveva capito perfettamente san Gregorio Magno il quale, tra tutte la qualifiche connesse con la funzione di Vescovo di Roma, prediligeva quella di Servus servorum Dei (Servo dei servi di Dio)”. Non a caso io ho usato la definizione suddetta dopo aver messo in luca ciò che, a mio modesto parere, Egli non sta facendo: evangelizzare e difendere la Chiesa. Non penso proprio che la risposta di Papa Wojtyla sia da collocare tra le frottole.
    Cordiali saluti.

  8. PMF
    | Rispondi

    Il Papa non è “Vicario di Pietro” ma Vicario di Cristo e Successore di Pietro. Questi sono i titoli di cui da secoli si fregia. Che poi li si voglia contestare è altra cosa, ma secondo la dottrina cattolica questo è

  9. Martino Mireles
    | Rispondi

    La questione del Vicariato è una realtà che ha affrontato anche P. Florenskij nella sua Teodicea ” La colonna ed il fondamento della Verità che allego:
    Nella comunità cristiana tutti sono uguali e allo stesso tempo tutta la struttura della comunità è gerarchica. Intorno al Cristo ci sono alcuni circoli concentrici che conoscono più e più profondamente, a misura che si restringono. Partendo dall’esterno ci sono “le masse del popolo”; poi l’entourage del Cristo; poi i discepoli e seguaci segreti come Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro e le sorelle, le donne che seguivano Cristo, ecc.; poi ancora gli eletti, “i settanta”, poi “i dodici”, poi “i tre”, cioè Pietro, Giacomo e Giovanni, infine “uno che il Signore amava” (Gv. 13, 23; 19, 26; 20, 2; 21, 7, 20). Occorre ancora ricordare la predicazione per parabole, la scelta dei testimoni, la spiegazione delle parabole in privato? “I suoi discepoli poi lo interrogavano sul significato di quella parabola. Egli disse: “A voi è stato dato di conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri sono proposti in parabole, affinché vedano senza vedere e ascoltino senza ascoltare”” (Lc. 8, 9-10).
    Pavel Florenskij – La colonna ed il fondamento della Verità – Capitolo “l’amicizia”.
    Il Papa non può essere Vicario di Cristo semplicemente perché è solo nell’ordine levità mentre la Regalità è stata data a Giovanni sotto il legno della Croce, quando Cristo dice Figlio questa è tua Madre e Madre questo è tuo figlio, lo rende suo fratello in spiritus e pertanto gli trasferisce la propria dignità regale e sacerdotale.
    Erroneamente nella chiesa quest’antica corrente del papa Vicario di Cristo ha avuto come effetto che qualsiasi cosa dovesse dire il papa era vera, Bergoglio smentisce questo vicariato. La Chiesa ha però una parte dei Leviti che si salvano perché sono rimasti fedeli a Cristo nonostante i tradimenti.
    Giovanni rappresenta in sé stesso i due ordine per questo poteva prendere la Madre di Cristo con sé, egli cioè diventa figlio della Madre d Cristo e pertanto erede della Regalità di Cristo. Anche qui erroneamente la Chiesa Cattolica sostiene che Giovanni rappresenti tutta l’umanità, ma questo non ha senso. Giovanni rappresenta Giovani, come Maria rappresenta Maria.
    La Bibbia dona un’eredità e quest’eredità è in Giovanni attraverso il quale si chiude la Rivelazione. In Giovanni si risolve sia il percorso dello sguardo (Padre Ignace de la Potterie), sia la teandria, sia la conoscenza del Logos come teoptia.
    Pietro è amico di Giovanni, ma Pietro è pastore.
    Giovanni è quello che solleva i veli e questo sta a significare che egli disvela.

  10. Diacono Martino
    | Rispondi

    Scusate ma quando un commento non è in linea rimane permanentemente in attesa di moderazione?

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