“Vetus Ordo Missae”: i suoi paladini all’interno della Chiesa cattolica

Sono ancora recenti le polemiche sollevate dal motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum[1] del 7 luglio 2007, con il quale il Sommo Pontefice reintroduceva la piena liceità della Celebrazione eucaristica secondo la forma rituale del Messale promulgato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, a sostituzione delle norme precedenti contenute nelle lettere apostoliche Quattuor Abhinc Annos[2] del 1984 ed Ecclesia Dei Adflicta[3] del 1988 di Giovanni Paolo II.

Molti, soprattutto all’interno del Clero tedesco e francese, si sono scandalizzati per quello che, forse non completamente a torto (sebbene poi, in alcuni casi, certe affermazioni di principio che si sono levate a condannare l’assunto papale siano risultate francamente eccessive e quasi vagamente isteriche), sembrava un passo indietro rispetto al dettato del Concilio Vaticano II e alla riforma del “Novus Ordo Missae” introdotto nel 1969, un modo per deligittimare la corrente progressista interna alla Chiesa e un atto capace di dissolvere la comunione dei fedeli attorno ad un unico Rito[4].

Certamente, vista dall’esterno, l’idea di reintrodurre un Messale che, in realtà, altro non è che l’ultima “editio typica” (edizione ufficiale) del Missale Romanum promulgato nel 1570 da San Pio V nell’ambito della grande ondata di revisione ecclesiastica promossa dal Concilio di Trento, non può che apparire venata da un certo gusto “controriformistico”. In realtà, però, va detto che la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” stava già preparando un documento volto ad agevolare la concessione dell’indulto a chi desiderasse celebrare in latino già dal 2004 e che, in fondo, il motu proprio non fa che statuire che i due Messali del 1962 e del 1969 (promulgato da Papa Paolo VI) non contengono due diversi Riti, ma semplicemente due usi diversi dello stesso Rito romano, uno di forma ordinaria (quello del 1969) e uno di forma extra-ordinaria (quello del 1962).

Anche per quanto riguarda la normativa specificata nella lettera apostolica, non si può dire che essa appaia sovverchiamente “rivoluzionaria” (intendendo questo termine nel senso di “rivoluzione tradizionalista”). I suoi dodici articoli, infatti, stabiliscono che:

1)      sia lecito celebrare in latino secondo il vecchio Messale;

2)      nelle Messe celebrate “sine populo” il Sacerdote possa scegliere il Rito che preferisce (meno che nel Triduo Sacro) senza chiedere nulla a nessuno;

3)      sia, altresì, possibile tale scelta negli Istituti di vita consacrata, sebbene, se continuativa, dietro autorizzazione dei Superiori maggiori;

4)      alle Messe “sine populo” possano essere ammessi i fedeli che ne facciano richiesta;

5)      sia possibile al Parroco delle Parrocchie in cui un gruppo di fedeli aderisce al “Rito latino” celebrare, sia nei giorni feriali che festivi che in cerimonie particolari, in armonia con la cura pastorale ordinaria della Parrocchia e sotto la guida del Vescovo, secondo il Messale del 1962;

6)      anche in tali Messe in latino le Letture possano essere in vernacolare;

7)      se un Parroco non vuole esaudire le richieste dei fedeli di avere il Rito pre-conciliare, essi si possano rivolgere al Vescovo e, se anche questi non li esaudisce, alla Commissione Pontificia ”Ecclesia Dei”;

8)      se un Vescovo fosse impedito nell’esaudire le richieste dei fedeli in tal senso, si debba rivolgere alla medesima Commissione;

9)      Parroci, Ordinari e Chierici “in sanctis” possano concedere di celebrare tutti i Sacramenti secondo il Rituale antico e possano usare il Breviario Romano promulgato da Papa Giovanni XXIII;

10)   L’Ordinario locale possa erigere una Parrocchia personale per le celebrazioni secondo il Rito antico;

11)   la Pontificia Commissione ”Ecclesia Dei” continui a svolgere i suoi compiti;

12)   tra i compiti di tale Commissione vi sia la vigilanza sulle norme summenzionate[5].

In definitiva, dunque, il motu proprio altro non è che la statuizione di una “possibilità ulteriore” dal punto di vista rituale: un po’ poco per parlare di un effettivo “passo indietro”.

Al di là, comunque, delle varie polemiche interne o esterne alla Chiesa, la vera domanda è un’altra: perché alcuni Chierici e alcuni fedeli dovrebbero sentire l’esigenza di svolgere le loro celebrazioni secondo un Rituale ormai piuttosto desueto e in una lingua ben poco conosciuta dai più?

Ben oltre la semplice curiosità di una Rito antichissimo o, per i fedeli più anziani, il un ritorno alle ritualità della loro giovinezza, in realtà ciò che i sostenitori del “Vetus Ordo Missae” rimproverano al “Novus Ordo” è essenzialmente un allontanamento teologico da alcuni principi millenari.

Senza voler entrare nello specifico ritualistico, che non ci compete direttamente, per comprendere quali siano i principali punti di discrimine, possiamo rifarci allo studio Breve Esame Critico del ‘Novus Ordo Missae’ presentato dai Cardinali Ottaviani e Bacci a Papa Paolo VI nel 1969[6]. Anche sintetizzando all’estremo, i “punti incriminati” risultano essere numerosi. Al “novus ordo”, infatti, si imputa di:

A)    non fare mai menzione (nè in forma diretta nè gestuale) della Presenza Reale, della sacramentalità sacerdotale e della propria finalità di sacrificio di lode alla Santissima Trinità per la remissione dei peccati dei vivi e dei morti (ora si sottolinea unicamente la santificazione dei presenti), accettabile da Dio solo per la Sua infinità bontà (ora si prefigura quasi una sorta di scambio di doni);

B)    non sottolineare adeguatamente il sacrificio redentivo di Cristo e non invocare la discesa dello Spirito Santo;

C)    mostrare l’altare solo come una “mensa” e, con la celebrazione sacerdotale “coram populo”, di eliminare il senso di “Sancta Sanctorum” dell’altare stesso;

D)    utilizzare una formula consacratoria che si profila come narrazione storica e non piú come riattualizzazione della Consacrazione proferita da Cristo (nelle cui veci il Sacerdote agisce);

E)     enfatizzare troppo la posizione dei fedeli (sminuendo, anche tramite l’eliminazione dell’obbligo di molti paramenti sacri e con gestualità meno sacrali, la funzione consacrata sacerdotale e, conseguentemente, l’organizzazione ecclesiastica e il “Mysterium Ecclesiae”) nel suo continuo ribadire il carattere comunitario della Celebrazione, cosicché la presenza del Crito (intesa solo come spirituale) si concretizza grazie all’assemblea e non alla consacrazione sacerdotale.

Insomma, in parole povere, ciò che maggiormente si contesta al “Novus Ordo” è una sorta di scivolamento verso posizioni quasi riformate che finiscono per rischiare di negare soprattutto la Presenza divina nel corso della celebrazione, la sacralità della consacrazione sacerdotale e, se spinte al loro limite estremo, persino la Trasustanziazione effettuale.

Non è certamente compito dello storico entrare nello specifico di quanto queste critiche (in particolare per quanto riguarda la funzione sacerdotale) possano essere o meno in linea con lo spirito primigenio della Chiesa.

Lo è, però, ricordare come la reitroduzione della Messa di Pio V non sia un atto assolutamente inusitato e nato unicamente dalla volontà di un Papa da alcuni definito addirittura come “restauratore di una spiritualità tridentina”[7].

Di fatto, il “Vetus Ordo” era già stato reintrodotto ben prima dell’ascesa al Soglio del Cardinal Ratzinger, anzi, per certi versi, non aveva mai cessato di essere utilizzato.

In realtà, infatti, il problema del “disagio liturgico” causato dalle riforme si era manifestato praticamente da subito dopo la chiusura del concilio Vaticano II, quando, in una specie di grande sete di rinnovamento, si andava procedendo da parte di molti ad una radicale ricostruzione della Liturgia, che, ben oltre l’intenzione della costituzione Sacrosanctum Concilium[8], portava al bando del latino e del canto gregoriano in tutte le Parrocchie.

Forse la prima forma di dissenso al “novus ordo” fu quella dell’“Associazione Internazionale Una Voce”, nata nel 1966 che si fece, nel tempo, promotrice di numerosi appelli e petizioni al Papa in favore del latino e del canto gregoriano, sottoscritti da personalità della cultura e dell’arte, che ottenne anche segni di apprezzamento e incoraggiamento dallo stesso Paolo VI ma che fu sempre duramente osteggiata dal “Consilium ad exequendam Constitutionem de Sacra Liturgia” prima e dalla Congregazione per il Culto Divino poi[9].

Quando il “novus ordo” venne definitivamente promulgato da Papa Paolo VI nel 1969, dopo la prima lettere dei Cadinali Ottaviani e Bacci, di cui si è già parlato, numerose altre suppliche per la reintroduzione canonica del Rito il latino giunsero al Santo Padre da numerosi Vescovi e comunità del mondo cattolico e ciò indusse Paolo VI a ripetuti interventi a favore del latino e del canto gregoriano, fino all’invio, nella Pasqua 1974, ai Vescovi di tutto il mondo, ai Capi di Ordini religiosi e ai Superiori di comunità monastiche del volumetto Jubilate Deo, che conteneva un “repertorio minimo” di canti gregoriani in latino e di una lettera di accompagnamento che ribadiva il desiderio papale che, in conformità con la Costituzione conciliare sulla Liturgia, i fedeli potessero “recitare o cantare anche in latino le parti dell’Ordinario della Messa che ad essi spettano” e rinnovava la raccomandazione che il canto gregoriano venisse “conservato ed eseguito nei monasteri, nelle case religiose, nei seminari, come forma eletta di preghiera in canto e come elemento di sommo valore culturale e pedagogico[10].

Infine, nella solenne Bolla di indizione del Giubileo del 1975[11], Paolo VI accennò poi alla necessità di riesaminare criticamente le varie sperimentazioni liturgiche post-conciliari ma, ancora una volta, contro questi propositi si erse con particolare veemenza la Congregazione per il Culto Divino, tanto che, per la sua netta contrapposizione alla volontà pontificia, il suo segretario Monsignor Annibale Bugnini, venne addirittura allontanato da Roma[12].

Dopo la morte del Papa che aveva chiuso il concilio, anche i suoi successori si mossero in favore di un ammorbidimento della “messa al bando” che il “vetus ordo” aveva subito.

Durante il suo brevissimo pontificato, Giovanni Paolo I si pronunciò a favore del latino già dalla sua prima omelia e arrivò a celebrare la Messa in latino in occasione della solenne presa di possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, mentre Giovanni Paolo II, a pochissimi mesi dalla sua elezione, nella Lettera Apostolica Dominicae Cenae del 24 febbraio 1980 scrisse: “si deve dare soddisfazione, accogliendoli non solo benignamente e di buon grado ma anche con grande rispetto, ai sentimenti e desideri di coloro che, formati con forza secondo l’ordinamento dell’antica liturgia latina, avvertono la mancanza di questa ‘lingua una’ che ha significato in tutto il mondo l’unità della Chiesa e ha suscitato il senso profondo del Mistero eucaristico per la propria indole piena di dignità[13].

Si trattava, in qualche modo, di un primo passo verso l’indulto, decretato dal Papa tramite la Congregazione per il Culto divino con la lettera del 3 ottobre 1984 ai Presidenti delle Conferenze episcopali Quattuor Abhinc Annos[14], con il quale veniva data ai Vescovi facoltà di consentire la celebrazione della Messa utilizzando il Messale Romano nell’edizione del 1962.

I primi a sollevarsi contro la decisione papale furono i quaranta Chierici riuniti in un gruppo di lavoro convocato dall’Ufficio liturgico nazionale per un seminario di studi promosso dalla Segreteria della Conferenza Episcopale Italiana con la Commissione per la Liturgia della stessa CEI, che, in una lettera del 12 ottobre 1984 al Presidente della CEI Cardinal Ballestrero, stigmatizzarono la decisione del Pontefice come inopportuna e foriera di pericoli di divisione nella Chiesa (con il potere decisionale concesso ai singoli Ordinari diocesani) e di mettere in discussione il Concilio[15]. Tali preoccupazioni vennero ribadite nel “Convegno internazionale sulla Liturgia”, che vedeva riuniti in Vaticano a fine ottobre del 1984 i Presidenti e i Segretari delle Commissioni liturgiche nazionali[16] e fu probabilmente questo che indusse molti Vescovi a dare all’indulto un’applicazione piuttosto parziale e restrittiva, che, a sua volta, portò a note fratture interne alla Chiesa, come quelle di Monsignor Lefebvre e di Monsignor Castro Mayer, tanto che nel motu proprio Ecclesia Dei Adflicta[17] del 2 luglio 1988 il Papa dovette richiamare gravemente e fortemente Vescovi e Sacerdoti al rispetto delle “giuste aspirazioni” dei Cattolici fedeli alle tradizioni liturgiche della Chiesa, ribadendo la necessità di “un’ampia e generosa applicazione” dell’indulto.

Di tale raccomandazione pontificia, almeno due Ordini religiosi fecero da subito la loro bandiera: la Fraternità San Pietro e la Fraternità San Vincenzo Ferrer.

La prima, ufficialmente denominata “Fraternitas Sacerdotalis Sancti Petri” (FSSP), certamente il più numeroso tra i gruppi sacerdotali che hanno deciso di adottare stabilmente il “Vetus Ordo”, fu fondata il 18 luglio 1988 presso l’Abbazia di Hauterive (Svizzera) da una dozzina di Sacerdoti e una ventina di seminaristi.

Tutti i Sacerdoti provenivano dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X di Monsignor Lefebvre ma quando, a seguito delle note vicende, il Vescovo si era distaccato dalla Comunione con Roma, avevano deciso di non seguirlo più e di rimanere nel seno della Chiesa, chiedendo, a norma della Quattuor Abhinc Annos, l’indulto e la licenza a proseguire nella Celebrazione eucaristica secondo il “Vetus Ordo”, licenza che, su impulso proprio della Ecclesia Dei Adflicta, venne concessa pressoché immediatamente con l’inserimento tra gli Istituti religiosi sottoposti alla supervisione della “Pontificia Commissione Ecclesia Dei” creata dallo stesso Papa Giovanni Paolo II per il coordinamento delle Associazioni di stampo tradizionalista e l’organizzazione del culto secondo il Messale tridentino[18].

In un periodo in cui la Chiesa stava vivendo una crisi terribile proprio con la scissione dei tradizionalisti lefebvriani, era naturale che il Vaticano facesse di questi “fratelli” fedeli alla Traditio ma anche alla Santa Chiesa una sorta di vessillo innalzato in nome della pacificazione e non è dunque un caso che addirittura il “braccio destro” del Papa, l’allora Cardinale Ratzinger, pochissimo tempo dopo la nascita della Fraternità (ottobre 1988) facesse richiesta al Vescovo Joseph Stimpfle di Augsburg in Baviera, di concederle una casa a Wigratzbad, nel notissimo santuario della Beata Vergine Maria. Subito vi si insediarono un gruppo di sacerdoti e una trentina di seminaristi, facendo del Santuario il primo Seminario della Fraternità (a cui, qualche anno dopo, se ne affiancherà un secondo a Denton in Nebraska)[19].

La posizione “in bilico” tra istanze tradizionaliste e fedeltà alla Santa Sede non è sempre stata facile e, all’interno della Fraternità, la presenza di due anime si è fatta sentire in particolare nello scontro che ha contrapposto, dal giugno 1999, sedici Consacrati, che avrebbero voluto (secondo alcuni sulla spinta di Vescovi diocesani) un maggiore adeguamento dell’Ordine alla pastorale moderna delle Diocesi in cui opera e la possibilità di celebrare, in alcune occasioni, con il “Novus Ordo”, ai loro Superiori e che è giunto fino alla presentazione di un ricorso alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, che ha, in risposta, limitato fortemente i poteri del Superiore generale dell’Ordine[20].

Mentre la vicenda era in corso, il 2 luglio 1999 la “Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti”, tra l’altro, emetteva un documento che, per alcuni versi, rischiava di porre fine alla stessa esistenza della Fraternità. Il documento, denominato “Protocollo 1441/99” e intitolato “Risposte Ufficiali”, dava le seguenti istruzioni:

a)      tutti i Preti che sono tenuti a celebrare secondo il Messale del 1962, quando celebrano in seno ad una comunità che segue il Rito moderno devono celebrare con il Rito moderno;

b)     i Superiori degli Istituti dell’Ecclesia Dei non possono proibire ai Preti loro sottoposti di celebrare secondo il nuovo Rito;

c)      né il Superiore, né il Vescovo possono proibire la concelebrazione ai Preti in questione, né devono farlo[21].

Naturalmente, ogni Fraternità che aveva ottenuto l’indulto, ha rischiato, di conseguenza, di perdere il proprio senso di esistenza, compresa anche l’altra grande esperienza di mantenimento del “Vetus Ordo”, la Fraternità San Vincenzo Ferrer.

La storia di quest’ultimo gruppo è ancora più particolare di quella della F.S.S.P.

Nata a Chémeré-le-Roi, in Francia, nel 1979 su iniziativa del Sacerdote cattolico Louis-Marie de Blignières, ordinato all’interno della Fraternità San Pio X di Lefebvre (che aveva abbandonato in occasione dello scisma), la “Fraternitas Sancti Vincenti Ferreri” ha, inizialmente, chiare tendenze sedevacantiste, tanto da rompere la comunione con la Sede Apostolica in polemica con le riforme conciliari e da procedere, dal 1981, a ordinazioni autonome. Dal 1986, inizia un nuovo percorso di riavvicinamento della Fraternità alla Chiesa cattolica, con l’ottenimento dell’autorizzazione per i suoi seminaristi a completare gli studi presso le università pontificie, e, nel 1988, sull’onda della Ecclesia Dei Adflicta, la Fraternità si riconcilia ufficialmente con la Santa Sede, viene approvata come Congregazione clericale con decreto della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” che le riconosce la facoltà di celebrare con l’antico Rito Domenicano (un rito teologicamente particolarmente complesso, abbandonato dall’Ordine Domenicano dopo il Concilio Vaticano II) e compie le prime Ordinazioni sacerdotali[22].

Come è facile notare, le storie delle due Fraternità hanno molti punti in comune e non è, dunque, senza senso che l’allora Superiore Generale della F.S.S.P., Padre Josef Bisig e Padre Louis-Marie de Blignières, Priore Generale della F.S. S.Vincenzo Ferrer, in data 23 luglio 1999, abbiano inviato una supplica congiunta alla Santa Sede per non far pubblicare sul foglio ufficiale della “Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti”, “Notitiae”, il “Protocollo 1411”, al fine di impedire che si determinasse uno stato di fatto giuridico che avrebbe portato a inestricabili problemi sia agli istituti dell’Ecclesia Dei, sia alla stessa Santa Sede.

In tale supplica, i due Religiosi hanno fatto notare che il “Protocollo 1411”:

– non rispetta il carattere proprio degli Istituti, né la giurisdizione dei loro Superiori;

– introduce di fatto un biritualismo abituale;

– rende impossibile il governo degli Istituti[23].

In effetti, la Congregazione non ha mai risolto completamente la questione, limitandosi genericamente ad una “comprensione” delle esigenze delle Fraternità, senza, però, entrare a fondo nel problema[24].

In questo senso, il motu proprio di Papa Benedetto XVI ha risolto la questione, lasciando libertà a qualunque Ecclesiastico di far richiesta di celebrazione nell’Ordine voluto e togliendo gran parte delle remore vescovili a concedere un’autorizzazione che, in realtà, si pone prima di tutto come un atto di libertà del singolo credente.

Di fatto, non sembra casuale che entrambe le Fraternità abbiano visto una crescita notevole dei loro seminaristi negli ultimi tempi (la F.S.S.P. è presente in 16 Paesi con circa 200 Sacerdoti, mentre la F.S.S. Vincenzo Ferrer, pur molto più piccola, ha avuto un incremento del 114% negli ultimi due anni[25]) e che alla Fraternità Sacerdotale San Pietro siano anche state concesse due Parrocchie Personali, a Roma e a Venezia.

Probabilmente, allora, più che di “scandalo” e di “ritorno indietro”, a proposito del motu proprio Summorum Pontificum, si farebbe meglio a parlare di un atto di chiarezza che ha risposto ad una esigenza, sicuramente minoritaria (calcolata intorno a 2% dei fedeli) ma pur sempre presente nella Chiesa, e che, soprattutto, ha regolarizzato una situazione “eccettiva” che non ha mai smesso di essere realmente presente e, come tale, problematica.

Note


[1] J. Ratzinger (SS. Benedetto XVI), Summorum Pontificum, in “Acta Apostolicae Sedis” (7 settembre 2007), Ed. Vaticana.

[2] K. Wojtyla (SS. Giovanni Paolo II), Quattuor Abhinc Annos, Ed. Vaticana 1984.

[3] K. Wojtyla (SS. Giovanni Paolo II), Ecclesia Dei Adflicta, Ed. Vaticana 1984.

[4] Cfr. Intervista a S.Em. Card. C.M. Martini in “Il Sole24Ore”, 18 settembre 2007.

[5] Articoli del motu proprio Summorum Pontificum.

[6] M.L. Guerard des Lauriers (a cura di), Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae, dei Cardinali Ottaviani e Bacci, Centro Librario Sodalitium 2009, pp.5-11.

[7] G. Galletta, Intervista a Hans Küng, in “Il Secolo XIX” 20 maggio 2008.

[8] G.B. Montini (SS. Paolo VI), Sacrosanctum Concilium, Ed. Vaticana 1963.

[9] F. Delpino, “Una Voce – Notiziario”, n. 110-111, giugno-dicembre 1994.

[10] Raccomandazione riferita dal card. G. Villot, Segretario di Stato, con lettera al Congresso nazionale dell’Associazione Santa Cecilia del 30 settembre 1973.

[11] G.B. Montini (SS. Paolo VI), Apostolorum Limina, Ed. Vaticana 1974.

[12] “Una Voce – Notiziario”, n. 28-29, ottobre-dicembre 1975, pp. 22 ss..

[13] K. Wojtyla (SS. Giovanni Paolo II), Dominicae Cenae, Ed. Vaticana 1980.

[14] K. Wojtyla (SS. Giovanni Paolo II), Quattuor Abhinc Annos, Ed. Vaticana 1984.

[15] F. Dell’Oro, in “Rivista Liturgica”, LXXII, 1985, pp. 162-164 ss..

[16] Ivi.

[17] K. Wojtyla (SS. Giovanni Paolo II), Ecclesia Dei Adflicta, Ed. Vaticana 1988.

[18] AA.VV., Ordo Liturgicus 1999: Fraternitas Sacredotalis Sancti Petri – The Priestly Fraternity of Saint Peter,  Fraternitas Sacerdotalis Sancti Petri 1999, pp. 3-7.

[19] Ivi.

[20] Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Lettera prot. 512/99, Archivio Vaticano 1999.

[21] Congregazione per il Culto Divino, Lettera “Risposte Ufficiali”, Prot. 1441/99, Archivio Vaticano 1999.

[22] L.M. de Blignières, Les Fins Dernières, Erreur Perimes – Dominique Martin Morin 1994, passim.

[23] “Una Voce – Notiziario”, dicembre 2000.

[24] Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, Lettera di Precisazioni del Cardinale Felici a Padre Bisig, Prot. n° 512/99, Archivio Vaticano 1999.

[25] Dati statistici riportati dall’Annuario Pontificio (anni 2005-2008), Ed. Vaticana, 2005-2008.

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Nato a Londra nel 1968 ma italiano di adozione, si laurea a 22 anni con il massimo dei voti in Lettere Moderne presso l'UCSC di Milano con una tesi sui rapporti tra cultura cabbalistica ebraica e cinematografia espressionista tedesca premiata in Senato dal Presidente Spadolini. Successivamente si occupa di cinema presso l'Istituto di Scienze dello Spettacolo dell'UCSC, pubblicando alcuni saggi ed articoli, si dedica all'insegnamento storico, ottiene un Master in Marketing a pieni voti e si specializza in pubblicità. Dal 2003 si interessa di storia e simbologia religiosa: nel 2006 pubblica Il Graal è dentro di noi, nel 2007 Non per mano d'uomo? e nel 2009 L’anima e la svastica. Nel 2008 ottiene, negli USA, "magna cum laude", un dottorato in Studi Religiosi a cui seguono un master in Studi Biblici e un Ph.D in Storia della Chiesa, con pubblicazione universitaria della tesi dottorale dal titolo Nicea: what it was, what it was not (2009). Collabora con riviste cartacee e telematiche (Hera, InStoria, Archeomedia) e portali tematici, è curatore della rubrica "BarBar" su www.storiamedievale.org e della rubrica "Viaggiatori del Sacro” su www.edicolaweb.net. Sito internet: http://www.lawrence.altervista.org.

135 Responses

  1. Alfareligio
    | Rispondi

    L'ebraismo religioso che citi tu è quello talmudico, quello fondato, secondo il Maestro Gesù, non sulla Legge correttamente interpretata ma su dottrine umane il che indica bene cosa Gesù pensava della cultura molto in voga nella sua epoca in cui l'ebraismo era molto in crisi, aperto al sincretismo, all'idolatria e diviso in molte correnti. I rabbini hanno nel loro scaffale con pari dignità Zohar e Talmud e tengono in maggior conto più di ogni altra cosa la loro tradizione orale segreta. Dire che l'ebraismo per qualsiasi cosa si fondi sull'AT è una vera grossolanità.

    Per l'etimologia, Soph io lo vedo simile a Zohar-splendore. Per "Luce" propendo per Elohim. la mia lettura di Elohim è Luce come Loka e Leucos… (ed Elia-Elios? Elia e il suo carro di fuoco
    simbolo solare?.. io non sottovaluterei la "cabbala fonetica"… non è fantasia, sei troppo scientista, la insegna anche un certo Fulcanelli… ne "il Mistero delle Cattedrali") in cui è sempre presente la "L" come elemento radicale costante e femminile come Luna e Lepre…. (conosci la relazione che vi è?).
    Quanto a Deva (o Diva che da essa deriva quindi è la stessa cosa… "Cantami, o Diva, del Pelide Achille…") e Theos mi sono sbagliato ma non di molto dato che "deva" è splendere… quindi con la luce direi che ci siamo, no? Deva (splendore) e Zohar (splendore) sono lo stesso etimo e la rotazione Z (d-s)-D-G è cosa nota secondo la Legge di Grimm.

    • Musashi
      | Rispondi

      Ah scusa mi ero sbagliato per lapsus
      Ho scritto Soph che significa limite. era un lapsus mentis. Quindi anche la tua ricostruzione non è fuori luogo.
      Quindi resetta tutto, Soph e Zohar non hanno alcuna relazione. Compresa la tua cabala fonetica (che comunque non ha nessuna validità nell'esoterismo tradizionale, al massimo è un semplice gioco per ammazzare il tempo fra iniziati.
      Luce si dice Aur.

      E comunque deva non c'entra un piffero. E' sanscrito, e non ha potere probatorio in una discussione sul senso di parole ebraiche.
      Filologicamente sei sul pianeta delle scimmie.

      il talmud e lo zohar sono due cose ben diverse. Il primo tratta di consetudine e leggi religiose.
      Il secondo è un testo esoterico.Tradizione orale non significa dottrina"umana"-.
      In tutte le culture le parti più importanti dell'insegnamento sacro sono spesso orali.
      Poi a voi cattolici piace l'originalità vero, sono parole vostre? e allora siate originali: ma prendete atto che le cose divine sono spesso trasmesse oralmente. Quelli original,i che fanno eccezione siete voi.

      In nessun passo evangelico, ti sfido a citarne uno, Gesu condanna la qabala, che ripeto è dottrina non umana ma divina. Ti sfido. Se ce n'è uno dimostralo. Gesu condanna i farisei del suo tempo, il formalismo religioso e la lettera (oggi sarebbero i cattolici come te).
      ma Gesù non condanna la Qabala, anche perchè essendo un esseno (fatto orami accettato anche dal mondo cattolico) doveva seguire la Qabala.

      Semmai è l'Antico testamento, a voi caro, ad essere opera UMANA: cioè racconto di vicissitudini umane storico-mitologiche. Un'epopea nazionale di un popolo come l'Iliade o l'Eneide, e non contiene grandi verità di ordine metafisico. E' tutta una storia di guerre e alleanze in cui il divino si appiattisce nell'umano: è la storia dell'eggregore nazionale e terreno di Israele, quello è il massimo di visione del divino che vi è contenuto se lo si legge per quello che è.

      Se verità profonde ci sono, sono allora occultate. E questo giustifica la lettura esoterica.Che io conosco, non tu.

  2. Alfareligio
    | Rispondi

    Circa le tue presunte prove della reincarnazione nei vangeli e nella Bibbia ti ho dato un'ampia ed esaustiva risposta all'indirizzo che mi hai fornito, ritengo che meritasse una risposta al posto giusto e non dispersa qui dentro…..

  3. Musashi
    | Rispondi

    Sia sulla Genesi che sull'ANTICO TESTAMENTO è bene non farsi troppe illusioni. Esso è ben lungi dal costituire una rivelazione univoca e in sviluppo linerare. Piuttosto essa è frutto della convergenza di linee diverse. Anche il "Dio" dell'Antico testamento è il frutto del compromesso o del sincretismo. Sovrapposizione di 3 entità divine diverse:
    1) Elohim, il dio trascendente (e impersonale), che ritroviamo nella Qabalah ebraica, che deriva dalla concezione magico-divina della teologia egizia.
    2) Adonai = Aton. Il dio monoteista della Religione riformata di Akhenaton. I fuoriusciti dall'Egitto guidati da Mose (Tutmosi), cioè un sacerdote egiziano di Aton-Ra storicamente esistito, erano in parte egiziani perseguitati, in parte dei diseredati semiti che seguirono Mosè(Tutmosi).
    Una parte del culto ebraico deriva da quello di Aton: esempio il salmo 103 (104) è l'esatta traduzione dell'Inno ad Aton.
    3) Javhe, un dio pagano semitico. Non un dio "unico", ma il dio della guerra e della montagna, tratto da un pantheon politeista semitico. Un dio con caratteri "arcontici" per piu di un motivo (vendicatività, gelosia ecc..) Questo dio era in pratica quello della tribù di Jethro, che Mosè dovette accogliere per ragioni politiche.

    I primi due sono di estrazione delculto esoterico sacerdotale egizio.Il terzo è un dio locale palestinese o della penisola del Sinai.
    Il nuovo popolo convenne di fondere queste tre tradizioni diverse in quella di un dio sincretico. Unico, non tanto perchè non vi fossero "altri dei", ma in quanto l'unico dio a poter ricever culto nazionale dal nuovo popolo del deserto. Si creò un dio nazionale, per combattere gli altri popoli semitici.
    La situazione perdurò così per altri due secoli.
    Poi quando Saul, geloso, perseguitò Davide, che era stato unto (come lui) col rituale egizio atonista e mise a morte gran parte della casta sacerdotale nella città di Nod (Samuele I 16, 12-13), si ebbe una prima trasformazione in senso decisamente jahwista della religione ebraica, con netta prevalenza del dio locale Javhè (Geova). La nuova classe sacerdotale non possedeva più ormai, anche dopo il ritorno di Davide, la chiave della religione esoterica di Aton del sacerdote Samuele, e le liturgie ormai erano cambiate.
    la restaurazione di Davide fu solo parziale: la dottrina adonista (o atonista) sopravvisse solo in forma esoterica accanto a quella exoterica del dio nazionale. Fra i detentori della linea esoterica vi fu Enoch (non a caso autore degli apocrifi dell'AT), e poi il Battista. Passò agli Esseni e ai Terapeuti, fino Yoshua Ben Yusuf, Gesù, non a caso discendente di Davide, re sacerdotale di Adonai (Aton).
    Gli gnostici cristiani lo sapevano: per questo rigettavano la Genesi nella sua versione jahwista, e buona parte dell'Antico testamento. Tuttavia gli gnostici teneva in gran conto i salmi e il Libro di Samuele, perchè legati alla tradizione di Aton.

    S. Agostino ( in Heres. LIX) riferisce proprio di una Chiesa gnostica che si richiamava proprio al salmo 103, e che collegava il Salvatore ad una sede "solare" (atonismo).

  4. Alfareligio
    | Rispondi

    +++
    Musashi, questo è l'ultimo post che ti scrivo. Non risponderò ad altri post anche se li leggerò.

    Per quanto da te scritto sul mio utilizzo in scrittura delle croci: un esorcismo è sempre una benedizione; se credi che esistono tante porte di accesso al Sacro non dovresti temere la benedizione che è contenuta in quell'universale segno indipentemente dalla volontà di chi la utilizza e dalle differenti sue vedute.
    Sappi solo che c'è stato il controattacco "psichico" come avevi prefigurato ma questa '+' mi ha protetto. Non so se sei tu che hai operato direttamente o se sei stato solo un ponte per le forze che operano intorno a te e che sono molto potenti, caro professore; ma Gesù Cristo possa accompagnarti sul tuo cammino e liberarti da esse, possa perciò condurti a quella liberazione che tu stesso ammetti di cercare, portandoti luce vera tra le ombre dell'erudizione. Su di te quindi possa scendere la benedizione del Padre celeste che non abbandona mai nessuno dei suoi figli.

    Buon proseguimento per la tua vita, Musashi.
    +++

  5. Alfareligio
    | Rispondi

    E' tutto uno sforzo inutile, professore….

    Il problema è a monte non a valle…. a valle puoi portare tante tesi, tanti argomenti e più ne porti e più ti pare di avere ragione. Il problema è a monte ed è nell'opposizione metafisica tra dialettica aristotelica e monismo platonico. La Chiesa ha definitivamente rifiutato il platonismo perchè è incompatibile con la fede.

    NON CON IL SACRO. Che sono due cose diverse. La gnosi conosce molto bene anche troppo il sacro ma non la fede.

    Allora bisognerebbe sforzarsi di capire che cosa è questa fede, la fede nell'altro da sè. Non secondo la Chiesa ma cose tout-court. Perchè il monismo non può prevedere alcuna fede nell'altro da sè perchè non prevede ontologicamente l'altro da sè.

    Il monismo è il cuore metafisico della gnosi e il monismo è antirelazionale. Non c'è relazione se non c'è differenza e non c'è differenza se c'è una sola sostanza. Il monista si relaziona solo con se stesso questo è anche il principio infatti della via iniziatica. Il maestro di porge solo degli aiuti ma l'iniziato deve trovare la via dentro di sè. La luce viene da dentro la grotta non dal di fuori. Questi sono insegnamenti di Guenon e sono il catechismo comune di tutta la gnosi. Ora i vangeli canonici è fuori discussione che contengono un messaggio irriducibilmente antignostico perchè Gesù insegna ai discepoli: ABBIATE FEDE IN ME, ABBIATE FEDE NEL PADRE MIO.

    Ora la fede in qualcosa/ qualcuno fuori da se stessi è incompatibile metafisicamente con il monismo a causa che la dottrina della sostanza unica non consente alcuna relazione vera tra sostanze e dunque esseri differenti ma solo una dialettica intrinseca all'essere unico che è l'individiduo stesso. ed è incompatibile con tutti gli insegnamenti circa la via iniziatica.

    E questo insegnamente esiste nei vangeli, è un dato di fatto. Che poi esistano anche traccie di altri insegnamenti differenti o che non escludono tesi diverse non c'entra niente perchè questa ha ovviamente molte spiegazioni nel fatto che il messaggio divino è affidato a degli uomini che ci mettono del proprio.

    Si può invece ovviamente dubitare che quell'insegnamento antignostico sia quello originale di Gesù.

    Ma quale sistema di potere avrebbe detto credete in un uomo, credete in un padre celeste? La più grande ideologia-dittatura della storia, quella marxista ha forse insegnato di avere fede in Karl Marx, o Lenin, o Stalin o Mao? Anche se queste figure hanno assunto caratteri di devozione sacrale la dottrina è sepre stata chiara antipersonale. Come sarebbe infatti possibile dominare nel tempo oltre le generazioni degli uomini se rimettesse la fiducia in un solo uomo?

    E' evidente che questo concetto non ha origine umana poichè qualsiasi organizzazione umana del potere vuole mantenere per sè la libertà di decidere e fare e non rimettersi ad un modello estremamente vincolante da seguire davanti alle folle.

    Inoltre Gesù insegna anche "IO SONO LA VIA, LA VERITA', LA VITA" e non che ognuno è la la via, la verità, la vita di se stesso. Più chiaro di così.

    Chi vuole avere e mantenere un potere non dice mai che una persona è la via, la verità, la vita ma piuttosto che un'idea è tale così che ogni successore può interpretare l'idea e gestire quindi il potere come meglio crede. Invece la Chiesa si è data una struttura dogmatica inscardinabile molto poco adatta a soddisfare le esigenze umane del potere.

    Anche non volendo riconoscere il carattere divino dell'insegnamento originale antignostico dei canonici si deve ammettere che data l'incompatibilità con la gnosi se avesse vinto questa tesi gli apocrifi sarebbero diventati i 4 canonici e anzi se ne sarebbero aggiunti altri per soddisfare la richiesta di insegnamenti diversi. Con il risultato che cmq sarebbero esistiti sempre due insegnamenti contrastantisi.

    Quindi sono tutte polemiche inutili e che portano solo fuori dal vero sentiero luminoso. C.D.D. …

    postilla: per questo la Chiesa comprende la materia della gnosi, perchè comprende il sacro ma la gnosi non comprende la Chiesa perchè non comprende la fede. La Chiesa perciò ha avuto la sua stagione gnostica e la superata come una persona supera l'adolescienza.

    +++

  6. Musashi
    | Rispondi

    Intanto mi sembra, e per tua stessa ammissione, che sul piano dialettico speculativo non te la cavi granchè. O meglio che sul piano storico, dottrinale e filologico, la peggio l'avete voi, malgrado gli studi biblici e una certa erudizione le abbiate anche voi. Mi interessa questo:
    mostrare che in ultima analisi non potete far altro che appellarvi a un incontestabile (ma arbitrario atto di fede), laddove le conquiste spirituali devono poggiare, se sono coscienti e solari, su un atto esperienziale che possa permettere di verificare con la visione super-intellettuale.
    ma questo presuppone un percorso iniziatico.

    Per il resto, per quello che riguarda la semplice erudizione sono contento che ognuno passa leggere e valutare gli aspetti filologici della questione, sui quali credo di aver fatta sufficiente chiarezza.

    altro punto: se dici che il "contrattacco c'è stato", allora ammetti implicitamente che vi era pure l'attacco e l'hai portato tu.
    QUINDI mi dai ragione.

    Ma l'altra conclusione non è corretta. Le "forze di cui sono ponte", come dici tu, sono forze bodhisattviche, forze di Sapienza e di Amore. Ove esse prendono aspetti violenti lo fanno sempre per fini compassionevoli, sia pure di Compassione attiva. Quindi non c'è nulla di cui ti dovresti proteggere!!! Nessuno ti voleva fare del male. Semmai mi hanno fatto solo schermo, dall'influsso che tu stesso hai ammesso di aver voluto esercitare. Se hai avuto qualche "colpo di ritorno", ciò è implicito nel fatto che sono schermato. Ma tranquillo, non mando niente a nessuno (potrei anche farlo, ma non è mia intenzione farlo,e ne dovrei rispondere).
    Se anzi non ti sei fatto troppo male ciò dipende probabilmente dal fatto che nulla di intenzionalmente violento ti è stato rivolto, o semplicemente dal fatto che il colpo di ritorno è proporzionato all'offesa da te operata, in effetti abbastanza blanda, se mi permetti…. Tutto qui. Se pensi che l'eggregore cattolico (non Cristo, ma quando mai!) ti abbia protetto fallo pure, sarebbe del tutto possibile.

    Il mio intento non è danneggiare nessuno, quindi non traiamo conclusioni, come fai tu, su chi è più forte… Aspetta:
    per fortuna esiste il karma, e si vedrà, alla fine chi aveva ragione.Per fortuna.

    So che la Chiesa comprende la Gnosi: molti nella Chiesa di Pietro sanno di quella di Giovanni, e sanno bene come stanno le cose. Infatti sono in malafade, alcuni.
    Ma anche chi è nella Gnosi comprende la Chiesa, e sa bene a chi vi siete votati, e con quale patto: il dominio in terra in cambio di un culto psichico per prolungare di un'altra ronda zodiacale il dominio di Jaldabaoth.

    Appellarsi alla fede è l'unico modo per dimostrare ciò che è falso: questo il senso del dogma (vostro), che i veri Cristiani, i Copti hanno ben visto per l'impostura che è: lasciandovi seguire la vostra strada.
    Non si tratta tanto di avere fede o meno: quanto piuttosto è l'oggetto della fede ad essere più o meno giusto.

    L'ultima frase che hai scritto, la postilla è poi come un autogol. Non è certo la Gnosi ad essere eresia cristiana: semmai siete voi cattolici ad essere scismatici, e rinnegati.

    Accetto però la tua decisione di prolungare la discussione. Invito peraltro che avevo già formulato circa un centinaio di interventi fa.

  7. Musashi
    | Rispondi

    La sostanza è una sola. (che brutta parola, termine aristotelico, ma mi sforzo di usare il tuo linguaggio. Infatti nessun termine, neppure "sostanza" può definire l'assoluto.). Esso è Uno, ma sembra, appare nel mondo, come diviso, separato, relazionato, differenziato a causa dell'Ignoranza.
    Dipende tutto dallo stato di coscienza, che ti posiziona automaticamente su questo o su quell'altro.

    Su questo piano la distinzione, vi è ed essa è una realtà, ma si tratta di una verità duale e quindi ancora relativa. Non è il punto di vista dell'Assoluto.
    La gnosi dunque ammette al dualità, anzi essa è tutta incentrata sul contrasto fra luce e tenebra. ma insegna anche che questa condizione è apparente e illusoria, frutto di una perturbazione dell' Ordine metafisico introdotto con la caduta. Non si esclude la dualità, ma si ammette che essa DEBBA essere risolta nell' Unità.

    …e le forze che ostacolo il ritorno all'Uno, alla condizione trascendente del Pleroma, in cui si è Uno con gli Eoni, col Propator, sono forze demoniache.
    Anche Cristo è uno con il Propator, ma anche noi siamo chiamati a diventarlo. Non è il Cristo un evento isolato nella storia: è una possibilità intrinseca nella Coscienza iniziatica. Come il Buddha. Uno stato da realizzare non un ente da venerare.
    E chi lo afferma? Lo afferma lo stesso Gesù nel vangelo di Tommaso, log 115:
    "Colui che berrà dalla mia bocca diventerà come me, nello stesso modo che io diventerò come lui, e le cose nascoste gli saranno rivelate".

    Verità che una Chiesa scismatica ha occultato. Ma Tutto ciò che è nascosto, ripeto, sarà rivelato!

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