Tradizione dei tempi ultimi

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A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta

(Dante, Pg. IX, 64-66)

E’ questa l’opera divoratrice del tempo.
E ciecamente l’iniquità dell’oblio sparge i suoi papaveri.

(G. De Santillana, Il mulino di Amleto, prefazione).

La Tradizione ci ha lasciato inestimabili vestigia, che ancora oggi riescono a ricollegare il presente al passato e a trasfondere conoscenza attraverso veri monumenti del sapere. Delle sette meraviglie del mondo solo le piramidi d’Egitto sono ancora visibili; le altre si sono perdute per azione della natura o dell’uomo.

La natura opera grandi cataclismi secondo le ere cosmiche, mentre l’usura del tempo per aggressione fisico-chimica lascia spesso possibilità di rilettura delle tracce residuali; l’uomo distrugge e perturba, non sempre consapevolmente, in forme improvvise e attive. La dispersione della Tradizione è invece un effetto passivo più lento e inesorabile, che si estende in forma pressoché inconsapevole.

L’antichità meno remota è stata prodiga di miracoli artistici e architettonici, la cui durabilità viene messa a dura prova dal deterioramento dell’ambiente operato dalle generazioni ultime. Anche la pietra più resistente viene aggredita e corrosa. Ma l’uomo tecnologico, dopo aver minato con l’inquinamento le vestigia ereditate, quali opere tramanderà?

Il vanto della tecnologia avanzata, l’ambizione sfrenata della scienza sperimentale e razionalista, l’abbondanza di risorse economiche e demografiche, delle quali forse non si ebbe mai pari, la fiducia nelle sorti progressive e nella perfettibilità illimitata potrebbero facilmente dar adito a illusioni sulle capacità di superare le barriere temporali più e meglio dei predecessori.

Infatti non si può tramandare che la Tradizione, che è, secondo Guénon (Considerazioni sulla via iniziatica) tutto quello che vale essere trasmesso e che veramente può esserlo. Ciò presuppone coscienza e conoscenza, volontà e tempo.

Il tempo appare la risorsa meno disponibile: il suo trascorrere viene misurato soprattutto dal tasso di interesse, accrescendo a dismisura in tutti i settori la brama della “velocità”, vero demone che ben si associa all’economia dell’utile immediato.

Infatti non si costruisce e non si progetta se non per una durata precisa e precalcolata oltre la quale il progettato non merita neppure una vita residua. La volontà viene così sviata dall’effimero e la capacità contemplativa perde ogni spazio vitale.

Resta, quindi, la sola possibilità della sopravvivenza di opere “involontarie”, senza alcun significato oltre quello strettamente strumentale e contingente, monumenti all’interesse e non al sapere.

A un secolo dalla sua invenzione, il cemento armato, materiale da costruzione composito innovativo, ha mostrato la sua disgregabilità agli agenti naturali, soprattutto per carbonatazione (veicolazione dei carbonati da parte dell’acqua), resa più attiva dall’ambiente che l’uomo stesso ha alterato. E’ così prevedibile che si salveranno le opere monolitiche più massicce, come alcune dighe. Le gallerie saranno più legate alle vicissitudini geologiche, essendo più sensibili all’azione naturale cui può sopperire solo una vigile manutenzione. La terra inghiotte prima o poi le cavità degli uomini, miniere o gallerie, più difficilmente quelle naturali.

Taluno potrebbe osservare che alcune chiese dei tempi nostri sono state edificate in cemento armato, la cui durabilità, affidata – come per le antiche cattedrali – alla cura dei fedeli, potrebbe divenire indefinita. E’ tuttavia penoso rispondere che l’architettura religiosa può essere intesa dai fedeli, ma nella scala del tempo esteso solo l’architettura sacra è universale e parla la lingua degli uccelli. L’informazione -in termini moderni- non si trasforma in segnale quando si sia perduto il codice. E se il codice è simbolico od analogico decade anche la rilevanza artistica. Basti l’esempio della localizzazione: dall’individuazione del luogo “sacro” alla semplice disponibilità di terreno edificatorio; dal mistero alla moneta, non più pellegrini nel viaggio iniziatico ma fedeli scettici raggiunti quasi a domicilio. L’architettura civile, nata per non durare, lascerebbe comunque in luogo delle grandi conurbazioni segni edilizî indifferenziati, da cui si distinguerebbero gli stadî e pochi altri edificî, senza possibilità di discernere gerarchie funzionali né, tantomeno, significati non transienti. Indicheranno vuoti tracciati stradali, in cui sarà difficile pensare che abbiamo passato tanto del così raro tempo disponibile, alla massima velocità possibile: per raggiungere quale meta? Riusciranno a comprendere che quella più ambita e frequente sia stata la località di vacanza del fine settimana?

Unico simbolo durevole di “potere” materiale: i caveaux delle banche, gli unici sancta sanctorum che potranno forse sopravvivere all’attacco del tempo, ma non alla violenza, protetti, come sono, dalla blindatura, ben effimera senza custodi, per chi abbia disponibilità di tempo. Pare il nostro l’unico caso di tanta attenzione alla casa del denaro. Ben più velate e celate delle nostre banche furono le tombe violate nei secoli. Come saranno apprezzate le “ricchezze” ivi contenute, sempre che vi siano state lasciate dall’ultimo guardiano?

Quelle attuali sono loculi fuori terra, meno durevoli delle case, mentre le inumazioni hanno durata ancora minore. Del resto quali tesori si potrebbero trovare nei sudarî di un’epoca senza Re?

Altra eccezione del “potere”, questa volta militare, è individuabile in alcune opere strategiche, concepite per resistere ad azioni che superano di gran lunga la prevedibile offesa naturale, testimoni dell’equilibrio basato sulla ritorsione e sul terrore nucleare. Ammesso che se ne possa menar vanto, anch’esse dimostrano un fine limitato e contingente e il loro significato non supera quello della loro funzione, strettamente legata alla loro epoca. Esse sono paragonabili alla grande muraglia cinese, di indubbio valore storico architettonico, ma senza magisterio spirituale metastorico. Mura mute invece di pietre che parlano. Pari destino avranno le pile e le spalle dei ponti, sopravissute alle violenze idrologiche: semplici testimonianze di localizzazioni di attività di trasporto, connesse con quell’incredibile estensione di tracciati stradali, non vie dell’Impero ma spazî per gitanti. Più labile ancora appare nei tempi lunghi il destino del materiale nato dal perfezionamento del cemento armato: il cemento armato precompresso.

Le macchine ed i metalli vivono quanto chi li accudisce, per divenire poi rottame, poco più nobile del rifiuto, con l’eccezione di alcuni materiali inossidabili, per l’esperienza corrente, ma impiegati su scala ridotta.

Gli stessi archivî attuali, cioé strutture destinate a conservare, usano supporti strettamente legati alla tecnologia del momento, senza la quale tutto diviene inservibile. Ma la tecnologia è caduca e mal si presta all’universalità; preferisce la peculiarità della specializzazione, che condanna all’obsolescenza rapida. Ciò rende perplessi sulla possibilità tecnologica di superare le discontinuità inevitabili della storia. E’ caduta nell’oblio la severa lezione del fuoco di Alessandria, cui generazioni di amanuensi non riuscirono che a porre faticoso ma parziale rimedio.

Quindi l’uomo d’oggi appare tanto ricco di risorse quanto povero di spiritualità da comunicare, pur avendo depredato e svuotato, specie in Occidente, l’eredità del passato senza riuscire a rinnovarla e a vivificarla.

Accettando la dizione attuale della progettazione “per obiettivi” possiamo dedurre che la Tradizione non è un obiettivo proponibile. Di per sè elitaria e poco diffusibile, quale democrazia vedrebbe il suo popolo concordarne le modalità di perpetuazione per sacrificare anche una modesta parte delle risorse disponibili? Essa – una, perenne e immutabile – viene intesa dai più come “tradizioni” nel senso etnografico di vecchi costumi e usanze, non sempre comprensibili, quasi una parodia folkloristica di una antica, profonda spiritualità, di cui non si accetta la responsabile eredità. Un DNA immateriale rischiosamente interrotto. Nulla da tramandare o nessuna struttura sociale in grado di svolgere la funzione più nobile, anche in forme non pienamente consapevoli? Eppure esperti di storia dell’economia mondiale come P. Baroch sostengono che “Tra una città ricca con sontuosi monumenti e una città povera senza monumenti di sorta, la differenza in termini di investimenti sarebbe ammontata a non più di pochi punti percentuali” (Cities and Economic Development. From the Dawn of History to the present, Chicago, 1988, p. 203). Gli economisti direbbero che quel tipo di intervento fungerebbe da moltiplicatore degli investimenti, con ricadute benefiche sull’intero sistema.

Non è certo problema attuale, quindi, quello delle risorse, in presenza di un PIL per abitante (e consumi conseguenti) senza possibilità di confronti con epoche conosciute; non lo fu però neppure per il ben più povero (economicamente) mondo dell’ecumene medievale, che ci lasciò le cattedrali gotiche, attraverso il lavoro corale di moltitudini di artigiani, artisti, muratori. Né lo fu per le sparute popolazioni “primitive” che disposero sapientemente menhir e dolmen né per gli Egizi, in grado di sostituire 100.000 uomini ogni tre mesi al lavoro delle piramidi (I. Verheyden, La rage d’expliquer la construction des pyramides d’Egypte, Kadath n. 27).

Il problema si direbbe, dunque, “politico” in quanto gli organi decisionali mancano di tali prospettive fuori dall’ordinarietà per una riallocazione delle risorse né sembra possibile in tempi storici mutare orientamenti che paiono profondamente radicati nell’incoscienza popolare ovvero nell’opinione pubblica. Essa non si accorge di avere tanta storia ma forse non altrettanto futuro, poco amore per il passato, che non sia di interesse archeologico, quanto rinuncia all’avvenire lontano. Chi non è chiaro-veggente non può essere lungi-mirante.

Dei tempi ultimi, incapaci di concepire messaggi universali da tramandare né, purtroppo, di sentirne addirittura una qualche interiore esigenza, resteranno, di certo, enormi accumuli di residui, rifiuti, di cui neppure il tempo riuscirà a liberare il futuro. Saremo ricordati solo per quelli?

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