André Gide

André Gide è stato uno degli ultimi scrittori liberi e sinceri della vecchia Europa o, forse, dell’intero pianeta. Un uomo che perfino dopo la morte, avvenuta sessant’anni fa a Parigi, il 19 febbraio del 1951, continuò a essere disapprovato a causa delle scelte di vita e delle opinioni politiche. Quando però un artista riceve così tante critiche (ma anche tanti elogi, perché quattro anni prima di morire Gide ricevette il Nobel per la letteratura), difficilmente può essere considerato un uomo banale. Per chi non lo conoscesse punto, nel nostro Paese per vissuto e riflessioni, solo un uomo può essere accostato allo scrittore nato a Parigi nel 1869: Pier Paolo Pasolini.

Per lungo tempo venne considerato poco meno che un esteta privo di un reale spessore, primo di quella profondità che aveva contraddistinto e che caratterizzava ancora la letteratura francese del suo tempo. Accostato anche a Marcel Proust e a Paul Valery, dunque al gotha della lettere transalpine, sovente tuttavia, si parlava di lui come di un capriccioso possidente dalla penna facile; un uomo dalle comode pretese (non ebbe figli dalla moglie, ma desiderandone uno lo ottenne dalla figlia di un’amica), reo di non essersi mai impegnato affinché la letteratura partecipasse, assieme alla politica, alla risoluzione “pratica” dei mali dell’umanità. Gli veniva anche rimproverata la sua “evanescenza” durante l’occupazione tedesca nella Seconda guerra mondiale e soprattutto il suo rapporto col comunismo.

In un’enciclopedia del 1952 paradossalmente aggettivata come “moderna” – ed edita dunque un anno dopo la morte di Gide – si legge che lo scrittore aveva «tendenze anormali» (sic!); molti giornalisti e critici, già quarant’anni fa, ma anche adesso se ci si fa caso, hanno difficoltà a esprimere un parere sui libri del parigino, molti dei quali autobiografici, oscillanti fra la “fiducia” nella morale cristiana (rigida e impositiva) e la “fiducia” nella libertà dell’agire. E la difficoltà è data, naturalmente, dalla sua omosessualità. Come avvenne e avviene per PPP, il profilo dello scrittore condizionava e condiziona fortemente il parere sulla sua influenza. Ma ancor più dell’omosessualità, che al tempo fu un grosso problema e che lo scrittore nascose fino a un certo punto della vita, è il rapporto ambiguo col comunismo a non piacere ai critici. Digiuno di marxismo, Gide aderisce entusiasticamente e da perfetto ingenuo al comunismo e alle sue formule “magiche”. Durante un viaggio in Congo e in Ciad, negli anni Venti, in compagnia dell’amico Marc Allegret, viene colpito dalle dure condizioni dei popoli colonizzati, si appassiona alla loro condizione, alla politica e alle idee che promettono libertà senza distinzione alcuna. Poi però se ne pente e – cosa ancor più grave – lo mette due volte per iscritto alla fine di un viaggio nelle misteriose terre dell’Urss, negli anni Trenta. Come molti “compagni” di viaggio – ma Gide è un po’ più sincero – si rende conto che le promesse del comunismo nelle situazioni “reali”, altro non sono che una grossolana bugia. La libertà che gli occidentali sognano di trovare in Oriente in realtà non esiste. E nelle repubbliche sovietiche gli omosessuali vengono trattati come bestie, peggio che nei paesi puritani… Ovviamente, quando nei Quaranta il comunismo è lì lì per trionfare, qualcuno riesce a far pagare il “vizio della libertà”, a un uomo che fa dell’onesta intellettuale la propria bandiera.

Gli danno del “fascista” (ma lui non lo è, anzi si è rifiutato di collaborare coi tedeschi), una tesi “avvalorata” anche dal fatto che il suo distacco dalla politica, nel dopoguerra, diventa definitivo. Per lui, come per altri intellettuali, è pronta la dannazione, per non essere uno dei tanti che per dirla con Vittorini “suona il piffero per la rivoluzione” e per essersene ufficialmente infischiato delle regole di “buona condotta”. Sarà… Gran lettore di Nietzsche, ma anche di Schopenhauer, ammiratore di Dostoevskij, anticipatore del nostro Camus, punto di riferimento per surrealisti ed esistenzialisti, Gide è uno degli esempi limite di un’esistenza al di fuori delle regole; regole che a causa di un’educazione molto rigida, ricevuta a casa e nelle scuole alsaziane, diventano vere e proprie camicie di forza.

Grazie alla sua opera prima, in seguito mandata al macero per stessa volontà dell’autore (I quaderni di André Walter – 1891, tradotta da noi per Guanda), Gide si avvicina a Maurice Barres e Stephane Mallarmé, subito dopo però scopre Oscar Wilde e avverte la “pericolosità” del suo stile di vita. Ma delle “gesta” e delle abitudini dello scrittore dandy, Gide percepisce con nettezza anche un “fascino” al quale col tempo non sa dire di no. Due anni appena e nel ’93, con l’amico Paul Laurens, parte per l’Africa del nord e per l’Italia alla ricerca di avventure sessuali (narrate poi ne L’immoralista). È il primo di una serie di viaggi ricorrenti, intrapresi anche con la moglie Madeleine. In seguito, in molti gli rimproverano di essere stato uno degli “ideatori” di quell’“abitudine” oggi nota come “turismo sessuale”. Alcuni come Paul Claudel e il futuro Nobel Francois Mauriac dopo averlo “condannato” si “limitano” a invocarne la guarigione.

Anche la critica, nel frattempo, sembra averlo preso di mira: nonostante alcuni giudizi sui suoi lavori siano lusinghieri (La porta stretta del 1909), Gide non si sente capito e non sopporta l’abitudine dei critici di interpretare in modo eccessivamente autobiografico i personaggi dei suoi libri. I lustri del nuovo secolo tuttavia sono i migliori, quelli nei quali Gide riesce a dare il meglio di se stesso. Nasce la prestigiosissima rivista Nouvelle Revue Française, pubblica I sotterranei del Vaticano, che per un tocco beffardo, non piace né ai cattolici né agli atei e inizia a scrivere Corydon un saggio che affronta finalmente i pregiudizi sull’omosessualità ispirato ai dialoghi di Socrate. Il lavoro (una difesa a tratti molto nobile dell’omosessualità), forse oggi non fra i più noti, esce in modo completo e non anonimo solo nel 1924. Fra i suoi libri migliori: I falsari, l’opera che Gide considera il suo unico vero romanzo, e i fondamentali Se il seme non muore e Diario 1889-1939 (in Italia in tre volumi per Bompiani).

Per comprendere quello che Gide ha dato alla letteratura occorre partire da una considerazione, e cioè che il suo Diario è fondamentale per conoscere la cultura francese del tempo, e poi naturalmente anche dalla motivazione data dall’Accademia di Svezia per l’assegnazione del Nobel: «Per l’umanità e l’importanza artistica della sua opera nella quale tutti i problemi umani sono stati sviscerati con un profondo senso della verità e con una eccezionale acutezza psicologica». Non serve aggiungere altro a distanza di sessant’anni, se non un sincero invito ad aprire i suoi libri.

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Marco Iacona, dottore di ricerca in “Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee”, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà” e il semestrale “Letteratura-tradizione”. Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate. Ha curato saggi per le Edizioni di Ar e per Controcorrente edizioni. Per Solfanelli ha pubblicato: 1968. Le origini della contestazione globale (2008).

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