6 giugno 1944, sbarco alleato in Normandia: liberazione o conquista dell’Europa?

sbarco-in-normandiaAll’alba del 6 giugno 1944, un corpo di spedizione alleato di dimensioni mai viste prese terra sulle coste della Normandia, presso la Penisola di Cotentin, sotto la direzione del generale americano Dwight Eisenhower ed il comando operativo del maresciallo britannico Bernard Montgomery, con un poderoso appoggio aeronavale.

All’invasione parteciparono, difatti, 6.000 vascelli, 4.000 mezzi da sbarco e 130 navi da guerra, che sottoposero le difese tedesche ad un intensissimo bombardamento. Nella notte fra il 5 e il 6 giugno, 1.000 aerei da trasporto avevano sganciato una prima ondata di paracadutisti, mentre 5.000 bombe vennero fatte cadere sulle truppe di Gerd von Rundstedt e di Erwin Rommel, la leggendaria «volpe del deserto» che, qualche tempo dopo, sarebbe stata coinvolta nel complotto contro Hitler e costretta al suicidio.

La battaglia di Normandia si concluse il 26 agosto con la piena vittoria degli Alleati, anche in virtù della loro schiacciante superiorità sia in armi e munizioni – ivi compreso il dominio pressoché assoluto del mare e del cielo -, sia in uomini: circa 2 milioni di combattenti, contro non più di 700.000 soldati tedeschi. Non bisogna dimenticare, infatti, che i tre quarti dell’esercito germanico, comprese le divisioni migliori e quanto restava dell’arma aerea di Göring, la «Luftwaffe», erano inchiodati sul fronte orientale, ove un’Armata Rossa sempre più baldanzosa dopo la vittoria di Stalingrado, e sempre più abbondantemente rifornita di armi e munizioni dalle industrie americane, avanzava implacabilmente verso il cuore del Terzo Reich. Gli Alleati, in Normandia, ebbero circa 225.000 perdite tra morti, feriti e dispersi; i Tedeschi ebbero 200.000 morti e lasciarono nelle mani del nemico circa altrettanti prigionieri. Il 25 agosto il comandante di Parigi, von Choltitz, si arrese e la capitale francese aprì le porte alle vittoriose colonne alleate, prime fra tutte quelle del generale Leclerc.

Da allora, il 6 giugno di ogni anno, solenni celebrazioni si svolgono per ricordare il cosiddetto «D-Day», ossia la data dello sbarco in Normandia (nome in codice: «Operazione Overlord») e i mass-media non si stancano di ricordare agli Europei che quello è un giorno di speciale gratitudine nei confronti degli Statunitensi, degli Inglesi, dei Canadesi, dei Francesi “liberi” e dei Polacchi, che parteciparono alla più imponente operazione anfibia della storia moderna. Senza quello sbarco e senza il sacrificio di migliaia di soldati alleati, essi dicono, l’Europa sarebbe rimasta sotto la barbarie hitleriana e i suoi abitanti non avrebbero potuto godere degli incomparabili benefici della libertà, della democrazia e, forse, del libero mercato.

Senza voler negare che il regime nazista fosse realmente un regime criminale e che, qualora non vi fosse stato lo sbarco in Normandia, la seconda guerra mondiale sarebbe durata molto più a lungo (ma sarebbe comunque finita con la vittoria degli Alleati, perché le forze del Tripartito non avevano più alcuna speranza di vittoria, almeno a partire dalla seconda metà del 1942), non si può fare a meno di chiedersi se la Vulgata dei vincitori possa essere decentemente presentata come la migliore approssimazione possibile, o se si preferisce come la meno peggiore, ad una obiettiva valutazione dei fatti; se, in altre parole, gli Europei abbiano davvero motivo di rallegrarsi di quella ricorrenza e di serbare eterna riconoscenza verso gli Alleati.

Sono ormai trascorsi sessantasei anni da quella data fatidica e le passioni avrebbero dovuto, almeno in parte, smorzarsi, dato che quasi tutti coloro che parteciparono a quegli eventi sono ormai morti o sono così anziani che li ricordano solo a fatica; e, nel giro di pochi anni, non rimarrà più nessun testimone oculare di una pagina di storia che si potrà studiare solamente attraverso i libri e i documenti fotografici e cinematografici dell’epoca.

Dunque: gli Alleati e l’Europa.

Ma “alleati” di chi; per fare che cosa; e a quale prezzo essi combatterono e vinsero la seconda guerra mondiale, dopo che, con la conferenza di Casablanca (gennaio 1943), avevano pubblicamente annunciato che non avrebbero accettato, dalle potenze del Tripartito, se non la resa incondizionata?

“Alleati”, Churchill, Roosevelt e Stalin lo erano fra di loro, ovviamente; e non lo furono del resto dell’umanità, anche se così la loro propaganda li ha descritti, riuscendo a tramandarne un’immagine estremamente positiva: che, nel caso del solo Stalin, non ha resistito alle lotte di potere interne all’Unione Sovietica e, più ancora, alla caduta dei regimi comunisti, verificatasi nel 1989-90. Ma della politica di Churchill, solo da qualche anno si cominciano a presentare anche le ombre, accanto alle luci: per esempio, i feroci bombardamenti aerei con le bombe al fosforo liquido sulle città tedesche, in particolare su Amburgo e su Dresda, aventi lo scopo di provocare il maggior numero possibile di vittime fra l’inerme popolazione civile. Per Roosevelt, infine, il tempo della critica storica sembra non essere ancora arrivato, tanto forte è stata l’azione propagandistica americana, rafforzata dall’alone di gloria che sempre accompagna, e a lungo, i vincitori di un grande conflitto: al punto che perfino la sua politica d’anteguerra, come il tanto sbandierato “New Deal”, è tuttora oggetto di una specie di acritica sopravvalutazione, dato che la maggior parte degli storici omettono di dire che esso terminò con un clamoroso insuccesso e che, guarda caso, solo l’entrata in guerra degli Stati Uniti (decisa, di fatto, fin dalla stesura della Carta atlantica nell’agosto 1941, e dunque ben prima di Pearl Harbor e della dichiarazione di guerra di Hitler e Mussolini) portò realmente gli Stati Uniti fuori dalla crisi economica e fornì loro un potentissimo volano per la ripresa industriale e finanziaria.

Tra l’altro, Churchill e Roosevelt da un lato, Stalin dall’altro, non avevano assolutamente nulla in comune tra loro, se non la volontà di annientamento della Germania; e non si dimentichi che erano state Gran Bretagna e Francia a dichiarare la guerra alla Germania il 3 settembre 1939, dopo che il Gabinetto di Londra aveva rilasciato alla Polonia semifascista una folle cambiale in bianco, incoraggiandola a resistere a qualunque trattativa diplomatica con Berlino per la questione di Danzica. Stalin, sin dalla fine di agosto del 1939, aveva firmato con Hitler un patto di non aggressione che equivaleva non solo ad una alleanza militare, ma ad una vera e propria spartizione dell’Europa orientale: tanto è vero che, il 17 agosto seguente, l’Armata Rossa invase alle spalle la Polonia già agonizzante (altro che «pugnalate nella schiena»!), senza che Londra e Parigi si sognassero di dichiarare guerra a Mosca, così come avevano fatto tanto tempestivamente, due settimane prima, con Berlino. Né dichiararono guerra all’Unione Sovietica quando, due mesi più tardi, essa attaccò la piccola Finlandia, mentre si preparava a divorare in un solo boccone le tre repubbliche baltiche di Lituania, Lettonia ed Estonia e ad imporre alla Romania la cessione della Bessarabia (attuale repubblica di Moldavia) e della Bucovina settentrionale.

Fu solo dopo l‘attacco tedesco all’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941 («Operazione Barbarossa»), che Churchill e Roosevelt scoprirono quanto Stalin fosse prezioso come loro alleato e come spada continentale per combattere contro il nazismo in nome della libertà: strano campione della libertà, colui che aveva provocato la morte di circa otto milioni di suoi concittadini con le repressioni e le deportazioni forzate, che aveva decimato i quadri del suo stesso partito e del suo stesso esercito mediante le sanguinose “purghe” e che si accingeva a sottomettere e sfruttare la maggior quantità possibile di popoli europei.

Quanto a Churchill, egli combatteva solo e unicamente per la grandezza dell’Impero britannico; per impedire alla Germania di poterne mettere in forse la posizione egemonica mondiale; per conservare a tempo indeterminato le sterminate colonie, prima fra tutte l’India, che assicuravano alla madrepatria una posizione economica assolutamente sproporzionata rispetto al concerto delle nazioni europee. Come per i suoi predecessori dei secoli passati, da Elisabetta a Pitt, Churchill non si preoccupava affatto della libertà e della democrazia in Europa; era anzi stato un grande ammiratore di Mussolini: tutto quel che gli interessava era di tenere l’Europa debole e divisa, percorsa da odî e rancori, secondo il vecchio adagio romano: «divide et impera».

Così aveva agito la Gran Bretagna al tempo di Filippo II di Spagna; così al tempo di Luigi XIV di Francia e di Napoleone; così aveva agito con la Germania di Guglielmo II, nel non lontano 1914. L’importante era che sulle coste continentali della Manica non si affacciasse una potenza veramente pericolosa e che nei porti del continente europeo non si allestisse una flotta capace di mettere in pericolo il dominio britannico sui mari, che il governo inglese definiva – alquanto eufemisticamente – il principio della “libertà dei mari” (e quanto valessero i principî per Churchill e il suo governo, lo si vide con il proditorio attacco inglese alla flotta dell’ex alleata Francia, nella rada di Mers-el-Kebir, il 3 luglio 1940).

Anche quando siglava la Carta atlantica, con Roosevelt, a bordo di una nave da guerra, questo e solo questo Churchill aveva in mente: di poter conservare all’Inghilterra il suo immenso impero coloniale (un quarto delle terre emerse!) e la sua posizione di grande potenza finanziaria, sia pure, ormai, in un ruolo subalterno rispetto a Wall Street, ma senza un vero conflitto d’interessi con quest’ultima; mentre tale conflitto esisteva con la Germania, potenza “giovane”, culturalmente non omogenea al mondo anglosassone e ben decisa a procedere dritta per la sua strada.

Che Roosevelt, poi, volesse gettare sulla bilancia della guerra tutto il formidabile peso della propria nazione, al solo scopo di esportare nel resto del mondo gli incomparabili vantaggi della libertà e della democrazia, questo è qualcosa che lasciamo giudicare al buon senso di chiunque: basti dire che, nella storia, non si è mai visto nulla del genere; non si è mai visto, cioè, che un qualsiasi Paese si sia gettato a capofitto in una grande avventura militare, al solo scopo di beneficare disinteressatamente dei terzi.

Rimane l’ultima domanda che ci eravamo posta: a quale prezzo l‘Europa venne “liberata” dagli Alleati nel corso della seconda guerra mondiale.

Il prezzo fu quello che si vide nel 1945: metà del continente abbandonato per molti decenni sotto il ferreo tallone dell’Unione Sovietica; sette milioni di tedeschi scomparsi dai registri dell’anagrafe, perché periti nel corso della “pulizia etnica” operata da Russi, Polacchi e Cecoslovacchi nelle province orientali del Reich; l’Italia umiliata e ridotta al rango di potenza marginale; la parte occidentale del continente trasformata nell’antemurale della politica imperiale di Washington, con tanto di schieramento a base di centinaia di testate atomiche; distruzioni, lutti e macerie a non finire, per risollevarsi dai quali i Paesi che accettarono il larvato protettorato statunitense persero, di fatto, la loro sovranità e indipendenza.

Sono passati sessantasei anni da quel fatidico «D-Day», ma le basi militari terrestri, aeree e navali statunitensi non sono state affatto smantellate, anzi, si sono enormemente rafforzate, puntando i loro missili e le loro armi ben oltre l’area strategica dell’Europa centrale: verso la Russia, verso i Balcani, verso il Medio Oriente e verso il Nordafrica. L’Europa, ridotta a mercato per le merci statunitensi e per i titoli di borsa angloamericani, sta ancora pagando il prezzo di quella liberazione. L’Italia, in particolare, oltre alla stagione del terrorismo, finanziato e diretto in gran parte dai servizi segreti statunitensi e israeliani, ha pagato un prezzo ben salato al ritorno della democrazia e della “libertà”: con la sudditanza a Washington e a Gerusalemme; con l’assassinio di uomini come Enrico Mattei, che volevano sganciare il nostro Paese da quella sudditanza, sul piano petrolifero; con il ritorno in forze della mafia, cosa che avvenne già prima e durante lo sbarco dei “liberatori” angloamericani in Sicilia, nel luglio del 1943.

Certo: gli Alleati, con la battaglia di Normandia, hanno affrettato la sconfitta del nazismo e il crollo della Germania.

Ma, in compenso, hanno distrutto l’Europa: la sua dignità, la sua tradizione, la sua cultura, facendone una semplice provincia dell’Impero americano. C’è veramente da domandarsi che cosa vi sia da festeggiare, dopo tutto, alla data del 6 giugno.

Ingratitudine verso coloro i quali ci hanno liberato dall’oppressione hitleriana? No: semplicemente, considerazione spassionata dei fatti storici.

Senza voler assolutamente banalizzare gli aspetti orrendi del regime nazista, bisogna pur riconoscere che mai, come in questo caso, si è assistito ad un processo di deformazione consapevole della verità storica; mai, come in questo caso, si è fatto e si continua a fare di tutto, per dipingere il mondo di settant’anni fa in termini violentemente manichei: tutto il bene da una parte sola, quella che ha vinto; e tutti i mali possibili dall’altra, quella che ha perso.

La stesa deformazione storica, poi, è stata operata riguardo alla storia dell’Asia orientale, con riguardo alla guerra del Pacifico tra Giappone e potenze alleate: Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, e senza dimenticare l’Unione Sovietica di Stalin che, anche in quel caso, arrivò giusto in tempo per dichiarare guerra a Tokyo… subito dopo lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima.

Non sarebbe ora che gli Europei ricominciassero a pensare con la loro testa e a domandarsi se, in fin dei conti, non hanno già pagato a sufficienza il prezzo di quella “liberazione”, senza dover continuare a sottostare agli interessi statunitensi, anche in aree strategiche – come, ad esempio, il Medio Oriente – ove essi confliggono palesemente con quelli dell’Europa?

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Francesco Lamendola, laureato in Lettere e Filosofia, insegna in un liceo di Pieve di Soligo, di cui è stato più volte vice-preside. Si è dedicato in passato alla pittura e alla fotografia, con diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato una decina di libri e oltre cento articoli per svariate riviste. Tiene da anni pubbliche conferenze, oltre che per varie Amministrazioni comunali, per Associazioni culturali come l'Ateneo di Treviso, l'Istituto per la Storia del Risorgimento; la Società "Dante Alighieri"; l'"Alliance Française"; L'Associazione Eco-Filosofica; la Fondazione "Luigi Stefanini". E' il presidente della Libera Associazione Musicale "W.A. Mozart" di Santa Lucia di Piave e si è occupato di studi sulla figura e l'opera di J. S. Bach.

  1. Simon Friedrich
    | Rispondi

    La "distruzione di Europa" nel senso che qui viene descritto non era da evitare. In un modo o un altro, forze cosmiche la esigono – non perché Europa merita la distruzione ma perché il mondialismo, il livellimento deve diventare appunto mondiale. Il fatto che sono gli Americani, i nuovi Titani, ad essere le sue agenti è secondario.

    Ernst Jünger (Al muro del tempo; Lo stato mondiale) è da leggere per capire meglio, più in profondo.

    Simon

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