Agonia senza lacrime di Turku la città martire

(Dal nostro Inviato)

Turku, martedì sera.

I primi bombardamenti sulle città finlandesi
I primi bombardamenti sulle città finlandesi

Con il sole sono tornati gli aeroplani sovietici. Una misteriosa, vedetta li ha segnalati di lontano, quando ancora l’orizzonte del cielo non tradiva la minaccia di morte e una aurora radiosa sembrava promettere una giornata di pace.

— Vengono, vengono!

Le sirene hanno urlato il loro allarme e la popolazione, questa ammirevole popolazione della tormentata Turku, si è rassegnata a scomparire ancora una volta sotto terra. Se ne sono andati tutti nei rifugi: bimbi che guardano con occhioni spalancati e ridenti la morte che viene incontro e che non può spaventarli, ragazze bionde e diafane, che imbacuccate in lane multicolori, degnano appena di uno sguardo i bombardieri grigi che distruggono la loro felicità; massaie, sorprese nel loro giro mattutino per i negozi con le vetrine di legno, e che si dirigono di corsa verso i rifugi non per paura, ma per coloro che attendono a casa; uomini calmi e gravi, che fremono di non poter fissare lo sguardo in quello del nemico, che assistono impotenti alla lenta morte della loro città. Perchè Turku muore. Da sette settimane, quasi senza soste, l’aviazione sovietica viene due, tre volte al giorno a portare “pacchetti di Molotoff” e una casa oggi, due domani e il porto che scompare sotto il ghiaccio, a poco a poco la città si addormenta di un sonno senza risveglio.

Una casetta…

Oggi, ancora di buon’ora, una bomba da 250 è scoppiata con immenso fragore proprio sulla piazza principale e una casa è sparita come d’incanto. Era una casetta modesta, che non si sapeva bene come mai avesse potuto restare in prima fila a fare compagnia ai palazzoni moderni, era una casetta di antica data, ma dentro vi vivevano degli uomini e certamente la loro anima è fuggita in cielo, nascosta nel fumo dell’incendio e nella polvere del crollo. Poi la pioggia degli spezzoni ha incendiato qua e là case di legno e ha svelato i segreti di tante dimore, facendo crollare intere mura maestre e la macchia di sangue innocente versato a Turku si è ingrandita ancora.

Noi eravamo con Metzger, proprio nella grande piazza e lo spostamento d’aria ci gettò di peso contro il nostro albergo, mentre una tintinnata pioggia di vetri si abbatteva su di noi. Noi restammo un poco storditi ma fummo felici della nostra buona sorte, mentre seguivamo con lo sguardo la squadriglia nemica che sfilava in parata nel cielo tutto costellato dal le nuvolette bianche delle granate antiaeree. I giornalisti hanno il privilegio di pigliarsi una bomba in testa, se deve accadere, guardando il sole. Nessuno li obbliga a correre nei rifugi antiaerei. E questo ci ha permesso di osservare il volto della gente che usciva dai ricoveri, quando il fischio delle sirene ebbe annunziato che il nemico alato era scomparso. E su quei volti, in questa mia ultima giornata finlandese, ho scorto il volto della Finlandia; ho imparato improvvisamente ciò che sapevo da sempre, che questo è un paese che si intuisce col cuore, perchè nessuna intelligenza può svelarne il mistero. Sono troppi i laghi e le leggende, troppo vaste le foreste dove d’estate i daini conversano con i corimbi e d’inverno il gelo si mette in gara col vento del nord, per avere la palma del freddo.

«Povero Oivu!»

Oggi a Turku, quando il nemico se ne fu andato, i cittadini si radunarono attorno alle rovine fumanti. Parlavano poco; dicevano solamente qualche parola.

Soldati finlandesi in una trincea nei pressi del fiume Kollaanjoki.
Soldati finlandesi in una trincea nei pressi del fiume Kollaanjoki.

«È la casa di Oivu, che è andato in guerra. Povero Oivu!».

Non dicevano che i suoi bimbi e la sua donna non lo attendevano più. Dicevano: «Meno male che Mima e le sue sorelline sono state evacuate»; «sono più di sessanta ormai le case distrutte»; «bisogna che qualcuno venga ad aiu tarmi a mettere a posto le finestre che sono tutte schiantate». Questo dicevano, e nessuno si lamentava.

Noi volevamo a tutti i costi sapere a che ora sarebbe partito il nostro aereo per Stoccolma, perché a Helsinki ci avevano detto che è proibito dirlo. La compagnia aerea è finlandese e i russi potrebbero anche attaccare l’aeroplano in volo. Bene, l’ufficio era installato in autobus, perchè una bomba aveva devastato l’ufficio vero. Ma l’esplosione aveva frantumato anche i finestrini dell’autobus e in un ufficio dove erano 30 gradi sotto zero, non era affatto piacevole intavolare delle conversazioni.

— Quando si parte?

— Non lo sappiamo.

— Bene, e quando si potrà saperlo ?

— Verremo a prendervi all’albergo, quando sarà arrivata l’ora della partenza.

Il freddo ci consiglia di rinunciare all’interrogatorio. Aspettammo. Cominciammo a girare per la città, passando accanto alle rovine nere, dove una volta, poche settimane or sono, c’erano case piene di gènte felice. Quanto dolore abbiamo visto; ma nessuno piangeva. Dissero a Minuska che il suo fidanzato era morto e la ragazza divenne di fiamma come le avessero fatto una proposta di amore. Chiese loro: «È caduto combattendo, è vero? Paavo era un uomo di coraggio». E se ne andò. Nessuno piange in Finlandia. Tutti si chiudono nel loro dolore e giurano di ottenere la loro vittoria.

Quando tornai all’albergo un nuovo allarme vuotava le case. Ma nella stanza accanto alla mia, una persona non ubbidì al segnale. Io udivo come un lamento sommesso e, incuriosito, socchiusi l’uscio. Col volto nascosto nel cuscino, Minuska piangeva, piange-va perchè nessuno poteva sentirla. Fuori lo scoppio delle bombe sommergeva ogni tanto il rombo dei motori e il gracidare dei cannoncini antiaerei… Chi poteva ascoltare i suoi lamenti? Nessuno piange in Finlandia.

Appuntamento in cielo

Nell’aeroporto silenzioso, avvolto nelle tenebre della notte, un signore grande e grosso con i capelli di stoppa, aveva gli occhi arrossati, la cornea striata di sangue e le palpebre e le occhiaie stranamente colorate, tanto che il suo volto sembrava infarinato per una gaia rappresentazione. Accompagnava sua moglie e i due bambini gemelli di cinque anni all’aereo di Stoccolma. Taceva, accarezzava qualche volta nervosamente i piccoli, che, felicissimi di volare per la prima volta, passeggiavano in su e in giù per la saletta di attesa, pavoneggiandosi.

— E tu, papà — chiese il più vispo, tu quando vai in guerra?

— Domani, caro. — E lo copriva di baci.

Bambini finlandesi evacuati durante la Guerra d'Inverno (Museovirasto - Helsinki)
Bambini finlandesi evacuati durante la Guerra d’Inverno (Museovirasto – Helsinki)

—. Anch’io vorrei venire in guerra, sai? Vorrei essere bravo come te. Invece sono piccolo e devo andar via. Ma ci rivedremo presto, vero papà? Verrai a trovarci?

— Si caro, verrò a trovarvi.

E il piccolo si mise a sillabare un manifesto, dimentico ormai di tutto il lungo discorso.

Poi il rombo dell’aeroplano; è i passeggeri si misero in fila. Oli occhi del signore grande e grosso con i capelli di stoppa luccicarono nella penombra.

— Ciao papà caro, ciao. — Le manine inguantate si agitarono in segno di saluto. Poi dalle tenebre fitte la vocina, filtrando magicamente fra il rombo dei motori, squillò distinta:

— Non piangere papà, caro papà. Non importa anche se muori, sai! Tanto ci rivedremo in cielo, non è vero papà?

Nessuno piange, in Finlandia. Ma, perchè non dovrei dirlo, anch’io, maledizione, avevo gli occhi rossi di pianto. E non mi accorsi affatto che l’aereo si alzava in volo. Partiva «l’aeroplano cieco», cosi chiamato perchè vola appunto nella notte, a zig zag, sul mare di ghiaccio. Turku restava avvolta nelle tenebre; restava immobile e coraggiosa ad attèndere col sorgere del nuovo sole il ritorno dei suoi assassini.

* * *

Tratto da La Stampa del 23 gennaio 1940.

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Felice Bellotti è stato un giornalista italiano, autore di numerosi reportage di viaggio e di guerra e di una quindicina di libri. Alcune informazioni sulla sua vita si possono leggere sul blog Huginn e Muninn.

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